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31 dicembre 2012

Auguri a voi delfini!


Un saluto all'anno che se ne va, secondo i Maya avrebbe dovuto essere l'ultimo. Pazienza, evidentemente le previsioni dei Maya sono come quelle dei meteorologi. Ci impegneremo a "coltivare" sensazioni, emozioni, visioni anche nel prossimo anno.

L'anno vecchio
(di Massimo Grillandi)

Ebbe la primavera coi bei fiori.
Ebbe l'estate con i suoi colori.
Ebbe l'autunno coi grappoli d'oro
ebbe l'inverno con il suo lavoro
di trine e di merletti: erano i bianchi
ghiaccioli e neve a fiocchi lenti e stanchi.
Fu un anno come gli altri coi suoi mesi,
con le stagioni e con le settimane:
una fila di giorni che rimane
nel ricordo di chi li ha bene spesi.

E come cantava e canta Lucio Dalla…l’anno che sta arrivando, tra un anno passerà, io mi sto preparando è questa la novità…e senza tanti disturbi qualcuno sparirà: saranno forse i troppo furbi e i cretini di ogni età. Speriamo, ma nel caso, mi viene in mente un'altra canzone di Domenico Modugno: "Delfini (Sai che c'è)". Auguri  a tutti i delfini!




Tanto tempo fa 
un grande filosofo indiano 
scrisse " Nel mare della vita 
i fortunati 
vanno in crociera 
gli altri nuotano 
qualcuno annega " 
Ehi capitano mio 
vado giu' 
non e' blu questo mare 
non e' blu 
tra rifiuti pescecani ed SOS 
vado alla deriva sto affogando 
Che cacchio stai dicendo 
affoghi in un bicchiere 
sai nuotare come me piu' di me 
ce la fai se lo vuoi si che puoi 
prendi fiato e vai 
vai che ce la fai 
Sai che c'e' 
non ce ne frega niente 
dei pescecani 
e di tanta brutta gente 
siamo delfini 
e' un gioco da bambini il mare 
Ehi capitano mio 
c'e' una sirena 
dice che mi ama 
forse crede non lo so 
lo saprai se anche tu l'amerai 
non ci si nega mai 
a chi dice si' 
dille di si' si' si' si' 
Sai che c'e' 
non ce ne frega niente 
sirene o no 
noi ci innamoriamo sempre 
siamo delfini 
giochiamo con le donne belle 
Sai che c'e' 
non ce ne frega niente 
il mare e' un letto grande grande 
siamo delfini 
e' un gioco da bambini il mare 
Mare facci sognare tu 
nei tuoi fondali verdi e blu 
quanti tesori immersi 
sommersi 
Ehi capitano mio 
siamo accerchiati 
da cento barche 
arpioni ami e cento reti 
fuggi via tu che sei piu' veloce 
mi hanno solo ferito 
ma sopravvivero' 
Sai che c'e' 
non ce ne frega niente 
la vita e', e' morire cento volte 
siamo delfini 
giochiamo con la sorte 
Sai che c'e' 
non ce ne frega niente 
vivremo sempre 
noi sorrideremo sempre 
siamo delfini 
e' un gioco da bambini il mare 

22 dicembre 2012

The day after...


E così, che dire… ieri il mondo non è finito. Stamani sentivo gli auguri da “crisi”:
-       -  Meno male che è finito!-
-      -   Ma come, siamo ancora qua!? –
-       -  Ma sì, l’anno …è quasi finito –
-        - Ah, l’anno! -
Non sappiamo fare altro che aspettare la fine. Esseri umani mi mettete tristezza; evitatemi, vi prego evitatemi.  Io oggi preferisco cantare La Filanda. Fine.


21 dicembre 2012

Tutti giù per terra!


Accogliamo la fine del mondo con spirito allegro da bambini e, se siete in casa o in ufficio e siete almeno in 3 fate un bel girotondo chè casca il mondo, casca la terra...



Giro giro tondo,
casca il mondo,
casca la terra;
tutti giù per terra. 
Giro giro in tondo,
cavallo imperatondo,
cavallo d'argento,
che costa cinquecento.
Centocinquanta,
1a gallina canta,
lasciatela cantare,
si vuole maritare.
Le voglio dar cipolla:
Cipolla è troppo dura,
le voglio dar la luna;
la luna è troppo bella,
c'è dentro mia sorella,
che fa i biscottini
per darli ai bambini.
Ma i bambini stanno male:
vanno tutti all'ospedale.
L'Ospedale sta lassù,
dagli un calcio e buttalo giù.

19 dicembre 2012

Narciso moderno (ossia, si specchia in una vetrina e non in uno stagno)




Lo guardo e lo riguardo
quell’uomo così umiliato
sicuramente è sposato.
Deviato, mancato, sperduto, scordato.
Infilo le mani nelle tasche dei suoi pantaloni
e tiro fuori le chiavi della mia auto.
Deviato, mancato, sperduto, scordato.
Sicuramente sposato, per come cammina umiliato.
Ha una faccia poco raccomandabile,
non mi fido lo devo superare;
ci guardiamo ci minacciamo
in fondo, lo sento, ci piacciamo.
Mi avvolgo a vampiro nel mio impermeabile
alzo il bavero e mi nascondo
e solo ora me ne accorgo:
mi sono fermato di nuovo
davanti ad una vetrina,
paralizzato da questa luce giallo citrosodina
di questa nebbiosa cittadina.
Deviato, mancato, sperduto, scordato.
Giro la chiave nella mia auto,
riparto e me lo porto dietro quell’uomo umiliato.
Poi ci fermeremo
sì ci fermeremo
e sì, lo sento, nonostante tutto ancora ci ameremo.

17 dicembre 2012

Dialogo di un venditore di almanacchi e un passeggere, di Giacomo Leopardi (ovvero, Leopardi e le festività)

Alla fine del post ho riportato la versione del Dialogo.
Protagonisti dell'Operetta Dialogo di un Venditore di Almanacchi e un Passeggere sono un pensatore (il passeggere), che persuade l'interlocutore (il Venditore di almanacchi) di una verità amara, della quale, quest'ultimo, inizialmente non era consapevole. Ritroviamo il pensiero espresso nel Dialogo, nello Zibaldone, datato 1° luglio 1827:


Almanacco del 1832, anno in cui fu scritta l'Operetta 
Dialogo di un Venditore
di Almancchi e un Passeggere.Tratto dal volume dedicato 

alla collezione Coradeschi. Fonte
Che la vita nostra, per sentimento di ciascuno, sia composta di più assai dolore che piacere, male che bene, si dimostra per questa esperienza. Io ho dimandato a parecchi se sarebbero stati contenti di tornare a rifare la vita passata, con patto di rifarla nè più nè meno quale la prima volta. L'ho dimandato anco sovente a me stesso. [4284].Quanto al tornare indietro a vivere, ed io e tutti gli altri sarebbero stati contentissimi; ma con questo patto, nessuno; e piuttosto che accettarlo, tutti (e così, io a me stesso) mi hanno risposto che avrebbero rinunziato a quel ritorno alla prima età, che per se medesimo, sarebbe pur tanto gradito a tutti gli uomini. Per tornare alla fanciullezza, avrebbero voluto rimettersi ciecamente alla fortuna circa la lor vita da rifarsi, e ignorarne il modo, come s'ignora quel della vita che ci resta da fare. Che vuol dir questo? Vuol dire che nella vita che abbiamo sperimentata e che conosciamo con certezza, tutti abbiam provato più male che bene; e che se noi ci contentiamo, ed anche desideriamo di vivere ancora, ciò non è che per l'ignoranza del futuro, e per una illusione della speranza, senza la quale illusione e ignoranza non vorremmo più vivere, come noi non vorremmo rivivere nel modo che siamo vissuti. (Firenze. 1. Luglio. 1827.)
Scuola francese
Le colporteur, XVII secolo
Nessuno vorrebbe rivivere la propria vita così come è stata. Di fronte a tale negativa verità cosa rimane da fare? Continuare a vendere e comprare almanacchi, sopra i quali il futuro, la prossima vita è raccontata come portatrice di maggiore positività. L’anno vecchio non è gravato solo dai dolori materiali ma è gravato soprattutto dalle delusioni, da tutte quelle illusioni che il nuovo anno porta e che, giunti al 365° giorno, sono crollate. Ma all’uomo si presenta ancora una nuova occasione di speranza e diciamo anche, di illusione: il nuovo anno. Il Venditore annuncia il nuovo anno e conferma così il passare del tempo e il Passeggere, appunto, “passa” come il tempo, sono entrambi simbolo della ciclicità del tempo, degli accadimenti umani. Il ritmo incalzante, rapido, non prevede riflessioni, pause descrittive; è un rispondere immediato, spesso con nuove domande. Le parole anno e vita sono il motore del Dialogo, basti pensare che anno appare 14 volte, mentre vita 10 volte. L'alternarsi di domande -risposte negative, nuove domande - nuove risposte negative, dà al Dialogo un ritmo circolare e veloce che rimanda alla ciclicità dell'esistenza umana e, forse, anche al veloce corso della vita. Una domanda fa nascere la domanda nell’interlocutore, estraendo da questi la verità comune ai due protagonisti. 
E’ stata notato per la prima volta nelle Operette l’uso della parola dittongata nuovi (invece che novi) è utilizzata come aggettivo della parola almanacchi, una parola che al tempo di Leopardi era uso non essere dittongata (almanacchi nuovi e non almanacchi novi), stratagemma voluto, forse, per rendere ancora più colloquiale il dialogo? O forse per rafforzare la qualità nuova dell’almanacco che porta con sé nuove informazioni, nuovi giorni e nuove speranze di nuove vite?
Un più giovane Leopardi (21 anni) così vede gli anniversari che ritornano ogni anno. Anniversari in cui l'animo rivive gli attimi di gioia che appartengono al passato, gustandone, leopardianamente, la dolcezza e la consolazione che danno le illusioni.
È pure una bella illusione quella degli anniversari per cui quantunque quel giorno non abbia niente più che fare col passato che qualunque altro, noi diciamo, come oggi accadde il tal fatto, come oggi ebbi la tal contentezza, fui tanto sconsolato ec. e ci par veramente che quelle tali cose che son morte per sempre nè possono più tornare, tuttavia rivivano e sieno presenti come in ombra, cosa che ci consola infinitamente allontanandoci l’idea della distruzione e annullamento che tanto ci ripugna e illudendoci sulla presenza di quelle cose che vorremmo presenti effettivamente o di cui pur ci piace di ricordarci con qualche speciale circostanza, come [chi] va sul luogo ove sia accaduto qualche fatto memorabile, e dice qui è successo, gli pare in certo modo di vederne qualche cosa di più che altrove non ostante che il luogo sia p.e. mutato affatto da quel ch’era allora ec. Così negli anniversari. Ed io mi ricordo di aver con indicibile affetto aspettato e notato e scorso come sacro il giorno della settimana e poi del mese e poi dell’anno rispondente a quello dov’io provai per la prima volta un tocco di una carissima passione. Ragionevolezza benchè illusoria ma dolce delle istituzioni feste ec. civili ed ecclesiastiche in questo riguardo. (Zibaldone, 1819)
Alla fine dello stesso anno (1819) anche il ricordare il dolore passato, legato alla speranza giovanile,è un ricordare ancora "grato".
Alla Luna (l8l9)
 O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l’anno, sovra questo colle
io venia pien d’angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, che travagliosa
era mia vita: ed è, né cangia stile,
o mia diletta luna. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l’etate
del mio dolore. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso,
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l’affanno duri!

Il piccolo Leopardi, al tempo in cui i parenti lo chiamavano "Giacomo il prepotentino", nella sua visione di fanciullo affascinato dal Natale, scrisse all'età di 11-12 anni, questa canzonetta:

Emilia è uscita da Volevo solo essere adorata

La nostra vita è un Caos Calmo, racconto di Baglu ed Emilia.

Che poi è strano, ti svegli la mattina con il freddo, molto freddo perché è dicembre (ma potrebbe essere anche novembre o gennaio, oppure persino febbraio) e decidi di uscire di casa. Lo fai non per vizio, ma perché senti che devi farlo. Sono venti mesi circa che lo faccio. Da quando Lei mi ha lasciato. No, dicevo che è strano, perché in venti mesi non ho mai trovato la panchina sulla quale mi siedo ogni giorno, occupata.
C'è una donna, seduta, che sta leggendo un libro. La saluto, accennando un sorriso, anche se non ne avrei voglia. Fa freddo, sono ancora molto assonnato e non avrei voglia di salutare nessuno. Lei risponde al saluto, con una certa diffidenza. Vorrei aprire il giornale che porto sotto al braccio, per leggere notizie che non mi riguardano, che non mi interessano e così finisce che mi presento. Anzi, ci presentiamo. Lei è Emilia e mi dice che sta leggendo "Volevo solo essere adorata". "Di Marcella Andreini", mi dice annuendo. Poi Emilia prosegue: "E' la mia storia, racconta del mio suicidio". "Allora è anche la mia", le rispondo, sorridendo, ma in realtà sento che mi viene da piangere. “Vuoi sapere quando muoio ?", mi chiede lei e poi prosegue: "Da pagina 61, perché a pagina 60 era maggio, l’inizio dell’odiata estate". Io sorrido, imbarazzato. In realtà fingo imbarazzo perché la capisco. Capisco Emilia e non so nemmeno perché mi stia venendo un nodo alla gola, ma non voglio piangere, almeno non in pubblico, perché non è il caso e, anche se lo fosse, non vorrei piangere.“Vedo però, che non sei morto…a meno che non siamo morti tutti e due e questa sia una panchina di sosta al Purgatorio. Non mi dire che alla fine siamo riusciti ad ucciderci ?”
Accenniamo ad un sorriso; la tragedia di un possibile suicidio appare quasi comica se la si racconta ad un altro, su una panchina fredda per la temperatura ma calda per come sa accoglierti.
"Sai cos'è, Emilia ? E' che io vorrei anche chiamarLa, ma ho paura di star male. E poi nemmeno Lei mi chiama. Lo so, è finita, e allora ? Mi dicono che le cose finiscono, ma nessuno dice mai se questo è giusto. O, meglio, se questo è accettabile. In generale non mi è mai piaciuto piangere, ma non perché, si diceva "non è da uomo", perché non è vero. E' che poi ti senti così svuotato dentro...”
Emilia interviene: “Lo so, svuotato come un palloncino volato via, che ha volato da solo, ha visto il mondo dall’alto da solo, forse ha anche sorriso da solo, poi è caduto svuotato con nessuno intorno. Vale la pena volare ? O è meglio rimanere legati e fermi ? Non lo so. Anche a me dicono che le cose finiscono, ma la gente è cinica, non guarda il mondo come lo guardano i palloncini”. Tra tutte le visioni filosofiche, preferisco quelle dei palloncini.”
Mi chiedo se sia possibile che sia la mia panchina ad attirare persone così strampalate (che poi Alessandra, la ragazza che passava di qui ogni tanto, sino a qualche mese fa...era strampalata ? No, non credo). Mi piace l'espressione che Emilia usa. La “visione filosofica dei palloncini”. Sembra dare un senso di leggerezza. Proseguo, poi, il mio discorso:
“Sai cos'è ? Che al suicidio ci ho pensato anch'io. Anzi, potrei dire che uno dei motivi per i quali vengo qui, tutti i giorni, ha a che vedere anche con questo. Temo che, se rimanessi a casa, prima o poi finirei per fare quella domanda a Dignitas, quella clinica svizzera, molto civile. In Svizzera sono civili. Forse per stare un po' meglio basta solo pensare, solo pensare, dico, al fatto che in Svizzera sono civili e ti permettono di morire quando e come vuoi, senza soffrire, senza pena, senza doverti per forza gettare dalla finestra, oppure fare come Roberta Tatafiore - te la ricordi ? - che ha ingurgitato un miscuglio di alcol e barbiturici".
Emilia mi ascolta, poi interviene:
“Ricordo, li ricordo tutti i suicidati dalla vita. Ma qui non ti aiutano da vivo, non aiutano i malati mentali, non aiutano i malati inchiodati ad un letto e poi hanno l’ipocrisia della morale cattolica che ti vuole tenere in vita e non ti aiuta nemmeno a morire, anzi se ti uccidi ti giudica. Eppure deve essere bello essere aiutati a morire. Scegliere come morire o come essere sepolti corrisponde alla nostra visione della vita e vedere che alcuni accettano la tua scelta di morte significa che in quel momento accettano tutta la tua vita, i tuoi pensieri, il tuo modo d essere…ehm…di essere stato. Ti senti accettato per come sei, finalmente rispettato. Ma qui non succede…”
Io mi limito a proseguire il mio discorso, che sembra quasi il solito monologo: “…Anche queste cose mi fanno star male. In Italia non siamo civili. Siamo cretini. Anzi, sono cretini quei politici che permettono che le cose rimangano così. E il mio non è il solito discorso qualunquista, credimi. Un tempo la politica l'ho fatta anch'io. Un tempo...".
Un tempo…venti mesi…dicembre…era maggio, l’inizio dell’odiata estate. Emilia si allontana, il libro rimane sulla panchina.
Che strano, penso, non ci siamo nemmeno salutati. Non l'ho nemmeno salutata. Forse è da troppo tempo che non frequento anime vive (tranne qualche telefonata, telefonata appunto, a Francesco, quel mio amico di Buffalora, che ha in comune con me la passione per il modellismo. Per natale dovrei spedirgli un modellino di galeone spagnolo del XVIII secolo della Revell...).
Dicevo, sì, è da parecchio che non frequento esseri umani. Forse non ci sono nemmeno più abituato e così...così chissà che avrà pensato questa Emilia...Ho fatto un soliloquio. Però mi ha fatto bene parlare con lei. E questo libro ? "Volevo solo essere adorata, di Marcella Andreini"...
"15.40". Una buona ora per iniziare a leggere, direi.
Pubblicato per gentile concessione di Luca Bagatin

6 dicembre 2012

I love your blog. Risveglio n°1.


"Ho interrotto il mio pisolino felino solo perché Romina Tamerici mi ha dato un regalo e per questo vale la pena svegliarsi…scron, scron, che ci sarà...scron..."


"Ehy, attento fratello, mettilo giù, potrebbe essere un meme!"

"E vaiiii! Sì è proprio un nuovo meme! Adesso rispondo a Romina per ringraziarla e nomino per dispetto Alma Cattleya con tutte le sue farfalle e l’Ape di Arcobalandia, dai, muoviti mouse!"

1. Qual è la tua rivista preferita?
Compro "Donna Moderna" per vedere come dovrei essere per essere moderna. In realtà mi fermo alla vignetta di Silvia Ziche “Secondo Lucrezia”. Ho un centinaio di numeri della rivista Medioevo, tra l’altro, non so se esce ancora.
di Silvia Ziche tratto da Donna Moderna n°46


1 dicembre 2012

L'equilibrista




Di questo circo io sono l’equilibrista.
Lavoro sempre senza la rete
perché so che non perderei la vita se perdessi l’equilibrio:
la mia vera vita è questo percorso sulla fune

Sono un equilibrista,
tengo sospesi i vostri fiati e i vostri sguardi;
io, invece, sono senza fiato solo quando mi inchino sulla pista
Ma, la mia vita la percorro sulla corda
e la respiro, la respiro perché un giorno volerò
fino ad atterrare nel centro della pista;

e già lo so che non sembrerà sia valsa la pena
fare l’equilibrista,
forse ero un esibizionista o forse solo un mancato trapezista

Ho percorso ogni sera la mia vita da equilibrista
sopra le vostre vite di spettatori da pista;

ho respirato ogni attimo di ogni sera
per quella sera in cui sarei volato;

ho camminato e respirato sui vostri respiri sospesi,
felice sui vostri cuori timorosi.

Ma sappiate che nemmeno io conosco la libertà:
quest' asta a cui mi aggrappo mi costringe
a non saltare, a non cambiare mai rotta,
la mia meta è l’altro capo della corda
e mi illudo che quel capo sia la libertà.

Di questo circo io sono l’equilibrista
pagate ogni sera un biglietto anche, lo so,
per vedermi cadere nella pista;

ma quello che per voi è cadere,
per me è volare
quello che per voi è un applauso alla fine del mio numero,
per me è un ritorno a morire;
e quando sentirete lo schianto della morte sulla pista,
per me sarà il trionfo
della mia vita di equilibrista.

Di questo circo io ero l’equilibrista,
lavoravo senza la rete,
una sera gettai l’asta
per non vivere da morto nella pista

30 novembre 2012

Un'alternativa per chi usa il navigatore




<<No, no umano e miao no…perché hai preferito il Tom-Tom a me?!!
Ti miagolo tanto, riprendimi con te; io ti riporterò sempre a casa…riprendi me…guarda sono semplice: punto la coda a destra e si svolta a destra; occhi impauriti: rallenta! Un orecchio indietro e uno avanti: chi diavolo di umano sta strombazzando?! Se ci sorpassa lo graffio! Riprendimi miuuuuu…e non frenare così!>>

29 novembre 2012

Essere come cane e gatto...?!

Baci, baci e coccole e poi coccole e baci, fino a quando ...

...decisero di diventare una vera famiglia allargata

E fu così che nei secoli, l'espressione "essere come cane e gatto" cadde in disuso. Ai nostri tempi, alcuni umani, nostalgici del "bel parlare", continuano ad utilizzarla, ma, a tutt'oggi, ignorano quale possa essere l'origine di tale espressione. 
Foto tratte dalla pagina facebook di Pensiero Micioso


28 novembre 2012

Natale di Giuseppe Ungaretti, intervistato da Pasolini

Ungaretti saluta studenti manifestanti

Natale
di Giuseppe Ungaretti

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare


Napoli, il 26 dicembre 1916

Un momento di tregua dalla guerra, per Ungaretti soldato, che coincide con il Natale. La Guerra ... e il Natale che appare come una tregua. E' il periodo dei festeggiamenti, delle risa e degli auguri obbligati. Parole dal contenuto apparentemente vuoto (così; una cosa; Qui); se uno studente in un tema scrivesse “come una cosa” nel giudizio dell’insegnante potremmo, forse, leggere: “povertà di linguaggio”. Ma quel “come una cosa” è collegato al “non ho voglia” iniziale, ossia non ho sensazioni, stimoli, desideri, sono come una cosa.
Il “posata in un angolo e dimenticata” si può collegare a “ho tanta stanchezza sulle spalle” e così, in un angolo, al riparo dal mondo e le sue atrocità che pesano sulle spalle di un soldato quanto di un poeta, c'è il desiderio di essere dimenticati, ossia lontani anche dall’essere pensati. La vera pace, quella priva di essere umano.
La più grande vivacità è l’immagine del focolare, ma ci sono capriole di fumo, non fiamme scoppiettanti; lo scoppiare del fuoco sarebbe un rumore troppo riconducibile al terreno di guerra. Tanto più gentili  sono le capriole di fumo, forse suscitano nel poeta anche un mesto sorriso. Sanno - le capriole di fumo - come muoversi mentre tutto è immobile e quello che non è immobile è senza pace, come il poeta e l’Uomo. 
Non gridate più
Cessate d’uccidere i morti,
Non gridate più, non gridate
Se li volete ancora udire,
Se sperate di non perire.
Hanno l’impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell’erba,
Lieta dove non passa l’uomo.


Video: Pasolini intervista Ungaretti (Pasolini domanda se esiste la normalità sessuale, domanda oggi banale e scontata. Ma al di là del tempo quello che contano sono le risposte)

27 novembre 2012

10° malessere della Sposa del Diavolo


Sono arrivata sulla terra con l’Anticiclone Caronte e sono ancora qua; comincia a fare freddo per me abituata alle fiamme roventi dell’Inferno. Oh Diavolo, quanto mi mancano le ustioni dell’inferno! Ho nostalgia anche di quel Diavolo di mio marito e del nostro pargolo demoniaco. Sì, avete capito, sono qui per salutarvi. Anche se rimanessi, comunque sia, il nostro addio sarebbe inevitabile tra meno di un mese, perché voi state per morire tutti quanti; morirete tra meno di un mese. Il famoso brivido della morte, il momento in cui vi passerà di fronte tutta la vostra vita come in un film. Il 21-12-2012: fine del mondo. Che cosa vedrete in quel momento? Potrete dire di essere stati davvero voi i registi di quel film o siete stati diretti da registi inesperti e sciagurati? E voi? Voi che vi siete fatti dirigere? Avvolgere il nastro, contestare il regista non si può. Attori, siete stati attori diretti da qualcuno, non siete state persone. Questo ho notato da quando sono arrivata sulla terra con Caronte: recitate una parte, la meno difficile, quella accettata dalla maggioranza perché maggiori saranno gli applausi. Parlate con frasi fatte, leggete libri insulsi, parlate di malanni e vi lamentate (o all’Inferno avrete davvero motivo di lamentarvi!). Ma questo mondo finirà.

Michelangelo
Giudizio universale (particolare)
In realtà non è proprio così, è solo la fine della vostra Terra perché l’Inferno ci sarà ancora, anzi da quel giorno sarà più affollato; arriverete a ondate, vi ammasserete alla porta dell’Inferno con la ferocia di entrare a tutti i costi perché tra stare all’Inferno e fuori dalla sua porta ma non più sulla Terra, credetemi, preferirete entrare. Cosa lasciate alle spalle? Niente, solo fuoco e acqua. E tante mosche. Mi devo affrettare mi aspettano giorni di grande lavoro. Stivarvi tutti non sarà semplice. Il mondo si capovolgerà: l’Inferno sarà abitato, la Terra deserta; l’Inferno sarà vivo, la Terra sarà morta.

25 novembre 2012

Se non credete alle previsioni dei Maya provate con Giacomo Leopardi


E alla fine arrivò la Fine. Non si può dire che questa affermazione manchi di logica. Secondo i Maya, secondo il loro calendario, ci rimane un mesetto ancora da vivere; certo considerando la crisi che ci attanaglia è proprio un “mesetto”, neanche a pensarci a sperperare tutto quello che ci rimane. Che ci rimane? Come sempre i Grandi scrittori, poeti, filosofi e che, nella maggior parte sono già morti. Non pensiate che questo sia un post triste e, comunque, non sono io che ho inventato la morte. Nemmeno l’Apocalisse. Il Leopardi non ha mai parlato esplicitamente dell’Apocalisse, come se non avesse dovuto descriverla palesemente ma ce l’ha “raccontata” passo per passo, canto per canto, operetta morale dopo operetta morale. In quest’ultime, Le operette Morali, c’è nella struttura, come nella Bibbia, una sorta di Genesi (la prima operetta è L’Origine del genere umano) e una sorta di Apocalisse (l’ultima operetta è Il canto del Gallo Silvestre, dove si prevede la fine del cosmo). Non ho mai creduto ai professori scolastici che da un paio di secoli continuano a ripetere, e quindi tramandare, che il Leopardi è pessimista; io credo non lo sia affatto ma sia piuttosto apocalittico; sono un paio di secoli che ci spacciano il coraggio della Verità come pessimismo.
Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l’una di non saper nulla, l’altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte. (Zibaldone)
Bisogna notare che il Leopardi, come premesso nel Cantico del gallo silvestre (vedi post precedente), arriva attraverso la sua ricerca a dichiarare la fine imminente del Cosmo e non tanto dell’Uomo; l’uomo in quanto essere “accidentale” del Cosmo non fa parte di una prospettiva apocalittica (anche se una ipotesi di fine del genere umano la troviamo nell’operetta Dialogo di un folletto e di uno gnomo).
Nel  Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco il Leopardi immagina la fine del cosmo descrivendocela:
[…] Sappiamo che la terra, a cagione del suo perpetuo rivolgersi intorno al proprio asse, fuggendo dal centro le parti dintorno all'equatore, e però spingendosi verso il centro quelle dintorno ai poli, è cangiata di figura e continuamente cangiasi, divenendo intorno all'equatore ogni dì più ricolma, e per lo contrario intorno ai poli sempre più deprimendosi. Or dunque da ciò debbe avvenire che in capo di certo tempo, la quantità del quale, avvengaché sia misurabile in sé, non può essere conosciuta dagli uomini, la terra si appiani di qua e di là dall'equatore per modo, che perduta al tutto la figura globosa, si riduca in forma di una tavola sottile ritonda.
Per Leopardi la Terra si appiattirà

22 novembre 2012

Colloquio di lavoro


"Che cosa sai fare?"
"So uccidere".
Non capì, per un momento pensò ad una battuta spiritosa, così per vincere la tensione, ma l’espressione del potenziale omicida era seria, estremamente fissa su di lui. No, non era una battuta. E lui che stava per abbozzare un sorriso, si ritrovò a dover rimediare a quel ghigno con un: che intende dire, scusi?
"Intendo dire che so uccidere e mi propongo per questo; forse nella vostra azienda non avete bisogno di un killer, uno scagnozzo o un normale e qualificato omicida ?"
"Queste sono domande a cui non si può rispondere così su due piedi". Era evidente che stava cercando il modo di rispondere qualcosa, le domande dirette le aveva sempre poste lui durante i colloqui di assunzione, ma rispondere a domande dirette non era altrettanto facile.
"Quindi …lei vuole fare il killer ?"
"Sempre che ce ne sia bisogno, s’intende."
"E lo chiede …cooosì ?"
"Sì lo so che i killer si assoldano attraverso trattative private e tramite persone fidate, magari politici, ma io sono molto fidato e una persona di grande fiducia, per questo credo che il killer e anche la spia siano le professioni più adatte alla mia personalità, ne sono convinto."
"E che studi ha fatto?"
"Il classico, lettere, un corso di perfezionamento in giornalismo e un corso di tiro a segno. Quest’ultimo è quello che più mi ha affascinato, per questo voglio dedicargli la mia vita e, scusi il cinismo, quella degli altri."
"Il cinismo...fosse solo questione di cinismo...assoldare così...io non credo si possa."
"Quindi non esclude che nella vostra azienda ci sia bisogno di una figura professionale come la mia?"
"Non mi faccia dire cose che non ho mai detto...la prego. È sicuro che non la mandi qualcuno?"
"Pensi che buffo se fossi un killer già assunto da qualcun altro e fossi qui per svolgere il mio compito."
"Mi sta minacciando?"
"No, le minacce le fa un’altra figura professionale, io arrivo dopo."

19 novembre 2012

Premio UNIA

Ringrazio Romina Tamerici che mi ha nominato tra i 7 vincitori del premio UNIA.
Il premio UNIA comporta 7 domande legate al mondo della lettura e dall’assegnazione del premio ad altri 7 blog.
1. Qual è il primo libro che hai letto in assoluto? 
A 12 anni, di nascosto perché pensavo fosse un libro da “grandi”, Tre Croci di Federigo Tozzi
2. Hai mai fatto un sogno ispirato a un libro che hai letto? Se sì, racconta.
No, in realtà non mi ricordo. Ho sognato spesso i cartoni animati.
3. Qual è la prima cosa che ti colpisce in un libro? La copertina, la trama o il titolo?
Il titolo. Di solito quelli con una sola parola. Non mi piacciono quelli con parole “antipatiche” e “ruffiane” tipo: cuore, segreto, mistero, anima
4. Ti è mai capitato di piangere per la morte di un personaggio?
La fine della protagonista (che nella vita non era mai stata protagonista) de L’eleganza del riccio è terribile.
5. Qual è il tuo genere preferito? 
Per esempio, Pessoa, Il libro dell’inquietudine, il tipo diario intimistico che poi è un diario dell’umanità quindi sfocia nel sociale e nello psicologico e anche nel poetico e nell’esistenziale e decadente e volendo anche nella pittura di Van Gogh! 
6. Hai mai incontrato uno scrittore? 
Sì, Aldo Busi, quel giorno avevo la revisione della tesi da parte del contro-relatore, m’inventai una scusa (aspettavo il tecnico per la lavatrice che mi aveva inondato la casa, mica vero!) e andai da Busi. Il giorno della discussione della tesi fu una noia mortale, il tempo con Busi fu indimenticabile. 
7. Posta un'immagine che rappresenta cosa significa per te la lettura.
Eccola!

I miei 7 blog nominati:
mammamimmononsolo (Due anime, un cuore, una provetta e una cicogna tecnica, ma molto tecnica.)
artekreativa (Arte contemporanea, scrittura, teatro, narrazione, video art)
Arcobalandia (Un po' di sogno, un po' di pioggia, un po' di me...)
La fata centenaria (roberta borsani poesia, mitologia, vita dello spirito)
mariamanzari.blogspot.it (Versi del cuore)
silviart.altervista.org  (L'arte come terapia)
La capanna in paradiso (archetipi, simboli, segni, iconografie, tipologie, metafore, allegorie, iconologie, nel campo dell'architettura e delle arti)

17 novembre 2012

Una Capelvenere

Questa è la mia Capelvenere nel mio bagno.

Comprare una pianta, a volte equivale a comprare un libro. Un libro che spazia dalla mitologia alla letteratura alla storia e alla medicina. Foglie che come fogli raccontano. Oggi ho comprato una piccola Capelvenere (appartiene alle felci) era tanto tempo che la cercavo ma nei negozi è difficile trovarla perché troppo delicata (vuole la penombra, l’umidità molto elevata e odia le correnti d’aria, insomma mi somiglia). Le sue foglie, sottilissime, soffrono con troppa luce e ingialliscono o impallidiscono mentre nella penombra diventano di un bel verde scuro.
Cesare Pavese ricorda spesso nei suoi libri il Capelvenere perché è molto diffusa nelle grotte delle Langhe. Invece Gabriele d’Annunzio la nomina quattro volte nella poesia Il Fanciullo.

15 novembre 2012

Amare Filosofando di Rita Gherghi


"In questo sito trovate tutto ciò che riguarda la Filosofia, non certo come scienza astratta (cosa che per altro non è mai stata, diversamente da quello che molti erroneamente pensano), ma come scienza pratica e di vita, collegata ai vissuti e alla realtà quotidiana, con tutti i problemi che quest’ultima porta con sé. E’ questo un concetto che oggi l’uomo, ovvero ogni individuo deve riscoprire se vuole gestire in modo più consono ed umano la propria vita. Concetto sostenuto non dai  soli filosofi, ma oggi portato avanti anche da numerosi uomini di scienza. Scienza e Filosofia non sono più su due piani opposti, ma marciano in parallelo al comune scopo della crescita umana."

Quella che avete appena letto è l’introduzione del sito www.r-ipazia.it di Rita Gherghi (docente di Filosofia, counselor relazionale e consulente filosofico) ve lo segnalo, non solo perché Rita è una mia amica, ma anche perché leggendo il sito ho trovato un linguaggio raramente così chiaro nell’esporre temi legati alla psicologia e alla filosofia. Nel sito anche alcune sue poesie:
Cerco
Cerco in un deserto
un sorso d’acqua,
ma trovo intorno
solo sabbia,
cespugli secchi e inariditi
che un vento caldo,
… afoso …
si diverte a torturare.

Cerco una rosa rossa,
fresca di gocce di rugiada.
Ma qui …
Le rose sono solo pietra,
fredda e dura, lavorata dal vento
caldo e afoso del deserto.

Il deserto della mia vita:
assetato d’acqua,
spoglio di rose rosse,
fresche di gocce di rugiada.
Il giardino che tu cerchi
vive da sempre
della linfa di parole
che tu stesso vai scrivendo.
(Rita Gherghi)

Rita ha curato anche la versione in prosa della Divina Commedia di Demetrio Bianchi, non come atto sacrilego contro Dante - come afferma nella prefazione - ma per preparare, con un maggior bagaglio di informazioni, chi vuole avvicinarsi alla lettura della versione originale della Commedia.
di Rita Gherghi, Fiaba, mito e filosofia su Fiabe in analisi

13 novembre 2012

La mia colonna sonora

Un trapianto di cervello è il tema dello sceneggiato RAI, Gamma, del 1975: un pilota dopo un incidente stradale subisce un trapianto di cervello e il suo futuro comportamento cambierà. Bellissima la colonna sonora di Enrico Simonetti, composta tra anni prima della sua morte.Mi ricordo che questo sceneggiato mi colpì tantissimo, la musica ho continuato a canticchiarla per anni, anche se per un certo periodo non ricordavo che fosse la colonna sonora di Gamma; la trama ricordo che mi affascinava come da sempre mi affascina qualcosa che mette angoscia; avevo 8 anni forse non era un tema adatto ad un pubblico così giovane!


La coppia Raimondo Vianello e Sandra Mondaini propose questa parodia, Trapianto di cervello, sempre nel 1975.

11 novembre 2012

Gingko biloba di Goethe



Un tempo, immense foreste di Ginkgo coprivano i territori abitati da dinosauri e altri animali preistorici, poi tutto scomparve. Tutto, tranne il Gingko Biloba; fu ritenuto scomparso e lo si poteva osservare soltanto attraverso i molti fossili rimasti ma, nel 1754, furono scoperte in Cina delle piante di Ginkgo biloba  sopravvissute a tutte le ere geologiche. Da allora venne ritenuto e denominato “fossile vivente”. Molti orti botanici richiesero uno di questi esemplari, in Italia fu l’orto botanico di Padova ad acquistarne uno che è tuttora in vita. Sarà per questo suo lungo passato, quasi eterno, che a questa pianta vengono attribuite tante qualità, poteri e segreti? Ha vissuto con i dinosauri, ne ha vista la loro scomparsa, e poi incendi, glaciazioni, inondazioni, non ultimo l’inquinamento e il peggiorare della situazione ambientale. Una pianta ricca di vita interiore, si potrebbe pensare. Forse un vecchio saggio, uno sciamano potrebbe essere la sua controparte umana, ma no, troppo poco. Forse è più simile alle piramidi egizie con il loro mistero.
Il nome di Gingko si deve ad Engelbert Kaempfer, un chirurgo tedesco al servizio della botanica, fu il primo occidentale a vedere, tre secoli fa, in Giappone questa pianta così speciale. Il nome "ginkgo" pare derivi dalla parola cinese che significa “piedi di papera”, con riferimento alla forma delle foglie. Linneo, per le caratteristiche della foglia, completò poi con “biloba” ossia “con due lobi”.
Gingko biloba nel Tempio di Zempuku-ji
Oggi non si trova più allo stato spontaneo ma in orti botanici, nei giardini dei templi religiosi della Cina e del Giappone, l’albero più grande e forse il più vecchio si trova appunto in Giappone, nel giardino del tempio buddista di Zempukuji; la circonferenza del tronco è di 9 metri per 20 di altezza, un cartello afferma che risale al 1232. 
Il Tempio di Hosen-ji in Giappone
Nel tempio Hosen-ji, vicino l'osservatorio, un Ginkgo Biloba è sopravvissuto all'esplosione di Hiroshima riprendendo a germogliare con vigore. Il tempio fu distrutto, poi ricostruito con lo scalone di accesso diviso in due per consentire alla Ginkgo Biloba di crescere. 

Gingko Biloba
La foglia di quest'albero dall'oriente 

affidato al mio giardino,
sensi segreti fa gustare
al sapiente, e lo conforta.
E' forse una creatura vivente
che si è divisa?
son due che hanno deciso
di manifestarsi in uno?
Per dare alla domanda una risposta,
il senso giusto trovo:
non senti, nei miei canti,
che sono uno e insieme sono doppio?

(Goethe)

Goethe scrisse questa poesia per Marianne von Willemer, la scrisse su un foglio di carta dove incollò due foglie di gingko biloba incrociate. Era il 1815 questo “fossile vivente” affascinava per la sua forma, scissa ma unica, esistente in natura, concetto cardine negli interessi naturalistici, botanici ed esistenziali del poeta. Il bilobato Ginko rivela una divisione o ha scelto di apparire duplice? Una domanda questa che il poeta può rivolgere anche a se stesso, perché egli è come la foglia del Ginko, è uno e doppio.

9 novembre 2012

Indifferenza


L'indifferenza della gente, tangibile; assenti i loro saluti, a volte solo un rumore da infarto attesta la loro presenza, tanto da rimpiangere la vita in manicomio.
Sono una donna anziana, di 76 anni, malconcia, che ha subìto diversi interventi di cui l’ultimo all’anca e quindi faccio fatica a muovermi. Mi piacerebbe uscire, scendere le scale (non ho l’ascensore) e fare una passeggiata per le vie della città, bere un caffè al bar, sorretta dal mio bastone. Ma ho paura. Paura del mondo attorno perché è così spaventosamente cambiato. Io sono stata in manicomio per tanti anni, ma dopo la legge Basaglia (legge 180 che ha fatto chiudere i manicomi) i matti sono in giro e hanno ragione di essere matti: c’è troppo odio in questa società. Un odio che ha devastato l’Italia e che rende le persone ignoranti, aride e cattive. Non c’è più amore per nessuno.
Alda Merini (21 marzo 1931- 1° novembre 2009)
E per assurdo affermo che mi sentivo più sicura in manicomio, anche se so che con questa mia affermazione urterò la sensibilità di molti: io vorrei che riaprissero i manicomi. Dico di più, vorrei ritornarci. Tra le mie quattro mura non mi sento sicura, ho dei vicini terribili, persone inqualificabili. Mi disturbano con il silenzio, se facessero rumore mi farebbe piacere, vorrei sentire le grida dei loro bambini, invece niente, silenzio tombale che mi porta a domandare “sarà in casa?”. Poi improvvisamente questo silenzio viene rotto da un rumore violento che ti fa sobbalzare perché non te l’aspettavi e se sei fragile di cuore può anche farti male. È una tortura morale. Madre Teresa di Calcutta diceva che c’è qualcosa di più grave dell’omicidio colposo: l’indifferenza, che può arrivare a uccidere un uomo. Ecco, i miei vicini mi trattano con indifferenza. Non parlano, non si rivelano, fanno comunella tra loro, continuano a vedermi come la donna che è stata in manicomio, una sorta di stigma impresso addosso, che mina la mia identità personale, per loro io sono ancora matta, E anche mia figlia lo è, per il solo fatto di essere nata da me. Ma i veri disturbati di mente sono loro. La gente odia la malattia mentale perché ha paura di essere uguale al malato di mente, molti non lo sanno che sono già uguali ai pazzi. E così li emarginano credendosi sani. I miei vicini di casa ricostruiscono la mia pazzia. Sparlano alle mie spalle perché la mia casa è disordinata, per loro vivo nella sporcizia, loro invece hanno case asettiche, perfette e impersonali ma non si rendono conto che vivono nella sporcizia morale. Il fatto che non mi rivolgano la parola è drammatico.(Alda Merini, testimonianza pubblicata su D - la Repubblica delle Donne, 2007)
Un mio racconto: Il manicomio ha chiuso 

8 novembre 2012

And the winner is...io!

Ebbene sì, ho vinto la prima edizione del premio Aulonia, indetto da AlmaCattleya di Farfalle Eterne; a questo link trovate il risultato del concorso e il testo con cui ho partecipato. Per entrare, invece, direttamente nel mondo di Aulonia, il link è questo: http://aulonia.blogspot.it/

Una delle prime immagini di Aulonia


7 novembre 2012

Storia della donna, dalla preistoria ad oggi, in 25 righe!

E così, una mattina, le donne se ne andarono. 
Lasciarono le loro caverne con le ossa del pranzo della sera precedente e via, seguendo il tragitto mentale del loro sogno di libertà. Dove portava? Dove sarebbero arrivate? Non è poi così importante sapere dove si arriverà – pensavano – piuttosto, il vero viaggio di libertà è capire quale strada stiamo percorrendo. Ecco! la libertà è capire. Ma capire, a volte incatena. Che strano, una stessa Madre che dà origine a due opposti: la libertà e la prigionia. Così cammina, cammina, avendo come bussola la loro mente, attraversarono regni, incontrarono ragni e affrontarono rogne, cambiando spesso d’abito e aggiornando il sorriso; dopo qualche millennio arrivarono al 2012, l’ultimo anno secondo il calendario Maya, ma nemmeno il millenium bug, tra la notte del 1999 e il 2000 si era avverato, quindi cosa ne possono sapere i Maya? 
Le donne che hanno abbandonato la caverna però, chissà perché, credono più ai Maya che alle ipotesi catastrofiche degli informatici che hanno abbandonato la bussola. Si noti, e si tenga a mente, che le donne quando parlano dei Maya, parlano al presente; sarà per quella caverna abbandonata in fretta una mattina all’alba, dopo che la tribù degli uomini era sparita tra le piante a seguire le tracce del dinosauro; lo cercarono a lungo, lo trovarono degli operai nel 1800 circa, vicino Maastricht, dove nel 1992 fu firmato il trattato che univa gran parte delle caverne di quelle terre; un grande condominio, un enorme quartiere, premiato nel 2012 con il Nobel per la pace. Pace e Libertà, Libertà e Pace e con tutta questa libertà a disposizione le donne non sapevano più da cosa fuggire, la possibilità di fuga, di ricerca era stata soppressa. E quando volevano fuggire, capitava che venissero ritrovate riverse a terra con 30-40 o più coltellate, erano le ferite destinate al dinosauro che la tribù degli uomini non aveva catturato; l’uomo non tollera di non catturare, l’uomo è cacciatore.

4 novembre 2012

Un assaggio di Aldo Busi!


Sì lo so, ho letto in qua e là che ad alcuni di voi non piace Aldo Busi, io invece per Busi stravedo; lo leggo da circa 25 anni, nei primi libri sottolineavo ciò che condividevo (ah, la presunzione di riconoscersi!) o che mi piaceva come era stata espressa, poi ho smesso perché avrei dovuto sottolineare quasi tutto. E poi non si può sottolineare il ritmo di romanzi come Vita standard di un venditore provvisorio di collant (libro che vi consiglio se non conoscete Busi). Ho ripreso alcuni libri di Busi e l’ho sfogliati alla ricerca delle frasi sottolineate, eccole qua:
  1. “Nei fiordi lontani è rimasta la musica spettrale che incanta gli abeti e le balene bianche e la testa affiorata sull’acqua chiude negli occhi la malinconia dei ghiacciai che non hanno mai incontrato una corrente d’acqua calda. Di notte esco e metto nel mio flauto tutto il pianto che i giorni hanno imprigionato. Tasto cortecce incise di cuori trafitti per ritrovare il cammino che porta alla tana dell’orso bianco…” (Seminario sulla Gioventù, Aldo Busi, Oscar Mondadori)
  2. L’infanzia dello scrittore. “Gli altri bambini non pensano così, te ne accorgi subito: non sono scrittori. E pensi anche due cose immediate: che peccato, non sarò mai come loro, chissà che leggerezza la vita; la seconda: che peccato per loro, non saranno mai come me, che peso la vita.” (Sodomie in corpo 11, Oscar Mondadori, pag.144).
  3. “So da sempre che uno scrittore vero è un uomo senza qualità. La forza di un faro in un porto sta nell’avere un raggio solo; se pensa di essere un luna-park viene meno alla sua funzione. Il raggio è spesso grezzo, monomaniacale, ma indaga, scandaglia nelle bufere e indica con la forza immane dell’inerzia e della perseveranza.” (Sodomie in corpo 11, Oscar Mondadori, pag.187)
  4. “E’ vero, nessuna parola ci salverà, ma se ce n’è una degna di poterlo fare, è quella di un idiota che non promette miracoli e, pertanto, non verrà mai creduto. Questa parola è la proprietà prima e ultima dello Scrittore, l’idiota per eccellenza, il poeta della stupidità umana, la propria inclusa.” (Nudo di Madre. Manuale del Perfetto Scrittore, Bompiani, pag.69) 
  5. “Quando tu cresci e gli altri no, chi è costretto alla più totale immobilità sei tu, non loro” (Nudo di Madre. Manuale del Perfetto Scrittore, Bompiani, pag.82)
Il nuovo romanzo di Aldo Busi, El especialista de Barcelona,
in uscita il 13 novembre per Dalai editore.
L’immagine è una riproduzione (ritoccata) del Capricho 51 di Goya.
Fonte: www.altriabusi.it