15 novembre 2015

La Crocifissione bianca, Marc Chagall

“Non hanno mai capito chi era veramente questo Gesù. 
Uno dei nostri rabbini più amorevole che soccorreva sempre i bisognosi e i perseguitati. 
Gli hanno attribuito troppe insegne da sovrano. 
È stato considerato un predicatore dalle regole forti. 
Per me è l’archetipo del martire ebreo di tutti i tempi”. 
(Marc Chagall)
Opera ambiziosa, ispirata alla persecuzione degli ebrei nell'Europa centrale e orientale, La Crocifissione bianca è un dipinto dal pittore ebreo di origine russa Marc Chagall dipinto nel 1938 e conservato presso The Art Institut di Chicago.


E’ al movimento drammatico della scena che viene dato spazio per raccontare le atrocità della violenza, della discriminazione delle idee, religioni e culture; poco spazio narrativo è lascito al sangue: solo un minimo accenno di sangue esce dai punti in cui i chiodi tengono Gesù alla croce; anche la corona di spine è assente, sostituita da un panno bianco; il sangue che esce dalla ferita sui piedi sembra ricollegarsi al colore delle luci della menorah. Il rosso, con il suo sfumarsi nelle tonalità dell’arancio, è nelle bandiere, nel fuoco che distrugge (quello che devasta la sinagoga) e quello che illumina (delle candele). In alto, una donna e due rabbini piangono disperatamente fluttuando nell’oscurità causata dal fumo dell’incendio e forse dalle loro lacrime; fluttuano come “canne al vento”.
Chagall riveste Gesù non con il tipico perizoma, ma con il tallit, lo scialle ebraico e dipingendolo con il bianco più puro, forse la stessa tonalità di bianco che utilizza per l’aura della luce della menorah, della scala e per le facciate delle case devastate dai pogrom (distruzione dei villaggi ebrei dell’Europa centro-orientale).
Il bianco domina, sfumature di bianco che arrivano al grigio, al colore plumbeo, al colore simile a quello della neve calpestata e che, sotto il calpestio, diventa sporca, grigia, può essere simbolo del candore profanato.
In basso, a sinistra, un rotolo della Torah che, bruciando, lascia una scia di fumo dalla quale nasce una scala appoggiata alla croce e al fascio di luce che a questa fa da sfondo. Forse è la scala della salvezza. La scala fa da unione, da ponte, tra due dimensioni: terrena e spirituale; dell’Uomo devastato e devastatore e dell’Uomo salvato. Il ponte unisce “il cielo e la terra, che erano uniti in principio […] il ponte equivale esattamente al pilastro assiale che lega il cielo e la terra pur mantenendoli separati; e proprio in virtù di questo significato esso deve essere concepito essenzialmente come verticale…” (da Simboli della Scienza sacra, René Guénon, ed Gli Adelphi). Ecco che la scala diventa “ponte verticale” di congiungimento.
Anche la stessa croce collega terra e cielo, la crocifissione come condanna, obbliga la vittima a stare in posizione eretta, ma forse è così che bisogna stare di fronte alle atrocità, alle accuse.
Chagall esprime così la miseria del suo tempo. Del nostro tempo.


1 novembre 2015

E' il momento. Dall'Antologia di Spoon River

(Dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters)

Il Cimitero di Spoon River, foto di William Willinghton
tratta dal libro  Spoon River, Ciao (2006)
E’ il momento di parlare a se stessi, più che agli altri; confessarsi le proprie paure, conservate dentro e non confessate durante la vita, segretezza che la morte fa apparire inutile. L’incapacità di vivere, di assecondare i propri desideri che “come una barca che anela al mare, ma ne ha paura” è il sunto della vita di George Gray, dominata dal senso dell’inquietudine.

GEORGE GRAY
Molte volte ho studiato la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate,
in un porto.
In realtà non rappresenta la mia destinazione
ma la mia vita.
Perchè l'amore mi si offrì,
ma mi ritrassi per non illudermi;
il dolore bussò alla mia porta, e ne ebbi paura;
l'ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
Adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
ovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre alla follìa
ma una vita senza senso è la tortura
dell'inquietudine e del vano desiderio
- è una barca che anela al mare, ma ne ha paura


E’ il momento di parlare agli altri, suggerire una nuova lettura della vita, da parte di chi come Dippold l’ottico, ha aiutato con il suo lavoro molti occhi a leggere, a vedere, e ora lo fa simbolicamente: vedere il mondo come un giocattolo, attraverso nuovi occhi e tanta infinita luce.  

DIPPOLD L'OTTICO
Che cosa vedete adesso?
Globi di rosso, giallo, porpora.
Un momento! E adesso?
Mio padre e mia madre e le mie sorelle.
Bene! E ora?
Cavalieri in armi, donne bellissime, visi delicati.
Provate questa.
Un campo di grano - una città.
Molto bene! E ora?
Una giovane donna e angeli chini su di lei.
Una lente più forte! E ora?
Molte donne dagli occhi luminosi e le labbra socchiuse.
Provate questa.
Un bicchiere su un tavolo, nient'altro.
Ah, capisco! Provate questa lente!
Solo uno spazio aperto - non vedo niente di particolare.
Bene, e ora!
Pini, un lago, un cielo d'estate.
Va meglio. E adesso?
Un libro.
Leggetemi una pagina.
Non posso. I miei occhi sono attratti oltre la pagina.
Provate questa lente.
Abissi d'aria.
Magnifico! E ora?
Luce, soltanto luce, che trasforma tutto il mondo sottostante
in giocattolo.
Benissimo, faremo gli occhiali così.


E’ il momento di parlare a qualcuno in particolare che non ha capito in vita e forse nemmeno in morte capirà, ma la lapide è stata comunque incisa da Harlan Sewall. Il pudore del male del proprio animo, un altro segreto, forse il più inconfessabile tra i dolori. 


HARLAN SEWALL
Tu non hai mai compreso, o sconosciuto,
perché ripagassi
la tua devota amicizia e le squisite attenzioni
prima con più rari ringraziamenti,
poi sfuggendo sempre più la tua presenza,
per non essere costretto a ringraziarti,
e infine col silenzio che seguì
alla nostra separazione finale.
Tu avevi curato la mia anima malata. Ma per curarla
avevi visto il mio male, conosciuto il mio segreto,
ecco perché ti fuggivo.
Infatti quando il corpo risorge dal dolore
non si cesserebbe mai di baciare la mano sollecita
che ci ha dato l'assenzio, pur rabbrividendo
al pensiero dell'assenzio,
ma la cura di un'anima è altra cosa,
perché allora vorremmo cancellare dal ricordo
le parole sommesse, gli sguardi indiscreti,
e restare per sempre dimentichi,
non tanto del dolore,
quanto della mano che l'ha sanato.

21 settembre 2015

Recensione a "Volevo solo essere adorata"

Un ringraziamento a Domizia Moramarco per questa sua recensione su Letteratura al Femminile


...“Volevo solo essere adorata” è un libro che tratta di laceranti dicotomie che tante volte sconvolgono e immobilizzano, come quella fra intelligenza e passione. La prima limita perché viviseziona quanto coglie, la passione invece costruisce, è il moto dell’anima che impara ad esprimere se stessa.
Emilia, interrogandosi incessantemente, nella sua spasmodica esigenza di definizioni e spiegazioni, svela l’ambìto tentativo di imparare a stare in equilibrio sul filo della vita, quel filo che tante volte i bambini, tenendo stretto fra le mani un palloncino, per sfida provano a lasciare andare, con l’intento di riafferrarlo subito dopo. E dove vanno a finire allora i palloncini? Arriva un momento nella vita in cui si deve allentare la presa e guardare il palloncino intraprendere il suo viaggio verso l’ignoto. Non è il cielo blu, immenso, che deve far paura, ma quella voglia di tenere a bada ciò che può andare da sé, come un uccello libero di volare, come una vita libera di decidere anche il suo triste epilogo..." continua su Letteratura al Femminile 

10 agosto 2015

Suggestiva, tragica, magica notte

E’ proprio nello spazio e nel tempo della notte che ha origine il più grande capolavoro incompiuto mai realizzato…



D’altronde religioni e miti cosmici ci dicono che sì, in principio era il Logos, ma “prima del principio” erano le tenebre e, questa notte, è spesso la madre generatrice di tutti i principi cosmici. Nella mitologia scandinava, Nótt - divinità che personifica la notte - si sposò tre volte: con Naglfari che significa "oscurante" ebbe come figlio Audr, cioè "spazio"; con Annarr (che significa "secondo") ebbe come figlia Jördr cioè "la terra"; infine con Dellingr, ossia "giorno di primavera", generò Dagr , "il giorno" che era luminoso e bello come il padre; quindi dalla notte ebbe origine il giorno.


Nella Teogonia di Esiodo: 
All’inizio, per primo, fu il Caos; in seguito, quindi, vi furono la Terra dal largo petto, dimora sicura per sempre di tutti gli immortali che abitano le cime del nevoso Olimpo, ed il Tartaro tenebroso nelle profondità della terra dalle larghe vie; quindi venne Eros, il più bello fra gli Dei immortali, colui che scioglie le membra, e che doma nel petto di tutti gli Dei e di tutti gli uomini, l’animo e i saggi consigli. Dal caos nacquero l’Erebo e la nera Notte; dalla Notte quindi nacquero l’Etere e il Giorno, che ella partorì dopo averli concepiti unita in amore con l’Erebo.
Sempre secondo Esiodo, Notte (Nyx) era la personificazione della notte terrestre, in contrapposizione al fratello Erebo, che rappresentava la notte del mondo infernale. Ma è forse nell’inno Alla Notte degli Inni Orfici - e che nel proemio viene definita come “antichissima” - che troviamo le qualità e le credenze legate alla notte che ancora oggi le sono attribuite.

ALLA NOTTE

Celebrerò la Notte madre degli dei e degli uomini,
la Notte, origine di tutto, che diremo anche Cipris.
Ascolta, o dea beata, che nell'ombre risplendi con scintillio di stelle
e della quiete ti compiaci e dei placidi sonni profondi,
o gioioso piacere, o madre dei sogni, che di vegliar ti diletti,
tu fai cessare gli affanni e porti la dolce fine dei mali,
tu doni il sonno, o amica di tutti, che nella notte conduci i tuoi brillanti cavalli;
o incompiuta, che sei terrena e pur anche celeste
e danzando di nuovo ritorni alle tue aeree sedi,
tu mandi sotterra la luce e riprendi a fuggire
nell'Ade, ché la terribile Necessità tutto governa.
Ora, o Notte beata e felice, da tutti bramata, o generosa
che delle nostre preghiere il suono supplice ascolti, 
benevola vieni e i notturni terrori allontana.

Giuseppe Bonito, Allegoria della Notte -
Caserta Palazzo Reale
Origine di tutto, benevola, gioioso piacere che accoglie tra le sue braccia a conforto degli affanni, come una donna, una madre o un’amante. La madre rappresentata nell'Allegoria della notte, dove la Notte invita al silenzio, a volare via in altre dimensioni con le sue grandi ali; con il capo cinto di papaveri soporiferi, fiori cari a Morfeo.

Caravaggio, Conversione di San Paolo
(1601, Cappella Cerasi a Santa Maria del Popolo, Roma)
E nella notte, mentre tutto tace, c’è qualcosa che può sorprenderti perché la notte è la madre del mistero; sorpreso è il San Paolo in Caravaggio. Nella Conversione di San Paolo (1601, Cappella Cerasi a Santa Maria del Popolo, Roma), in una notte di profonda oscurità, in un cielo privo di stelle, il San Paolo caduto viene illuminato da un’esplosione di luce divina, che illumina e invade il suo corpo e lo spazio circostante; la luce divina in contrapposizione alle tenebre del male.
Quella luce divina che sembra sia stata sconfitta dalle tenebre del male nella Pietà di S. del Piombo (1516, Musei Civici Viterbo). Qui non c’è il sole, non ci sono stelle, ma due madri a vegliare il corpo del Cristo: Maria e la Luna. All’orizzonte si intravedono luci infuocate, in contrasto con la luce pallida della luna, e sono proprio le luci infuocate che sembra diano colore al corpo di Gesù; il volto e le vesti di Maria sono invece illuminate dal candore della Luna come se essa non fosse violata dalla ferocia della vita terrena.
 a sinistra: S. del Piombo, Pietà (1516, Musei Civici Viterbo)
a destra: Domenico Corvi, Morte di Seneca, 1970
( Fondazione Roma, Roma)

La stessa luna è presente nel quadro Morte di Seneca; le morti di due uomini "illuminanti" con le loro idee, Maestri alla guida di discepoli ed allievi sembra non possano lasciare i posteri il buio totale, e così, la luna sembra sottolineare proprio ciò: che per quanto si possano uccidere i portatori di idee, queste non potranno essere mai oscurate del tutto.

Altro post: Lotta tra Luci ed Ombre: l'eclissi nell'uomo ed un mio breve racconto Mistero nella Notte

18 luglio 2015

"Volevo solo essere adorata" ... e la contentezza del fondale marino

Il palloncino rosso, co-protagonista di Volevo solo essere adorata, continua il suo viaggio...non proprio al mare, troppo prevedibile, ma giù nel fondale...


La pagina su Youcanprint dove si può acquistare l'ebook (€ 2,99)

14 luglio 2015

Ventagli da conquista: in amore come in guerra!

“Potete osservare che in tutte le assemblee pubbliche gli uomini e le donne sembrano separarsi 
per poi colpirsi l'un l'altro con occhiate: questo è il momento in cui il ventaglio, 
che è l'armatura delle donne, viene usato per lo più in difesa di se stesse, 
poiché la nostra mente è costruita dall'ondeggiare di questo piccolo strumento, 
e i nostri pensieri appaiono calmi o agitati in accordo con il suo movimento.” 
Sir Richard Steele, nel “Tatler” del 4 Agosto 1709
Un vero e proprio sistema di simboli e ritualità, attraverso l'uso del ventaglio, permettevano un dialogo a distanza tra donna e uomo, la speranza era che la donna mostrasse il ventaglio appoggiato vicino al cuore, intendendo dire: "Hai vinto il mio amore." A questo, probabilmente, seguiva il ventaglio chiuso che toccava l'occhio destro, ossia "Quando posso vederti?" Arrivati a questo punto della conversazione mancava di stabilire l’ora dell'incontro e, così, mostrando il numero di stecche del ventaglio si rispondeva alla domanda: "A che ora?" 
Era anche probabile che dalla lieve brezza del ventaglio potesse arrivare una doccia fredda per l’spirante amato: se la dama lasciava cadere il ventaglio voleva dire "Saremo amici.", ma se si sventolava lentamente, allora: "Sono sposata."
Quando il ventaglio divenne un oggetto di più accessibile uso a gran parte delle donne, ma anche uomini, si trasformò in un diffuso mezzo pubblicitario; era di solito regalato dal commerciante, dall'industriale che vedeva aumentare la competizione (il boom del ventaglio pubblicitario si ha nel periodo tra il 1890 e il 1940). Era realizzato in materiale povero, come la carta o il legno. 
Questo utilizzo è talmente diffuso che persino la Maison Duvelleroy, la più celebre casa parigina di ventagli di lusso, non si sottrae dalla produzione di ventagli pubblicitari, come quelli realizzati per l’Hotel Savoy di Londra.
Non solo presente come accessorio di una dama o mezzo pubblicitario, il ventaglio è utilizzato per comunicare a distanza in guerra, in particolare nel Giappone feudale dove erano conosciuti i ventagli da combattimento. L’etichetta del tempo vietava di portare armi all’interno di abitazioni e castelli, per cui i Tessen (ventagli chiudibili e con stecche di ferro) venivano indossati dai samurai come parte dell’abbigliamento, come era usanza fare con i ventagli normali. Venivano portati sia infilati in cintura o tenuti in mano e potevano essere, al momento, utilizzati come arma di difesa.
Ventaglio distribuito in America nel 1929
Se ne riconoscono 3 tipi: uno fatto di nastri, uno in ferro e uno fatto di legno e carta. Il comandante sollevava o abbassava il ventaglio e lo puntava in varie direzioni per impartire i comandi ai soldati. 
Secondo la filosofia energetica della Medicina Tradizionale Cinese, il Ventaglio (SHAN) è riconducibile all’energia del Movimento Metallo (JIN) come pure la spada e la sciabola (DAO).
Entrambi sono armi con un “carattere” deciso e potente, ma rispetto alla Sciabola, il ventaglio è maggiormente equilibrato, con un forte aspetto femminile (YIN); per questo, la sua pratica può aiutare le donne nell’acquisire coraggio e determinazione. Per contro, può aiutare anche gli uomini ad acquisire grazia ed eleganza nei movimenti.
Come ogni pratica, le forme possono essere praticate con “diverse intenzioni”. Si può eseguire in maniera più lenta e dolce se si vuole compiere un lavoro più legato al movimento interno dell’energia e quindi più incentrato alla salute degli organi (Nei Gong)oppure in maniera più veloce e decisa se si vuole eseguire un lavoro più esterno (Wai Gong) più legato quindi all’aspetto marziale.
In Giappone sono noti come Uchiwa i cosiddetti ventagli rigidi, che malgrado la loro leggerezza e bellezza, in occidente sono stati soppiantati nell’uso quotidiano, da quelli pieghevoli, (sempre inventati in Giappone), per via delle loro dimensioni
ridotte. (Fonte: Racconti dal passato).