Prepariamoci all'atmosfera!


"Attorno al piano prima della cena", Hassam Childe, 1893
Immagine tratta dal blog Georgiana's Garden dove potete trovare un'accurata e interessante analisi del quadro (da leggere!)
The Dinner Party, 1911, il quadro più famoso del post-impressionista francese Jules-Alexandre Grün (25 maggio 1868 - 15 febbraio 1934)
Ballo al castello, Adolph Friedrich Erdmann von Menzel
Per il brindisi vi aspetto qui
Buon 2015!

Se nella calza troverete del carbone...

Non dispiacetevi se troverete del carbone nella calza della Befana, in fin dei conti quel legnetto annerito è, probabilmente, una piccola parte della Befana…o quel poco che rimane di lei…
L’origine della Befana è probabilmente legato alle antiche credenze pagane, collegata alla figura di Madre Natura e alla simbologia della morte e della rinascita. Per questo la Befana si presenta come una vecchia malconcia e coperta di stracci e un vecchio cappellaccio: lei sarebbe l’anno vecchio che se ne va per lasciare posto al nuovo. Per questo in diverse zone d’Italia, c’è l’usanza di bruciare un fantoccio raffigurante una donna anziana, per salutare simbolicamente l’anno passato. Di questo fantoccio bruciato rimangono cenere e carbone.
Per la sua rappresentazione della natura la Befana è portatrice di doni golosi e abbondanza (per chi li merita, in senso pagano per chi ha coltivano bene la propria terra) ma anche di aridità e sterilità – il carbone – per chi non si è impegnato a sufficienza.
Presso i Celti era usanza, nella notte tra l’ultimo e il primo dell’anno, di farsi dono di un pezzo di carbone, questo sarebbe legato all’energia racchiusa, in combustione, nel nucleo della Terra e pronta a dar vita a stagioni di semina e prosperità. 
Il carbone e, spesso anche la cenere, sono quindi in una interpretazione della chiesa viste come negative: il nero del carbone che annerisce l’animo umano come fa il peccato; la cenere è utilizzata nella liturgia del mercoledì delle ceneri, come simbolo di penitenza ed ammonizione, Cenere sei e cenere tornerai.
Questa foto d'epoca (Arch. Cons. Bon. 11 aprile 1934) ritrae 
una carbonaia ormai pronta per essere coperta di terra ed accesa. 
All'orizzonte si intravedono cumuli di legna in combustione: 
sono altre carbonaie, ma anche potassare. Queste ultime 
bruciavano frasche e legna minuta, inadatta a far carbone, 
ma buona per diventare cenere da cui, per lisciviazione, 
si ricavata potassa (idrossido di potassio) impiegata nella produzione 
del sapone. Il cardinale G, Antonelli nel 1860 emanò un regolamento 
molto preciso a cui dovevano attenersi tutti i "potassari".
Dal carbone deriva la scelta del nome Carboneria, secondo Costantini, infatti: “La Carboneria prese il nome dal "carbone" il quale purifica l’aria, e, quando arde nelle abitazioni, ne allontana le bestie feroci. "Pulire le bestie dai lupi" significava per i nostri carbonari liberare la patria da stranieri e da despoti.” Tuttavia, per P. Dolce il nome di Carbonari, era evidentemente connesso ai Charbonniers o ai Fendeurs francesi, dovuto "alla eventuale circostanza di essersi uniti i primi settari in un convento di frati detto di S. Carbone". Sebbene lo storico Giuseppe Ricciardi collochi le origini della Carboneria nel XI secolo. Lo storico scrive: "Credesi fondatore di essa un Teobaldo, detto poi Santo, e meritevole di essere esaltato, siccome quegli che moriva da martire. Nacque in Francia Teobaldo nel 1017 nella città di Provins. […] ma ciò che fa la Carboneria degna di nota, anzi di somma lode, fin dai suoi principi fu questo, che ad essere accolto nel di lei seno condizione primaria ed indispensabile era una vita incontaminata. I buoni cugini, come si chiamavano fin da allora i Carbonari, eran tenuti strettissimamente ad esercitare l’ospitabilità non solo verso i loro consettari, ma a pro di chiunque loro apparisse perseguitato dalla fortuna, col dargli oltre il letto il mangiare e il bere, cinque soldi ed un paio di scarpe. Ben presto le foreste della Germania, della Franca Contea, dell’Ardesia, del Giuria furono piene di Carbonari, denominati così dalla professione esercitata dal maggior numero de’ proseliti della setta, e le loro riunioni assunsero il nome di Vendite”. (fonte: www.carboneria.it)
Il carbonaio, se collochiamo l’origine della Carboneria nel XI secolo, sarebbe il ceto da cui era costituita la società segreta. Antico mestiere attivo in Italia, fino al secolo scorso; il carbonaio forniva alimento per dare energia attraverso il carbone vegetale che otteneva grazie alla sua carbonaia.
Altro antico mestiere, non del tutto scomparso, è quello dello spazzacamino che più che con il carbone ha a che fare con la fuliggine.

Cam caminì spazzacamin 

di Amurri - Peritas - Sherman,Ri - Sherman, Ro 

Cam caminì, cam caminì spazzacamin allegro e felice pensieri non ho;
cam caminì, cam caminì spazzacamin la sorte è con voi se la mano vi do:
chi un bacio mi dà felice sarà.
Tu penserai che lo spazzacamin si trovi nel mondo al più basso gradin;
io sto fra la cenere eppure non c'è nessuno quaggiù più felice di me
Cam caminì, cam caminì spazzacamin allegro e felice pensieri non ho;
cam caminì, cam caminì spazzacamin la sorte è con voi se la mano vi do:
Cam caminì, cam caminì spazzacamin
è allegro e felice pensieri non ha;
cam caminì, cam caminì spazzacamin
la sorte è con te se la mano ti dà.
Scelgo le spazzole proprio a puntin
con una la canna, con l'altra il camin.
Là dove il fumo si perde nel ciel
lo spazzacamino ha il suo mondo più bel;
tra la terra e le stelle di Londra nel cuor
rischiara la notte un vago chiaror.
Sopra i tetti di Londra, oh!, che splendor!
Cam caminì, cam caminì spazzacamin la mano puoi dar alla felicità;
è bello vivere sempre così e insieme cantar cam cam caminì,
cam caminì cam cam lo spazzacamin.

La fuliggine veniva usata in passato, anche in alcune applicazioni in medicina (come antiscrofoloso, contro la scabbia e simili) poiché, proveniente da combustione della legna, contiene piccole quantità di cresoli e fenoli; il carbone vegetale è, invece, usato per alleviare gonfiori intestinali, quindi, se troverete nella calza un po' di carbone, non amareggiatevi per la mancanza della fuliggine, ma pensate quanta tradizione, utilizzo e beneficio rappresenta questo pezzetto annerito!
Le origini della Befana...(post su Fiabe in Analisi)

Tempo di brindisi!

Ho battuto la fiacca quest'anno (ma solo sul blog, credetemi) e così mi sono dedicata ad un post augurale tutto per voi; un post che, come nello stile del blog, prova a ripercorre le origini del brindisi. E quindi, Prosit! Cin Cin...Tanti auguri a tutti voi!!

Leonardo Di Caprio ne Il Grande Gatsby (2013)
Il rito gestuale del brindisi, accompagnato da un “cin – cin” è un messaggio benevolo nei confronti della persona o della cosa a cui è rivolto, dal latino, per esempio, deriva il nostro e per lungo tempo utilizzato, Prosit!, dal verbo prodesse cioè “che sia di vantaggio”. Cin-cin sembra derivi dal cinese Ch'ing Ch'ing il cui significato letterale è "prego, prego", espressione che indica e sottolinea un'offerta.
Tuttavia, sembra che questa abitudine abbia un’origine (ma credo si tratti soprattutto di una deformazione) per scongiurare gli avvelenamenti: l'usanza di scambiare il proprio bicchiere con quello altrui costituiva un segno di reciproca fiducia, così prima di bere si toccava il proprio bicchiere con quello di un altro commensale, scambiandone anche parte del contenuto; di solito, durante i banchetti il padrone di casa, che offriva il vino, beveva per primo per dimostrare che il vino fosse buono e, di seguito, veniva imitato da tutti i commensali.
Altri ancora ritengono che il brindisi sia un'usanza ancora più antica e che derivi dalle libagioni celebrate in onore di Dionisio, dio del vino. 
La libagione è una cerimonia con cui, nell'antichità, si effettuava la dispersione rituale del vino, di una bevanda, o di un'essenza,  su oggetti adibiti d una funzione sacra, come, per esempio, un altare o un manufatto; questo come offerta alla divinità, ad altre entità non terrene o a defunti. 
Ma la libagione poteva rivolgersi anche verso il basso, versando la bevanda sul terreno o sul pavimento, quale offerta alla Terra stessa, ai defunti o alle divinità degli inferi. L’abitudine, ancora oggi presente, di gettare il bicchiere vuoto dopo aver brindato, sembra possa ricollegarsi alla libagione. Nelle Tavole eugubine troviamo descritta la pratica di frantumare i recipienti prima della loro deposizione rituale e sotterrarli in fosse “comuni”; questo gesto voleva, probabilmente, impedire che il calice o recipiente venisse usato una seconda volta, cancellando così la sacralità della prima libagione. Sono molti i siti archeologici in cui sono stati rinvenuti resti di vasellame frantumato a seguito di occasioni rituali come banchetti e libagioni. Un'interessante caratteristica, comune a queste deposizioni, è l'impossibilità di ricostruire integralmente la forma degli oggetti rinvenuti a causa della costante mancanza di alcuni frammenti, fatto che porta a presupporre la volontà di impedire la ricostruzione dell’oggetto sacro o comunque utilizzato in un’occasione rituale. 
"Dalla Grecia l'uso passò a Roma e con l'uso il nome. "Bere alla greca" (bibere graeco more) si disse appunto il fare dei brindisi (Cicerone, Verr., II,1, 66; Ps.-Ascon., Verr., p. 176, 16, ed. Baiter), e, da προπίνω, propinatio si chiamò il brindisi: propino, anzi, fu la primitiva semplice formula con la quale si levava la coppa a brindare, corrispondente, a un dipresso, alla nostra "alla salute". Che della salute dei commensali si preoccupassero soprattutto i Romani lo mostrano formule come queste: bene vos, bene nos, bene te, bene me (Plauto, Stichus, 709) che vale evidentemente: precor vos bene valere, ece. Più esplicita in questo senso l'altra formula (Plauto, ibid.): propino tibi salutem plenis faucibus. La grande quantità di testimonianze di autori latini sul brindisi ci permette di riconoscere qualche uso particolare a esso riferentesi. I Romani, p. es., erano soliti bere tanti ciati (misura corrispondente presso a poco a 5 centilitri) quante erano le lettere del nome della persona che si voleva onorare. [...]
Un'altra usanza specialmente praticata nei brindisi al gentil sesso (v. Ovidio, Ars amandi, I, 571-572) era quella, dopo aver bevuto, e prima di passare la coppa all'amica, d'intingere il dito nel vino e di scrivere col dito così bagnato il nome dell'amica sul tavolo.  (di Mario Niccoli tratto da Treccani.it)
Dal '500 in poi si diffuse, l’abitudine di comporre per il brindisi versi e componimenti, ovviamente anche Monsignor Della Casa, nel suo Galateo, XXIX non perde occasione per consigliare, anzi sconsigliare, questa abitudine: "Lo invitare a bere (la qual usanza, siccome non nostra, noi nominiamo con vocabolo forestiero, cioè far brindisi) è verso di sé biasimevole, e nelle nostre contrade non è ancor venuto in uso, sicché egli non si dee fare". 

Per Giuseppe Parini è una "consolazione" per il tempo che passa.

IL BRINDISI (dalle Odi di Giuseppe Parini)

Volano i giorni rapidi 
Del caro viver mio: 
E giunta in sul pendio 
Precipita l'età. 
Le belle oimè che al fingere 
Han lingua cosí presta 
Sol mi ripeton questa 
Ingrata verità. 

Con quelle occhiate mutole 
Con quel contegno avaro 
Mi dicono assai chiaro 
«Noi non siam piú per te». 
E fuggono e folleggiano 
Tra gioventú vivace; 
E rendonvi loquace 
L'occhio la mano e il piè

Che far? Degg'io di lagrime 
Bagnar per questo il ciglio? 
Ah no; miglior consiglio 
È di godere ancor 
Se già di mirti teneri 
Colsi mia parte in Gnido, 
Lasciamo che a quel lido 
Vada con altri Amor. 

Volgan le spalle candide 
Volgano a me le belle: 
Ogni piacer con elle 
Non se ne parte alfin. 
A Bacco, all'Amicizia 
Sacro i venturi giorni. 
Cadano i mirti; e s'orni 
D'ellera il misto crin. 

Che fai su questa cetera, 
Corda che amor sonasti? 
Male al tenor contrasti 
Del novo mio piacer. 
Or di cantar dilettami 
Tra' miei giocondi amici, 
Augúri a lor felici 
Versando dal bicchier

Fugge la instabil Venere 
Con la stagion de' fiori: 
Ma tu Lieo ristori 
Quando il dicembre uscí. 
Amor con l'età fervida 
Convien che si dilegue; 
Ma l'amistà ne segue 
Fino a l'estremo dí. 

Le belle, ch'or s'involano 
Schife da noi lontano,
Verranci allor pian piano 
Lor brindisi ad offrir. 
E noi compagni amabili 
Che far con esse allora? 
Seco un bicchiere ancora 
Bevere, e poi morir.

Celeberrimo è il brindisi del primo atto della Traviata di Giuseppe Verdi, conosciuto come Libiamo ne' lieti calici; intonato da Alfredo (tenore), Violetta (soprano) e dal coro dove sono presenti le seconde parti (Flora, Gastone, il Barone, il Dottore, il Marchese). I versi furono scritti da Francesco Maria Piave. 



[Alfredo]

Libiamo, libiamo ne'lieti calici
che la bellezza infiora.
E la fuggevol ora s'inebrii a voluttà
Libiam ne'dolci fremiti
che suscita l'amore,
poiché quell'ochio al core onnipotente va.
Libiamo, amore, amor fra i calici
più caldi baci avrà 

[Coro] Ah! Libiam, amor, fra' calici più caldi baci avrà 

[Violetta]

Tra voi tra voi saprò dividere
il tempo mio giocondo;
Tutto è follia, follia nel mondo
ciò che non è piacer
Godiam, fugace e rapido
e'il gaudio dell'amore,
e'un fior che nasce e muore,
ne più si può goder
Godiamo, c'invita, c'invita un fervido
accento lusinghier. 

[Coro]

Godiamo, la tazza, la tazza e il cantico,
la notte abbella e il riso;
in questo paradiso ne scopra il nuovo dì 

[Violetta] La vita è nel tripudio 

[Alfredo] Quando non s'ami ancora... 

[Violetta] Nol dite a chi l'ignora, 

[Alfredo] E'il mio destin così... 

[Tutti]

Godiamo, la tazza, la tazza e il cantico,
la notte abbella e il riso;
in questo paradiso ne scopra il nuovo dì. 

Il post si arricchisce del contributo di Ivano Landi che ci illustra l'origine del brindisi svedese accompagnato dal grido Skal:
Pare che l'usanza di brindare al grido di 'Skål' (pron. skool) derivi dai vichinghi. Una volta conquistato un villaggio o una contea, i famosi razziatori nordici avrebbero decapitato il re o il leader della comunità per poi bere dal suo teschio (skoll, skull). Era un modo di onorare il caduto, che in questo modo - purché avesse combattuto valorosamente - poteva accedere al Valhalla.
'Skål' sarebbe poi diventato, proprio a causa di questa usanza, un grido di battaglia che i vichinghi si scambiavano come augurio di vittoria, trasformandosi infine, una volta abbandonate le tradizioni guerresche, nell'attuale augurio di buona sorte usato nei brindisi.
Un'altra curiosità mi è arrivata da MikiMoz:
Ci si guarda negli occhi per la questione di fiducia che citi; se il bicchiere è di plastica ci si tocca con le dita e non plastica e plastica; in certi luoghi ci si tocca con i bicchieri e prima di bere si rende omaggio al tavolo o al bancone che ci ha serviti, "bussando" lì col bicchiere.
E il significato etimologico ci viene spiegato da; Cristina M. Cavaliere:
Brindisi deriverebbe dallo spagnolo brindis, mutuato dal tedesco bring dir’s, cioè “lo porto a te", intendendo il saluto, espressione trasmessa dai lanzichenecchi alle truppe spagnole del XVI secolo.


Tombola o Gioco dell'Oca? I giochi della Sorte...

I giochi da tavolo (o tavoliere) sono tra i più antichi, lanciare dadi, muovere pedine su un percorso o una scacchiera ha accomunato bambini e adulti di ogni epoca, dall’antichità ad oggi. Giochi che spesso, non erano riservati ai bambini, ma nati, appositamente per gli adulti.
I vari giochi da tavolo possono essere catalogati sulla base della finalità e delle modalità di svolgimento. Vi sono giochi strategici e di abilità, come gli scacchi; altri in cui abilità e fortuna determinano lo svolgimento e il risultato del gioco, come per il Backgammon; infine vi sono giochi che si configurano per il loro sfidare la sorte. Il gioco dell'oca e della tombola appartengono a quest'ultima categoria. La sorte che si svela con un numero estratto da un cestino per la tombola, o che rimane sospesa fino a quando i dadi non sentenziato il loro verdetto: “vai avanti di…3…6..11 ecc…” nel gioco dell’oca. Ad occhi bendati, come bendata è la sorte e la fortuna, si estraggono i numeri del lotto e in alcuni casi anche della tombola; con il fiato sospeso e lo sguardo fisso sui dadi che rotolano si spera di avanzare e raggiungere l’ultima casella: il giardino dell’Oca.
Il legame con la sorte è presente nella tombola, soprattutto se la colleghiamo alla Smorfia, tipica della città di Napoli, ed è il meccanismo che vede uno o più numeri legati – a volte in modo ironico o irriverente - ad un evento, spesso di un sogno, di un evento o di un fatto raccontato.
Le origini vere e proprie del gioco della tombola si perdono nella notte dei tempi, ma è la città partenopea che ne ha colto le vere origini, trasportandole nella realtà napoletana. La smorfia, infatti, ricorda le caratteristiche originarie della tombola, legata alla divinazione attraverso i numeri e alla kabala. La kabala, interpreta le parole, i segni e i numeri della Bibbia ritenendoli portatori di un significato mistico, il mondo stesso sarebbe un insieme di simboli. Come in molte lingue, anche nell'ebraico la numerazione era fatta con le lettere dell'alfabeto, così ogni lettera ha un corrispondente numerologico, in base a questo metodo molti messaggi e simboli sono stati decodificati all’interno della Bibbia; inoltre, poiché le forze extra umane manderebbero messaggi attraverso i sogni, il passaggio alla codificazione dei simboli onirici ed alla loro numerazione è piuttosto scontata. La tendenza a leggere simboli a cercare messaggi è talmente radicata nell’essere umano che anche segni esterni quali un tuono, un terremoto, un evento inaspettato sono considerati segni del destino, e tradotti in numeri, spesso per essere giocati. 
Xilografica policroma, 1640, Venezia, Carlo Coriolani
E’ la tavola più antica. Il centro ritrae una scena
di banchetto 
familiare dove l’oca compare
come piatto forte. Da questa 
tavola, si suppone
prenda il nome il Gioco dell’Oca.

(Civica Raccolta delle Stampe
A. Bertarelli, Milano)

Foto tratta da www.giocodelloca.it
Secondo la tradizione, la tombola sarebbe nata nel 1734 da una discussione tra il re di Napoli Carlo III di Borbone e il frate domenicano Gregorio Maria Rocco riguardo alla necessità da part
e della Chiesa di sospendere il gioco del lotto nel periodo delle festività natalizie. Ma, come dire… “fatta la legge trovato l’inganno” e così, sospeso il gioco del lotto pubblico, le famiglie si organizzarono inventandone una versione casalinga con cui divertirsi nelle festività.
Fu così che l’iniziativa popolare trasformò un gioco pubblico in un gioco familiare, che prese il nome di tombola dalla forma cilindrica del numero impresso nel legno e dal capitombolo che fa lo stesso numero nel cadere sul tavolo dal panariello, un cestino di vimini in cui si trovavano i 90 numeri. Possibile anche la derivazione del nome dalla forma a piramide (tumulo) del paniere.
L’origine della parola Smorfia, invece, sembra derivi da Morfeo, dio del sonno e della attività onirica; questa interpretazione sembrerebbe coerente con il legame tra l’antico sistema divinatorio e i simboli onirici da leggere attraverso i numeri del lotto o della tombola. La smorfia è anche ciò che si legge sul nostro volto, per esempio quando sbadigliamo (e, in fondo, con questo gesto “invochiamo” Morfeo) e, in effetti, con morfa o morfia si indicava la cavità orale, tendente a deformarsi.
E il gioco dell’oca?
La sua storia è la storia dell' archetipo di tutti i giochi di percorso che, nonostante molte varianti, rimane un percorso a spirale suddiviso in caselle (di solito 63). Nelle sua forma tradizionale, oltre a tredici caselle recanti il simbolo dell'oca, che raddoppiano il punteggio, vi sono figure simboliche collegate a premi e punizioni. 
Nasce, probabilmente, nella seconda metà del XVI secolo, sembra che Ferdinando De' Medici lo avesse donato al Re di Spagna. La versione regalata da Ferdinando aveva le caselle decorate con teschi, ponti, labirinti e un'oca. Il Re rimase entusiasta e ben presto il gioco prese piede a corte. Un secolo più tardi, in Inghilterra, fecero la loro comparsa i primi tabelloni stampati, e rapidamente il gioco si diffuse in tutta Europa. Una tradizione sostiene che il “gioco dell’Oca” sia stato inventato dai Templari nell’XI secolo, ispirandosi al cammino di Santiago. Il gioco aveva inizio a Logroño, e, proprio sul pavimento della piazza di questa città, dietro alla chiesa di san Giacomo, si trova un gigantesco Gioco dell’Oca, opera del XX secolo, che percorre il Cammino di Santiago attraverso la rappresentazione, nelle caselle significative, delle città e dei monumenti principali.
Secondo Fulcanelli, il Gioco dell’Oca è “un labirinto popolare dell’Arte sacra e una raccolta dei principali geroglifici della Grande Opera”. La sua struttura a spirale, conduce verso il raggiungimento del centro, nel “giardino dell’oca“, meta di un cammino sapienziale iniziatico; la stessa forma labirintica, è l'archetipo del percorso della vita, percorso caratterizzato da momenti di felicità e di dolore, rappresentati nel gioco dai premi e le punizioni, con passaggi rituali, pericoli, con mete transitorie e finali (la casella 58 che rappresenta la morte e che prevede o l’eliminazione dal gioco o il dover ricominciare dalla casella n°1) . Un percorso in cui il caso, il tiro con i dadi, è una sfida al destino. E il destino benevolo di questo gioco è giungere nella casella dell’Oca, ovvero
il “Giardino dell’Oca”, al quale si accede arrivando alla casella 63, la porta del “Giardino dell’ Oca”. Il “Giardino dell’Oca” non è né una casella né un passaggio: è il luogo dove ci si ferma e dove si sta, è la fine del percorso e l’inizio di chissà cosa, forse della saggezza? Forse della serenità dopo tanto girovagare? Se questa casella fosse numerata sarebbe il numero 64: il numero che per i discepoli di Pitagora rappresentava il duro cammino che dà accesso alla perfezione, numero composto da 6 e 4, la cui somma è 10, ossia la perfezione, l’Unità, il motore immobile.
Per la cultura classica l’oca e il cigno erano simbolicamente relazionati alla saggezza, all’iniziazione dei giovani. Già nel Mediovo l’oca è simbolo dell’aldilà e guida dei pellegrini. Le caselle con l’oca sono le uniche sulle quali non è possibile fermarsi ma danno una spinta verso la meta, come fossero oche del “Giardino” che vagano nella spirale, prendono il giocatore e lo attirano verso il luogo da cui provengono, hanno il compito di riportarlo all’origine. Il percorso a spirale si è concluso e il giocatore si è riunito a se stesso. L’Oca lo ha vinto!
Post su Fiabe in Analisi: L'oca nelle fiabe e Mamma l'Oca di Perrault