La ballata del vecchio marinaio, di S.Coleridge

Immagina di essere un invitato che sta andando ad un matrimonio e che lungo la strada ti imbatta in un vecchio marinaio che, con il suo sguardo da incantatore ti blocca lì con lui, e comincia a raccontarti la sua storia. Con il suo sguardo ha scelto te come ascoltatore, siete fatti l’uno per l’altro: lui “deve” raccontare e tu “non puoi” non farlo. Perché il vecchio marinaio ti ha fermato? Per espiare una colpa. E così racconta, racconta la sua vicenda e, nel raccontarla, la rivive e la fa vivere a te che lo ascolti, tanto che, alla fine, ti risveglierai “più triste e ben più saggio”. 
Questo il canovaccio de La Ballata del Vecchio Marinaio di S.T.Coleridge (21 ottobre 1772 – 25 luglio 1834)
Il marinaio racconta di come la nave sulla quale viaggiava, una volta attraversato l’Equatore, fu spinta da una burrasca verso i ghiacciai del Polo Sud. Il ghiaccio impedisce alla nave di muoversi, e i marinai temono per la propria sorte. Ma, proprio quando ormai disperano, il posarsi di un albatros sull'albero nave riaccende nell'equipaggio la speranza: l'uccello viene accolto come un presagio favorevole dai marinai, che lo rifocillano. Il volatile sembra, infatti, portatore di una brezza che consente alla nave di liberarsi dalla stretta del ghiaccio. Inaspettatamente, però, il marinaio uccide l'uccello con un colpo di balestra. L'autore, tuttavia, non spiega il perché di questo gesto. L'equipaggio dapprima rimprovera il marinaio per l'inopportunità del misfatto, ma successivamente accade che approva il crudele gesto, perché coincidente con il miglioramento delle condizioni atmosferiche. È questo manifesto assenso a renderli moralmente complici del delitto. Le condizioni atmosferiche, però, precipitano: vento del tutto assente, sole cocente, acque ferme ed arroventate; tutto accade presso l'Equatore. L'equipaggio incolpa il marinaio per la propria disgrazia e gli appende al collo, al posto della croce, l'albatros che aveva abbattuto.(da Wikipedia)
Il viaggio per mare come allegoria della vita è da sempre il tema per eccellenza della letteratura, da quella classica (Odissea, La Storia Vera di Luciano) fino alla più moderna (Il vecchio e il mare di Hemingway); tra queste opere s’inserisce appunto, La Ballata del vecchio marinaio di Sanuel Coleridge, elemento fondamentale del Romanticismo inglese. Qui, un vecchio marinaio ci racconta la sua storia. Prigioniero tra i ghiacciai, il vecchio marinaio uccide l’albatro, la sola speranza di trovare il modo per uscire da quella trappola. Uccide la speranza di tutto l’equipaggio, allegoria dell’umanità. Per quanto potrebbe essere immediata una interpretazione in chiave religiosa (la speranza, la nave che spesso è allegoria della Chiesa, l’albatro appeso al collo come una croce) in Coleridge, però, sembra prevalere l’aspetto immaginativo (spesso scatenato anche dall’uso di oppio) il bisogno di mischiare situazioni legate al sogno, alla visione con il ritorno alla realtà: parte della vicenda è vissuta come in uno stato di sogno ma l’espiazione della colpa sarà terrena e fisica. La punizione del vecchio marinaio, infatti, sarà raccontare all’infinito la sua vicenda, ciò fortemente in contrasto con la sua esperienza in mare dove le parole erano quasi assenti in quel viaggio a bordo di una nave in cui lui solo era in vita; dove l’uomo ricorda e descrive i colori che il sole e la luna donano al mare e alle sue profondità.
Una scena che sembra uscire dal genio di Bosch è la descrizione della nave fantasma che all'imbrunire, il marinaio e il resto della ciurma scorgono in lontananza. Al suo avvicinarsi, distinguono come passeggeri solo due persone impegnate in una partita a dadi: Morte (Death) e Vita-in-Morte (Life-in-Death). La Morte vince la vita della ciurma, Vita-in-Morte invece vince quella del Marinaio. Il destino è giocato ai dadi, ad essi è legata la sorte dell’uomo. L'equipaggio, agonizzante, maledice con lo sguardo il marinaio, reo della loro sventura e, uno dopo l'altro, in duecento esalano l'ultimo respiro.
La Nave dei Folli di Bosch o l’omonimo libro di Brant  che testimoniano, con la loro arte, la consuetudine  di scacciare i matti,  ma anche i malati, dalla comunità dei normali, caricandoli su barche lasciate andare in mare, così in certi luoghi dell’Europa continentale non era insolito vedere fiumi attraversati da navi cariche di folli e moribondi.
Ma il vecchio marinaio lo si può vedere come allegoria dell’artista (lo stesso Coleridge), il poeta che come l’albatro ha le grandi ali che gli impediscono di camminare a terra al passo degli altri uomini ma, con quelle stesse ali, simbolo della sua grande immaginazione, riesce a vedere e commuoversi di fronte alla bellezza della natura.

Charlot e Paperino: due "poveri" compleanni!


100 anni compie Charlot, infatti il 2 febbraio 1914 per la prima volta Charlie Chaplin appariva sul grande schermo con il corto Per guadagnarsi la vita nei panni di un aspirante giornalista in cerca di scoop. Solo cinque giorni, il 7 febbraio, dopo arriverà Charlot nella prima comica, Kit Auto Races at Venice, dove nasce il personaggio del vagabondo (bombetta, bastone e scarpe a punta). Il “vagabondo” diviene protagonista fino a raggiungere il traguardo della vera e propria icona cinematografica. Povero, sfortunato ma sentimentale; la sua stessa comicità ha le radici nel malinconico; il vagabondo Charlot si presenta come un misto tra il pierrot pallido e solitario e il clown che usa il linguaggio della pantomima che Chaplin aveva a lungo studiato; il tutto legato dal mutismo che, anche con l’avvento del sonoro, sarà la caratteristica principale del vagabondo, fino al 1936 quando in Tempi moderni, Charlot farà sentire la sua voce ma non per parlare ma per cantare. Il canto di Charlot fa da contrasto con i rumori delle macchine industriali e con la voce da megafono con cui il direttore dei lavori comunica con gli operai. E’ probabilmente in questo suo essere “cantante” in un mondo di “macchine” che il malinconico Charlot suscita simpatia, in questo suo non poter stare nel mondo di cui non capisce i meccanismi e, proprio per questo, è considerato un personaggio fuori dalla storia sociale, che non ha l’intento di cambiare gli avvenimenti ma si limita a subirli rimanendo nel suo sentimentalismo di vagabondo. Continuerà a “lottare” con malviventi e poliziotti, ricchi e prepotenti dopodiché la scena si concluderà con uno Charlot inquadrato di spalle che da solo percorre una strada deserta, unica possibilità di esistenza per chi non riesce ad entrare negli ingranaggi sociali.

Compie invece 80 anni Paperino: il 9 giugno del 1934, infatti, il personaggio di Walt Disney, fece la sua prima apparizione cinematografica, nelle vesti di Donald Duck. Altro umile sfortunato, pecora nera costretto a vivere all'ombra del fortunato cugino Gastone e dell'avaro milionario Zio Paperone. Paperino ha, per così dire, una prole: i nipotini Qui, Quo e Qua. Nno è un vagabondo come Charlot è più simile al proletario.
Due perdenti? Forse, ma forse no. Il loro modo di prendere la vita ce li rende familiari, non è un caso se Paperino rimane, ancora oggi, uno dei personaggi più amati.








Breve odissea di un rondone...

Nella foto potete vedere un rondone (presumo, non ne ho la certezza), dopo due giorni in balìa di un gatto randagio l'ho liberato (lo scambio prevedeva: rondone in cambio di croccantini). Ho preso il rondone, tremava, gli ho dato da bere e, dopo qualche ora trascorsa in una scatola in penombra, l'ho liberato in un luogo lontano dal gatto (che continuerà ad avere i suoi tre pasti giornalieri). Temevo non riprendesse a volare, che fosse ferito o comunque troppo debilitato, invece, come ha visto il sole, sentito l'aria e il cinguettio degli altri uccelli, ho sentito tra le mie mani, scatenarsi tutta la sua forza e
la sua voglia di tornare a volare: l'ho lanciato, è sfrecciato via come un razzo! Spinto a ricercare la sua traiettoria, ansioso di raccontare ai fratelli uccelli la sua avventura nelle grinfie di un gatto, per poi passare in un altro incubo: le mani umane dalle quali non sai mai se aspettarti il bene o il male, aspettare e calmarsi in una scatola fino a riveder il conosciuto. Quel mondo che per il rondone rappresenta il suo mondo, la sua libertà, la sua forza: gli uccelli non hanno bisogno di “evadere” come noi esseri umani per sentirsi meglio, gli uccelli nel loro mondo ci sanno stare.
[…] Avendo l'udito acutissimo, e la vista efficace e perfetta in modo, che l'animo nostro a fatica se ne può fare una immagine proporzionata; per la qual potenza godono tutto giorno immensi spettacoli e variatissimi, e dall'alto scuoprono, a un tempo solo, tanto spazio di terra, e distintamente scorgono tanti paesi coll'occhio, quanti, pur colla mente, appena si possono comprendere dall'uomo in un tratto; s'inferisce che debbono avere una grandissima forza e vivacità, e un grandissimo uso d'immaginativa. Non di quella immaginativa profonda, fervida e tempestosa, come ebbero Dante, il Tasso; la quale è funestissima dote, e principio di sollecitudini e angosce gravissime e perpetue; ma di quella ricca, varia, leggera, instabile e fanciullesca; la quale si è larghissima fonte di pensieri ameni e lieti, di errori dolci, di vari diletti e conforti; e il maggiore e più fruttuoso dono di cui la natura sia cortese ad anime vive. (Elogio degli Uccelli, Operette Morali, Giacomo Leopardi)


Volano gli uccelli (Franco Battiato, da La Voce del Padrone, 1981)

Volano gli uccelli volano 
nello spazio tra le nuvole 
con le regole assegnate 
a questa parte di universo 
al nostro sistema solare. 
Aprono le ali 
scendono in picchiata atterrano meglio di aeroplani 
cambiano le prospettive al mondo 
voli imprevedibili ed ascese velocissime 
traiettorie impercettibili 
codici di geometria esistenziale. 
Migrano gli uccelli emigrano 
con il cambio di stagione 
giochi di aperture alari 
che nascondono segreti 
di questo sistema solare. 
Aprono le ali ecc. 
Volano gli uccelli volano 
nello spazio tra le nuvole 
con le regole assegnate 
a questa parte di universo 
al nostro sistema solare.