Con gli occhi dell'Invidia

Invidia, particolare dell'"Allegoria dei
vizi capitali".
(Giotto, Cappella degli Scrovegni)
“Ma, anche in quell'affresco, il simbolo prende tanto posto ed è rappresentato così realisticamente, il serpe che sibila alle labbra dell'Invidia è così grosso, le riempie così completamente la bocca spalancata che i muscoli della faccia sono tesi per poterlo contenere, come quello di un bambino che gonfi un pallone col fiato e che l'attenzione dell'Invidia, e la nostra nello stesso momento, tutta concentrata nell'attività delle sue labbra, non ha tempo da dedicare a pensieri invidiosi". Così interpreta l’affresco di Giotto, Marcel Proust ne “La strada di Swann”; lo scrittore ritornerà anche ne "I Guermantes" a fare riferimento all'allegoria dell'Invidia dipinta da Giotto:
"...Così con gli occhi accecati, le labbra sigillate, le gambe legate e il corpo nudo, quella figura di sogno che il mio sogno stesso mi proiettava davanti aveva l'aria di quelle gran figure allegoriche in cui Giotto ha rappresentato l'Invidia con il serpente in bocca, che Swann mi aveva regalate"
L'Invidia di Giotto è rappresenta da un'anziana con un serpente che esce dalla sua bocca, simbolo del suo maledire, e le si ritorce contro colpendole gli occhi, secondo il significato letterale etimologico della parola come il difetto del "non-vedere". Essere diabolico con la coda del serpe che sembra formare un corno che spunta dalla cuffia mentre con la mano regge strettamente un sacco, simbolo di avarizia. Fiamme si sprigionano ai piedi dell'Invidia, e salgono in alto come a divorare l’intera figura; l’invidia brucia con il suo calore e fa ardere l’invidioso che a sua volta vorrebbe ardere le qualità e i beni altrui. Con i piedi sul fuoco è in fondo destinato a rimanere fermo e non lasciare traccia. La cecità dell’invidioso, come già in Giotto, è ricorrente nelle allegorie di questo vizio capitale. Nella Divina Commedia, Dante colloca gli invidiosi nella II Cornice del Purgatorio: qui le anime che in vita hanno goduto attraverso gli occhi delle sofferenze altrui, ora per la legge del contrappasso, hanno le palpebre cucite, sicché non possono vedere ed hanno persino difficoltà a piangere.
Giovanni Bellini, Allegoria della Maldicenza o Invidia

Théodore Géricault, Monomane dell'Invidia1819?.
Olio su tela, 72x58 cm
L’opera Monomane dell'Invidia fa parte di una serie di ritratti, scoperti da Luois Viardot, e probabilmente commissionati a Gericault dal dottor Georget, primario dell’ospedale psichiatrico Salpetriere. In questa serie di ritratti, la pittura di Géricault assume un carattere introspettivo che arriva a scavare il sentimento di angoscia dei personaggi ritratti. L’artista dipinge, attraverso la rappresentazione di questa pazza, un'autentica rappresentazione clinica, rompendo con i canoni tradizionali del ritratto. Géricault insiste, in modo particolare, su alcuni elementi, quali la cuffia, l'abito, la mimica e, soprattutto, quello sguardo lontano, come troviamo spesso nelle iconografie dell’invidia, di chi osserva qualcosa che produce quel sentimento che altera tutti i tratti del volto.
I sette vizi capitali (Particolare dell'Invidia) di Bosch. A terra,
vediamo i resti dell'invidioso, dilaniati dai cani.

L'essere dilaniati dai cani era ritenuto il destino
di chi era vittima dell'invidia.

Leopardi "stroncato"

Chiunque ha subito delle stroncature e forse la vera stroncatura era più diffusa nel passato che nel presente. Molti nomi illustri le hanno subite e molti critici hanno sbagliato. E' toccata anche a lui, al Conte Leopardi:

"Ho letto il libro del Conte Leopardi: mi parve il libro meglio scritto del secolo nostro, ma i principii tutti negativi, non fondati a ragione, ma solo a qualche osservazione parziale, diffondono e nelle immagini e nello stile una freddezza che fa ribrezzo, una desolante amarezza". (Niccolò Tommaseo)
Allo Stella che gli aveva fatto conoscere questo giudizio, Leopardi risponde:
"Circa il giudizio sopra le Operette morali, che Ella comunica, che vuol ch'io le dica? Dirò solo che non mi riesce impreveduto. Che i miei principii sieno tutti negativi, io non me ne avveggo; ma ciò non mi farebbe gran maraviglia, perché mi ricordo di quel detto di Bayle: che in metafisica e in morale, la ragione non può edificare, ma solo distruggere. Che poi le mie opinioni non sieno fondate a ragione ma a qualche osservazione parziale, desidero che sia vero". (23 agosto 1827) 

Tommaseo continuò ad usare termini oltraggiosi anche dopo la morte del poeta, in due lettere inviate a Gino Capponi nel 1837 e nel ‘38: 
Natura con un pugno lo sgobbò: 
‘Canta’ gli disse irata ed ei cantò”; 
“Esser vorresti uccello? Siam lì: sei pipistrello”. 

Alessandro Manzoni confida a Francesco De Sanctis “di non saper intendere come il Leopardi potesse passare per poeta”. 

Giuseppe Mazzini rimproverava apertamente al poeta di Recanati il disprezzo nei confronti del “volgo profano” e la definizione della vita come “soggiorno di dolore senza scopo”. Per Mazzini, Leopardi era l’espressione della crisi storica e morale del tempo. Di qui la condanna, nel 1857, del poeta e dei suoi emuli, “rari scrittori a cui non rincresce di leopardizzar con la penna (…) e seminano quindi scetticismo e disperazione precoci” (Scritti editi e inediti). 

Benedetto Croce in polemica con i leopardisti, negava ogni validità al pensiero filosofico del recanatese, riconoscendone solo l’importanza degli Idilli. Secondo il filosofo, Leopardi condusse una “vita strozzata”, per cui la sua poesia, fatta qualche eccezione, risultava sostanzialmente “limitata e monocorde”; quanto al pensiero speculativo di Leopardi, non è altro che “pseudofilosofia” o “filosofia ad uso privato”. Questo pesante giudizio ha influito non poco sulla figura del poeta. 

Drastico l’atteggiamento della Chiesa che nel 1850 mise all’Indice le Operette Morali, donec corrigantur, sino a quando non siano corrette. In precedenza, in una lettera inviata al filologo svizzero Luigi De Sinner il 22 dicembre del 1836, Leopardi aveva scritto: “La mia filosofia non è piaciuta ai preti, i quali qui ed in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro, possono ancora e potranno enormemente tutto”. 

Pietro Colletta: “Ho riletto parecchi dei (suoi) componimenti antichi, alcuni de’ nuovi e ti dico – confessò il generale e patriota napoletano (1775-1831) in una lettera a Gino Capponi – che niente mi è piaciuto. La medesima eterna, ormai non sopportabile malinconia : gli stessi argomenti: nessuna idea, nessun concetto nuovo, tristezza aggettata e qualche seicentismo: bello stile”. 

Mariano Luigi Patrizi nel Saggio su Giacomo Leopardi e la sua famiglia del 1896, lo psico-antropologo si occupò delle tare ereditarie e scoprì che, dal Seicento in poi, nell’albero genealogico del recanatese “su 128 individui noveriamo ben 34 morti premature, 21 mistici, 11 nervosi e pazzi, una somma di 66 anormali di fronte a 54 normali”. La conclusione del seguace delle teorie di Lombroso è perentoria: Leopardi era “un vero psicopatico, per degenerazione ereditaria, lipemaniaco e paranoico con sospetto di epilessia larvata”.