28 febbraio 2014

Gutta cavat lapidem... (La Pazienza)

Opera attribuita a Giorgio Vasari,(Arezzo, 1511- Firenze, 1574)
e Gaspar Becerra (Baeza, 1520 – Madrid, 1568)
Allegoria della Pazienza
Olio su tela, cm 178 × 102
Firenze, Galleria Palatina 
In questa opera la goccia cade continuamente da una clessidra ad acqua e sembra colpire la pietra a cui è fissata la catena, probabilmente il messaggio è lo stesso del monito gutta cavat lapidem non vi, sed saepe cadendo ossia la goccia scava la pietra non con la forza, ma con il suo continuo cadere.
La goccia scioglierà la catena e la donna sarà libera. Da cosa? Non è una prigioniera, lo testimoniano le braccia lasciate libere e le vesti eleganti, la pettinatura composta. E’ incatenata ad una caviglia ma è il suo volto che esprime la fermezza di una attesa forzata.
Lo stesso Vasari ci conferma lo stato di semi-libertà della donna: 'trattasi di una giovane donna, né tutta vestita, né tutta spogliata, acciò tenga tra la Ricchezza e la Povertà il mezzo, bloccata alla caviglia da una catena  fissata ad una roccia, ma con le mani sciolte, sendo in libertà sua scatenarsi e partirsi a posta sua'.
Potrebbe, quindi, liberarsi con le sue stesse mani, ma sembra scegliere di aspettare, con pazienza che sia la goccia a “scatenarla”.
La clessidra, insieme alla sfera armillare che la sovrasta, sottolinea il tempo che passa: gira, metaforicamente, la sfera armillare, la clessidra lascia cadere la sua goccia e, tempo al tempo, la catena si scioglierà. 
L’opera è stata commissionata al Vasari dall’amico vescovo Bernardetto Minerbetti, nel 1551. Il Vescovo intendeva riportare nell’opera un periodo della sua vita che voleva fosse simboleggiata in un’immagine che esaltasse la virtù della Pazienza. Chiedeva anche una sorta di imprimatur che il Vasari avrebbe dovuto ottenere da Michelangelo, quest’ultimo scelse tra i vari disegni quello ritenuto più adatto a rappresentare il concetto, così, ottenuto l’imprimatur da Michelangelo, il Vasari inviò il suo disegno  ispirato ad un prototipo del pittore spagnolo Gaspar Becerra, ma del tutto originale poiché - spiegava l’artista - non si conoscevano immagini antiche  che interpretassero nel senso voluto dall’amico la virtù della Pazienza. Il dipinto doveva essere corredato da un motto: diuturna tolerantia, tolleranza perpetua, desunto da Cicerone, che spiega come saper scandire il tempo nell’orazione, aspettare il momento opportuno per parlare, consente di raggiungere lo scopo. E’ la pazienza del vincitore che poco ha a che fare con la sopportazione. Ricorda la Pazienza descritta da Machiavelli nel Principe secondo il quale, la Pazienza diviene indispensabile in relazione alla mutevolezza dei tempi e delle circostanze per raggiungere, con la Virtù e la Fortuna, l’atteso successo. 

16 febbraio 2014

5) Intervista a Giacomo Leopardi: il soggiorno romano e le grandi città

Conte Leopardi, ben ritrovato. Vogliamo parlare un po’ del Leopardi “fuori casa”, dei suoi soggiorni da lei tanto desiderati? Lei ha vissuto a Roma, presso gli zii materni, dal novembre 1822 ad aprile 1823, come ricorda quel periodo? In particolare l’incontro con i letterati del tempo, grande opportunità per chi era costretto in un piccolo paese…
letterati ... io n’ho conosciuto pochi, e questi pochi m’hanno tolto la voglia di conoscerne altri. ... Secondo loro, il sommo della sapienza umana, anzi la sola e vera scienza dell’uomo è l’Antiquaria. ... Filosofia, morale, politica, scienza del cuore umano, eloquenza, poesia, filologia, tutto ciò è straniero in Roma ... La bella è che non si trova un Romano il quale realmente possieda il latino o il greco.
Nessuno?
…fui da Cancellieri (abate Francesco Cancellieri, nda) il quale è un coglione, un fiume di ciarle, il più noioso e disperante uomo della terra; parla di cose assurdamente frivole col massimo interesse, di cose somme colla maggiore freddezza possibile; ti affoga di complimenti e di lodi altissime, e ti fa gli uni e l’altre in modo così gelato e con tale indifferenza che a sentirlo, pare che l’esser uomo straordinario sia la cosa più ordinaria del mondo.
E il genere femminile? Con loro è sicuramente più facile un approccio…
V’assicuro che è propriamente tutto il contrario. Al passeggio, in Chiesa, andando per le strade, non trovate una befana che vi guardi.
Le donne romane alte e basse fanno proprio stomaco; gli uomini fanno rabbia e misericordia…il più stolido Recanatese ha una maggior dose di buon senso che il più savio e più grave Romano.
Ma c’è almeno un momento piacevole impresso nella sua memoria?
Venerdì 15 febbraio 1823 fui a visitare il sepolcro del Tasso e ci piansi. Questo è il primo e l'unico piacere che ho provato in Roma. La strada per andarvi è lunga, e non si va a quel luogo se non per vedere questo sepolcro;- ma non si potrebbe anche venire dall'America per gustare il piacere delle lagrime lo spazio di due minuti?

15 febbraio 2014

Genio

La parola genius deriva dal latino “gignere” che significa generare, creare, usata per indicare il nume, forza creatrice. Nella religione romana con il termine Genio si intende uno spirito, o più giustamente, un nume tutelare che, stando a quanto ci dice Censorino:  “vige alla protezione del nuovo nato”, da qui si evince come sia immediata l’analogia con l’angelo custode che, fin dalla nascita, accompagna e protegge l’individuo.
Il genio “si diffuse” in tal misura che ogni luogo, ogni famiglia aveva il “suo” genio, ogni luogo, coerente con una concezione animistica, aveva il suo spirito.
Il Genio era raffigurato di solito come un serpente, paragonabile al greco agathos daimon, genio benevolo, troviamo, infatti, dipinti di serpenti sulle pareti delle abitazioni poiché, secondo Persio (I sec.d.C.) “ dipingere serpenti sulle pareti serviva a proteggere dal sudiciume, come ad indicare che esse erano sotto la tutela del nume”.


Rappresentazione del Genio
come serpente
Il Genio del Garraffo, detto anche Genio di Palermo al Garraffo,
è una scultura marmorea della fine del XV secolo, fa parte di un gruppo
scultoreo posto in una edicola del XVII secolo, in piazzetta del Garraffo.
Realizzata da Pietro de Bonitate nel 1483 è una delle sette rappresentazioni principali
del Genio di Palermo, l'antico nume tutelare ed emblema civico di Palermo.

Una provocazione:
e se in questa sua celebre opera, Ligabue avesse voluto
rappresentare, forse inconsciamente, il Genio (serpente) che
stritola l'artista sopraffatto dalla sua genialità?
Nelle fiabe i geni si trovano spesso sotto terra, ambiente naturale del serpente: nascosto dalla radici di una vecchia e possente quercia si trova lo spirito (altro nome del genio) nascosto nella bottiglia nella fiaba Lo Spirito nella Bottiglia dei Grimm; in una caverna da cui si accede attraverso un’apertura nel tronco di una quercia si trova l’acciarino (colpendolo, appare il genio) della omonima fiaba di Andersen; in una caverna si trova la lampada del genio di Aladino; da notare ce in queste due ultime fiabe la dinamica della discesa e dell’uscita dalla caverna sono simili.
Nella letteratura più recente sarà Giacomo Leopardi ad utilizzare il Genio, come nume tutelare, nel Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare (Operette Morali). 

2 febbraio 2014

Piangi, che ben hai donde, Italia mia...

 ALL'ITALIA 
(di Giacomo Leopardi, 1818)

O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l'erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite,
Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
Formosissima donna! Io chiedo al cielo
E al mondo: dite dite;
Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
Che di catene ha carche ambe le braccia;
Sì che sparte le chiome e senza velo
Siede in terra negletta e sconsolata,
Nascondendo la faccia
Tra le ginocchia, e piange.
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
Le genti a vincer nata
E nella fausta sorte e nella ria.

Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
Mai non potrebbe il pianto
Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
Che fosti donna, or sei povera ancella.
Chi di te parla o scrive,
Che, rimembrando il tuo passato vanto,
Non dica: già fu grande, or non è quella?
Perchè, perchè? dov'è la forza antica,
Dove l'armi e il valore e la costanza?
Chi ti discinse il brando?
Chi ti tradì? qual arte o qual fatica
O qual tanta possanza
Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
Come cadesti o quando
Da tanta altezza in così basso loco?
Nessun pugna per te? non ti difende
Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo
Combatterò, procomberò sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
Agl'italici petti il sangue mio.