Fermata d'autobus

Giovanni sa leggere e lo dice alla gente che passa per Santa Maria in Trastevere, “Io so leggere”, niente di più. Non chiede soldi. Qualcuno gli offre una sigaretta. Una ragazza gli porta i giornali, quotidiani. Ci guardiamo sempre. Occhi intelligenti: Giovanni è un osservatore. Ieri aveva le scarpe nuove, marroni come le altre. Ha un accento straniero, una voce da megafono: è una persona da palcoscenico anche ai margini. Mi piace Giovanni. O l’ho conosciuto o lo conoscerò. Abbiamo qualcosa in comune, non solo le scarpe marroni, lo spirito di osservazione, il saper leggere...Giovanni lo sa che Trastevere è una sceneggiatura.
Lungo il gradino, o in tralice nella scalinata, sono due le posizioni in cui dorme. Dondolante è la camminata.

L’ho incontrato, infatti, questa mattina alla fermata dell’autobus. Stavamo appoggiati alla transenna nella medesima posizione: si vede che abbiamo lo stesso atteggiamento verso la vita. Pioveva anche. Questi i personaggi alla fermata: Giovanni, una brasiliana, io, quattro albanesi, cinque indiani, tre cileni, una famiglia - con nonno e nipote - romana e tanti ombrelli. E il 170, atteso da una parte del mondo, non è passato. Mancavano i giapponesi alla fermata, come al solito, loro o camminano o prendono il taxi. Forse sono misantropi o, dovunque si trovino, rimangono degli isolani. Giovanni e la brasiliana hanno preso il primo tram che è passato, il 75. Dovunque vada è diretto ad un capolinea. Noi aspettiamo, aspettiamo e intanto questa vita ci sta facendo le scarpe.

Potere e Inquietudine secondo Valerio Meattini e Luciano Canfora

Noi non ci realizziamo mai. 
Siamo due abissi – un pozzo che fissa il cielo.
(Pessoa, Il Libro dell’Inquietudine).

Chi segue il mio blog conosce la mia passione per Pessoa e come la sua opera più celebre Il Libro dell’Inquietudine sia sempre nelle vicinanze della mia scrivania (cambia spesso posto, vaga essendo inquieto, ma è sempre sott’occhio), per questo mi è immensamente gradito l’arrivo di questo intervento su “Potere ed Inquietudine”, inviatomi dal Prof. Valerio Meattini, inquieto conclamato dal Circolo degli Inquieti.
Si tratta, più precisamente, della Conversazione tra Valerio Meattini e Luciano Canfora su "Potere e Inquietudine", tenuta durante la Festa dell’Inquietudine del 2011. In quella occasione Luciano Canfora e Valerio Meattini dialogarono sul tema “La natura del potere”. L’evento fu seguito con grande partecipazione da un pubblico numeroso, tanto che i due protagonisti proseguirono la loro discussione – su Potere ed Inquietudine, appunto - sulla "Civetta", giornale del Circolo degli Inquieti. 
 Gli Inquieti,Valerio Meattini e Luciano Canfora
Foto tratta da Circolo degli Inquieti
Le sigle C e M indicano rispettivamente Canfora e Meattini.
M: Credo che un primo collegamento tra il potere e l’‘inquietudine’ consista nel non sapere di preciso dove il potere stia. Noi abbiamo teorie del potere, del suo essere necessario o, se vogliamo, consustanziale al modo d’essere dell’uomo, delle sue articolazioni e procedure, ma forse la prima cosa da dire è che il luogo del potere non è identificabile senz’altro con le sue manifestazioni e sembra anzi celarsi.
C: Condivido la lettera e lo spirito nella formulazione di questa prima domanda, che è già essa stessa uno svolgimento. Scriveva Benjamin Constant che la Ricchezza si nasconde e fugge e alla fine l’avrà vinta sul Governo. Ecco una possibile risposta alla domanda se il potere si celi o meno.
M: D’altra parte sono temi che tu hai sovente e bene trattato nei tuoi libri. C’è un altro aspetto inquietante. Potere si dice in molti modi (religioso, politico, di genere, d’influenza…) e nella storia ci sono mutazioni di potere, che però pare avere anche delle strutture. Innanzi tutto ha sempre bisogno di una gerarchia (anche nei tentativi più egalitari di società) e di élites che lo stabiliscano e lo mantengano e poi i suoi meccanismi ripetitivi fanno per certi aspetti ripetitiva anche la storia. Tu – ed io sono d’accordo – parli del presente pressoché sempre alla luce di un analogon nel passato. Verrebbe da dire, mutando un po’ le parole di Eraclito, che i cercatori del potere scavano molta terra, ma trovano sempre lo stesso metallo.

E' la mia città...

Questa, nel  video realizzato da Fernando Bruno e Massimo Reali, è Grosseto, la mia città.
Somiglia sicuramente alle vostre città, ma al detto mal comune mezzo gaudio, non ci ho mai creduto, anzi. 
Mal comune è il baratro.



La Ginestra. Fiore del deserto

Pierre Henri de Valenciennes, Eruzione del Vesuvio
Testo completo de La Ginestra

[...]
Nobil natura è quella
Che a sollevar s'ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale;
Quella che grande e forte
Mostra se nel soffrir, nè gli odii e l'ire
Fraterne, ancor più gravi
D'ogni altro danno, accresce
Alle miserie sue, l'uomo incolpando
Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de' mortali
Madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
Congiunta esser pensando,
Siccome è il vero, ed ordinata in pria
L'umana compagnia,
Tutti fra se confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune.

Sentiamo come interpreta il critico Walter Binni in  La poesia eroica dell'ultimo Leopardi:

Da quest'animo così caldo e teso, da questa persuasione lirica della miseria e dell'altezza degli uomini tanto più degni quanto più consapevoli della loro situazione, eppur non perciò rinunciatari e cinici ed egoisti, ma anzi solidali e appassionati per quei valori che illuminano come rari bagliori la loro vita che tanto più perciò ne sollecitano la tensione più profonda, sorge l'ultima grande prova della poesia eroica leopardiana, La Ginestra
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