Ultimo canto di Saffo

Saffo di Klimt, 1888
Giacomo Leopardi conosceva il rifiuto della Matrigna Natura, la Natura che non ti fa partecipe della sua bellezza e della sua armonia; fuori dalla Natura per difetto fisico e fuori da essa per l’incapacità di vivere, almeno in parte, la bellezza della vita. E questo ben sapeva la poetessa Saffo che scrisse di questa sua esclusione. Leopardi riprende la sofferenza di entrambi e la trasforma in questo “canto”, dove si percepisce la presenza della poetessa.
Ma tu morta giacerai, e nessun ricordo di te
ci sarà, neppure in futuro: tu non partecipi delle rose
della Pieria. E di qui volata via, anche nella casa
di Ade, invisibile ti aggirerai con i morti oscuri.
(Saffo, Frammenti – Traduzione di Salvatore Quasimodo)

Tuttavia sembra che l'aspetto fisico della poetessa fosse assai piacevole e la sua presunta bruttezza sia solo leggenda come, del resto, l'amore e la conseguente delusione per Faone: "Degna di nessun credito è la notizia secondo cui Saffo sarebbe stata piccola, scura di carnagione e tutt’altro che bella: si tratta di un cliché biografico per così dire ‘socratico’, fondato sulla prevedibile opposizione di bruttezza esteriore e bellezza interiore. Del tutto romanzata è la storia dell’amore di Saffo per il bel barcaiolo Faone, che l’avrebbe respinta causando il suicidio della poetessa, gettatasi a capofitto dalla rupe di Lèucade: si tratta di invenzione già nota a Menandro e in séguito diffusa anche nelle letterature moderne, fondata probabilmente sul fraintendimento di dati mitologici e rituali interni ai testi (Faone sembra essere un pàredro [divinità o semi divinità ‘accompagnatrice’] della dea Afrodite, e la rupe di Leucade è al centro di un complesso mitico-rituale ben documentato". (Federico Condello)

Leopardi prende però spunto da un passo delle Heroides di Ovidio, in cui si narra dell’ infelice amore della poetessa greca per il giovane Faone, che la disprezzava, appunto, per la sua bruttezza. In Leopardi il disprezzo da parte di Feone si immedesima con il disprezzo da parte di tutta la natura. Quale è la colpa che Saffo-Leopardi hanno commesso per meritare tale punizione? Nessuna risposta, solo in base al caso la Natura getta dolore tra i suoi figli.
Una possibile, lapidaria risposta, però c’è: Arcano è tutto, fuor che il nostro dolor. In seguito, e qui abbiamo l’aspetto più filosofico del canto, una spiegazione si può trovare corpo: fra gli esseri umani regnano le “sembianze”, cioè la bellezza come aspetto esteriore; in chi ne è privo non è apprezzata nessuna virtú, né la sapienza, né la poesia. Questa è la sorte che il Padre ha donato agli uomini, ma Morremo: il corpo, di qualunque aspetto sia, si dissolverà, ma l’amore, la poesia sopravviverà e la dotta lira e il canto possono avere la meglio sul Nulla.


ULTIMO CANTO DI SAFFO 

Placida notte, e verecondo raggio
Della cadente luna; e tu che spunti
Fra la tacita selva in su la rupe,
Nunzio del giorno; oh dilettose e care
Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,
Sembianze agli occhi miei; già non arride
Spettacol molle ai disperati affetti.
Noi l'insueto allor gaudio ravviva
Quando per l'etra liquido si volve
E per li campi trepidanti il flutto
Polveroso de' Noti, e quando il carro,
Grave carro di Giove a noi sul capo,
Tonando, il tenebroso aere divide.
Noi per le balze e le profonde valli
Natar giova tra' nembi, e noi la vasta
Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto
Fiume alla dubbia sponda
Il suono e la vittrice ira dell'onda.

Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
Infinita beltà parte nessuna
Alla misera Saffo i numi e l'empia
Sorte non fenno. A' tuoi superbi regni
Vile, o natura, e grave ospite addetta,
E dispregiata amante, alle vezzose
Tue forme il core e le pupille invano
Supplichevole intendo. A me non ride
L'aprico margo, e dall'eterea porta
Il mattutino albor; me non il canto
De' colorati augelli, e non de' faggi
Il murmure saluta: e dove all'ombra
Degl'inchinati salici dispiega
Candido rivo il puro seno, al mio
Lubrico piè le flessuose linfe
Disdegnando sottragge,
E preme in fuga l'odorate spiagge.

Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
In che peccai bambina, allor che ignara
Di misfatto è la vita, onde poi scemo
Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
Dell'indomita Parca si volvesse
Il ferrigno mio stame? Incaute voci
Spande il tuo labbro: i destinati eventi
Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
De' celesti si posa. Oh cure, oh speme
De' più verd'anni! Alle sembianze il Padre,
Alle amene sembianze eterno regno
Diè nelle genti; e per virili imprese,
Per dotta lira o canto,
Virtù non luce in disadorno ammanto.

Morremo. Il velo indegno a terra sparto,
Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,
E il crudo fallo emenderà del cieco
Dispensator de' casi. E tu cui lungo
Amore indarno, e lunga fede, e vano
D'implacato desio furor mi strinse,
Vivi felice, se felice in terra
Visse nato mortal. Me non asperse
Del soave licor del doglio avaro
Giove, poi che perìr gl'inganni e il sogno
Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
Giorno di nostra età primo s'invola.
Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra
Della gelida morte. Ecco di tante
Sperate palme e dilettosi errori,
Il Tartaro m'avanza; e il prode ingegno
Han la tenaria Diva,
E l'atra notte, e la silente riva. 

6 commenti:

  1. Un testo in stretta connessione con il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, un lamento struggente dell'essere umano che ricerca, senza trovarla, la ragione della propria esistenza e di un'infelicità strettamente connessa alla sua stessa nascita, il tutto condensato in quel passaggio essenziale: "Negletta prole / nascemmo al pianto, e la ragione in grembo / de' celesti si posa"... grazie di averci riproposto questo magistrale momento di poesia leopardiana.

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    1. Sono le due poesie di Leopardi che preferisco, le trovo di grande musicalità tanto da doverle leggere ad alta voce; d'altronde la mia "malattia" per Leopardi è ormai inguaribile. Grazie a te per il commento e, tranquilla chè da queste parti Leopardi non mancherà mai!

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  2. Bel finale la poesia. Nelle ultime tre righe si ha la sensazione di uno smorzarsi graduale nel silenzio...

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    1. Un po' tutta la poesia è un alternarsi di speranza e delusione, e sì il finale ci accompagna in una sorta di tranquilla accettazione del finale :(

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  3. Bello anche il verso "In che peccai bambina, allor che ignara / Di misfatto è la vita" Ricorda l'episodio evangelico del cieco nato, quando i discepoli chiedono a Gesù: "Maestro, chi ha peccato perché nascesse cieco, lui o i suoi genitori?" Splendido spunto di riflessione, Marcella.

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  4. E' meraviglioso quel verso, rappresenta una domanda esistenziale a cui non segue risposta. Forse ha peccato solo la Natura. Grazie!!

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