Il fuoco sacro dell’arte. Vivere o esistere, questo è il problema…

Si potrebbe vivere senza?
Immagine trovata nel web
La vita è fisico o pensiero, ossia la vita è il concetto che si ha di essa o che altro? È vita quella di un maestro yogi che medita sulle vette dell’Himalaya? E’ vita quella di chi si chiude in un convento di clausura? E quella di chi decide di serrarsi in una stanza, come Emily Dickinson, e scrivere poesie, è vita? Sì, sono vite e, spesso, sono più affascinanti di quelle vite che crediamo di vivere, perché troppo spesso viviamo e non esistiamo. E’ la vita dello spirito ad essere legata all’esistenza. Gli artisti lo riconoscono come “fuoco sacro” e lo assecondano o, di solito, ne sono, piacevolmente, travolti. Non c’è pittore che si lamenti del mal di schiena di fronte al quadro che ha dipinto e nessun scrittore si preoccupa della cervicale e dei dolori da postura, nemmeno gli passa per la mente che potrebbe rivolgersi ad un medico. Medico che cura il corpo ed artista che cura lo spirito non s’incontrano, se non, a volte, quando è troppo tardi (per l’artista). L’artista a lavoro non sente la fame, non sente il tempo, non sente il fisico, sente oltre ed altro. “Il fuoco sacro che mi brucia dentro” dice l’artista, intendendo che il fuoco si alimenta dentro di lui donandogli continue energie, forze, creazioni o intendendo che il fuoco sacro brucia la sua interiorità trasformando continuamente ciò che ha dentro?
L’artista trova dentro di sé quella materia, quegli ingredienti che danno vita a quell’opera che ha già dentro di sé, che conteneva solo in potenza, aspettando di essere messa in atto. 
Egli estrae l’opera d’arte da sé stesso, tanto che non suona stonato il celeberrimo aneddoto secondo cui Michelangelo, contemplando la sua opera, il Mosè, abbia esclamato, anzi gli abbia esclamato: “Perché non parli?!”
E’ indiscutibile che esista una vita biologica, quella della scienza, del medico...le cellule, il battito cardiaco, il respiro ma il fuoco sacro dell’artista, fa prevalere il Genio, lo spirito, trasformando la vita in esistenza.
M’illumino di immenso, è spirito che domina la vita materiale, è ciò che il Poeta ha trovato in sé, nel suo esistere. Avremmo potuto vivere senza questa poesia? Sì, se siamo disposti a vivere con solo il nostro punto di vista. Potremmo vivere senza i polmoni? No, se non accettiamo di stare attaccati ad una macchina.
Ma se domandassimo al Poeta se la sua vita è respirare o l’aver tirato fuori quei versi, il Poeta opterebbe per la seconda risposta; m’illumino di immenso, una frase che solo un individuo su alcuni miliardi ha saputo trovare, una scintilla che brucia la materia (pesante) e la trasforma in spirito per l’eternità a beneficio di tutti e come sfida al proprio personale punto di vista.
Altro post: Benedetta tristezza

5 commenti:

  1. Mentre di solito nella percezione comune delle cose è ritenuto vero il contrario ed esistere è considerato un sinonimo di vegetare...

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    1. Dici che sono io che ho frainteso? Vivere mi fa pensare al "comunque vivere", alla mancanza di "fuoco", spirito, mah! L'esistenza la sento eterna, la vita no :)

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    2. No, no, non mi fraintendere ;) Secondo me ci hai visto giusto... è la percezione comune in difetto da questo punto di vista.

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  2. Ciao! Credo che la vita non si possa descrivere: ogni descrizione limita. Senti però se ti piace questa mia visione della cosa... La Vita (con la "V" maiuscola) forse si può paragonare allo scorrere dell'acqua (il suo elemento) senza ostacoli, in un certo modo svincolata dal destino. La vita normale (quella in cui siamo spesso immersi) è piena d'ostacoli, prigioniera del destino, incapace di quel fuoco che alcuni cercano, e si limita e si autolimita...

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    1. Ciao Lucia, bentornata! La Vera Vita è libera e noi ci creiamo da soli le nostre prigioni; credo che sia proprio vera la tua analisi. Mi piace il paragone tra l'acqua e il fuoco :)

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