La Ginestra. Fiore del deserto

Pierre Henri de Valenciennes, Eruzione del Vesuvio
Testo completo de La Ginestra

[...]
Nobil natura è quella
Che a sollevar s'ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale;
Quella che grande e forte
Mostra se nel soffrir, nè gli odii e l'ire
Fraterne, ancor più gravi
D'ogni altro danno, accresce
Alle miserie sue, l'uomo incolpando
Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de' mortali
Madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
Congiunta esser pensando,
Siccome è il vero, ed ordinata in pria
L'umana compagnia,
Tutti fra se confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune.

Sentiamo come interpreta il critico Walter Binni in  La poesia eroica dell'ultimo Leopardi:

Da quest'animo così caldo e teso, da questa persuasione lirica della miseria e dell'altezza degli uomini tanto più degni quanto più consapevoli della loro situazione, eppur non perciò rinunciatari e cinici ed egoisti, ma anzi solidali e appassionati per quei valori che illuminano come rari bagliori la loro vita che tanto più perciò ne sollecitano la tensione più profonda, sorge l'ultima grande prova della poesia eroica leopardiana, La Ginestra
[…]
Nella Ginestra si svolgono più apertamente (che nel Tramonto della Luna n.d.a) i motivi eroici del suo animo, le punte estreme della poetica leopardiana nata con il Pensiero dominante e si attua l'estremo tentativo del Leopardi di portare in poesia tutta la sua più decisa esperienza e persuasione filosofica, morale, estetica, di fondere l'impegno poetico e l'annuncio di una buona e disillusa novella (al cui valore di decisivo annuncio il poeta volle rimandare con l'iniziale epigrafe evangelica: e gli uomini preferirono le tenebre alla luce) attraverso un'espressione lirica, in una rappresentazione poetica della propria personalità persuasa e annunciatrice e nel mito-parabola della «ginestra». Non più eroi della storia illustre classica: Bruto minore o Saffo, ma un'entità naturale delicata e modesta, risoluta e antiretorica, che oppone alla violenza della natura il suo esistere senza superbia e senza servilismo come l'uomo ideale con cui il poeta si identifica in un autoritratto formidabile che non poteva più contenersi nell'iconografia sonettistica di Alfieri e Foscolo. L'uomo cosciente della situazione umana, del deserto flagellato dalla natura, né vanamente orgoglioso né vilmente implorante e invece pronto alla compassione e alla solidarietà nel suo mondo tutto umano, illuminato da virtù umane cui è base essenziale l'estrema lucidità e la sincerità e la responsabilità non inquinata da nessuna forma di retorica e di autoinganno. Il poeta si identifica con tutto l'uomo e con tutti i suoi impegni e perciò rifiuta ancor più nettamente le forme più tradizionalmente poetiche e le forme idilliche in cui si era espresso così altamente, ma secondo una prospettiva che non era quella più urgente e complessa che adesso lo sollecita e chiede tanto più chiaramente modi nuovi e se si vuole sconcertanti per chi abbia negli orecchi la musica idillica e dietro ad essa tanta altra musica della tradizione poetica petrarchesca - tassesca - metastasiana a cui il Leopardi idillico era stato più aperto ed attento. Eppure anche questa scura e cupa della Ginestra è musica autentica potente ed audacissima, slanciata in lunghi e articolati impeti sinfonici che nascono al di là della melodia e del canto, e si strutturano in strofe sostenute da uno scatto malinconico e virile che riesce a legar intimamente mosse energiche polemiche e sdegnose, rappresentazioni dello sfondo desolato e grandioso della campagna vesuviana, delle rovine di Pompei, di un cielo immenso e pauroso, ed esortazioni e il messaggio della eroica e disillusa solidarietà umana, proprio in quanto esso è radicalmente un motivo lirico, il passo lirico della personalità persuasa, e non un astratto legame di motivi diversi e frammentari. Unitario il tema e lo spirito, unitario e coerente il ritmo ed il tono di questa musica potente e severa, e lo stesso scatto perentorio ed energico tende la strofe, le singole immagini, le parole sempre più nude e insofferenti di velature di sogno, le cose che si presentano nel colore livido e vero di oggetti scabri ed essenziali: «l'arida schiena del formidabile monte sterminator Vesevo, lo qual null'altro allegra arbor né fiore», la «mesta landa», «il frutto indurato», «i campi cosparsi» 
di ceneri infeconde e ricoperti
dell'impietrata lava,
che sotto i passi al pellegrin risuona;
dove s'annida e si contorce al sole
la serpe e dove al noto
cavernoso covil torna il coniglio.
Come si presentano nude ed energiche (con lo stesso tono: ed è notoriamente, il tono che fa la musica) le mosse eroiche della personalità sdegnata contro il secol superbo e sciocco, bisognosa di un'assoluta separazione di responsabilità dalle illusioni ottimistiche delle magnifiche sorti. La stessa forza con cui prima aveva affermato la presenza e la superiorità assoluta del pensiero d'amore, poi l'invocazione della morte, poi l'incompatibilità fra l'immagine interna e la realtà di Aspasia:
Non io 
con tal vergogna scenderò sotterra, 
ma il disprezzo piuttosto che si serra 
di te nel petto mio, 
mostrato avrò quanto si possa aperto.

[…]
Lo scherno e lo sdegno che anche in questo ultimo capolavoro si esprimono con una singolare forza di sintesi di pensiero, si cambiano nelle parti positive della Ginestra, nella simpatia e nella vicinanza profonda con cui il Leopardi al termine della sua lunga e sofferta esperienza vitale, rinsaldava più fortemente i suoi vincoli di uomo con un'umanità sobria, eroica, antiretorica, quale egli la raffigurava nel suo ultimo messaggio poetico.
Ché se nella prima parte si può pensare come ad un singolare ritorno di temi da Infinito e da Canto notturno qui in realtà c'è tutt'altro tono: la sicurezza di una persuasione, che non sfugge l'arido vero e non lo armonizza ed attenua nelle domande incantevoli del Canto notturno, ma lo affronta, se ne fa apostolo, ne rappresenta liricamente tutti gli aspetti e le conclusioni di messaggio del poeta, uomo fra gli uomini.


E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Già noto, stenderà l'avaro lembo
Su tue molli foreste. E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Nè sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell'uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.

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