Prepariamoci all'atmosfera!


"Attorno al piano prima della cena", Hassam Childe, 1893
Immagine tratta dal blog Georgiana's Garden dove potete trovare un'accurata e interessante analisi del quadro (da leggere!)
The Dinner Party, 1911, il quadro più famoso del post-impressionista francese Jules-Alexandre Grün (25 maggio 1868 - 15 febbraio 1934)
Ballo al castello, Adolph Friedrich Erdmann von Menzel
Per il brindisi vi aspetto qui
Buon 2015!

Se nella calza troverete del carbone...

Non dispiacetevi se troverete del carbone nella calza della Befana, in fin dei conti quel legnetto annerito è, probabilmente, una piccola parte della Befana…o quel poco che rimane di lei…
L’origine della Befana è probabilmente legato alle antiche credenze pagane, collegata alla figura di Madre Natura e alla simbologia della morte e della rinascita. Per questo la Befana si presenta come una vecchia malconcia e coperta di stracci e un vecchio cappellaccio: lei sarebbe l’anno vecchio che se ne va per lasciare posto al nuovo. Per questo in diverse zone d’Italia, c’è l’usanza di bruciare un fantoccio raffigurante una donna anziana, per salutare simbolicamente l’anno passato. Di questo fantoccio bruciato rimangono cenere e carbone.
Per la sua rappresentazione della natura la Befana è portatrice di doni golosi e abbondanza (per chi li merita, in senso pagano per chi ha coltivano bene la propria terra) ma anche di aridità e sterilità – il carbone – per chi non si è impegnato a sufficienza.
Presso i Celti era usanza, nella notte tra l’ultimo e il primo dell’anno, di farsi dono di un pezzo di carbone, questo sarebbe legato all’energia racchiusa, in combustione, nel nucleo della Terra e pronta a dar vita a stagioni di semina e prosperità. 
Il carbone e, spesso anche la cenere, sono quindi in una interpretazione della chiesa viste come negative: il nero del carbone che annerisce l’animo umano come fa il peccato; la cenere è utilizzata nella liturgia del mercoledì delle ceneri, come simbolo di penitenza ed ammonizione, Cenere sei e cenere tornerai.
Questa foto d'epoca (Arch. Cons. Bon. 11 aprile 1934) ritrae 
una carbonaia ormai pronta per essere coperta di terra ed accesa. 
All'orizzonte si intravedono cumuli di legna in combustione: 
sono altre carbonaie, ma anche potassare. Queste ultime 
bruciavano frasche e legna minuta, inadatta a far carbone, 
ma buona per diventare cenere da cui, per lisciviazione, 
si ricavata potassa (idrossido di potassio) impiegata nella produzione 
del sapone. Il cardinale G, Antonelli nel 1860 emanò un regolamento 
molto preciso a cui dovevano attenersi tutti i "potassari".
Dal carbone deriva la scelta del nome Carboneria, secondo Costantini, infatti: “La Carboneria prese il nome dal "carbone" il quale purifica l’aria, e, quando arde nelle abitazioni, ne allontana le bestie feroci. "Pulire le bestie dai lupi" significava per i nostri carbonari liberare la patria da stranieri e da despoti.” Tuttavia, per P. Dolce il nome di Carbonari, era evidentemente connesso ai Charbonniers o ai Fendeurs francesi, dovuto "alla eventuale circostanza di essersi uniti i primi settari in un convento di frati detto di S. Carbone". Sebbene lo storico Giuseppe Ricciardi collochi le origini della Carboneria nel XI secolo. Lo storico scrive: "Credesi fondatore di essa un Teobaldo, detto poi Santo, e meritevole di essere esaltato, siccome quegli che moriva da martire. Nacque in Francia Teobaldo nel 1017 nella città di Provins. […] ma ciò che fa la Carboneria degna di nota, anzi di somma lode, fin dai suoi principi fu questo, che ad essere accolto nel di lei seno condizione primaria ed indispensabile era una vita incontaminata. I buoni cugini, come si chiamavano fin da allora i Carbonari, eran tenuti strettissimamente ad esercitare l’ospitabilità non solo verso i loro consettari, ma a pro di chiunque loro apparisse perseguitato dalla fortuna, col dargli oltre il letto il mangiare e il bere, cinque soldi ed un paio di scarpe. Ben presto le foreste della Germania, della Franca Contea, dell’Ardesia, del Giuria furono piene di Carbonari, denominati così dalla professione esercitata dal maggior numero de’ proseliti della setta, e le loro riunioni assunsero il nome di Vendite”. (fonte: www.carboneria.it)
Il carbonaio, se collochiamo l’origine della Carboneria nel XI secolo, sarebbe il ceto da cui era costituita la società segreta. Antico mestiere attivo in Italia, fino al secolo scorso; il carbonaio forniva alimento per dare energia attraverso il carbone vegetale che otteneva grazie alla sua carbonaia.
Altro antico mestiere, non del tutto scomparso, è quello dello spazzacamino che più che con il carbone ha a che fare con la fuliggine.

Cam caminì spazzacamin 

di Amurri - Peritas - Sherman,Ri - Sherman, Ro 

Cam caminì, cam caminì spazzacamin allegro e felice pensieri non ho;
cam caminì, cam caminì spazzacamin la sorte è con voi se la mano vi do:
chi un bacio mi dà felice sarà.
Tu penserai che lo spazzacamin si trovi nel mondo al più basso gradin;
io sto fra la cenere eppure non c'è nessuno quaggiù più felice di me
Cam caminì, cam caminì spazzacamin allegro e felice pensieri non ho;
cam caminì, cam caminì spazzacamin la sorte è con voi se la mano vi do:
Cam caminì, cam caminì spazzacamin
è allegro e felice pensieri non ha;
cam caminì, cam caminì spazzacamin
la sorte è con te se la mano ti dà.
Scelgo le spazzole proprio a puntin
con una la canna, con l'altra il camin.
Là dove il fumo si perde nel ciel
lo spazzacamino ha il suo mondo più bel;
tra la terra e le stelle di Londra nel cuor
rischiara la notte un vago chiaror.
Sopra i tetti di Londra, oh!, che splendor!
Cam caminì, cam caminì spazzacamin la mano puoi dar alla felicità;
è bello vivere sempre così e insieme cantar cam cam caminì,
cam caminì cam cam lo spazzacamin.

La fuliggine veniva usata in passato, anche in alcune applicazioni in medicina (come antiscrofoloso, contro la scabbia e simili) poiché, proveniente da combustione della legna, contiene piccole quantità di cresoli e fenoli; il carbone vegetale è, invece, usato per alleviare gonfiori intestinali, quindi, se troverete nella calza un po' di carbone, non amareggiatevi per la mancanza della fuliggine, ma pensate quanta tradizione, utilizzo e beneficio rappresenta questo pezzetto annerito!
Le origini della Befana...(post su Fiabe in Analisi)

Tempo di brindisi!

Ho battuto la fiacca quest'anno (ma solo sul blog, credetemi) e così mi sono dedicata ad un post augurale tutto per voi; un post che, come nello stile del blog, prova a ripercorre le origini del brindisi. E quindi, Prosit! Cin Cin...Tanti auguri a tutti voi!!

Leonardo Di Caprio ne Il Grande Gatsby (2013)
Il rito gestuale del brindisi, accompagnato da un “cin – cin” è un messaggio benevolo nei confronti della persona o della cosa a cui è rivolto, dal latino, per esempio, deriva il nostro e per lungo tempo utilizzato, Prosit!, dal verbo prodesse cioè “che sia di vantaggio”. Cin-cin sembra derivi dal cinese Ch'ing Ch'ing il cui significato letterale è "prego, prego", espressione che indica e sottolinea un'offerta.
Tuttavia, sembra che questa abitudine abbia un’origine (ma credo si tratti soprattutto di una deformazione) per scongiurare gli avvelenamenti: l'usanza di scambiare il proprio bicchiere con quello altrui costituiva un segno di reciproca fiducia, così prima di bere si toccava il proprio bicchiere con quello di un altro commensale, scambiandone anche parte del contenuto; di solito, durante i banchetti il padrone di casa, che offriva il vino, beveva per primo per dimostrare che il vino fosse buono e, di seguito, veniva imitato da tutti i commensali.
Altri ancora ritengono che il brindisi sia un'usanza ancora più antica e che derivi dalle libagioni celebrate in onore di Dionisio, dio del vino. 
La libagione è una cerimonia con cui, nell'antichità, si effettuava la dispersione rituale del vino, di una bevanda, o di un'essenza,  su oggetti adibiti d una funzione sacra, come, per esempio, un altare o un manufatto; questo come offerta alla divinità, ad altre entità non terrene o a defunti. 
Ma la libagione poteva rivolgersi anche verso il basso, versando la bevanda sul terreno o sul pavimento, quale offerta alla Terra stessa, ai defunti o alle divinità degli inferi. L’abitudine, ancora oggi presente, di gettare il bicchiere vuoto dopo aver brindato, sembra possa ricollegarsi alla libagione. Nelle Tavole eugubine troviamo descritta la pratica di frantumare i recipienti prima della loro deposizione rituale e sotterrarli in fosse “comuni”; questo gesto voleva, probabilmente, impedire che il calice o recipiente venisse usato una seconda volta, cancellando così la sacralità della prima libagione. Sono molti i siti archeologici in cui sono stati rinvenuti resti di vasellame frantumato a seguito di occasioni rituali come banchetti e libagioni. Un'interessante caratteristica, comune a queste deposizioni, è l'impossibilità di ricostruire integralmente la forma degli oggetti rinvenuti a causa della costante mancanza di alcuni frammenti, fatto che porta a presupporre la volontà di impedire la ricostruzione dell’oggetto sacro o comunque utilizzato in un’occasione rituale. 
"Dalla Grecia l'uso passò a Roma e con l'uso il nome. "Bere alla greca" (bibere graeco more) si disse appunto il fare dei brindisi (Cicerone, Verr., II,1, 66; Ps.-Ascon., Verr., p. 176, 16, ed. Baiter), e, da προπίνω, propinatio si chiamò il brindisi: propino, anzi, fu la primitiva semplice formula con la quale si levava la coppa a brindare, corrispondente, a un dipresso, alla nostra "alla salute". Che della salute dei commensali si preoccupassero soprattutto i Romani lo mostrano formule come queste: bene vos, bene nos, bene te, bene me (Plauto, Stichus, 709) che vale evidentemente: precor vos bene valere, ece. Più esplicita in questo senso l'altra formula (Plauto, ibid.): propino tibi salutem plenis faucibus. La grande quantità di testimonianze di autori latini sul brindisi ci permette di riconoscere qualche uso particolare a esso riferentesi. I Romani, p. es., erano soliti bere tanti ciati (misura corrispondente presso a poco a 5 centilitri) quante erano le lettere del nome della persona che si voleva onorare. [...]
Un'altra usanza specialmente praticata nei brindisi al gentil sesso (v. Ovidio, Ars amandi, I, 571-572) era quella, dopo aver bevuto, e prima di passare la coppa all'amica, d'intingere il dito nel vino e di scrivere col dito così bagnato il nome dell'amica sul tavolo.  (di Mario Niccoli tratto da Treccani.it)
Dal '500 in poi si diffuse, l’abitudine di comporre per il brindisi versi e componimenti, ovviamente anche Monsignor Della Casa, nel suo Galateo, XXIX non perde occasione per consigliare, anzi sconsigliare, questa abitudine: "Lo invitare a bere (la qual usanza, siccome non nostra, noi nominiamo con vocabolo forestiero, cioè far brindisi) è verso di sé biasimevole, e nelle nostre contrade non è ancor venuto in uso, sicché egli non si dee fare". 

Per Giuseppe Parini è una "consolazione" per il tempo che passa.

IL BRINDISI (dalle Odi di Giuseppe Parini)

Volano i giorni rapidi 
Del caro viver mio: 
E giunta in sul pendio 
Precipita l'età. 
Le belle oimè che al fingere 
Han lingua cosí presta 
Sol mi ripeton questa 
Ingrata verità. 

Con quelle occhiate mutole 
Con quel contegno avaro 
Mi dicono assai chiaro 
«Noi non siam piú per te». 
E fuggono e folleggiano 
Tra gioventú vivace; 
E rendonvi loquace 
L'occhio la mano e il piè

Che far? Degg'io di lagrime 
Bagnar per questo il ciglio? 
Ah no; miglior consiglio 
È di godere ancor 
Se già di mirti teneri 
Colsi mia parte in Gnido, 
Lasciamo che a quel lido 
Vada con altri Amor. 

Volgan le spalle candide 
Volgano a me le belle: 
Ogni piacer con elle 
Non se ne parte alfin. 
A Bacco, all'Amicizia 
Sacro i venturi giorni. 
Cadano i mirti; e s'orni 
D'ellera il misto crin. 

Che fai su questa cetera, 
Corda che amor sonasti? 
Male al tenor contrasti 
Del novo mio piacer. 
Or di cantar dilettami 
Tra' miei giocondi amici, 
Augúri a lor felici 
Versando dal bicchier

Fugge la instabil Venere 
Con la stagion de' fiori: 
Ma tu Lieo ristori 
Quando il dicembre uscí. 
Amor con l'età fervida 
Convien che si dilegue; 
Ma l'amistà ne segue 
Fino a l'estremo dí. 

Le belle, ch'or s'involano 
Schife da noi lontano,
Verranci allor pian piano 
Lor brindisi ad offrir. 
E noi compagni amabili 
Che far con esse allora? 
Seco un bicchiere ancora 
Bevere, e poi morir.

Celeberrimo è il brindisi del primo atto della Traviata di Giuseppe Verdi, conosciuto come Libiamo ne' lieti calici; intonato da Alfredo (tenore), Violetta (soprano) e dal coro dove sono presenti le seconde parti (Flora, Gastone, il Barone, il Dottore, il Marchese). I versi furono scritti da Francesco Maria Piave. 



[Alfredo]

Libiamo, libiamo ne'lieti calici
che la bellezza infiora.
E la fuggevol ora s'inebrii a voluttà
Libiam ne'dolci fremiti
che suscita l'amore,
poiché quell'ochio al core onnipotente va.
Libiamo, amore, amor fra i calici
più caldi baci avrà 

[Coro] Ah! Libiam, amor, fra' calici più caldi baci avrà 

[Violetta]

Tra voi tra voi saprò dividere
il tempo mio giocondo;
Tutto è follia, follia nel mondo
ciò che non è piacer
Godiam, fugace e rapido
e'il gaudio dell'amore,
e'un fior che nasce e muore,
ne più si può goder
Godiamo, c'invita, c'invita un fervido
accento lusinghier. 

[Coro]

Godiamo, la tazza, la tazza e il cantico,
la notte abbella e il riso;
in questo paradiso ne scopra il nuovo dì 

[Violetta] La vita è nel tripudio 

[Alfredo] Quando non s'ami ancora... 

[Violetta] Nol dite a chi l'ignora, 

[Alfredo] E'il mio destin così... 

[Tutti]

Godiamo, la tazza, la tazza e il cantico,
la notte abbella e il riso;
in questo paradiso ne scopra il nuovo dì. 

Il post si arricchisce del contributo di Ivano Landi che ci illustra l'origine del brindisi svedese accompagnato dal grido Skal:
Pare che l'usanza di brindare al grido di 'Skål' (pron. skool) derivi dai vichinghi. Una volta conquistato un villaggio o una contea, i famosi razziatori nordici avrebbero decapitato il re o il leader della comunità per poi bere dal suo teschio (skoll, skull). Era un modo di onorare il caduto, che in questo modo - purché avesse combattuto valorosamente - poteva accedere al Valhalla.
'Skål' sarebbe poi diventato, proprio a causa di questa usanza, un grido di battaglia che i vichinghi si scambiavano come augurio di vittoria, trasformandosi infine, una volta abbandonate le tradizioni guerresche, nell'attuale augurio di buona sorte usato nei brindisi.
Un'altra curiosità mi è arrivata da MikiMoz:
Ci si guarda negli occhi per la questione di fiducia che citi; se il bicchiere è di plastica ci si tocca con le dita e non plastica e plastica; in certi luoghi ci si tocca con i bicchieri e prima di bere si rende omaggio al tavolo o al bancone che ci ha serviti, "bussando" lì col bicchiere.
E il significato etimologico ci viene spiegato da; Cristina M. Cavaliere:
Brindisi deriverebbe dallo spagnolo brindis, mutuato dal tedesco bring dir’s, cioè “lo porto a te", intendendo il saluto, espressione trasmessa dai lanzichenecchi alle truppe spagnole del XVI secolo.


Tombola o Gioco dell'Oca? I giochi della Sorte...

I giochi da tavolo (o tavoliere) sono tra i più antichi, lanciare dadi, muovere pedine su un percorso o una scacchiera ha accomunato bambini e adulti di ogni epoca, dall’antichità ad oggi. Giochi che spesso, non erano riservati ai bambini, ma nati, appositamente per gli adulti.
I vari giochi da tavolo possono essere catalogati sulla base della finalità e delle modalità di svolgimento. Vi sono giochi strategici e di abilità, come gli scacchi; altri in cui abilità e fortuna determinano lo svolgimento e il risultato del gioco, come per il Backgammon; infine vi sono giochi che si configurano per il loro sfidare la sorte. Il gioco dell'oca e della tombola appartengono a quest'ultima categoria. La sorte che si svela con un numero estratto da un cestino per la tombola, o che rimane sospesa fino a quando i dadi non sentenziato il loro verdetto: “vai avanti di…3…6..11 ecc…” nel gioco dell’oca. Ad occhi bendati, come bendata è la sorte e la fortuna, si estraggono i numeri del lotto e in alcuni casi anche della tombola; con il fiato sospeso e lo sguardo fisso sui dadi che rotolano si spera di avanzare e raggiungere l’ultima casella: il giardino dell’Oca.
Il legame con la sorte è presente nella tombola, soprattutto se la colleghiamo alla Smorfia, tipica della città di Napoli, ed è il meccanismo che vede uno o più numeri legati – a volte in modo ironico o irriverente - ad un evento, spesso di un sogno, di un evento o di un fatto raccontato.
Le origini vere e proprie del gioco della tombola si perdono nella notte dei tempi, ma è la città partenopea che ne ha colto le vere origini, trasportandole nella realtà napoletana. La smorfia, infatti, ricorda le caratteristiche originarie della tombola, legata alla divinazione attraverso i numeri e alla kabala. La kabala, interpreta le parole, i segni e i numeri della Bibbia ritenendoli portatori di un significato mistico, il mondo stesso sarebbe un insieme di simboli. Come in molte lingue, anche nell'ebraico la numerazione era fatta con le lettere dell'alfabeto, così ogni lettera ha un corrispondente numerologico, in base a questo metodo molti messaggi e simboli sono stati decodificati all’interno della Bibbia; inoltre, poiché le forze extra umane manderebbero messaggi attraverso i sogni, il passaggio alla codificazione dei simboli onirici ed alla loro numerazione è piuttosto scontata. La tendenza a leggere simboli a cercare messaggi è talmente radicata nell’essere umano che anche segni esterni quali un tuono, un terremoto, un evento inaspettato sono considerati segni del destino, e tradotti in numeri, spesso per essere giocati. 
Xilografica policroma, 1640, Venezia, Carlo Coriolani
E’ la tavola più antica. Il centro ritrae una scena
di banchetto 
familiare dove l’oca compare
come piatto forte. Da questa 
tavola, si suppone
prenda il nome il Gioco dell’Oca.

(Civica Raccolta delle Stampe
A. Bertarelli, Milano)

Foto tratta da www.giocodelloca.it
Secondo la tradizione, la tombola sarebbe nata nel 1734 da una discussione tra il re di Napoli Carlo III di Borbone e il frate domenicano Gregorio Maria Rocco riguardo alla necessità da part
e della Chiesa di sospendere il gioco del lotto nel periodo delle festività natalizie. Ma, come dire… “fatta la legge trovato l’inganno” e così, sospeso il gioco del lotto pubblico, le famiglie si organizzarono inventandone una versione casalinga con cui divertirsi nelle festività.
Fu così che l’iniziativa popolare trasformò un gioco pubblico in un gioco familiare, che prese il nome di tombola dalla forma cilindrica del numero impresso nel legno e dal capitombolo che fa lo stesso numero nel cadere sul tavolo dal panariello, un cestino di vimini in cui si trovavano i 90 numeri. Possibile anche la derivazione del nome dalla forma a piramide (tumulo) del paniere.
L’origine della parola Smorfia, invece, sembra derivi da Morfeo, dio del sonno e della attività onirica; questa interpretazione sembrerebbe coerente con il legame tra l’antico sistema divinatorio e i simboli onirici da leggere attraverso i numeri del lotto o della tombola. La smorfia è anche ciò che si legge sul nostro volto, per esempio quando sbadigliamo (e, in fondo, con questo gesto “invochiamo” Morfeo) e, in effetti, con morfa o morfia si indicava la cavità orale, tendente a deformarsi.
E il gioco dell’oca?
La sua storia è la storia dell' archetipo di tutti i giochi di percorso che, nonostante molte varianti, rimane un percorso a spirale suddiviso in caselle (di solito 63). Nelle sua forma tradizionale, oltre a tredici caselle recanti il simbolo dell'oca, che raddoppiano il punteggio, vi sono figure simboliche collegate a premi e punizioni. 
Nasce, probabilmente, nella seconda metà del XVI secolo, sembra che Ferdinando De' Medici lo avesse donato al Re di Spagna. La versione regalata da Ferdinando aveva le caselle decorate con teschi, ponti, labirinti e un'oca. Il Re rimase entusiasta e ben presto il gioco prese piede a corte. Un secolo più tardi, in Inghilterra, fecero la loro comparsa i primi tabelloni stampati, e rapidamente il gioco si diffuse in tutta Europa. Una tradizione sostiene che il “gioco dell’Oca” sia stato inventato dai Templari nell’XI secolo, ispirandosi al cammino di Santiago. Il gioco aveva inizio a Logroño, e, proprio sul pavimento della piazza di questa città, dietro alla chiesa di san Giacomo, si trova un gigantesco Gioco dell’Oca, opera del XX secolo, che percorre il Cammino di Santiago attraverso la rappresentazione, nelle caselle significative, delle città e dei monumenti principali.
Secondo Fulcanelli, il Gioco dell’Oca è “un labirinto popolare dell’Arte sacra e una raccolta dei principali geroglifici della Grande Opera”. La sua struttura a spirale, conduce verso il raggiungimento del centro, nel “giardino dell’oca“, meta di un cammino sapienziale iniziatico; la stessa forma labirintica, è l'archetipo del percorso della vita, percorso caratterizzato da momenti di felicità e di dolore, rappresentati nel gioco dai premi e le punizioni, con passaggi rituali, pericoli, con mete transitorie e finali (la casella 58 che rappresenta la morte e che prevede o l’eliminazione dal gioco o il dover ricominciare dalla casella n°1) . Un percorso in cui il caso, il tiro con i dadi, è una sfida al destino. E il destino benevolo di questo gioco è giungere nella casella dell’Oca, ovvero
il “Giardino dell’Oca”, al quale si accede arrivando alla casella 63, la porta del “Giardino dell’ Oca”. Il “Giardino dell’Oca” non è né una casella né un passaggio: è il luogo dove ci si ferma e dove si sta, è la fine del percorso e l’inizio di chissà cosa, forse della saggezza? Forse della serenità dopo tanto girovagare? Se questa casella fosse numerata sarebbe il numero 64: il numero che per i discepoli di Pitagora rappresentava il duro cammino che dà accesso alla perfezione, numero composto da 6 e 4, la cui somma è 10, ossia la perfezione, l’Unità, il motore immobile.
Per la cultura classica l’oca e il cigno erano simbolicamente relazionati alla saggezza, all’iniziazione dei giovani. Già nel Mediovo l’oca è simbolo dell’aldilà e guida dei pellegrini. Le caselle con l’oca sono le uniche sulle quali non è possibile fermarsi ma danno una spinta verso la meta, come fossero oche del “Giardino” che vagano nella spirale, prendono il giocatore e lo attirano verso il luogo da cui provengono, hanno il compito di riportarlo all’origine. Il percorso a spirale si è concluso e il giocatore si è riunito a se stesso. L’Oca lo ha vinto!
Post su Fiabe in Analisi: L'oca nelle fiabe e Mamma l'Oca di Perrault

La Via per il Regno dei Morti: Cerbero e Caronte, il guardiano e il traghettatore (seconda parte)

Nella maggior parte delle culture il momento della morte è visto come un passaggio dalla vita sulla terra al mondo ultraterreno, che sia in un luogo sulla stessa terra o nelle sue profondità o anche nell’universo celeste. E’ naturale che tra i due mondi si presenti il problema di stabilire il confine che delimita le due diverse dimensioni. Ecco così che due figure sembrano indispensabili per controllare l’accesso a tale luogo: il guardiano e il traghettatore.
Cerbero di William Blake
Tra i guardiani il più celebre è sicuramente Cerbero. Compare per la prima volta nella Teogonia di Esiodo che lo descrive con 50 teste. Apollodoro, ce lo presenta con tre teste di cane, una coda di drago e teste di serpente lungo la schiena. Figlio di Tifone ed Echidna, condivide alcune particolarità dei fratelli Ortro (un cane mostruoso), Idra (serpente acquatico dalle molte teste); Chimera (una sorta di capra che sputava fiamme e con una coda di serpente). Nessuno entra e nessun defunto esce dall’Ade senza affrontare la furia famelica di Cerbero, posto a vigilare sulla sponda opposta del fiume infernale.
Niente deve distrarre Cerbero dal suo compito se non la forza astuta di Ercole, la musica di Orfeo e il ghiotto cibo offertogli dalla Sibilla Cumana. Ad Ercole infatti, in una delle sue fatiche, fu chiesto di catturare Cerbero e condurlo sulla terra senza usare clave e frecce. Ercole si recò presso l'Acheronte e lo afferrò per la gola, dalla quale spuntavano tre teste ricoperte di serpenti, riuscendo quasi a soffocarlo; così Ercole attraversò il fiume, e trascinò Cerbero sulla terra, forse attrverso un sentiero sotterraneo che conduce alla grotta di Acona, presso Mariandine sul Mar Nero. Non appena Ercole ebbe condotto Cerbero a Micene, Euristeo, intento a celebrare un sacrificio, gli porse la porzione destinata agli schiavi; Ercole offeso uccise tre dei figli di Euristeo: Perimede, Euribio ed Euripilo, infine ricondusse Cerbero nel Tartaro.
Orfeo, che discese nel Tartaro con la speranza di riportare Euridice sulla terra, si servì del passaggio che si apre ad Aorno in Tesprozia e, al suo arrivo nell'Oltretomba, non soltanto incantò Cerbero ma anche il traghettatore Caronte e i tre giudici dei morti con la sua musica dolce e lamentosa, ma fece cessare temporaneamente le torture dei dannati e placò il duro cuore di Ade tanto da indurlo a restituire Euridice al mondo dei vivi. 
La Sibilla Cumana dovette prendere il mostro per la gola e forse è questo il motivo per cui nella tradizione medievale era talvolta interpretato come immagine del peccato di gola: 
"L'enorme Cerbero col suo latrato da tre fauci rintrona questi regni giacendo immane davanti all'antro. La veggente, vedendo ormai i suoi tre colli diventare irti di serpenti gli getta una focaccia soporosa con miele ed erbe affatturate. Quello, spalancando con fame rabbiosa le tre gole l'afferra e sdraiato per terra illanguidisce l'immane dorso e smisurato si stende in tutto l'antro. Enea sorpassa l'entrata essendo il custode sommerso nel sonno profondo". (Eneide 417-425)
Vorace e divoratore, accecato dalla golosità (come, appunto, la Sibilla Cumana ben sapeva) tanto che Dante lo pone alle porte dell’inferno dove il terzo cerchio vede condannati proprio i golosi. Dante lo descrive con gli occhi vermigli per l'avidità, con il ventre largo per la voracità e con le zampe artigliate per afferrare il cibo. Appena vede i due poeti si avventa contro di loro, ma Virgilio gli getta in gola una manciata di terra che placa la sua fame, sottolineando la sua ingordigia senza limite. 
Caronte
Esaminate da Cerbero, le anime vengono consegnate al traghettatore Caronte che, figlio di Erebo e della Notte, ha il compito di trasportare i morti da una riva all'altra del fiume Acheronte, ma solo se i loro cadaveri hanno ricevuto gli onori funebri e si presentano con un obolo per pagare il viaggio; chi non ha questi requisiti è costretto a errare in eterno senza pace tra le nebbie del fiume.
Le due opere più significative in cui troviamo la figura di Caronte sono sicuramente l'Eneide di Virgilio e la Divina Commedia di Dante. 
Virgilio lo descrive nel libro VI dell'Eneide, durante la discesa agli Inferi di Enea: è un vecchio dall'aspetto squallido, che fa salire sulla sua barca le anime dei defunti ma lascia sulla riva gli insepolti. Il Caronte virgiliano si oppone al passaggio di Enea, ma la Sibilla che gli fa da guida lo convince mostrandogli il ramo d'oro da offrire a Proserpina, la regina degli Inferi moglie di Plutone.
“Caronte custodisce queste acque e il fiume e, orrendo nocchiero, a cui una larga canizie invade il mento, si sbarrano gli occhi di fiamma, sordido pende dagli omeri il mantello annodato [...] Egli, vegliardo, ma dio di cruda e verde vecchiaia, spinge la zattera con una pertica e governa le vele e trasporta i corpi sulla barca di colore ferrigno." 
Il Caronte dantesco, a differenza di quello virgiliano, traghetta solo le anime dannate e condannate all’inferno; altre sono destinate al Purgatorio trasportate da un angelo nocchiero che le raccoglie alla foce del Tevere. La demonizzazione di Caronte da parte di Dante rientra nell'uso tipicamente medievale di reinterpretare in chiave cristiana le divinità pagane, per cui quelle degli Inferi diventavano altrettante figure diaboliche, in qualche caso con notevoli trasformazioni.
Dante ci descrive Caronte come un vecchio coperto di barba bianca, con gli occhi circondati da fiamme, che minaccia severi castighi ai dannati e li fa salire sulla sua barca, battendole col remo: 
“Caron dimonio, con occhi di bragia

loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia” 
Non sempre il guardiano e il traghettatore sono due figure distinte, per esempio, nella mitologia etrusca troviamo Charun (il nome corrisponde alla figura di Caronte). Charun lo troviamo rappresentato su pitture tombali, sarcofagi, urne e vasi sepolcrali; è assai diverso dal Caronte greco: Charun accompagna i defunti nell’ultimo viaggio a piedi, a cavallo, su carro verso l’oltretomba, strappandoli al saluto dei propri cari e scortandoli verso la loro meta finale. Come accennavo, ha spesso anche la funzione di guardiano delle porte dell’Ade.  Come Cerbero ha dei serpenti attorno alle braccia, probabilmente perché, come i serpenti, sono in contatto con le profondità della terra; impugna un martello che alcuni studiosi ritengono servisse per chiudere i chiavistelli delle porte dell’Ade, impedendo così ai defunti di tornare indietro; secondo potrebbe però essere interpretato anche in correlazione al mito etrusco che attribuiva alla dea Atharpa l’atto di configgere con un martello un chiodo per fissare immutabilmente il destino degli uomini.

La Via per il Regno dei Morti (prima parte)

Chi per primo discese nel mondo dei morti? Sembrerebbe fosse Ulisse, come descritto nell’Odissea, nel libro XI dove troviamo l’ “evocazione dei morti”. Sarà la maga Circe ad indicare il luogo di accesso al regno dei morti: 

Circe: Come varcato l'Oceàno avrai,

ti appariranno i bassi lidi, e il folto
di pioppi eccelsi e d'infecondi salci
Bosco di Proserpìna: e a quella piaggia,
che l'Oceán gorghiprofondo batte,
ferma il naviglio, e i regni entra di Pluto.
Rupe ivi s'alza, presso cui due fiumi
s'urtan tra lor rumoreggiando, e uniti
nell'Acheronte cadono: Cocito,
ramo di Stige, e Piriflegetonte.



L’arrivo di Ulisse (libro X):
Toccò la nave i gelidi confini,
là 've la gente de' Cimmerî alberga,
cui nebbia e buio sempiterno involve.
Monti pel cielo stelleggiato, o scenda
lo sfavillante d'ôr sole non guarda
quegl'infelici popoli, che trista
circonda ognor pernizïosa notte.
Addotto in su l'arena il buon naviglio,
e il monto e la pecora sbarcati,
alla corrente dell'Oceano in riva
camminavam; finché venimmo ai lochi
che la dea c'insegnò.

Ulisse giunge così nel paese dei Cimmeri completamente avvolto nella nebbia, da qui discende nel regno dei morti per incontrare l’indovino Tiresia e interrogarlo sul proprio destino. Da qui potrà vedere le ombre dei morti: sono fantasmi, figure aeree, inafferrabili, tanto che, di fronte allo spirito della madre Anticlea dirà: “E mi slanciai tre volte, il cuore mi obbligava a abbracciarla: / tre volte dalle mie mani, all’ombra simile o al sogno, / volò via” (XI, 206-207).

La discesa nell’Averno di Enea, che grande influenza ebbe nella descrizione dell’Inferno della Divina Commedia, tanto che Dante sceglierà Virgilio come sua guida per la prima parte del viaggio, colloca Enea a Cuma, in Campania, dove consulta la Sibilla (la profetessa del dio Apollo) e insieme a lei scende agli Inferi attraverso il Lago Averno, per incontrare il padre Anchise. Attraversato il fiume Acheronte sulla barca di Caronte, Enea visita le varie regioni infernali, giungendo infine tra i beati nei Campi Elisi. 
Enea e la Sibilla Cumana presso il Lago Averno,  William Turner 1798 ca,


V’era una profonda grotta, immane di vasta apertura; 
rocciosa, difesa da un nero lago e dalle tenebre dei boschi,
sulla quale nessun volatile poteva impunemente dirigere
il corso con l’ali; tali esalazioni si levavano
effondendosi dalle oscure fauci alla volta del cielo.
[Da ciò i greci chiamarono il luogo con il nome d’Aorno.]
Qui dapprima la sacerdotessa collocò quattro giovenchi
dalle nere terga e versò vino sulla loro fronte,
e strappando dalla sommità del capo setole in mezzo alle corna,
le pose sui fuochi sacri, prima offerta votiva,
invocando con forza Ecate, potente nel cielo e nell’Erebo.
[...]
Ed ecco, alla soglia dei primi raggi del sole,
la terra mugghiò sotto i piedi, i gioghi delle selve
cominciarono a tremare, e sembrò che cagne ululassero
nell’ombra all’arrivo della dea. «Lontano, state lontano,
o profani» grida la veggente, «e allontanatevi da tutto il bosco;
e tu intraprendi la via, e strappa la spada dal fodero;
ora necessita coraggio, Enea, e animo fermo.»
Disse, ed entrò furente nell’antro aperto;
egli con impavidi passi s’affianca alla guida che avanza.
Dei, che governate le anime, Ombre silenti,
e Caos e Flegetonte, luoghi muti nella vasta notte,
concedetemi di dire quello che udii, e per vostra
volontà rivelare le cose sepolte nella profonda terra e nelle tenebre.
Andavano oscuri nell’ombra della notte solitaria
e per le vuote case di Dite e i vani regni:
quale il cammino nelle selve per l’incerta luna,
sotto un’avara luce, se Giove nasconde il cielo
nell’ombra, e la nera notte toglie il colore alle cose.
Proprio davanti al vestibolo, sull’orlo delle fauci dell’Orco,
il Pianto e gli Affanni vendicatori posero il loro covile;
vi abitano i pallidi Morbi e la triste Vecchiaia,
la Paura, e la Fame, cattiva consigliera, e la turpe Miseria,
terribili forme a vedersi, e la Morte, e il Dolore;
poi il Sonno, consanguineo della Morte, e i malvagi Piaceri
dell’animo, e sull’opposta soglia la Guerra apportatrice di lutto,
e i ferrei talami delle Eumenidi, e la folle Discordia,
intrecciata la chioma viperea di bende cruente.
[...]
Di qui la via che porta alle onde del tartareo Acheronte.
Qui un gorgo torbido di fango in vasta voragine
ribolle ed erutta in Cocito tutta la sabbia.
Orrendo nocchiero, custodisce queste acque e il fiume
Caronte, di squallore terribile, a cui una larga canizie
incolta invade il mento, si sbarrano gli occhi di fiamma,
sordido pende dagli omeri annodato il mantello.
Egli spinge la barca con una pertica e governa le vele,
e trasporta i corpi sullo scafo di colore ferrigno,
vegliardo, ma dio di cruda e verde vecchiezza.
Qui tutta una folla dispersa si precipitava alle rive,
donne e uomini, i corpi privati della vita
di magnanimi eroi, fanciulli e intatte fanciulle,
e giovani posti sul rogo davanti agli occhi dei padri:
quante nelle selve al primo freddo d’autunno
cadono scosse le foglie, o quanti dall’alto mare
uccelli s’addensano in terra, se la fredda stagione
li mette in fuga oltremare e li spinge nelle regioni assolate.

Post bianco

Il bianco, per coloro che scrivono, non può non far pensare al “foglio bianco” spazio senza limiti e condizioni che ti invita e ti suggerisce che tutto lì è possibile. Da un primo foglio bianco comincia quell’opera che non si sa bene quando finirà. Spazio indefinito come la luce al quale il bianco è 
associato. E la luce porta inevitabilmente alla spiritualità e alla purezza così ecco che il bianco è anche il colore degli angeli, dell’eternità e del paradiso. Figure eteree sospese tra il reale e l’irreale, il presente e il divenire sconosciuto, come accade anche nella mitologia dove il bianco è il colore di creature speciali, soprattutto quelle che attraversano il confine tra il reale e l'immaginario: l’unicorno, il pegaso, uccelli bianchi candido dai tratti non marcati e quasi indefiniti quali il cigno o la colomba. Il bianco è l’unità di tutti i colori ma anche la loro origine: ben sappiamo come facendo passare il colore bianco attraverso un prisma di cristallo, si crea un arcobaleno di colori che, unendosi, formano il colore bianco, come se il bianco si ricreasse sempre, tornasse alla sua natura come succede per l’acqua: la separi ma tende a riunirsi.
Kanjuro Shibata XX, Enso ca. 2000
E’ il colore che mette in evidenza gli altri colori: una macchia sul bianco ne elimina la sua immacolatezza.
In alcune tradizioni, tra cui quella giapponese, il bianco è il colore del lutto. Nella medesima cultura, in particolare l’arte, il bianco è fondamentale nel sottolineare e mettere in evidenza il vuoto Zen. Arte per cui l’idea di vuoto è sinonimo di infinita ricchezza di possibilità, di massima apertura e libertà, di meditazione sulla propria luce interiore; classico esempio è la rappresentazione dell' Ensō che in giapponese significa cerchio; simboleggia l'illuminazione, la forza, l'universo.La presenza e l’energia del vuoto vengono esaltate nella pittura ad inchiostro, dove lo spazio bianco è dominante rispetto alla presenza di segni ed immagini.
Il bianco è anche il colore della saggezza e della vecchiaia. I vecchi sono così portatori di saggezza (una forma di luce).
Gandalf (il Bianco), come guida illumina la strada dei protagonisti de Lo Hobbit e il Signore degli Anelli. Lo stesso Tolkien dice di essersi ispirato per il personaggio di Gandalf ad una immagine riprodotta su una cartolina intitolata Lo spirito della montagna, dove è raffigurato un vecchio con una lunga barba bianca seduto su una roccia sotto un pino.
I profeti vedono la Divinità rivestita di un mantello bianco come la neve, e con una capigliatura bianca paragonabile alla lana purissima come nel Sogno di Daniele. 
“Visione del vegliardo e del Figlio di uomo”
[9]Io continuavo a guardare,
quand'ecco furono collocati troni
e un vegliardo si assise.
La sua veste era candida come la neve
e i capelli del suo capo erano candidi come la lana;
il suo trono era come vampe di fuoco
con le ruote come fuoco ardente.
[10]Un fiume di fuoco scendeva dinanzi a lui,
mille migliaia lo servivano
e diecimila miriadi lo assistevano.
La corte sedette e i libri furono aperti.



dillo alla luna

Lo so, chi mi segue è abituato ai frequenti cambiamenti della grafica del mio blog. Qualche settimana fa ho "eliminato" Orlando, ma c'era ancora qualcosa che mi infastidiva: era Kokoro, quindi via anche quello. dillo alla luna è il nuovo titolo del blog. L'url rimane la stessa, fino a quando non ci sarà un modo per reindirizzare alla nuova pagina (si accettano suggerimenti in proposito).
Dillo alla luna, di Vasco Rossi
interpretato da Mia Martini

In dormiveglia

Il Sonno, Salvador Dalì, 1937

In dormiveglia
Senti come arrivano i pensieri a tormentare il mio giorno.
Ma ecco le immagini che cadono e le parole che arrivano a soccorrerle e fissarle nella mente; 
so già che non le ricorderò: i pensieri del giorno cancellano il dormiveglia.
Così, nel dormiveglia, resisto al risveglio.

Neo-nati




Rinascere. 
Con nuove leggi di natura
Cancellare e riscrivere tutto
E di nuovo giurare per poi non mantenere e, 
non mantenendo, sperare di rinascere.
Per sempre traditori e per sempre neo-nati.

Tra le nuvole



Eccoci qui, al di sopra del niente delle parole;
al di sopra della solitudine vera di ogni uomo.
Eccoci qui nella verità delle nuvole che cambiano e
che sembrano draghi, che sembrano farfalle, che sembrano volti,
perché le nuvole inventano il mondo e subito lo cancellano 
perchè il mondo è pesante da sorreggere per la nuvola impaziente, 
per la nuvola che ti porta tra draghi, farfalle e nuovi volti, 
per la nuvola felice di stare tra le nuvole. Decisa a non atterrare mai.

Munch secondo Munch

“La mia arte ha le sue radici nelle riflessioni sul perché non sono uguale agli altri, sul perché ci fu una maledizione sulla mia culla, sul perché sono stato gettato nel mondo senza potere scegliere. Nella casa della mia infanzia abitavano malattia e morte. Non ho mai superato l’infelicità di allora […] Così vissi coi morti.”

Madre morta e la bambina, 1899
Ho dovuto saltare da una pietra all’altra. Qualche volta ho lasciato il sentiero per buttarmi nel vortice della vita. Ma sempre ho dovuto ritornare su questo sentiero sul ciglio del precipizio.”

Golgota, 1900
"La mia prima rottura con l’Impressionismo fu La Fanciulla Malata: io cercavo l’espressione".

La fanciulla malata, 1886
"Una sera passeggiavo per un sentiero, da una parte stava la città e sotto di me il fiordo -il sole stava tramontando- le nuvole erano tinte di un rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando. "
L'Urlo, 1893
"Stanco, abbattuto, malato, disegnavo e cominciavo a bere sin dal mattino [...] Ho ricevuto in eredità due dei più terribili nemici dell’umanità: la tubercolosi e la malattia mentale. La malattia, la follia e la morte erano gli angeli neri che si affacciavano sulla mia culla."
"La mia pittura è, in realtà, un esame di coscienza e un tentativo di comprendere i miei rapporti con l’esistenza. E’, dunque, una forma di egoismo, ma spero di riuscire grazie a lei, ad aiutare gli altri a vedere chiaro". 
"Si può così esprimere tutto ciò che è talmente sottile da essere appena un’intuizione, un pensiero, una ricerca. Il Simbolismo dice di essere l’immagine della propria emozione".

Separazione, 1896

Agitazione interna, 1920

"Dal mio corpo in putrefazione cresceranno dei fiori 
e io sarò dentro di loro: questa è l'eternità."
Autoritratto all'Inferno, 1903

Luigi Pirandello e Nathan Wirth


Hai mai pensato di andare via e non tornare mai più?



Scappare e far perdere ogni tua traccia, 
per andare in un posto lontano


e ricominciare a vivere,


vivere una vita nuova, solo tua, vivere davvero.
Ci hai mai pensato? 
(Il fu Mattia Pascal, di Luigi Pirandello)

A slice of Silence immagini di Nathan Wirth

Ultimo canto di Saffo

Saffo di Klimt, 1888
Giacomo Leopardi conosceva il rifiuto della Matrigna Natura, la Natura che non ti fa partecipe della sua bellezza e della sua armonia; fuori dalla Natura per difetto fisico e fuori da essa per l’incapacità di vivere, almeno in parte, la bellezza della vita. E questo ben sapeva la poetessa Saffo che scrisse di questa sua esclusione. Leopardi riprende la sofferenza di entrambi e la trasforma in questo “canto”, dove si percepisce la presenza della poetessa.
Ma tu morta giacerai, e nessun ricordo di te
ci sarà, neppure in futuro: tu non partecipi delle rose
della Pieria. E di qui volata via, anche nella casa
di Ade, invisibile ti aggirerai con i morti oscuri.
(Saffo, Frammenti – Traduzione di Salvatore Quasimodo)

Tuttavia sembra che l'aspetto fisico della poetessa fosse assai piacevole e la sua presunta bruttezza sia solo leggenda come, del resto, l'amore e la conseguente delusione per Faone: "Degna di nessun credito è la notizia secondo cui Saffo sarebbe stata piccola, scura di carnagione e tutt’altro che bella: si tratta di un cliché biografico per così dire ‘socratico’, fondato sulla prevedibile opposizione di bruttezza esteriore e bellezza interiore. Del tutto romanzata è la storia dell’amore di Saffo per il bel barcaiolo Faone, che l’avrebbe respinta causando il suicidio della poetessa, gettatasi a capofitto dalla rupe di Lèucade: si tratta di invenzione già nota a Menandro e in séguito diffusa anche nelle letterature moderne, fondata probabilmente sul fraintendimento di dati mitologici e rituali interni ai testi (Faone sembra essere un pàredro [divinità o semi divinità ‘accompagnatrice’] della dea Afrodite, e la rupe di Leucade è al centro di un complesso mitico-rituale ben documentato". (Federico Condello)

La ballata del vecchio marinaio, di S.Coleridge

Immagina di essere un invitato che sta andando ad un matrimonio e che lungo la strada ti imbatta in un vecchio marinaio che, con il suo sguardo da incantatore ti blocca lì con lui, e comincia a raccontarti la sua storia. Con il suo sguardo ha scelto te come ascoltatore, siete fatti l’uno per l’altro: lui “deve” raccontare e tu “non puoi” non farlo. Perché il vecchio marinaio ti ha fermato? Per espiare una colpa. E così racconta, racconta la sua vicenda e, nel raccontarla, la rivive e la fa vivere a te che lo ascolti, tanto che, alla fine, ti risveglierai “più triste e ben più saggio”. 
Questo il canovaccio de La Ballata del Vecchio Marinaio di S.T.Coleridge (21 ottobre 1772 – 25 luglio 1834)
Il marinaio racconta di come la nave sulla quale viaggiava, una volta attraversato l’Equatore, fu spinta da una burrasca verso i ghiacciai del Polo Sud. Il ghiaccio impedisce alla nave di muoversi, e i marinai temono per la propria sorte. Ma, proprio quando ormai disperano, il posarsi di un albatros sull'albero nave riaccende nell'equipaggio la speranza: l'uccello viene accolto come un presagio favorevole dai marinai, che lo rifocillano. Il volatile sembra, infatti, portatore di una brezza che consente alla nave di liberarsi dalla stretta del ghiaccio. Inaspettatamente, però, il marinaio uccide l'uccello con un colpo di balestra. L'autore, tuttavia, non spiega il perché di questo gesto. L'equipaggio dapprima rimprovera il marinaio per l'inopportunità del misfatto, ma successivamente accade che approva il crudele gesto, perché coincidente con il miglioramento delle condizioni atmosferiche. È questo manifesto assenso a renderli moralmente complici del delitto. Le condizioni atmosferiche, però, precipitano: vento del tutto assente, sole cocente, acque ferme ed arroventate; tutto accade presso l'Equatore. L'equipaggio incolpa il marinaio per la propria disgrazia e gli appende al collo, al posto della croce, l'albatros che aveva abbattuto.(da Wikipedia)
Il viaggio per mare come allegoria della vita è da sempre il tema per eccellenza della letteratura, da quella classica (Odissea, La Storia Vera di Luciano) fino alla più moderna (Il vecchio e il mare di Hemingway); tra queste opere s’inserisce appunto, La Ballata del vecchio marinaio di Sanuel Coleridge, elemento fondamentale del Romanticismo inglese. Qui, un vecchio marinaio ci racconta la sua storia. Prigioniero tra i ghiacciai, il vecchio marinaio uccide l’albatro, la sola speranza di trovare il modo per uscire da quella trappola. Uccide la speranza di tutto l’equipaggio, allegoria dell’umanità. Per quanto potrebbe essere immediata una interpretazione in chiave religiosa (la speranza, la nave che spesso è allegoria della Chiesa, l’albatro appeso al collo come una croce) in Coleridge, però, sembra prevalere l’aspetto immaginativo (spesso scatenato anche dall’uso di oppio) il bisogno di mischiare situazioni legate al sogno, alla visione con il ritorno alla realtà: parte della vicenda è vissuta come in uno stato di sogno ma l’espiazione della colpa sarà terrena e fisica. La punizione del vecchio marinaio, infatti, sarà raccontare all’infinito la sua vicenda, ciò fortemente in contrasto con la sua esperienza in mare dove le parole erano quasi assenti in quel viaggio a bordo di una nave in cui lui solo era in vita; dove l’uomo ricorda e descrive i colori che il sole e la luna donano al mare e alle sue profondità.
Una scena che sembra uscire dal genio di Bosch è la descrizione della nave fantasma che all'imbrunire, il marinaio e il resto della ciurma scorgono in lontananza. Al suo avvicinarsi, distinguono come passeggeri solo due persone impegnate in una partita a dadi: Morte (Death) e Vita-in-Morte (Life-in-Death). La Morte vince la vita della ciurma, Vita-in-Morte invece vince quella del Marinaio. Il destino è giocato ai dadi, ad essi è legata la sorte dell’uomo. L'equipaggio, agonizzante, maledice con lo sguardo il marinaio, reo della loro sventura e, uno dopo l'altro, in duecento esalano l'ultimo respiro.
La Nave dei Folli di Bosch o l’omonimo libro di Brant  che testimoniano, con la loro arte, la consuetudine  di scacciare i matti,  ma anche i malati, dalla comunità dei normali, caricandoli su barche lasciate andare in mare, così in certi luoghi dell’Europa continentale non era insolito vedere fiumi attraversati da navi cariche di folli e moribondi.
Ma il vecchio marinaio lo si può vedere come allegoria dell’artista (lo stesso Coleridge), il poeta che come l’albatro ha le grandi ali che gli impediscono di camminare a terra al passo degli altri uomini ma, con quelle stesse ali, simbolo della sua grande immaginazione, riesce a vedere e commuoversi di fronte alla bellezza della natura.

Charlot e Paperino: due "poveri" compleanni!


100 anni compie Charlot, infatti il 2 febbraio 1914 per la prima volta Charlie Chaplin appariva sul grande schermo con il corto Per guadagnarsi la vita nei panni di un aspirante giornalista in cerca di scoop. Solo cinque giorni, il 7 febbraio, dopo arriverà Charlot nella prima comica, Kit Auto Races at Venice, dove nasce il personaggio del vagabondo (bombetta, bastone e scarpe a punta). Il “vagabondo” diviene protagonista fino a raggiungere il traguardo della vera e propria icona cinematografica. Povero, sfortunato ma sentimentale; la sua stessa comicità ha le radici nel malinconico; il vagabondo Charlot si presenta come un misto tra il pierrot pallido e solitario e il clown che usa il linguaggio della pantomima che Chaplin aveva a lungo studiato; il tutto legato dal mutismo che, anche con l’avvento del sonoro, sarà la caratteristica principale del vagabondo, fino al 1936 quando in Tempi moderni, Charlot farà sentire la sua voce ma non per parlare ma per cantare. Il canto di Charlot fa da contrasto con i rumori delle macchine industriali e con la voce da megafono con cui il direttore dei lavori comunica con gli operai. E’ probabilmente in questo suo essere “cantante” in un mondo di “macchine” che il malinconico Charlot suscita simpatia, in questo suo non poter stare nel mondo di cui non capisce i meccanismi e, proprio per questo, è considerato un personaggio fuori dalla storia sociale, che non ha l’intento di cambiare gli avvenimenti ma si limita a subirli rimanendo nel suo sentimentalismo di vagabondo. Continuerà a “lottare” con malviventi e poliziotti, ricchi e prepotenti dopodiché la scena si concluderà con uno Charlot inquadrato di spalle che da solo percorre una strada deserta, unica possibilità di esistenza per chi non riesce ad entrare negli ingranaggi sociali.

Compie invece 80 anni Paperino: il 9 giugno del 1934, infatti, il personaggio di Walt Disney, fece la sua prima apparizione cinematografica, nelle vesti di Donald Duck. Altro umile sfortunato, pecora nera costretto a vivere all'ombra del fortunato cugino Gastone e dell'avaro milionario Zio Paperone. Paperino ha, per così dire, una prole: i nipotini Qui, Quo e Qua. Nno è un vagabondo come Charlot è più simile al proletario.
Due perdenti? Forse, ma forse no. Il loro modo di prendere la vita ce li rende familiari, non è un caso se Paperino rimane, ancora oggi, uno dei personaggi più amati.








Breve odissea di un rondone...

Nella foto potete vedere un rondone (presumo, non ne ho la certezza), dopo due giorni in balìa di un gatto randagio l'ho liberato (lo scambio prevedeva: rondone in cambio di croccantini). Ho preso il rondone, tremava, gli ho dato da bere e, dopo qualche ora trascorsa in una scatola in penombra, l'ho liberato in un luogo lontano dal gatto (che continuerà ad avere i suoi tre pasti giornalieri). Temevo non riprendesse a volare, che fosse ferito o comunque troppo debilitato, invece, come ha visto il sole, sentito l'aria e il cinguettio degli altri uccelli, ho sentito tra le mie mani, scatenarsi tutta la sua forza e
la sua voglia di tornare a volare: l'ho lanciato, è sfrecciato via come un razzo! Spinto a ricercare la sua traiettoria, ansioso di raccontare ai fratelli uccelli la sua avventura nelle grinfie di un gatto, per poi passare in un altro incubo: le mani umane dalle quali non sai mai se aspettarti il bene o il male, aspettare e calmarsi in una scatola fino a riveder il conosciuto. Quel mondo che per il rondone rappresenta il suo mondo, la sua libertà, la sua forza: gli uccelli non hanno bisogno di “evadere” come noi esseri umani per sentirsi meglio, gli uccelli nel loro mondo ci sanno stare.
[…] Avendo l'udito acutissimo, e la vista efficace e perfetta in modo, che l'animo nostro a fatica se ne può fare una immagine proporzionata; per la qual potenza godono tutto giorno immensi spettacoli e variatissimi, e dall'alto scuoprono, a un tempo solo, tanto spazio di terra, e distintamente scorgono tanti paesi coll'occhio, quanti, pur colla mente, appena si possono comprendere dall'uomo in un tratto; s'inferisce che debbono avere una grandissima forza e vivacità, e un grandissimo uso d'immaginativa. Non di quella immaginativa profonda, fervida e tempestosa, come ebbero Dante, il Tasso; la quale è funestissima dote, e principio di sollecitudini e angosce gravissime e perpetue; ma di quella ricca, varia, leggera, instabile e fanciullesca; la quale si è larghissima fonte di pensieri ameni e lieti, di errori dolci, di vari diletti e conforti; e il maggiore e più fruttuoso dono di cui la natura sia cortese ad anime vive. (Elogio degli Uccelli, Operette Morali, Giacomo Leopardi)


Volano gli uccelli (Franco Battiato, da La Voce del Padrone, 1981)

Volano gli uccelli volano 
nello spazio tra le nuvole 
con le regole assegnate 
a questa parte di universo 
al nostro sistema solare. 
Aprono le ali 
scendono in picchiata atterrano meglio di aeroplani 
cambiano le prospettive al mondo 
voli imprevedibili ed ascese velocissime 
traiettorie impercettibili 
codici di geometria esistenziale. 
Migrano gli uccelli emigrano 
con il cambio di stagione 
giochi di aperture alari 
che nascondono segreti 
di questo sistema solare. 
Aprono le ali ecc. 
Volano gli uccelli volano 
nello spazio tra le nuvole 
con le regole assegnate 
a questa parte di universo 
al nostro sistema solare.