...e intanto il mondo gira, il mondo gira come un pazzo...


Il vento di Elora
è così forte questa notte
che ho quasi paura
che rovesci la roulotte


Ha spento la stufa
e fa un freddo da impazzire
ma le stelle sulla neve
sembrano così vicine



E intanto il mondo gira
il mondo gira come un pazzo
che vuoi che gliene importi
della vita di un ragazzo
e intanto il mondo gira
il mondo gira a vuoto
e vanno avanti quelli
che non si tirano indietro



Oggi è ritornato
il minibus della contea
ha caricato Ken
e se lo son portato via



È il vento di Elora
che non mi lascia dormire
o forse è solo che ho paura
chissà se anche tu mi ami ancora



E intanto il mondo gira
il mondo gira come un pazzo
che vuoi che gliene importi
della vita di un ragazzo
e intanto il mondo gira
il mondo gira a vuoto
e vanno avanti quelli
che non si voltano indietro



C'è qualcosa di storto
sulla faccia della terra
troppa gente che nasce
troppa gente che cresce
C'è qualcosa di storto
sulla faccia della terra
troppa gente che nasce
troppa gente che non riesce



Il Vento di Elora di Eugenio Finardi, 1989

3) Intervista a Giacomo Leopardi: i miei amori

Giacomo Leopardi si confessa e ci parla, per la prima volta, dei suoi amori, veri o presunti.
Si è parlato molto del suo amore per Silvia o della più reale Fanny Targioni Tozzetti; ma il primo amore se lo ricorda ancora?
[…] la sera dell’ultimo Giovedì, arrivò in casa nostra, aspettata con piacere da me, né conosciuta mai, ma creduta capace di dare qualche sfogo al mio antico desiderio, una Signora Pesarese nostra parente più tosto lontana, di ventisei anni, col marito di oltre a cinquanta, grosso e pacifico, alta e membruta quanto nessuna donna ch’io m’abbia veduta mai, di volto però tutt’altro che grossolano, lineamenti tra il forte e il delicato, bel colore, occhi nerissimi, capelli castagni, maniere benigne, e, secondo me, graziose, lontanissime dalle affettate, molto meno lontane dalle primitive, tutte proprie delle Signore di Romagna e particolarmente delle Pesaresi, diversissime, ma per una certa qualità inesprimibile, delle nostre Marchegiane. 
E cosa accadde?
Quella sera la vidi, e non mi dispiacque; ma le ebbi a dire pochissime parole, e non mi ci fermai col pensiero. […] La sera del Venerdì, i miei fratelli giuocarono alle carte con lei: io invidiandoli molto, fui costretto a giuocare agli scacchi con un altro: mi ci misi per vincere, a fine di ottenere le lodi della Signora (e della Signora sola, quantunque avessi dintorno molti altri) la quale senza conoscerlo, facea stima di quel giuoco. […] Intanto l’aver veduto e osservato il suo giuocare coi fratelli, m’avea suscitato gran voglia di giuocare io stesso con lei, e così ottenere quel desiderato parlare e conversare con donna avvenente: per la qual cosa con vivo piacere sentii che sarebbe rimasa fino alla sera dopo.
Riuscì a giocarci anche lei?
Sì, Venuta l’ora, giuocai. N’uscii scontentissimo e inquieto. Avea giuocato senza molto piacere, ma lasciai anche con dispiacere, pressato da mia madre. La Signora m’avea trattato benignamente, ed io per la prima volta avea fatto ridere colle mie burlette una dama di bello aspetto, e parlatole, e ottenutone per me molte parole e sorrisi. Laonde cercando fra me perché fossi scontento, non lo sapea trovare. Non sentia quel rimorso che spesso, passato qualche diletto, ci avvelena il cuore, di non esserci ben serviti dell’occasione. Mi parea d’aver fatto e ottenuto quanto si poteva e quanto io mi era potuto aspettare. Conosceva però benissimo che quel piacere era stato più torbido e incerto, ch’io non me l’era immaginato, ma non vedeva di poterne incolpare nessuna cosa. E ad ogni modo io mi sentiva il cuore molto molle e tenero, e alla cena osservando gli atti e i discorsi della Signora, mi piacquero assai, e mi ammollirono sempre più; e insomma la Signora mi premeva molto: la quale nell’uscire capii che sarebbe partita l’indomani, né io l’avrei riveduta. Mi posi in letto considerando i sentimenti del mio cuore, che in sostanza erano inquietudine istintiva, scontento, malinconia, qualche dolcezza, molto affetto, e desiderio non sapeva né so di che, né anche fra le cose possibili vedo niente che mi possa appagare. 
Di Silvia abbiamo una bellissima poesia e per questo primo amore? Ha sentito il bisogno di trasformalo in poesia?
Certo…l’Elegia Prima…vuole che gliela reciti?
Sarebbe un onore…
Allora la onoro:

Tornami a mente il dì che la battaglia
D'amor sentii la prima volta, e dissi:
Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia! 

Che gli occhi al suol tuttora intenti e fissi,
Io mirava colei ch'a questo core
Primiera il varco ed innocente aprissi. 

La Sacra Famiglia. Il Silenzio



Qual è il rumore della sabbia che scende nella clessidra? Quella clessidra che sta in basso a destra nel dipinto non ha un suono, ossia lo ha, ma è impossibile sentirlo perché la sabbia è sottile e perché è chiusa nell'ampolla. Deve essere vista scendere, non si deve sentire o ascoltare. Il  silenzio è nel titolo di questo quadro: La Sacra Famiglia, il Silenzio opera di Marcello Venusti per molti anni ritenuta opera di Michelangelo di cui Venusti fu allievo e collaboratore. Silenzio che viene dal respiro di Gesù addormentato, un respiro innocente, tranquillo e inconsapevole; il silenzio di Giuseppe che sembra voler bloccare il rumore del suo respiro mettendosi una mano sulla bocca; l'angioletto che con l'indice sembra invitare al silenzio. E poi c'è Maria. Maria, supponiamo, ha finito di leggere ad alta voce ed ora anche lei è in silenzio, sembra una normalissima mamma che ha appena terminato di leggere una fiaba al figlioletto e adesso i suoi gesti diventano aerei: il libro viene portato sulla panca con gesto ampio, forse con il libro ha sorvolato il corpo del figlio, in quel libro Sacro c'è la vita narrata dell'Uomo di Dio, sorvolandolo lascia un'impronta sul piccolo come per ricordare il motivo della sua esistenza, del disegno di Dio. Il lenzuolo piegato sotto le gambe del bambino sembra essere lì per essere steso e diventare la futura sindone. E il quadro somiglia sempre di più ad una Pietà, dove il figlio di 33 anni, terminata la sabbia nella clessidra, giace senza vita tra le braccia di Maria, nel silenzio della morte, senza più nemmeno quel respiro impercettibile.

Emile Cioran e il libro


Io credo che un libro debba essere davvero una ferita, che debba cambiare in qualche modo la vita del lettore. Il mio intento, quando scrivo un libro, è di svegliare qualcuno, di fustigarlo. Poiché i libri che ho scritto sono nati dai miei malesseri, per non dire dalle mie sofferenze, è proprio questo che devono trasmettere in qualche maniera al lettore. No, non mi piacciono i libri che si leggono come si legge un giornale: un libro deve sconvolgere tutto, rimettere tutto in discussione.  
Guai al libro che si può leggere senza interrogarsi per tutto il tempo sull'autore! Squartamento, 1979 

Pubblicare un libro comporta lo stesso genere di noie di un matrimonio o di un funerale.  Confessioni e anatemi, 1987

Un libro deve avere un peso e presentarsi come una fatalità; quando lo leggiamo deve darci l'impressione che non avrebbe potuto non essere scritto.
Quaderni, 1957-1972, (postumo, 1997)

2) Intervista a Giacomo Leopardi: editoria e scrittori oggi

A grande richiesta la seconda intervista a Giacomo Leopardi.

Conte Leopardi ben ritrovato, non ci crederà ma la sua intervista ha avuto molto seguito tra i lettori…
Non è che io non creda a niente come si pensa, ad una mia sottile simpatia ci credo (sorride ammiccante); quali curiosità hanno i suoi lettori nei miei confronti?

Molti dei miei lettori si occupano di scrittura, alcuni sono aspiranti scrittori…come vede Lei l’editoria attuale?

La sapienza economica di questo secolo si può misurare dal corso che hanno le edizioni che chiamano compatte, dove è poco il consumo della carta, e infinito quello della vista. Sebbene in difesa del risparmio della carta nei libri, si può allegare che l’usanza del secolo è che si stampi molto e che nulla si legga. 

E’ questa, però, un'opinione abbastanza comune (il Conte sembra raccogliere la sfida).

Alla quale usanza appartiene anche l’avere abbandonati i caratteri tondi, che si adoperarono comunemente in Europa ai secoli addietro, e sostituiti in loro vece i caratteri lunghi, aggiuntovi il lustro della carta; cose quanto belle a vederle, tanto e più dannose agli occhi nella lettura; ma ben ragionevoli in un tempo nel quale i libri si stampano per vedere e non per leggere.

Ma lei sta parlando degli e-book?

Eh?! Io sto parlando di ora e di poi.

Che rapporto ha Lei con i suoi colleghi?

Se avessi l’ingegno del Cervantes, io farei un libro per purgare, come egli la Spagna dall’imitazione de’ cavalieri erranti, così io l’Italia, anzi il mondo incivilito, da un vizio che, avendo rispetto alla mansuetudine dei costumi presenti, e forse anche in ogni altro modo, non è meno crudele né meno barbaro di qualunque avanzo della ferocia de’ tempi medii castigato dal Cervantes. Parlo del vizio di leggere o di recitare ad altri i componimenti propri: il quale, essendo antichissimo, pure nei secoli addietro fu una miseria tollerabile, perché rara; ma oggi, che il comporre è di tutti, e che la cosa più difficile è trovare uno che non sia autore, è divenuto un flagello, una calamità pubblica, e una nuova tribolazione della vita umana.

Le è capitato spesso di sottostare a questa “tribolazione”?

[…] non v’è ora né luogo dove qualunque innocente non abbia a temere di essere assaltato, e sottoposto quivi medesimo, o strascinato altrove, al supplizio di udire prose senza fine o versi a migliaia, non più sotto scusa di volersene intendere il suo giudizio, scusa che già lungamente fu costume di assegnare per motivo di tali recitazioni, ma solo ed espressamente per dar piacere all’autore udendo, oltre alle lodi necessarie alla fine. 

L'uomo meditabondo

L’uomo meditabondo (di Nicolae Scurtescu 1844-1879)

Sotto il raggio di una lampada che luccica pallidamente,
in modo che appena si scorge lo scritto di un libro,
in mezzo al silenzio,
sta l’uomo pensieroso,
ed ascoso allo sguardo di tutti,
nel seno della notte,
investiga l’essere universale e lascia senza margini libero volo al pensiero.


Cit. in R. Lovera Grammatica della lingua romena.
Giovane che legge a lume di candela, 1600-1650,Mathias Stohomer

1) Intervista a Giacomo Leopardi: buoni e cattivi

Conte Leopardi, lei è ritenuto un pessimista, un misantropo, un asociale – mi scusi, sto solo riferendo quello che si dice di lei – eppure la sua poesia tocca gli animi umani. Che visione ha dell’uomo, natura malvagia o divina?
Dico che il mondo è una lega di birbanti contro gli uomini da bene, e di vili contro i generosi. Quando due o più birbanti si trovano insieme la prima volta, facilmente e come per segni si conoscono tra loro per quello che sono; e subito si accordano; o se i loro interessi non patiscono questo, certamente provano inclinazione l’uno per l’altro, e si hanno gran rispetto. Se un birbante ha contrattazioni e negozi con altri birbanti, spessissimo accade che si porta con lealtà e che non gl’inganna, se con genti onorate, è impossibile che non manchi loro di fede, e dovunque gli torna comodo, non cerchi di rovinarle; ancorché sieno persone animose, e capaci di vendicarsi, perché ha speranza, come quasi sempre gli riesce, di vincere colle sue frodi la loro bravura. 

Non sembra la visione di chi vive isolato, ma anzi, di chi frequenta molto gli altri.

Io ho veduto più volte uomini paurosissimi, trovandosi fra un birbante più pauroso di loro, e una persona da bene piena di coraggio, abbracciare per paura le parti del birbante: anzi questa cosa accade sempre che le genti ordinarie si trovano in occasioni simili: perché le vie dell’uomo coraggioso e da bene sono conosciute e semplici, quelle del ribaldo sono occulte e infinitamente varie. Ora, come ognuno sa, le cose ignote fanno più paura che le conosciute; e facilmente uno si guarda dalle vendette del generosi, dalle quali la stessa viltà e la paura ti salvano; ma nessuna paura e nessuna viltà è bastante a scamparti dalle persecuzioni segrete, dalle insidie, né dai colpi anche palesi che ti vengono dai nemici vili. Generalmente nella vita quotidiana il vero coraggio è temuto pochissimo; anche perché, essendo scompagnato da ogni impostura, è privo di quell’apparato che rende le cose spaventevoli; e spesso non gli e creduto; e i birbanti sono temuti anche come coraggiosi perché, per virtù d’impostura, molte volte sono tenuti tali.