27 agosto 2013

Pozzo di San Patrizio e Purgatorio

San Patrizio (vescovo del V secolo) è il santo dell'Irlanda di cui fu instancabile evangelizzatore, è a lui che è legata l'espressione "Pozzo di san Patrizio" simbolo di ricchezza senza fine, di un luogo senza fine. 
Una leggenda racconta che, in seguito ad una visione, il santo decise di scavare un pozzo miracoloso: chiunque vi fosse entrato sarebbe stato sottoposto ad una serie di indicibili prove al termine delle quali, però, se non si fosse arreso, avrebbe ricevuto il perdono di tutti i peccati. Secondo altre versioni, il peccatore giunto in fondo al pozzo, si sarebbe imbattuto in una vallata colma di delizie e angoli verdeggianti e, proseguendo ulteriormente il cammino, sarebbe arrivato dinanzi ad un castello stupendo, rivestito di marmi e pietre preziose; a questo punto le porte del castello si spalancano e appaiono degli angeli che cantano in coro mentre una schiera di Santi e di Beati avanzano verso il nuovo arrivato. Fra questi vi è san Patrizio che accoglie l'intrepido pellegrino invitandolo ad entrare.
Il Purgatorio di San Patrizio si trova a Station Island, un'isoletta che sorge in mezzo al 
lago Lough Derg, nel Donegal. Si chiama così perchè a quanto pare San Patrizio vi 
avrebbe trascorso 40 giorni di digiuno assoluto e preghiera: il luogo è adesso 
meta di pellegrinaggio. (fonte Viaggi nanopress)

L’opera di conversione e predicazione di San Patrizio in Irlanda è testimoniata da due opere principali: la prima è un testo agiografico databile alla fine del 1100 composta da Jocelyn de Furness, la seconda è il Tractatus Sancti Patricii composta all’inizio del 1200 da un certo H. di Satry monaco cistercense.
Entrambe riportano la leggenda della caverna conosciuta con il nome di Purgatorio di San Patrizio, alla prima si deve principalmente la spiegazione dell’origine della caverna, mentre il Tractatus riporta episodi e vicende che hanno alimentato il mito della caverna.

22 agosto 2013

Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo, di Durer

Albrecht Dürer (Norimberga, 21 maggio 1471 – Norimberga, 6 aprile 1528) celebre e apprezzato al suo tempo come misterioso e ammirato è oggi. Secondo Erasmo da Rotterdam, Dürer era da ritenere superiore al mitico pittore greco Apelle.
L’apice della maestria di Dürer è  ritenuta quella raggiunta con tre incisioni (tra il 1513 e il 1514) denominate le “incisioni maestre”, Meisterstiche. Queste sono abitualmente considerate un trittico, anche se questa non sembra fosse l’intenzione di Dürer , Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo, Melencolia I e San Gerolamo nello studio, tutte incisioni a bulino realizzate su lastra metallica. Il trittico è stato spesso interpretato (in particolare da F. Lippmann, 1893) come la rappresentazione delle virtù morali, intellettuali e teologiche. Certo è che questa di Lippmann è solo una delle tante possibili interpretazioni che si possono trovare nelle 3 opere. Per alcuni rappresenterebbero le tre forme di vita contemplate dalla Teologia: la Vita Attiva (che troviamo rappresentante Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo), la Vita Contemplativa (San Girolamo nello studio) e la Vita Spirituale (da La Melancholia I). 

Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo
Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo
L’opera è un’ incisione a bulino su lastra di rame. In basso a sinistra leggiamo il monogramma A.D. (Albrecht Dürer) con la data (1513).
Protagonista è la figura del cavaliere armato a cavallo in primo piano, segue la Morte, con una clessidra in mano, che cavalca un ronzino, e il Diavolo, dalle sembianze animalesche, armato di picca. 
Il Cavaliere prosegue, sapendo di avere come compagni la Morte e il Diavolo ma anche il cane fedele che, nel quadro, rappresenterebbe la fede religiosa che guida il cavaliere. Dove è diretto questo Cavaliere che procede senza indecisione, sicuro di sé (o della sua fede)? Sembra diretto nella cittadella che vediamo in alto al centro dell’opera.

6 agosto 2013

Mondo animale

Tipico abbiocco di questi giorni!
"E quella criniera vedi di sventolarla nel muso dei tuoi leo-amici, chiaro?!"


"Hai visto Bau quando sono salito sulle tende, la faccia della nostra tata?"
"Sì Miu, e quando tato mi ha lanciato il legno e ha centrato la finestra?"
"Ah, ah  che belle queste serate a spettegolare dei nostri amici umani!"

Foto della pagina facebook Pensiero micioso

La Calunnia di Apelle, di Botticelli

Ne il trattato di Luciano Non bisogna prestar fede alla Calunnia, il sofista greco descrive il quadro di Apelle (IV secolo a.C.), ispirato a una vicenda autobiografica e avente come tema la denuncia delle false accuse. In base alla tecnica ecfrastica (procedimento retorico per cui lo scrittore si cimenta nella descrizione di un'opera fino a renderla quasi visibile) molti artisti hanno rappresentato la Calunnia di Apelle, opera che in originale è andata perduta. Verso la metà del Cinquecento il trattatello di Luciano faceva parte del bagaglio culturale dei letterati che potevano accedere anche al testo in versione originale, disponibile in diverse edizioni a stampa a partire dal 1496. Leon Battista Alberti ebbe un ruolo particolarmente importante nell'adozione da parte degli artisti rinascimentali del testo che descrive la Calunnia di Apelle, citandolo nel De pictura (1435) come modello da tenere in considerazione al momento di inventare una composizione.

La narrazione di Luciano procede alla descrizione dell'opera di Apelle cominciando dalla figura di destra e continuando a rappresentare, uno di seguito all'altro, tutte le personificazioni che si susseguono nel corteo: un uomo seduto con le orecchie d'asino e affiancato da Ignoranza e Sospetto; nel gruppo formato da Calunnia, Calunniato, Invidia, Insidia e Frode; e dal gruppo che chiude lo strano corteo, composto da Pentimento e Verità, che si attardano in coda alla processione; esplicite sono le azioni, i temperamenti, gli attributi e le espressioni delle personificazioni. Durante tutto il Rinascimento la fortuna critica del testo e poi delle opere del De Calumnia di Luciano è legata al topos, assai diffuso, che la calunnia e la lusinga siano pratiche particolarmente comuni all'interno delle corti e dei palazzi, così, nell’Italia delle Signorie e dei Ducati, il tema della calunnia, come allegoria morale e didattica, e specialmente come monito per principi, signori e cortigiani, affinché non prestassero fede alle false accuse venne usata anche come argomento figurato di condanna di lusingatori e detrattori. In questo contesto furono molti i principi e i signori che a vario titolo commissionarono e furono i destinatari di una allegoria della Calunnia di Apelle: Ercole d'Este e Lorenzo de' Medici; nel 1539 Antonio Toto della Nuziata offrì una Calunnia a Enrico VIII; un dipinto di Franciabigio appartenne, prima del 1588, alla collezione di Francesco I de' Medici, così come proprietario di una Calunnia fu prima del 1531 il Principe Alberto Pio da Carpi. Inoltre, nel 1572 Cesare d'Este commissionò a Gaspare Venturini una raffigurazione della Calunnia di Apelle per decorare il soffitto del suo studiolo in Palazzo dei Diamanti.

4 agosto 2013

7 anni di studio matto e disperatissimo...

“7 anni di studio matto e disperatissimo” così il Leopardi descriveva il periodo tra l'adolescenza e la giovinezza trascorso completamente nell'isolamento della biblioteca paterna e dedicato esclusivamente allo studio. E, oggi, questo sembra sia stato il lasso di tempo che hanno impiegato traduttori professionisti inglesi ed americani che hanno lavorato alla prima traduzione in inglese dello Zibaldone di Leopardi. La squadra è stata coordinata da Michael Caesar (University of Birmingham) e Franco D’Intino (Università di Roma La Sapienza), sotto gli auspici del Centro Nazionale di Studi Leopardiani (Cnsl) di Recanati, del Leopardi Centre di Birmingham e dell’Arts and Humanities Research Council. Ma qual'è la storia editoriale dello Zibaldone?
Uno degli indici scritti da Giacomo Leopardi
Dopo la morte del poeta (nel 1837) il manoscritto era rimasto all’amico Antonio Ranieri il quale lo tenne per oltre cinquant'anni, lasciandolo in un baule a sua volta finito in eredità a due donne di servizio. Dopo la morte di Ranieri e un processo per stabilirne la proprietà, gli studiosi poterono finalmente avere accesso all'autografo che è oggi conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, si presenta in quaderni cuciti insieme di 4526 pagine in 6 volumi. Nel 1898 ebbe inizio la stampa dello Zibaldone a cura di una commissione presieduta da Giosuè Carducci; fu pubblicata in 7 volumi con il titolo di Pensieri di varia filosofia e dei bella letteratura di G. Leopardi che è uno dei vari titoli che Leopardi utilizzò per uno dei suoi indici. Sarà nell’edizione Flora che il titolo sarà Zibaldone. Leopardi in tutti i suoi scritti, riferendosi a questa opera, parlerà sempre di “I miei pensieri” e userà il titolo di Zibaldone solo nel 1827 quando ne compilerà l’indice, e probabilmente per evitare di confondere questa opera con i Pensieri (i centoundici pensieri) che già erano concepiti in questo periodo.
Nelle intenzioni del Leopardi, comunque, lo Zibaldone non era destinato alla pubblicazione, il carteggio veniva scherzosamente chiamato dal suo autore “immenso scartafaccio” scritto “a penna corrente”.