29 maggio 2013

Notte che porti consiglio

Notte che porti consiglio
e che con la tua oscurità illumini tutto ciò che dentro di me
è ancora sconosciuto
e che rendi comprensibile e chiaro
il film del giorno passato

Fammi sapere saggia notte
come finirà questa salita
e non importa sapere quanta strada ci sarà
ma se ci sarà una vetta
e allora notte che questa non sia una buona notte
ma una vera notte dove il consiglio
sia fatto di buon senso
il buon senso della notte

E allora saggia notte fammi sapere
che cosa devo fare per fermare questo mare
dentro di me
notte parla alla luna
e alle sue maree
e se non ti ascolta oscurala

Buonanotte vera notte senza la luna
che mi inonda e poi mi lascia in secca
notte che porti consiglio
raro se fatto di buon senso
raro come la pace della notte
senza sognare di desiderare
un altro giorno passato a resistere
fino a sentire che tu vera notte
sei risorta.

28 maggio 2013

Primo viaggio nella balena (Luciano di Samosata)

Dopo l’avventura sulla Luna (vedi post) i protagonisti della Storia Vera di Luciano si ritrovano dentro la pancia della balena. Un luogo buio ma ricco di pesci, relitti di navi e ossa umane, Luciano ci racconta che le sue dimensioni erano simili ad una città di diecimila abitanti. Presi dallo sconforto l’equipaggio si dispera ma, in seguito accendono un fuoco e cucinarono il pesce che il ventre della balena offriva.
 […]
Il giorno appresso levatici, quando la balena apriva la bocca, vedevamo ora terre e montagne, ora solamente cielo, e talora anche isole, e così ci accorgemmo che essa correva veloce per tutte le parti del mare. Poiché ci fummo in certo modo abituati a vivere così, io presi sette compagni e andai nella selva per scoprire il paese. Non ero andato cinque stadi, e trovo un tempio sacro a Nettuno, come diceva la scritta, e poco più in là molti sepolcri con colonne sopra, e una fonte d'acqua chiara, udimmo ancora il latrato d'un cane, e vedemmo fumo lontano, e pensammo ci fosse anche qualche villa. Affrettato il passo giungemmo a un vecchio e un giovinetto, che con molta cura lavoravano un orticello, e l'annaffiavano con l'acqua condotta dalla fonte. Compiaciuti insieme e spauriti, ci fermammo; e loro, come si può credere, commossi del pari, rimasero senza parlare. Dopo alcun tempo il vecchio disse: Chi siete voi, o forestieri? forse geni marini o uomini sfortunati come noi? ché noi siamo uomini, nati e vissuti su la terra, e ora siamo marini, e andiamo nuotando con questa belva che ci chiude, e non sappiamo che cosa siamo diventati, ché ci par d'essere morti, e pur sappiamo di vivere.A queste parole io risposi: Anche noi, o padre, siamo uomini, e siamo arrivati poco fa, inghiottiti l'altro ieri, con tutta la nave. Ci siamo inoltrati volendo conoscere com'è fatta la selva, che pareva grande e selvaggia. Qualche genio certamente ci guidò per farci vedere te, e sapere che non siamo chiusi noi soli in questa belva. Ma narraci i casi tuoi: chi sei tu, e come qui entrasti. E quegli disse di non voler narrare né domandare alcuna cosa prima di offrirci i doni ospitali che egli poteva: ci prese e ci menò a casa sua, che egli stesso si era costruita, bastante per lui, con letti e altre comodità; ci mise innanzi alcuni ortaggi, e frutti e pesci, e versò anche del vino.
[…] Egli ne fece le meraviglie grandi, e poi a sua volta ci narrò i casi suoi, dicendo: Io, o miei ospiti, sono di Cipro. Uscito per commerciare dalla mia patria, con questo mio figliuolo che vedete, e con molti altri servi navigavo per l'Italia, portando un carico di mercanzie sopra una gran nave, che forse alla bocca della balena voi vedeste sfasciata. Fino alla Sicilia navigammo prosperamente, ma di là un vento gagliardissimo dopo tre giorni ci trasportò nell'Oceano, dove abbattutici nella balena, fummo uomini e nave inghiottiti; e morti tutti gli altri, noi due soli scampammo. Sepolti i compagni, e rizzato un tempio a Nettuno, viviamo questa vita coltivando quest'orto, e cibandoci di pesci e di frutti. La selva, come vedete, è grande, e ha molte viti, dalle quali facciamo vino dolcissimo; ha una fonte, forse voi la vedeste, di chiarissima e freschissima acqua. Di foglie, ci facciamo i letti, bruciamo fuoco abbondante, prendiamo con le reti gli uccelli che volano, e peschiamo vivi i pesci che entrano ed escono per le branchie della balena; qui ci laviamo ancora, quando ci piace, che c'è un lago non molto salato, di un venti stadi di circuito, pieno d'ogni sorta di pesci, dove nuotiamo e andiamo in una barchetta che io stesso ho costruito. Son ventisette anni da che siamo stati inghiottiti, e forse potremmo sopportare ogni altra cosa, ma troppo grave molestia abbiamo dai nostri vicini, che sono intrattabili e selvatici.
E che? diss'io, sono altri nella balena? Molti, rispose, e inospitali, e di stranissimo aspetto. Nella parte occidentale della selva, cioè verso la coda, abitano gl'Insalumati, genti con occhi d'anguille e facce di granchi, pugnaci, audaci, crudeli. Al lato destro sono i Tritonobecchi, simili agli uomini all'insù e all'ingiù ai pesci spada: questi sono meno tristi degli altri. Al lato sinistro i Granchimani e i Capitonni, che hanno fatto lega e comunella fra loro; nel mezzo abitano gli Sgranchiati e i Piedisogliole, gente guerriera e velocissima; la parte orientale verso la bocca è tutta deserta, perché battuta dal mare. Io poi tengo questo luogo pagando ogni anno ai Piedisogliole un tributo di cinquanta ostriche. Così fatto è il paese, e noi dobbiamo vedere come poter combattere con tante genti, e come viverci. Quanti sono tutti questi? diss'io.
Più di mille, rispose.
E che armi hanno ?Non altro che spine di pesci.
Bene, io dissi, li combatteremo: essi sono inermi, noi armati, quando li avremo vinti non ci staremo più con paura.
E così stabilito, tornammo alla nave per prepararci.

25 maggio 2013

Nella pioggia.

Fa freddo e piove, che meraviglia! Ricordo il mese di Maggio come anticipo di calde ed umide estati ma ecco, finalmente, un Maggio di fresco respiro. Forse un'ultima boccata d'aria prima dell'afa estiva. La pioggia di Maggio mette allegria agli uccellini, alle piante, ai bambini e anche a me; nella pioggia di Maggio c'è la delusione di chi sentiva già arrivata l'estate; nella pioggia di Maggio ci sono le rose  maltrattate (e loro non sono abituate ad essere maltrattate) dalle gocce pesanti sui loro petali di velluto. Nella pioggia di Maggio ci sono gli starnuti da raffreddamento confusi agli starnuti da allergia e che suonano stonati. Ci vuole una canzone giusta per questo momento, una pioggia tintinnante, serena e serale.




NELLA PIOGGIA (di Vinicio Capossela)

Sulla pe… 
sulla pe… 
sulla pelle e su noi 
cadono perle stasera 
le insegne dipingono amanti 
dai vetri rigati al vapore 
nella pio… 

nella pio… 
nella pioggia che c'è 
i cani non trovan padroni 
e suona l'orchestra a gettoni 
e i cinesi non chiudono mai 

nascosti nella sera 

partono treni a ogni ora 
partono ma 
non partiamo noi 
è un disco d'inchiostro e di cera 
la strada 
e i solchi li suonan le suola 

camminando, camminando 

cade la pioggia.. 
la pianola, la pianola 
spazza la sera 
gli ombrelli sbocciano agli angoli 

nella pio… 

nella pio… 
nella pioggia che c'è 
le rose non seguono i guanti 
ritornano a mazzi ambulanti 
dov'è che dormono i tram 

questa pio… 

questa pio… 
questa pioggia è per noi 
e brilla di ferro e binari 
ritaglian le stoffe e le ore 
le lancette dei grandi orologi 

nascosti nella sera 

partono treni a ogni ora 
partono ma 
non partiamo noi 

19 maggio 2013

...ma son mille papaveri rossi...

Cerere
Da piccola aspettavo i papaveri, come si aspettavano le rondini o le vacanze. Mi colpiva vedere le foglie grinzose che si aprivano al sole, io, a volte, “aiutavo” i petali a distendersi (lo so, non si fa). Ancora oggi, non resisto dal guardare i campi di papaveri misti al grano (è vero, i campi sono di grano e i papaveri sono degli intrusi). Per questo suo essere un intruso infestante viene comunemente chiamato anche “rosolaccio”, ossia rosa dei campi. Sembra sia il simbolo della pigrizia, evidentemente lo avevo intuito quando “aiutavo” il petalo a distendersi, mentre nel linguaggio dei fiori simboleggia l'orgoglio sopito.  Cerere, la dea latina delle messi e dell'agricoltura, è raffigurata con una ghirlanda di papaveri; da Cerere, deriva “cereale”, termine attribuito nell’antichità a grano, orzo e al papavero sonnifero. L’iconografia della dea fu sempre piuttosto riconoscibile: capelli biondi, tenuti da un nastro rosso, e incoronati da spighe di grano e papaveri, impugna con la mano destra una fiaccola accesa, simbolo della stagione estiva, e talvolta stringe con la sinistra una falce necessaria per la mietitura; spesso impugna un papavero, mentre, ai suoi piedi, giacciono tre serpi aggrovigliate. 
Cerere di Bruegel

Demetra (la Cerere greca) sembra abbia riacquistato la serenità, dopo il rapimento della figlia Persefone da parte di Ade, bevendo succo di papavero. 
Non possono mancare le leggende su questo fiore dal colore intenso e dall’aspetto fragile. Tra queste, la leggenda che spiega l’origine del modo di dire “gli alti papaveri” per indicare persone potenti. Sembra che Tarquinio il Superbo, per insegnare al figlio il modo più rapido per conquistare la città di Gabi, lo incitasse ad eliminare i personaggi più influenti e potenti e, per spiegare questo,  fece recidere i papaveri più alti del suo giardino con un solo colpo di falce.
Oggi, nel mondo anglosassone il Papaver rhoeas è tradizionalmente dedicato alla memoria delle vittime sui campi di battaglia della prima e della seconda guerra mondiale. Usanza che sembra risalire ai tempi di Gengis Khan, l'imperatore e condottiero mongolo, che portava sempre con sé dei semi di papavero per spargerli sui campi di battaglia dopo le sue vittorie, in ricordo e rispetto di coloro che vi erano caduti con onore ed anche per "segnare", con il colore di quei fiori, che là si era svolta una battaglia, probabilmente per ricordare il sangue che aveva bagnato quel luogo. 
Il cantautore Fabrizio De Andrè riporta questa immagine nella canzone La Guerra di Piero
…Dormi sepolto in un campo di grano 

non è la rosa non è il tulipano 
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi 
ma son mille papaveri rossi


Raffaello Sanzio, la Madonna del Prato.
Sulla sinistra si notano due papaveri.
Per i cristiani il suo colore, porpora, così acceso
richiama il sacrificio di Cristo nella sua Passione
e
Morte in croce.
Claude Monet, I Papaveri
Qui i papaveri rappresentano l'esplosione della vita:  Monet ritrae
la moglie Camille e il figlioletto Jean durante una passeggiata attraverso i campi
assolati e rallegrati dal numero indecifrabile di papaveri.

5 maggio 2013

Primo viaggio sulla Luna (Luciano di Samosata).

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
silenziosa luna?
(Canto notturno di un pastore errante per l'Asia, 
Giacomo Leopardi)
[…] Verso il mezzodì, sparita l'isola, un improvviso turbine roteò la nave, e la sollevò quasi tremila stadi in alto, né più la depose sul mare: ma così sospesa in aria, un vento, che gonfiava tutte le vele, la portava. Sette giorni e altrettante notti corremmo per l'aria; nell'ottavo vedemmo una gran terra nell'aria, a forma di un'isola, lucente, sferica, e di grande splendore. Avvicinatici e approdati scendemmo: e riguardando il paese, lo troviamo abitato e coltivato. Di giorno non vedemmo niente di là; ma di notte ci apparvero altre isole vicine, quali più grandi, quali più piccole, del colore del fuoco, e un'altra terra giù, che aveva città, e fiumi, e mari, e selve, e monti: e pensammo fosse questa che noi abitiamo.
Avendo voluto addentrarci nel paese fummo scontrati e presi dagl'Ippogrifi, come colà si chiamano. Questi Ippogrifi sono uomini che vanno sopra grandi grifi, come su cavalli alati: i grifi sono grandi, e la più parte a tre teste: e se volete sapere quanto son grandi immaginate che hanno le penne più lunghe e più massicce d'un albero d'un galeone. Questi Ippogrifi dunque hanno ordine di andare scorrazzando intorno alla terra, e se incontrano forestieri, di menarli dal re: onde ci prendono e ci menano da lui.
Il quale vedendoci e giudicandone ai panni, disse: Ebbene, o forestieri, siete voi Greci? E rispondendo noi di sì: E come, ci dimandò, siete qui giunti, valicato tanto spazio d'aria? Noi gli contammo per filo ogni cosa; ed egli ci narrò ancora dei fatti suoi, come egli era uomo, a nome Endimione, e come una volta mentre dormiva fu rapito dalla nostra terra, e venne qui, e fu re del paese Questa, egli disse, è quella terra che voi vedete di laggiù e chiamate la Luna. State di buon animo, e non sospettate di nessun pericolo, ché non mancherete di tutte le cose necessarie. Se condurrò a buon fine la guerra che ora faccio agli abitanti del Sole, voi vivrete presso di me una vita felicissima.
Questo brano, è un estratto del romanzo in due libri La Storia Vera, scritto da Luciano di Samosata, probabilmente, intorno al 180 d.C.. E’ considerato il primo viaggio letterario sulla Luna, anticipatore di tante opere quali Orlando Furioso Gargantua e Pantagruel, Le Avventure del Barone di Münchhausen, I Viaggi di Gulliver, Ventimila leghe sotto i mari. 
La storia è raccontata in prima persona, il viaggio immaginario porterà Luciano e i suoi compagni in un viaggio per mare, dagli abissi alla luna, e perfino dentro il ventre di una balena, da cui l'equipaggio ne uscirà incolume. Causa che provoca il “salto” spaziale sarà un fortissimo turbine che solleva la caravella su cui navigavano lui e i compagni e, dopo un viaggio di sette giorni e sette notti, raggiungerà la luna. 
La Luna di Luciano è popolata dagli Ippogrifi, così detti per la loro abitudine di cavalcare grifi a tre teste; ci sono inoltre gli Arborei, che si distinguono perché nascono dalle ghiande di un albero. Non vi sono donne. Sono gli uomini fino ai venticinque anni, a concepire i figli, dentro il polpaccio. Gli abitanti si nutrono solo del profumo dei cibi, sudano latte ed espellono miele dal naso. Hanno una coda a forma di piccolo cavolo, vestono abiti di vetro o di rame, hanno gli occhi removibili, che possono essere tolti e custoditi a parte e sostituiti facilmente. Infine, al momento della morte, il loro corpo si dissolve in fumo:

[...]

Durante la mia dimora nella Luna, vidi cose nuove e mirabili che voglio raccontare. Prima di tutto là non nascono dalle femmine ma dai maschi; fanno le nozze tra maschi; e di femmine non conoscono neppure il nome. Fino a venticinque anni ciascuno è moglie, dipoi è marito; ingravidano non nel ventre, ma nei polpacci delle gambe; concepito l'embrione, la gamba ingrossa; e venuto il tempo vi fanno un taglio, e ne cavano come un morticino, che espongono al vento con la bocca aperta, e così lo fanno vivo. E credo che di là i Greci hanno tratto il nome di ventregamba che danno al polpaccio, il quale lì diventa gravido invece del ventre.
Ma conterò una cosa più mirabile di questa. È quivi una specie di uomini detti Arborei, che nascono a questo modo. Tagliano il testicolo destro d'un uomo, e lo piantano in terra: ne nasce un albero grandissimo, carnoso, a forma d'un fallo, con rami e fronde, e per frutti ghiande della grossezza d'un cubito. Quando queste sono mature, le raccolgono e ne cavano gli uomini. Hanno i genitali posticci; alcuni di avorio, i poveri di legno, e con questi si mescolano e si sollazzano coi loro garzoni. Quando l'uomo invecchia non muore, ma come fumo vanisce nell'aria.
Il Sonno di Endimione, Anne-Louis Girodet de Roussy-Trioson 
Molte sono le versioni riguardo al mito legato ad Endimione, il più conosciuto è quello secondo il quale Endimione era amato da Selene, la Luna, la quale si nascondeva dietro le pendici del monte Latmo (Asia Minore) per andare a trovarlo mentre dormiva in una grotta. Il sonno, secondo questa versione, sarebbe stato provocato dalla stessa dea per potersi unire al giovane. Secondo altre versioni, il sonno, sarebbe stato dato da Zeus come punizione poiché Endimione avrebbe desiderato Era. Luciano sceglie la versione del rapimento da parte della Luna-Selene che sceglie Endimione, come re della Luna.
Post: Primo viaggio nella balena di Luciano di Samosata

Il Testo completo de La Storia Vera, di Luciano