Aulonia di AlmaCattleya in mostra a Ravenna.

Da sabato 4 Maggio fino a venerdi 17 Maggio a Ravenna, la pittrice-blogger AlmaCattleya presenta la sua mostra intitolata "Eterno femminile".
Qui troverete esposta Aulonia la bambina ragno, protagonista che vive in un mondo ... oppure no...comunque vive nel suo blog  Aulonia. Per il travaglio che ha portato alla nascita di Aulonia "dipinta" vi rimando, invece, al post della stessa AlmaCattleya.


Dal ventre di Aulonia non compaiono i fili della ragnatela, ma addirittura la Luna!!! La luna non è casuale visto che il ragno è un suo animale simbolico. La nostra artista, già in anni non sospetti :) ha dichiarato il suo fascino per i ragni. Ecco una sintesi di un suo post del 2010.

Il Ragno come Artista
Non è mai stato impiegato -
Da ogni Scopa e Servetta
della Cristianità -
Figlio Negletto del Genio
Ti prendo per Mano -

Emily Dickinson, 1873

Quando guardavo il film Séraphine notavo quanto la telecamera inquadrasse le mani della pittrice: mani sporche di fango, mani che lavorano, mani che raccogliono erbe, mani che accarezzano l'acqua, mani che pregano e sono sempre le sue mani a fare ciò, ad essere così attive e piene di entusiasmo e passione che siano a dipingere o lavare il pavimento, non importa perché quelle mani vivono.
Gli antichi greci ritenevano che nelle mani risiedesse un'enorme sapienza e che fosse un tramite tra testa e cuore. Anche adesso, mentre sto scrivendo questo post, le mie mani sono attive e a volte le mani stanno altrove. Basti pensare a chi dipinge coi piedi o con la bocca perché non ha le braccia.
Ecco, le mani... Io vedo le mani come dei piccoli ragni con cinque zampe ognuna e ammiro i ragni per la loro tecnica e manualità e li considero dei perfetti artisti.
Dopotutto i ragni tessono la loro tela per mangiare e vivere come i grandi artisti, costantemente i ragni tessono la loro tela (non si può ordinare a un ragno di smettere) e senza quasi saperlo tessono e tessono.
Qui il post originale e completo di video.

"Dove ero rimasto?" te lo dice il segnalibro

ecco qui come realizzarli
Il segnalibro ci accompagna pagina dopo pagina, segna il nostro percorso, le nostre tappe e, soprattutto, le nostre soste. Ci sono quelli colorati, quelli che riproducono delle opere d’arte, altri, non dimenticando la passione di chi legge, riportano aforismi e frasi di scrittori celebri. Le “orecchie” della pagina torturano il foglio, segnano in modo irreparabile la pagina, ecco allora, compaiono, come fossero una sorta di “risarcimento”, dei segnalibro-origami, a forma di triangolo che rivestono l’angolo della pagina in cui sostiamo. 
Precursore del segnalibro sembra essere il segnacolo nato nel 1600; un nastrino di tessuto ancorato al dorso del libro.  Così viene definito dal dizionario Treccani: Termine dotto per indicare il nastrino o la sottile striscia di pelle o d’altro materiale che funge da segnalibro; anche, meno com., sinon. di segnalibro nel suo sign. più generico: trovai molti passi controsegnati in margine con matita, e una striscia di carta postavi per segnacolo (Tarchetti).

Nel 1850 cominciarono a diffondersi i segnalibro ispirati alle figure di santi.
Pochi anni dopo a Coventry, Inghilterra, inizia la produzione industriale di segnalibro in seta, già nel 1584 (con cui si fa nascere l’uso del segnalibro) Christopher Baker regalò alla Regina Elisabetta 1° un segnalibro di seta. Sempre a Coventry, nel 1880, i segnalibro verranno utilizzati come mezzi pubblicitari con riportate le pubblicità di oggetti merceologici o di banche e assicurazioni.
In Italia molto diffusi negli anni 70 sono stati i segnalibro con la pubblicità della FILA o di alcune marche di sigarette. Oggi si trovano in commercio anche segnalibri in metallo e materiali più preziosi come l'argento, alcuni sono formati da un'asticella con un charm da inserire tra le pagine oppure, esistono dei modelli che "agganciano" la pagina come le più note e semplici graffette.

Il bibliotecario, Arimboldi
1566 circa



Il bibliotecario visto dall'Arcimboldi è vestito con una tenda, mentre l’orecchio è evocato dalla rilegatura del libro, ossia i lacci con cui i libri venivano chiusi, le dita, invece, sembrano essere dei veri e propri segnalibro.

Affacciati al balcone!


Il balcone, ossia un modo per non mischiarsi del tutto in mezzo alla folla; le spalle rimangono rivolte e coperte dall’interno mentre ci si sporge con la parte frontale del corpo verso l’esterno. Fa parte di quei simboli che condividono delle caratteristiche con la soglia o con il ponte: come su una soglia ci si può sostare e, come il ponte, fa da legame tra un punto (l’edificio) e un altro punto (l’esterno). Può ricordare anche la torre per la sua altezza che permette di stare al di sopra della folla, dominarla, osservarla nella sua interezza e non nel dettaglio. Per i politici, il Papa, i reali permette una comunicazione o un saluto veloce alla folla; la conferma che il Papa o il Reale è salito al potere si ha non appena li vediamo affacciarsi al balcone. 
E chissà se Giulietta, dal balcone, era dominante su Romeo? Forse, ma in questo caso il balcone è simbolo anche di attesa, di speranza; anche in base all’interpretazione dei sogni, il balcone indica questa attesa. E in fondo, Gulietta sognava.

Nel dipinto di Goya, Majas al balcone, sono rappresentate due majas, mentre alle loro spalle, nascosti dall’oscurità, compaiono due figure maschili. Maja è traducibile con giovane spagnola bella e provocante; l'aristocrazia spagnola del XIX secolo, in particolare le nobildonne, amavano travestirsi da majas; nel quadro di Goya, però le majas sono rappresentate come belle popolane al balcone. Secondo Janis Tomlinson, lo stare al balcone, rivolgendo lo sguardo alla strada, era tipico delle majas prostitute.

Francisco Goya, Majas al balcone (1808-1814) 
Per Eugenio Montale il balcone sembra l’ennesima ricerca di dare un senso alla vita, ricerca travagliata e spesso non proficua. Qui la figura femminile (Anna degli Uberti, ispiratrice di molte poesie di Montale) viene vista come portatrice di una verità che il poeta non sa raggiungere, la salvezza da una vita senza senso. Anna degli Uberti è l'unica che può scorgere la vita che dà "barlumi", ossia momenti magici della vita in cui l'esistenza appare dotata di senso e di significato e non soltanto un insensato susseguirsi di giorni sempre uguali, dominati dalla noia. La finestra che non s'illumina è la memoria del poeta, che ripercorre gli istanti vissuti con Anna ormai morta.

Il balcone 
di Eugenio Montale 

Pareva facile giuoco 
mutare in nulla lo spazio 
che m'era aperto, in un tedio 
malcerto il certo tuo fuoco. 
Ora a quel vuoto ho congiunto 
ogni mio tardo motivo, 
sull'arduo nulla si spunta 
l'ansia di attenderti vivo. 
La vita che dà barlumi 
è quella che sola tu scorgi. 
A lei ti sporgi da questa 
finestra che non s'illumina.

E poi c'è l'inchino, dal balcone, di Maria Antonietta, dal film La Rivoluzione francese (1989)


Tutta colpa di Caino?


Adamo ed Eva piangono la morte di Abele
William Bouguereau, 1888, Buenos Aires
 Adamo si unì a Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino e disse: «Ho acquistato un uomo dal Signore». Poi partorì ancora suo fratello Abele. Ora Abele era pastore di greggi e Caino lavoratore del suolo. Dopo un certo tempo, Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al Signore; anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto. Il Signore disse allora a Caino: «Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dòminalo». Caino disse al fratello Abele: «Andiamo in campagna!». Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise. Allora il Signore disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?». Riprese: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra». Disse Caino al Signore: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono? Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere». Ma il Signore gli disse: «Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!». Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato. Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden. Genesi, Antico Testamento.

Il primo omicidio, il più efferato perché nei confronti di un fratello, è stato analizzato in base a diverse letture: cristiana, simbolica, mitologica, ma, quella che riporto oggi è l’analisi psichiatrica su Caino realizzata dallo psichiatra Vittorino Andreoli (il testo completo - pp.245-252- si trova in “Alfabeto delle relazioni” ed. Bur). Andreoli parte dal presupposto che la visione di un Caino brutale (il Male) contrapposto ad un Abele giusto (il Bene) sia troppo semplificata e non tenga conto dell’aspetto psicologico e del contesto storico-culturale. Così Andreoli assume il ruolo di perito della difesa di Caino, applicando la metodologia della perizia psichiatrica che tante volte ha messo in pratica nei tribunali (tra cui i casi di Pietro Maso; Luigi Chiatti, Donato Bilancia, tra i più noti)
Ora Abele era pastore di greggi e Caino lavoratore del suolo.
Dopo un certo tempo, Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al Signore; anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta.
L'alfabeto delle relazioni di Vittorino Andreoli
E’ questo l’antefatto all’omicidio e occorre farne una lettura dal punto di vista di Caino che vede rifiutata e persino considerata sgradita la sua offerta al padre e al tempo stesso constata che quella fatta da Abele è gradita. Il comportamento del padre non può che produrre una ferita, una ferita tanto più profonda quanto maggiore è l’amore è l’amore che un figlio ha per il padre (…)
Caino, come sappiamo, offre i frutti della sua terra, mentre Abele offrì  i primogeniti del suo gregge e del grasso. Qui Andreoli entra nel contesto storico del tempo: il passaggio dalla cultura della pastorizia a quella dell’agricoltura.
Ed è molto probabile che la data in cui si situa il racconto sia proprio quella del passaggio tra queste due culture e che di conseguenza Abele rappresenti la cultura della pastorizia e Caino la nuova cultura legata ai campi. Un vero capovolgimento della vita dell’uomo, che lo porta ad un legame stanziale con la terra, alla fondazione di una prima città (…). Siamo circa 8000 anni prima di Cristo e probabilmente in Mesopotamia(…).
Si narra che Caino sia il fondatore della prima città … con Caino nasce la vera rivoluzione, la transizione neolitica appunto che darà il via al nuovo stile di vita stanziale…Caino, insomma, introduce una nuova visione del mondo, antitetica a quella tradizionale di Abele.
E il padre apprezzerà i doni di Abele, simboli della tradizione e rifiuterà quelli di Caino, i nuovi frutti ottenuti, comunque, con dedizione, creatività e sudore.
E va aggiunto che Caino è il primogenito mentre Abele è secondogenito e che nella cultura dell’epoca il primogenito ha il compito di portare avanti la dinastia e quindi gode di un legame preferenziale con il padre. Il rifiuto, per questo, è ancora più grave poiché significa sconfessare il primogenito e metterlo in ridicolo agli occhi delle discendenza…
E tutto questo non è capito dal padre, da un padre conservatore e tradizionalista che non intravede nelle innovazioni dell’agricoltura promossa da Caino il grande futuro e il senso storico dei frutti della terra. Caino è distrutto da quel gesto poiché perde il padre  la sua protezione,perde la sua credibilità di fronte ai fratelli, perde il senso di tutto il suo lavoro…
Che Caino avverta la ferita lo si vede dalla sua reazione davanti al rifiuto della sua offerta: Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto”. E’ una reazione di dolore e di dispiacere. E prova vergogna poiché non si aspettava di essere rifiutato dal padre e per questo “va a testa bassa”. Il padre non capisce e gli parla di peccato: «Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dòminalo». Ma Caino non sente il peccato, sente la paura di aver perso tutto, di aver perso il legame con la famiglia, con la società e sente il disprezzo nei confronti dei frutti del suo lavoro. Così invita Abele «Andiamo in campagna!».
E qui siamo ormai dentro l’omicidio: è premeditato e Caino pensa di consumarlo nei campi e dunque nel luogo dell’innovazione…Lo invita “a casa sua”. Si tratta di un omicidio spostato: la causa del suo fallimento è il padre, ma egli sposta la sua rabbia sul fratello, che diventa lo specchio del suo fallimento…Ma non c’è dubbio: avrebbe voluto uccidere il padre.
E’il rifiuto del padre che ha ucciso Caino, che, a sua volta ha ucciso Abele per non poter uccidere il padre.
Il padre, a sua volta, punisce Caino ma non lo uccide, omicidio che a quel tempo poteva essere commesso senza essere ritenuto delitto cruento, ma solo il volere e il potere del padre sui propri figli.
Secondo Vittorino Andreoli, è questo comportamento del padre un’ammissione di colpa indiretta: il padre capisce di essere il responsabile dell’atto di Caino.
Anche i più giusti, e ora sappiamo persino il Signore Iddio, devono ricordare che anche il padre più giusto sbaglia con i figli poiché il giusto non è solo chi segue la legge, ma chi conosce la sensibilità e i vissuti del singolo figlio che sfuggono a qualunque legge poiché sono intimamente personali e irripetibili. Anche nel delitto di Caino il padre è correo.


Uomo del mio Tempo

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore. 
(Salvatore Quasimodo)

E così niente cambia perché il primo a non cambiare è l’uomo. Con il suo istinto primitivo maneggia armi più sofisticate, ma l’istinto di morte è invariato. Caino e Abele andarono nei campi e quanti Caino hanno per millenni portato nei campi dell’ inganno i troppi Abele; anche in questo istante con quell’eco ghiaccia “Andiamo ai campi…fratello”. I padri non sono un esempio da seguire.

Guernica, Pablo Picasso

Curriculum vitae, storia di Lucio Lieto (parte n° 9)

Ho deciso di essere qui anche stasera, questo sabato sera, ancora una volta con il solo scopo di capire se vi sopporto ancora. Qui a mangiare questa pizza e a bere una birra, alla fine saprò se vi sopporto ancora. Deciderò cosa fare, se andarmene, se non frequentarvi più, dovrò decidere qualcosa. Forse ho già deciso.
Incontro persone, stringo mani, do e prendo baci di circostanza, vi guardo mangiare e raccontare, sentirvi dire che è finalmente arrivata la primavera – e perché mai non sarebbe dovuta arrivare? -.  
La mia pizza Margherita con la mozzarella che fluttua, il basilico si è scurito come il mio volto. Quello che nella comitiva mi sta più antipatico prende sempre la 4 stagioni, per me sarebbe troppo. Allora cerchiamo di capire, vi sopporto ancora? Mi pare di no.

Squilla il cellulare.
 - Ciao Lucio, sei dei nostri stasera…pizza!-
 -  Oh ciao!...No, non posso, stasera ho veramente da fare e poi…il mal di testa non mi dà tregua.-
Passo la pizza dal freezer al forno. No, non vi sopporto più.
Devo smetterla di immaginare in anticipo, poi è stancante dover ripetere il tutto davvero.

I suicidi della Divina Commedia tra Inferno e Purgatorio

E’ nel XIII canto dell’Inferno che Dante pone coloro che hanno “in sé mano violenta/e ne’ suoi beni”, ossia i suicidi e dissipatori dei loro beni. Anche Aristotele aveva già assimilato i dissipatori ai suicidi. Tra i dissipatori troviamo Giacomo di S. Andrea che avrebbe gettato in acqua monete solo per passare il tempo. Ma torniamo ai veri suicidi, i violenti contro se stessi.
I lamenti delle Arpie fanno da colonna sonora, spettrale, funesta. Dante si sente smarrito, catapultato in un luogo dove non vede anime dannate o sembianze umane ed è allora che Virgilio lo esorta a rompere un ramo da un cespuglio “e ‘l tronco suo gridò: ‘Perché mi schiante’?” e dal ramo esce sangue. È l’anima di Pier della Vigna: “L’animo mio, per disdegnoso gusto, credendo col morir fuggir disdegno, ingiusto fece me contra me giusto.”
Questi non hanno nel girone un posto ben preciso, ma, dopo il giudizio di Minosse, precipitano a caso nel girone e, dove cade la loro anima, germoglia e prende vita una “pianta silvestra” e spinosa. I dissipatori corrono tra questi arbusti, provocandosi dei graffi e ferite e spezzando i rami dei suicidi. Per la legge del contrappasso i dissipatori sono distrutti a brandelli, così come distrussero i loro averi; i suicidi, avendo ucciso il corpo e lasciato l’anima priva del corpo, sono stati trasformati in vegetali, privi del corpo umano, con un corpo di natura inferiore a quella umana. Dante saprà da Piero della Vigna, che i suicidi non potranno rivestirsi con i loro corpi dopo il Giudizio Universale, potranno solo riprendere i loro corpi e appenderli all’albero che sono diventati.
Dante e Virgilio nel bosco dei suicidi.
 Illustrazione di Giovanni Stradano (1587)
L’anima dei suicidi è diventata un pruno, non è inserita in un pruno; sono immobili e dai loro rami rotti dalle arpie che si nutrono delle loro foglie e nidificano su di loro, esce sangue, ma, immobili, soffrono senza avere modo di lottare contro il dolore subito.
“Uomini fummo, e or siam fatti sterpi” dirà il suicida Pier della Vigna presentandosi ai due viaggiatori, non vedendoli, essendo un arbusto non ha occhi, e non capendo se si tratti di due anime o di due corpi. 
Il canto dei suicidi si conclude con un verso che poco ci dice sulla biografia del secondo suicida (sappiamo che è fiorentino) incontrato da Dante: "Io fei gibetto a me de le mie case", cioè "io feci la mia forca (gibetto è un francesismo da gibet) nelle mie case", ovvero "mi impiccai in casa mia". 
Questa scena dell'appeso, riporta l’immagine descritta da Pier della Vigna dei corpi dei suicidi appesi all’arbusto che sono diventati; oltre all’immagine stilistica c’è da sottolineare che il fiorentino anonimo, è un po’ il simbolo dei tanti fiorentini che in quegli anni di boom economico non stavano al passo e si toglievano la vita.
Esiste un altro suicida nella Divina Commedia ma non si trova nell’Inferno, Dante lo colloca nel Purgatorioè Catone l’Uticense. I motivi di questa diversa scelta sono ideologici.
“Niente “disse” hai ottenuto, o Fortuna, ostacolando tutti i miei tentativi. Io ho combattuto fino ad adesso non per la mia ma per la libertà della patria, né agivo con tanta forza d'animo per vivere libero ma per vivere tra uomini liberi; ora poiché le sorti degli umani sono senza speranza, Catone sia portato in luogo sicuro” (Morte di Catone Uticense, di Seneca). Il suicidio di Catone è in nome della Libertà, come ideologia, non della libertà personale, né per un’ingiustizia subita.
Egli scelse il suicidio piuttosto che rinunciare alla libertà. E’ proprio nel Purgatorio che le anime si purificano e trovano la libertà dal peccato. La ricerca della Libertà in Catone si identifica con il percorso di purificazione, simile a quello dell’anima che si trova nel Purgatorio. Catone diventa quindi il simbolo positivo del Purgatorio e la sua scelta di libertà diventa un esempio per tutte le anime che seguono il cammino della purificazione.
Lo stesso Virgilio, guida di Dante attraverso l’Inferno e il Purgatorio, pone Catone come custode dei Campi Elisi, luogo in cui dimorano le anime di coloro che sono cari agli dei.

E questi eran color che combattendo

non fur di sangue a la lor patria avari; 
e quei che sacerdoti erano in vita 
castamente vissuti, e quei veraci 
e quei pii c'han di qua parlato o scritto 
cose degne di Febo, e gl'inventori 
de l'arti, ond'e' gentile il mondo e bello; 
e quei che ben oprando han tra' mortali 
fatto di fama e di memoria acquisto; 
cui tutti, in segno di celeste onore, 
candida benda il fronte orna e colora. 
 (Eneide, dal libro VI: i Campi Elisi )
Catone appare a Dante e Virgilio con la fronte illuminata dalle quattro stelle, identificabili con  le quattro virtù cardinali: Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza.
Il Purgatorio di Dante è il luogo della speranza, con le anime di coloro che sperano di poter essere migliori, in questo caso anche la Libertà, nel nome della quale Catone si è ucciso, diviene una speranza possibile.

Forse è il flauto di Emanuela Orlandi



E se fosse vero…e se fosse il suo?
E se all’improvviso cominciasse a suonare e se le sue note volassero nell’aria e riuscissero a stanare i Topi che infestano le città? Quei sorci fuggirebbero impazziti, stanati dalle loro fogne. Se il Pifferaio Magico che libera dall’infestazione dei topi e libera i bambini fosse davvero così Magico da essere tornato ancora?
Credete al Pifferaio Magico, credete alla Magia della Musica?
Foto tratte dalla trasmissione  Chi l'ha visto?

il Sito dedicato a Emanuela Orlandi

Il Simbolo del Pesce

(da "Alcuni aspetti del simbolismo del pesce" parzialmente  tratto da Simboli della Scienza Sacra, ed Adelphi di René Guénon)


Matsyavatara
La manifestazione sotto forma di pesce (Matsyavatara) 
è ritenuta la prima fra tutte le manifestazioni di Vishnu, 
quella che si pone all'inizio stesso  del ciclo attuale, 
trovandosi così in relazione immediata con il 
punto di partenza  della Tradizione primordiale. 
Secondo lo studioso René Guenon in Simboli della scienza sacra, le origini del pesce come simbolo avrebbe una provenienza nordica, o addirittura iperborea. Da lì avrebbe poi raggiunto le regioni dell’Asia centrale.  È da notare d'altronde – continua Guenon – che certi animali acquatici svolgono soprattutto un ruolo nel simbolismo dei popoli nordici: come il polipo, diffuso presso gli Scandinavi e i Celti, e che si ritrova pure nella Grecia arcaica, come uno dei principali motivi dell'ornamentazione micenea [I tentacoli del polipo sono in genere diritti nelle raffigurazioni scandinave, mentre sono arrotolati a spirale negli ornamenti micenei; in questi ultimi, si vede apparire assai frequentemente lo swastika oppure certe figure che ne sono manifestamente derivate. Il simbolo del polipo si riferisce al segno zodiacale del Cancro, che corrisponde al solstizio d'estate e al <<fondo delle Acque>>; è facile da ciò capire come esso abbia potuto talora essere preso in un <<senso malefico>>, essendo il solstizio d'estate la Janua Inferni, ossia la porta dell’Inferno].
In India, la manifestazione sotto forma di pesce (Matsya-avatara) è ritenuta la prima fra tutte le manifestazioni di Vishnu, Principio divino considerato specialmente sotto il suo aspetto di conservatore del mondo; questo compito è assai vicino a quello di <<Salvatore>>.
L’idea di <<Salvatore>> è pure collegata in modo esplicito al simbolismo cristiano del pesce, poiché l'ultima lettera dell'Ichthus greco si interpreta come iniziale di Soter [Quando il pesce è preso come simbolo di Cristo, il suo nome greco Ichthus viene considerato formato dalle parole “Iésous Christos Theou Uios Soter”]; questo non ha nulla di straordinario, senza dubbio, quando si tratta di Cristo, ma vi sono tuttavia emblemi che alludono più direttamente a qualcun altro dei suoi attributi, e non esprimono formalmente questo ruolo di <<Salvatore>>.
In forma di pesce, Vishnu, appare a Satyavrata gli annuncia che il mondo sta per essere distrutto dalle acque, e gli ordina di costruire l'arca nella quale dovranno essere chiusi i germi del mondo futuro; poi, sempre sotto la medesima forma, guida egli stesso l'arca sulle acque durante il cataclisma; e questa rappresentazione dell'arca condotta dal pesce divino è tanto più notevole in quanto se ne ritrova l'equivalente nel simbolismo cristiano.
Sacerdoti Oannes
L’arca è stata spesso considerata una figura della Chiesa, come la barca quindi è proprio la stessa idea che troviamo in tal modo espressa sia nel simbolismo indù sia in quello cristiano.
Come Vishnu in India, e pure sotto forma di pesce, l'Oannes caldeo, che alcuni hanno esplicitamente considerato una figura di Cristo [È interessante notare a questo riguardo che la testa di pesce, che formava il copricapo dei sacerdoti di Oannes, è anche la mitra dei vescovi cristiani], insegna anch'egli agli uomini la dottrina primordiale: sorprendente esempio dell'unità che esiste fra le tradizioni più diverse, e che resterebbe inesplicabile se non si ammettesse il loro collegamento con una fonte comune. Sembra d'altronde che il simbolismo di Oannes o di Dagon non sia soltanto quello del pesce in generale, ma debba essere accostato più specificamente a quello del delfino; quest'ultimo, presso i Greci, era legato al culto di Apollo.
Afrodite Anadiomene in un affresco di Pompei
Seguiamo ancora Guénon che ci porta dal simbolo del delfino e quello della <<Donna del mare>> (l'Afrodite Anadiomene dei Greci) [Non bisogna confondere questa <<Donna del mare>> con la sirena, per quanto essa sia talvolta rappresentata sotto simile forma]; essa si presenta, precisamente, sotto vari nomi (in particolare quelli di Istar, di Atergatis e di Derceto), come la paredra di Oannes o dei suoi equivalenti, cioè come rappresentazione di un aspetto complementare dello stesso principio.
Per completare queste osservazioni, aggiungeremo ancora che la figura dell'Ea babilonese, il <<Signore dell'Abisso>>, rappresentato come un essere mezzo capra e mezzo pesce è identica a quella del capricorno zodiacale, di cui forse è stata addirittura il prototipo.