Memoria attuale




Potrei chiedermi che c’entro io con l’essere umano che marchia un altro essere umano che potrei essere io. O potrei essere io a mettere un marchio su un altro essere umano? In ogni continente, in questo momento, ci sono guerre civili, guerre di religione, guerre politiche, dove uomini, donne e bambini vengono marchiati e uccisi da altri uomini. La marchiatura tra uomini non è finita nella memoria, è attuale nel presente. La ferocia contro i propri simili non è cambiata, si sposta di continente in continente, cerca di nascondersi, viene nascosta, ma la ferocia con cui prevaricare il proprio simile rimane tale e quale.

Il volto di Cristo

Abgar riceve il Mandylion, icona,
X secolo, Sinai,
Monastero di Santa Caterina.

Le fonti iconografiche che riportano il volto di Gesù sono da sempre oggetto di studio: opere acheropite, che secondo la tradizione vengono considerate non opera dell'uomo ma il risultato di miracoli o dell'intervento di angeli. Fu soprattutto nel XV secolo che si diffuse presso gli artisti il bisogno di rappresentare il volto di Cristo, così come descritto nelle immagini acheropite o come alcuni avevano visto nella Veronica che, in occasione del Giubileo del 1300, fu per la prima volta, esposta ai fedeli; un velo con impresso il volto di Cristo: era adorato da migliaia di fedeli che raggiungevano Roma per pregare di fronte a quell’immagine che chissà da dove proveniva. Alcuni ritengono che sia la stessa Veronica che oggi si trova nel comune di Manoppello (Pescara), dopo aver peregrinato attraverso Roma, Costantinopoli ed Edessa. Altri studiosi hanno ipotizzato che la Veronica di Manoppello sia il Mandylion, il fazzoletto in cui Gesù avrebbe impresso il suo volto da mandare al re Abgar IV di Edessa, che, ammalato di lebbra, aveva invocato il suo aiuto. 
Successivamente, nel 1978, è stata avanzata l'ipotesi secondo cui il Mandylion coinciderebbe con la Sindone;  la tradizione distingue un Mandylion di Edessa dalla Veronica che oggi si conserva al Vaticano e che, sebbene il viaggio del Mandylion (Edessa, Costantinopoli, Roma) ricordi in parte il viaggio della Sacra Sindone, è certo che sono due oggetti ben distinti.

Curriculum vitae, storia di Lucio Lieto (settima parte)

Assumere un avvocato o Non
assumere un  avvocato...?

questo è il problema.

Ho passato un’ora e 20 minuti a spiegare ai vigili che non sono morto davvero e che per questo non ho presentato un certificato di morte. A breve mi arriverà una denuncia per aver simulato la mia morte, mi hanno consigliato di assumere un avvocato; io disoccupato cronico che “assumo” qualcuno per spiegare il motivo per cui ho finto di essere morto. Non ce la faccio, non ad assumere, ma a fingere che mi interessi spiegare le mie motivazioni. Convincere gli altri non mi è mai piaciuto, che fatica trascinare gli altri dalla mia parte! Ora però devo convincere gli altri della mia innocenza…ma io sono colpevole, ho ideato la mia finta morte; devo convincere che le motivazioni sono valide e quindi prendere delle attenuanti, sono incensurato (d’altronde io non sono registrato quasi da nessuna parte: niente conto corrente, tessere di palestre, carte di credito, assicurazioni auto, ecc.). Sono incensurato, non ho una storia nemmeno in questura, sono proprio un perdente.
Avrei voluto una vita più semplice. Semplice non vuol dire piatta, quella ce l’ho. Avrei voluto essere capace di percepire il calore delle buone cose di pessimo gusto. Questo implica necessariamente un certo tipo di contesto, ma io sono decontestualizzato. Non voglio diventare vecchio, i vecchi hanno un ritmo di vita simile al mio e pensare di continuare con questo ritmo per altri 50 anni mi sembra davvero troppo. Invoco la morte. La mia generazione non avrà nemmeno la pensione, non abbiamo adesso il lavoro anche per questo invoco la morte. È difficile, in questa situazione, mantenere le amicizie, le conoscenze, mantenere un umore stabile; se si stabilizza, si stabilizza sul depresso e non ci si risolleva per mesi o per sempre, tocca preferire e sperare negli alti e bassi, che almeno hanno un momento di alto.
“Cambi spesso d’umore, eh te!?” Ma va all’inferno va’, hai avuto un posto di lavoro perché sei un raccomandato e guai a toccarti! Ti senti violato nella privacy se con la telecamera ti vedono far timbrare il cartellino al collega ma và…
Oggi hanno chiuso altre 2 aziende, qui in zona, anche a loro avevo mandato me stesso, ossia il mio curriculum, bè ora capisco che non mi abbiamo mai risposto. Sarò cinico, ma almeno c’è un motivo valido per non essere stato assunto lì: stavano chiudendo. Aumenta la concorrenza tra i disoccupati.

Solo come un cuore

Affascinante sentire battere un organo nel petto bum…bum…bum…così, da solo, autonomamente senza un meccanismo che gli dia il via, né il sonno né la veglia che lo fermano; ma allo stesso tempo, pur autonomo, spinto ad accelerare da emozioni di gioia come da quelle di paura; è da qui, probabilmente da questo suo essere un “meccanismo” regolare che all’improvviso comincia a correre, che deriva l’interesse che sempre ha suscitato nell’essere umano. Ben presto l’uomo venne a conoscenza che il cuore non era una sua esclusiva, lo avevano anche gli animali di cui l’uomo si nutriva e che uccideva colpendoli al cuore, il punto vitale per eccellenza.
Il cuore per secoli è stato visto come organo “vivo e vitale” e di conseguenza “pensante”, sede dell’intelligenza, dell’intelletto. Già gli antichi studiosi della Mesopotamia lo ritenevano la sede dell’intelletto mentre, nel sangue, vedevano l’essenza della vita; al fegato, invece, attribuivano quelle caratteristiche che in seguito saranno accertate essere del cuore, ossia organo centrale della circolazione.
“Il cuore è una massa di carne origine della vita e centro del sistema vascolare…attraverso le pulsazioni il cuore parla ai vasi ed alle membra del corpo” così lo si descrive nel “Il segreto del medico: conoscenza del cuore” trattato che fa parte del papiro egizio di Erbes.

Audrey Hepburn

(Bruxelles, 4 maggio 1929 – Tolochenaz, 20 gennaio 1993)

Era il 1926, quando per la prima volta apparve sulle pagine di Vogue il disegno firmato Coco Chanel del primo tubino: un abito nero lungo fino al ginocchio, the little black dress; il titolo del servizio era “L’uniforme della nuova donna”; 35 anni dopo fu considerato il vestito elegante per eccellenza grazie al fascino di Audrey Hepburn che indossò  il tubino nero firmato Givenchy in Colazione da Tiffany
Audrey Hepburn sarà la testimonial di questa icona della moda, simbolo di eleganza, il minimo che suscita il massimo. Il tubino fu poi  donato all’associazione benefica City of Joy, fondata dallo scrittore francese Dominique Lapierre. Di recente è stato battuto all’asta e riacquistato dalla maison Givenchy.
Fonte Amici di Audrey
Nominata Ambasciatrice UNICEF nel 1988; nel 2011, i figli Sean e Luca hanno promosso in Italia il club di donatori UNICEF Amici di Audrey che sostiene in particolare il progetto per la lotta alla malnutrizione in Ciad. 


Poveri poeti

Povero poeta, Carl Spitzweg, 1839
Desolazione di un povero poeta sentimentale, Sergio Corazzini 

I
Perché tu mi dici: poeta? 
Io non sono un poeta. 
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange. 
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio. 
Perché tu mi dici: poeta? 
II 
Le mie tristezze sono povere tristezze comuni. 
Le mie gioie furono semplici, 
semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei. 
Oggi io penso a morire. 
III 
Io voglio morire, solamente, perché sono stanco; 
solamente perché i grandi angioli 
su le vetrate delle cattedrali 
mi fanno tramare d’amore e d’angoscia; 
solamente perché, io sono, oramai, 
rassegnato come uno specchio, 
come un povero specchio melanconico. 
Vedi che io non sono un poeta: 
sono un fanciullo triste che ha voglia di morire. 
IV 
Oh, non maravigliarti della mia tristezza! 
E non domandarmi; 
io non saprei dirti che parole così vane, 
Dio mio, così vane, 
che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire. 
Le mie lagrime avrebbero l’aria 
di sgranare un rosario di tristezza 
davanti alla mia anima sette volte dolente, 
ma io non sarei un poeta; 
sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo 
cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme. 
Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù. 
E i sacerdoti del silenzio sono i romori, 
poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio. 
VI
Questa notte ho dormito con le mani in croce. 
Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo 
dimenticato da tutti gli umani, 
povera tenera preda del primo venuto; 
e desiderai di essere venduto, 
di essere battuto 
di essere costretto a digiunare 
per potermi mettere a piangere tutto solo, 
disperatamente triste, 
in un angolo oscuro. 
VII 
Io amo la vita semplice delle cose. 
Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco, 
per ogni cosa che se ne andava! 
Ma tu non mi comprendi e sorridi. 
E pensi che io sia malato. 
VIII 
Oh, io sono, veramente malato! 
E muoio, un poco, ogni giorno. 
Vedi: come le cose. 
Non sono, dunque, un poeta: 
io so che per essere detto: poeta, conviene 
viver ben altra vita! 
Io non so, Dio mio, che morire. 
Amen.

In un periodo in cui la poesia era dominata dalla figura di D’Annunzio, irrompe con le sue lagrime da offrire al Silenzio un poeta che non somiglia al poeta per antonomasia ma è solo un piccolo fanciullo che piange; da notare l’aggettivo piccolo che rafforza il termine fanciullo. Afflitto da gioie e tristezze comuni che in confronto al futuro che sarà celebrato a breve dai futuristi pensa alla negazione del futuro: la morte. Troppo spesso le poesie vengono interpretate in base alla biografia del poeta, ma quando una poesia raggiunge condivisioni universali, come poter dire che l’umanità ha la stessa biografia dell’autore? Sergio Corazzini, morto a 21 anni di tubercolosi, scrive questa poesia; l’avrebbe scritta ugualmente anche se fosse stato sano? Secondo me sì. La malattia del Corazzini è simile alla malattia di milioni di persone, non è un’esclusiva. Vero è che i malati “toccano” più da vicino il crepuscolo della vita. 
Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;
solamente perché i grandi angioli
su le vetrate delle cattedrali
mi fanno tramare d’amore e d’angoscia;
solamente perché, io sono, oramai,
rassegnato come uno specchio,
come un povero specchio melanconico.
Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia di morire
.
I grandi angioli sulle vetrate sono un’immagine struggente che attira non solo chi è malato, destinato a morire, ma chi è malato dentro, di quella malattia che può, a volte, anche essere chiamata poesia o dare origine alla poesia. Un poeta malato di tubercolosi e malato di poesia in un tempo in cui la poesia era materia di D’Annunzio, terribilmente sano!

Sostiene Pessoa



Ho trovato questa frase di Pessoa tratta da Il Libro dell’Inquietudine:‎
Chi è morto ha girato l’angolo, per questo non lo vediamo più; chi soffre passa davanti a noi, come un incubo, se siamo sensibili, oppure come un brutto sogno, se siamo razionali. E anche la nostra sofferenza non sarà niente di più. In questo mondo dormiamo coricati sul fianco sinistro e sentiamo nei sogni l’esistenza oppressa del cuore.
Sembra una risposta alla frase di Oriana Fallaci che ho inserito in un post di pochi giorni  fa:
Incredibile come il dolore dell’anima non venga capito. Se ti becchi una pallottola o una scheggia si mettono subito a strillare presto-barellieri-il-plasma, se ti rompi una gamba te la ingessano, se hai la gola infiammata ti danno le medicine. Se hai il cuore pezzi e sei così disperato che non ti riesce aprir bocca, invece, non se ne accorgono neanche. Eppure il dolore dell’anima è una malattia molto più grave della gamba rotta e della gola infiammata, le sue ferite sono assai più profonde e pericolose di quelle procurate da una pallottola o da una scheggia. Sono ferite che non guariscono, quelle, ferite che ad ogni pretesto ricominciano a sanguinare. 

Sotto il video su Lettere d'amore, presentato da Roberto Vecchioni


Anche le formiche, nel loro piccolo, sono delle grandi

Formiche sull'orologio chiuso (a sinistra) in Persistenza della Memoria
Salvador Dalì, 1931
Va', pigro, alla formica; considera il suo fare e diventa saggio! Essa non ha né capo, né sorvegliante, né padrone; prepara il suo nutrimento nell'estate e immagazzina il suo cibo al tempo della mietitura. Fino a quando, o pigro, te ne starai coricato? Quando ti sveglierai dal tuo sonno? Dormire un po', sonnecchiare un po',incrociare un po' le mani per riposare... La tua povertà verrà come un ladro, la tua miseria, come un uomo armato.
 Proverbi 6:6 -11 La pigrizia  Pr 26:13-16; 24:30-346

Formiche, Salvador Dalì, 1936

La cultura medioevale definisce così la formica: “formica dicta quod ferat micas farris”, ossia, formica significherebbe colei che porta (fero, io porto) chicchi di grano (mica, briciola, grano). Al capitolo IX del Fisiologo latino si descrivono le tre nature della formica: la prima natura (la Previdenza) della formica è quella che la spinge fuori dal formicaio, e in fila con le altre compagne e cerca cibo per riportarlo nel formicaio. Qui, troviamo inserito, il richiamo al vangelo di Matteo (25,8, ), ossia la parabola delle cinque vergini sagge e delle cinque stolte che non avendo olio, ne chiedono inutilmente. Il paragone serve per sottolineare come le formiche, animali non dotati di ragione, siano più sagge e previdenti di esseri umani dotati di ragione. La seconda natura della formica la troviamo quando, rientrate nel formicaio, le formiche dividono il cibo in due parti, separando i semi non buoni da quelli commestibili. Da interpretare come la capacità di saper separare la verità dalla figura, di distinguere tra le cose spirituali e quelle materiali. La terza natura della formica è di saper distinguere dall'odore della spiga se si tratta di orzo o di grano. L'orzo, come l'eresia, deve essere evitato. 

Volto formica, Salvaor Dalì, 1936
Nelle credenze pagane della Cornovaglia, le anime dei morti che non meritavano il paradiso, perché non abbastanza buoni ma nemmeno l’inferno perché non macchiati da così gravi peccati, erano condannati in una sorta di limbo (il Purgatorio è un’ “invenzione” più recente); qui erano destinate a diminuire le loro dimensioni gradualmente fino a raggiungere la grandezza delle formiche. Per il legame con il mondo dei morti, in Cornovaglia si riteneva di cattivo auspicio calpestare delle formiche. Secondo un’altra leggenda i Muryans hanno la capacità di trasformarsi ed ad ogni trasformazione, diminuendo il loro spirito vitale, diventano di minori dimensioni, fino a sembrare delle formiche.

Ragno di sera, Salvador Dalì, 1940
Cocalo, re di Camico in Sicilia, ospita Dedalo per proteggerlo dall’ira di Minosse al quale è sfuggito; Minosse, partito alla ricerca di Dedalo porta con sè una conchiglia di Tritone e a chiunque sia capace di farvi passare da un capo all'altro un filo di lino promette una ricompensa, sapendo che soltanto Dedalo è in grado di risolvere il problema. Giunto a Camico, egli offre la conchiglia a Cocalo proponendogli di tentare la prova e Cocalo la passa a Dedalo che subito riesce a risolvere il problema. Lega un filo sottilissimo a una formica, pratica un forellino sulla punta della conchiglia e induce la formica a introdursi nelle sue spirali interne cospargendo di miele il foro. Lega un filo di lino all'altra estremità del filo più sottile e la formica, muovendosi, li fa passare attraverso il foro. Cocalo si reca con la conchiglia da Minosse, chiedendo la ricompensa promessa e Minosse, certo di aver trovato finalmente il nascondiglio di Dedalo, gli ordina che questi gli sia consegnato.


Dislocazione dei desideri, Salvador Dalì, 1929



Carolina


"Con la gente ho già avuto troppa pazienza, non voglio più perdere tempo", l’ultimo messaggio su Facebook di Carolina, uccisasi a 14 anni. 
E’ vero Carolina la gente fa perdere tempo, perché la gente non conosce l’animo degli altri; chissà se hai mai letto questa frase di Oriana Fallaci: 

Incredibile come il dolore dell’anima non venga capito. Se ti becchi una pallottola o una scheggia si mettono subito a strillare presto-barellieri-il-plasma, se ti rompi una gamba te la ingessano, se hai la gola infiammata ti danno le medicine. Se hai il cuore pezzi e sei così disperato che non ti riesce aprir bocca, invece, non se ne accorgono neanche. Eppure il dolore dell’anima è una malattia molto più grave della gamba rotta e della gola infiammata, le sue ferite sono assai più profonde e pericolose di quelle procurate da una pallottola o da una scheggia. Sono ferite che non guariscono, quelle, ferite che ad ogni pretesto ricominciano a sanguinare. 

Il dolore è un’emorragia, e milioni di donne sai, conoscono questo dolore, da Oriana Fallaci a quelle meno coraggiose e che invece di andare in guerra si rinchiudono in una stanza, come Emily Dickinson: 

C'è un vuoto nel dolore:

Non si può ricordare

Quando iniziò, se giorno
Ne fu mai libero. 

In casa i carabinieri hanno trovato pagine piene di tormento, scritte e poi sovrascritte in momenti diversi. E tra queste il tuo biglietto: 
"Scusate se non sono forte, mi dispiace. Tati, amiche mie, vi voglio bene. Non è colpa di papà". 

Hanno fallito quegli adulti che non ti hanno fatto capire (forse non lo sanno neanche loro) che la forza è una maschera e che la fragilità è la vera condizione dell’animo umano. Gli adulti non dicono mai agli adolescenti che sono loro che stanno fingendo, che sono ipocriti, si sono adattati alla società per convenienza, non dicono mai: “Noi adulti siamo la maschera, voi adolescenti siete la verità della vita”. La vita è quella dell’adolescente, del malessere, della crisi, la vita è fragilità. È l’adulto che non è forte perché ha rinnegato la sua fragilità. 
E poi la generosità di quella frase: Non è colpa di papà, perché le figlie lo intuiscono che dietro il loro malessere c’è un po’ di colpa, inconsapevole, incolpevole, dei padri; che nessuno accusi il mio papà; sono grandiose le figlie. 
Il tuo profilo facebook è ancora lì che chiede a chi ci si connette: Conosci Carolina? Se conosci Carolina inviale una richiesta di amicizia. La tecnologia è veloce nel suo progresso ma lenta, infinitamente lenta nel garantire il rispetto. 
E, sempre sul tuo profilo, hai postato una foto con questa frase: 
"La vita non si misura da quanti respiri facciamo, ma dai momenti che ci tolgono il respiro." sono andata a cercare su google: non è tua è di un Anonimo, tra tutte le frasi possibili di grandi artisti, hai preferito un Anonimo. Scelta coraggiosa, scelta di chi se ne frega di “condividere” frasi fatte e conosciute. La foto è questa, altrettanto forte,

Immagine di Xue Jiye.
e subito hai precisato:
l’immagine è un po’ scabrosa lo so; molti avrebbero messo una virgola tra scabrosa e lo so, nemmeno io l’avrei messa, l’immagine è scabrosa e, così com’è, la tenete.
da leggere e vedere il post "Fragile" su Farfalle Eterne

A.A.A. Cercasi passaporto o carta d'identità...

Mentre la Cina, la Russia e l’India avanzano economicamente, attori e personaggi celebri vengono strumentalizzati per il loro rinnegare la patria d’origine e abbracciare nuove terre madri, garanzia di minore peso fiscale. C’è, insomma un traffico di esseri umani, di passaporto e carte di identità buttate e rinnegate per carte e passaporti tradotte in alfabeto mandarino e cirillico, accanto ai caratteri romani, presumo. Il traditore è il nuovo mito, il nuovo esempio. L’Europa è crollata all’improvviso, schiacciata da sorta di demenza senile precoce. Solo una cosa non è cambiata: i politici sono sempre gli stessi, alle prossime elezioni, faremo di nuovo ambarabacci ci coccò questa croce a chi la do? La darò al lupo nero per un anno di governo intero; la darò al lupo bianco che già sembra un vecchio stanco… 

1. "[...] sono crollati e crollano [...] tutti i popoli che dimenticano di avere un'anima. Ci stiamo suicidando, cari miei. Ci stiamo uccidendo col cancro morale, con la mancanza di moralità, con l'assenza di spiritualità". 
2. "Dal Pacifico all'Atlantico, dall'Atlantico al Mediterraneo, dal Mediterraneo al Mar Artico, l'Occidente è malato di una malattia che nemmeno miliardi di cellule staminali potrebbero guarire: il cancro morale, intellettuale e morale [...] Proprio a causa di quel cancro non comprendiamo più il significato della parola Morale, non sappiamo più separare la moralità dall'immoralità o dall'amoralità"
3. "Benedetto XVI. Un Papa [...] che io rispetto profondamente da quando leggo i suoi intelligentissimi libri. Un Papa, inoltre, col quale mi trovo d'accordo in parecchi casi. Per esempio, quando scrive che l'Occidente ha maturato un odio con-tro sé stesso. Che non ama più sé stesso, che ha perso la sua spiritualità e rischia di perdere anche la sua identità" 
4. "Io sono atea, e se un'atea e un Papa pensano la stessa cosa ci deve essere qualcosa di vero. È semplicissimo! Qui ci deve essere qualche verità umana che va al di là della religione"

Somiglianze



Guardo questa piccola volpe e penso che mi somiglia.
Ma lei è cucciola, io vecchia
Lei viva, io spenta
Lei curiosa, io delusa
Dov’è allora, la somiglianza?
C’è
È una somiglianza profonda, antica.
E’ uno specchio quello che osservo, non è una foto.

Curriculum vitae, storia di Lucio Lieto (il ritorno)

Cercate di capire, cerca di capire soprattutto te, caro Max Citi, l’ho dovuto fare. Erano anni che ci pensavo, ma poi, così, a forza di pensare e riflettere o forse chissà, solo per un inaspettato attimo di follia, ho messo in atto quel piano. Quale? Il piano della mia morte. Scusatemi tutti se vi ho fatto preoccupare, ma, come stavo cercando di dire, sono anni che pensavo al modo per non esserci nel periodo natalizio. Sono infinitamente stanco di scegliere tra pandoro e panettone. Io scelgo il pandoro e, la maggior parte dei miei conoscenti, il panettone “Eh, ma dai…il panettone è più buono!!” e allora non me lo chiedere; sono stanco delle briciole di torrone che si appiccicano dappertutto; stanco dei servizi del telegiornale dalle piste da sci nel periodo di Natale. Non ne posso più del telegiornale del 1° dell’anno dove ti fanno vedere un collegamento da tutte le piazze del mondo allo scoccare della mezzanotte del nuovo anno (che poi è la mezzanotte dell’anno vecchio) e 10…9…8…7…6…5…4…3…2…1… e buuummm!! Il calendario dovrebbe essere suddiviso in lustri, solo ogni 5 anni: buuummmm!! Evviva!  “Ti ha colpito il tappo in un occhio?! Ma daaaai! che bello, porta fortuna!” Davvero, ve lo giuro, non mi serve il collegamento da tutti i pronto soccorso dove sono stati medicati, disinfettati, ricuciti, ingessati, fasciati i colpiti da vicino dal buummm!! Non mi serve il discorso alla nazione del Presidente della Repubblica, a reti unificate, rete dalla cui trama non si può sfuggire; e poi il resoconto annuale, una specie di bilancio, del governatore della banca d’Italia (ma si è fatto vedere anche quest’anno? e che diavolo ha detto? Peccato che mi sono dato per morto, forse questo sarebbe stato un qualcosa di cui ridere). Come diceva un mio amico è il Natale il vero Carnevale. Il Carnevale, in confronto al Natale, è composto: ognuno di noi ha una maschera, opposta a quella che portiamo nella vita, un po’ di coriandoli, dolci fritti; un giovedì e un martedi grasso, stop. E così, i Maya si sono sbagliati, 2013 sommato dà il numero 6, il mio numero preferito, se fa una capriola e si rovescia diventa un 9, il 9 mi ha sempre dato l’idea dell’eleganza. In questi 30 giorni, durante la mia morte ufficiale, ho fatto varie cose, tra cui il mio albero di Natale:


E ora
eccoci qua
allegri di tristezza
e brilli di nostalgia
a festeggiare un evento
a sforzarsi a pensare che era così che lo volevi
che il passato è servito
e del passato non si butta via niente
E mentre siamo allegri di tristezza
e brilli di nostalgia
chissà perché, cominci a raccontarmi
la tua vita dal primo vagito all’ultima bugia
e chissà perché io comincio a pensare
che la tua vita coincida la mia:
c’era una volta che nacqui stanco
c’era una volta che mi sposai all’asilo
c’era la prima volta che era la millesima nella mia fantasia
c’era una volta che non ricordo cosa ci fu
c’era una volta che nel cuore mi nacque un luogo mentale
e da quella volta il cuore non lo sentii più
E quante canzoni cominciano con ti ricordi
e a quanti traguardi arrivi e scopri che hai aggiunto un ricordo
il ricordo vago della meta quando eri alla partenza
Ed eccoti qua
come un canarino che,
con le tue mani,
hai messo in gabbia
senza neanche l’accortezza
di dargli un nome
“Lucio, Lucio!”
“Che succede, ma’?”
“Ci sono i vigili…ti cercano”
Me lo spettavo. Ti lasciano condurre una vita da morto, al margine della vita e poi, se ti dichiari morto con tanto di lapide e finta tomba, ti accusano pure! Non mi sento più libero di esprimermi. Sono ancora morto.
Vado a cercare di capire cos’è che non capiranno mai delle mie motivazioni.
“Buongiorno, cercavate me?”
“Sì, per l’esattezza; non ci risulta pervenuto il suo certificato di morte.”

Un nuovo anno per gli amici bloggers


Che cosa augurare ai miei amici bloggers per questo anno? Di scrivere sempre con gioia, ritmo, allegria. Parole e aggettivi...che fare? buttarli lì come viene ad istinto o limare, riflettere, cancellare e ricominciare? Entrambi i metodi possono dare ottimi risultati o il suo contrario; la scrittura è simile ai gatti, va e viene come vuole; pensi di aver trovato il modo per farti ubbidire e gatto e scrittura ti girano le spalle. Forse è per questo che, di solito, gli scrittori amano i gatti. O forse perchè, come dice un detto irlandese: gli occhi di un gatto sono finestre che ci permettono di vedere dentro un altro mondo. Più probabile, vero?
Avete notato come a volte è blasfemo e irriverente l'atto di scrivere? Succede quando scriviamo qualcosa di negativo (un fatto di cronaca, un'idea apocalittica) eppure ci stiamo divertendo, proviamo piacere. Esserci con le parole scritte che lasciano tracce su un foglio, su un blog, sulla memoria di chi le leggerà, anche se di una sola persona, un piccolo solco nella mente rimarrà. Gli antichi incidevano su tavolette di cera o di argilla e ancora oggi è rimasta questo bisogno di incidere e incidere, incidere...
Buon lavoro colleghi bloggers!