6 agosto 2013

La Calunnia di Apelle, di Botticelli

Ne il trattato di Luciano Non bisogna prestar fede alla Calunnia, il sofista greco descrive il quadro di Apelle (IV secolo a.C.), ispirato a una vicenda autobiografica e avente come tema la denuncia delle false accuse. In base alla tecnica ecfrastica (procedimento retorico per cui lo scrittore si cimenta nella descrizione di un'opera fino a renderla quasi visibile) molti artisti hanno rappresentato la Calunnia di Apelle, opera che in originale è andata perduta. Verso la metà del Cinquecento il trattatello di Luciano faceva parte del bagaglio culturale dei letterati che potevano accedere anche al testo in versione originale, disponibile in diverse edizioni a stampa a partire dal 1496. Leon Battista Alberti ebbe un ruolo particolarmente importante nell'adozione da parte degli artisti rinascimentali del testo che descrive la Calunnia di Apelle, citandolo nel De pictura (1435) come modello da tenere in considerazione al momento di inventare una composizione.

La narrazione di Luciano procede alla descrizione dell'opera di Apelle cominciando dalla figura di destra e continuando a rappresentare, uno di seguito all'altro, tutte le personificazioni che si susseguono nel corteo: un uomo seduto con le orecchie d'asino e affiancato da Ignoranza e Sospetto; nel gruppo formato da Calunnia, Calunniato, Invidia, Insidia e Frode; e dal gruppo che chiude lo strano corteo, composto da Pentimento e Verità, che si attardano in coda alla processione; esplicite sono le azioni, i temperamenti, gli attributi e le espressioni delle personificazioni. Durante tutto il Rinascimento la fortuna critica del testo e poi delle opere del De Calumnia di Luciano è legata al topos, assai diffuso, che la calunnia e la lusinga siano pratiche particolarmente comuni all'interno delle corti e dei palazzi, così, nell’Italia delle Signorie e dei Ducati, il tema della calunnia, come allegoria morale e didattica, e specialmente come monito per principi, signori e cortigiani, affinché non prestassero fede alle false accuse venne usata anche come argomento figurato di condanna di lusingatori e detrattori. In questo contesto furono molti i principi e i signori che a vario titolo commissionarono e furono i destinatari di una allegoria della Calunnia di Apelle: Ercole d'Este e Lorenzo de' Medici; nel 1539 Antonio Toto della Nuziata offrì una Calunnia a Enrico VIII; un dipinto di Franciabigio appartenne, prima del 1588, alla collezione di Francesco I de' Medici, così come proprietario di una Calunnia fu prima del 1531 il Principe Alberto Pio da Carpi. Inoltre, nel 1572 Cesare d'Este commissionò a Gaspare Venturini una raffigurazione della Calunnia di Apelle per decorare il soffitto del suo studiolo in Palazzo dei Diamanti.
Franciabigio, Calunnia di Apelle (1513)
Nella maggior parte di queste composizioni, l'uomo con le orecchie d'asino diventa una figura regale con corona e scettro, simboli del suo potere, mentre il suo seggio diventa un trono. 
La fortuna critica della Calunnia di Apelle fu inoltre strettamente relazionata alla sua interpretazione e ricezione come scena di giudizio, che ha origine nella similitudine, già contenuta all'interno della tecnica ecfrastica, tra le orecchie grandissime dell'uomo seduto sulla sinistra della composizione e le orecchie di re Mida. Mida, infatti, leggendario re di Frigia, arbitro corrotto nella gara tra Apollo e Marsia, è il prototipo del cattivo giudice, cui si contrappone Salomone, il giudice saggio per eccellenza.

Il Mito: Il dio Pan osò sfidare il dio Apollo, dicendo che le sue melodie non potevano competere con le note del suo flauto; Apollo scese dall'Olimpo per gareggiare con Pan, invitando lo stesso Tmolo, il dio del monte, a fare da giudice alla sfida. La sfida fu vinta da Apollo e Pan riconobbe la superiorità, solo Re Mida, che si trovava a pasare da quelle parti contestò la vittoria. A quel punto Apollo, per punire Mida della sua arroganza, decise di trasformargli le orecchie in quelle di un asino, e così fu. Mida, per la vergogna, nascose le sue orecchie d'asino sotto una tiara rossa. Una sola persona però non riuscì ad ingannare: il barbiere che era solito tagliargli i capelli che non appena lo vide, iniziò a ridere tanto forte che Mida dovette minacciarlo di morte per farlo smettere e con la promessa di non raccontare a nessuno quanto visto. Il poveretto però, una volta ritornato a casa, non riusciva a darsi pace perchè voleva parlare con qualcuno ma temeva per la sua vita. Così si recò sulla riva del fiume, scavò una buca nel terreno e ad essa disse quanto aveva visto. Una volta fatto, ricoprì la buca e soddisfatto ed in pace, sicuro che il segreto del re fosse al sicuro, si avviò verso casa. Ma accadde che poco dopo in quella stessa buca spuntassero delle canne che vibrando al vento, portavano sulle onde della brezza, le parole del servo ed in questo modo tutti seppero che re Mida aveva le orecchie d'asino. Mida, appresa la notizia fece uccidere il servo ma nulla potè fare contro il pubblico schermo e la sorte a lui toccata.
Il re Mida, nelle vesti di giudice non obbiettivo, poiché consigliato dalle personificazione dell’Ignoranza e del Sospetto, è rappresentato con un paio di orecchie d’asino, davanti a lui vi è la rappresentazione allegorica del Livore, un uomo incappucciato e vestito di stracci che tiene per un braccio la Calunnia, a cui è indissolubilmente legato, una donna bellissima, i cui capelli sono acconciati dalle personificazioni della Frode e dell’Insidia. La Calunnia trascina per i capelli il calunniato, che è impotente (con mani giunte e gambe incrociate sembra opporsi a Marte, raffigurato nella nicchia centrale, in posizione con gambe divaricate mentre impugna una sciabola); la Calunnia con la mano sinistra impugna una torcia che non fa luce, simbolo della falsa verità. Alla sinistra di questi personaggi c’è una vecchia, anch’essa incappucciata e vestita di nero, ovvero la personificazione del Rimorso o della Penitenza., quest'ultimo è l’unico personaggio che si vergogna, poiché può vedere la Verità, che è rappresentata nuda, poiché non ha nulla da nascondere e guarda verso l’alto come per simboleggiare che la verità è oltre l'Uomo, mentre i volti di tutte le altre figure sono rivolte verso il basso. o nascosti in parte.

La Calunnia di Socrate:
Nell'antica Grecia Socrate aveva una grande reputazione di saggezza. Un giorno un tale andò a trovare il grande filosofo, e gli disse:
- Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?
- Un momento - rispose Socrate. - Prima che me lo racconti, vorrei farti un test, quello dei tre setacci.
- I tre setacci?
- Ma sì, - continuò Socrate. - Prima di raccontare ogni cosa sugli altri, è bene prendere il tempo di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Lo chiamo il test dei tre setacci. Il primo setaccio è la verità. Hai verificato se quello che mi dirai è vero?
- No... ne ho solo sentito parlare...
- Molto bene. Quindi non sai se è la verità. Continuiamo col secondo setaccio, quello della bontà. Quello che vuoi dirmi sul mio amico, è qualcosa di buono?
- Ah no! Al contrario
- Dunque, - continuò Socrate, - vuoi raccontarmi brutte cose su di lui e non sei nemmeno certo che siano vere. Forse puoi ancora passare il test, rimane il terzo setaccio, quello dell'utilità. E' utile che io sappia cosa mi avrebbe fatto questo amico?
- No, davvero.
- Allora, - concluse Socrate, - quello che volevi raccontarmi non è né vero, né buono, né utile; perché volevi dirmelo?
 Per Approfondimenti vi rimando al sito engramma.it

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