Dalla Grande Madre, alle Fate e alla Vecchia Strega

In tutte le favole per bambini, nelle leggende e nei miti si parla spesso di Fate, di streghe, di creature particolari che ci fanno entrare nei punti più nascosti dei boschi, tra le montagne o in fondo al mare. 
Ma come si sono generate le immagini delle fate buone e cattive, da dove provengono?
Bene, bisogna risalire molto indietro nel tempo, tanto, molto lontano; bisogna tornare al Neolitico. 
Il Neolitico è un’età della preistoria dell’uomo, l’ultimo dei tre che costituiscono l’età della pietra. Esso significa “età della nuova pietra” e porta con sé tante innovazioni nella litotecnica, tra cui la levigatura della pietra; ma anche la scoperta dell’allevamento e dell’agricoltura. E’ anche l’età in cui avviene per la prima volta l’eredità dei beni all’interno dei clan ed è il periodo in cui si può parlare di una religione ben organizzata nelle sue credenze e contenuti. Una religione o filosofia; era la religione della Dea.
La fonte della vita era rappresentata proprio dalla Dea; essa era la Natura stessa, che aveva la facoltà di dare e di togliere la vita. Nell’immagine delle Parche si può ben vedere un legame con la Dea. Tutti i simboli più antichi incisi su roccia ed anche i più antichi manufatti di osso e corno comunicano una profonda credenza in una dea generatrice di vita e che veniva rappresentata in una molteplicità di forme. La forma più comune era una statuetta di argilla che rappresentava in genere una donna seduta (ovvero nell’atto del partorire); le sue forme erano esagerate ( le mammelle, i fianchi, la vulva) la qual cosa stava ad indicare i centri di emanazione del suo potere di procreare. In quell’epoca alla femmina e non al maschio era attribuito il potere divino della creazione. 
La dea era una e molte, quindi la religione ad essa collegata era sia monoteista sia politeista; essa personificava sia le forze generatrici della natura, dunque tutto ciò che è fonte di vita, come l’acqua, l’aria, la terra, sia le forze distruttrici, che la collegavano alla morte e a tutto ciò che produce morte. In questo caso la dea veniva raffigurata con un corpo nudo ma rigido oppure sotto forma di serpente velenoso o di uccello rapace. Infine, c’era la dea della rinascita, ovvero colei che presiede a tutti i cicli vitali di tutto il mondo della natura.
La dea della rinascita era chiamata “dea vergine” o “della generazione e procreazione”; e proprio essa era rappresentata nella posizione del parto, era la madre di tutti i viventi, compresi gli animali e le piante. 
La molteplicità delle rappresentazioni non escludeva, però, l’unità: infatti, morte e rinascita sono intimamente legate, per cui la dea della morte e quella della rinascita coincidono. La “dea serpente” è l’immagine di questa unità: l’immagine del serpente è simbolo di questi due cicli vitali. Il letargo dell’animale, infatti, richiama l’idea della morte, mentre la muta della sua pelle evoca l’idea dell’immortalità. La ricomparsa del serpente a primavera è allegoria della rinascita della natura e della vita. 
Ma il serpente si lega alla dea anche perché alla dea si lega l’acqua come fonte della vita. Allora chiediamoci, cosa c’entra l’acqua con il serpente?
La spiccata fantasia degli uomini del Neolitico (umanità fanciulla) vedeva nelle spire del serpente l’immagine delle onde, per cui anche per questo motivo il serpente fa tutt’uno con la dea. E non solo; anche il collo delle gru, delle oche e dei cigni richiamavano le onde e, quindi, le loro forme si legavano alla dea - madre e all’acqua, prima fonte di vita. Dal mito alla filosofia il passo è breve: l’acqua come fonte di vita si ritrova nel pensiero dei primi fisiologi greci, basti pensare a Talete, che identificò nell’acqua l’archè (ovvero il principio) di tutte le cose. 
Anche i motivi geometrici che compaiono in certa arte sia parietale sia soprattutto nelle ceramiche del Neolitico, e che si ripetono negli ornamenti geometrici di certa arte in ceramica greca, micenea ecc, sono ciò che resta, come eco, di quell’arte antica che esaltava la dea. Dalla “V”, segno iniziale del pube femminile, fonte della vita, hanno preso forma disegni che non sono altro che complicazioni di questo primitivo simbolo: la doppia e tripla “V”, gli CHEVRON (“V” ripetute in fila), la “M”, segno che nasce da una “V” che si complica, sono tutte immagini che trovano nella simbologia della dea e dell’acqua ad essa legata la loro origine. La “S”, ad esempio, era proprio il simbolo diretto delle onde. 
Le prime attestazioni di culture neolitiche si trovano nel medio - oriente, con il neolitico pre - ceramico di Gerico, circa il 9500 prima di Cristo, derivato comunque dalla cultura natufiana che nelle stesse regioni aveva utilizzato i cereali selvatici a partire dalla metà del XIII millennio a.C. (circa il 12.000 a. C.), sviluppando uno stile di vita sedentario. 
Da quelle lontane epoche il culto della dea arrivò fino al 3500 a.C. La fase successiva fu quella degli dei maschi, guerrieri, pastorali e patriarcali che soppiantarono il Pantheon della dea. Da quel momento si sviluppò un vero pregiudizio nei confronti di quella mondanità e con essa una ripulsa della dea e di tutto ciò che essa aveva significato. Da quel momento, gradualmente, la dea si ritirò nel profondo delle foreste e sulle vette delle montagne e lì sopravvisse fino ai giorni nostri nelle credenze popolari, nelle fiabe e nelle immagini delle fate e della vecchia strega. 
A ciò seguì l’alienazione dell’uomo dalle radici vitali della natura; egli si allontanò dal primitivo PANTEISMO, recuperandolo solo qua e là in alcune concezioni filosofiche e letterarie che, comunque, non riuscirono mai a ritornare dominanti e i risultati di ciò sono ben evidenti nel mondo contemporaneo. La dea, nei casi migliori, divenne la fata buona, la ninfa dei boschi, per poi tramutarsi nella strega cattiva, che l’uomo doveva dominare, se del caso uccidere. L’amor sublime non fu ritenuto quello con la donna ma con il fanciullo; la donna divenne solo mezzo procreativo e, preferibilmente, di maschi. 
Ma i cicli storici non si fermano mai e oggi assistiamo ad un grande desiderio di ritorno, da parte dell’uomo, alle foreste e alle vette delle montagne, alle acque incontaminate, alla sua voglia di immergersi nella natura, rifiutando un mondo che per troppi secoli è stato immerso nella violenza degli antichi guerrieri, che della forza avevano fatto il loro emblema. Ed oggi si assiste, contro una società troppo tecnologica, troppo razionale, calcolatoria e manipolatrice al desiderio di una vita più pura, desiderio che, però, rimane ancora troppo confuso, più inconscio che cosciente e che, in questa incoscienza e incongruenza, trova la fonte dei maggiori disturbi e mali di un’epoca. 
Chissà se mai la dea riemergerà da quelle stesse foreste e dalle montagne in cui era stata relegata, recando con sé la speranza di un mondo migliore? 
Testo gentilmente concesso da Rita Gherghi
Post Fate e Serpenti su Fiabe in analisi

5 commenti:

  1. Un post che visto il tema non potevo tralasciare.
    E a proposito di serpenti, conosci il mito di Pitone? Viene raccontato che Apollo sconfisse questo serpente/drago.
    Il nome della sacerdotessa Pizia deriva proprio da Pitone e che lì a Delfi vi stabilì il suo Oracolo più famoso.
    Ebbene in realtà, stando al libro "La follia che viene dalle Ninfe" di Roberto Calasso Pitone era sia una ninfa (Telfusa), sia la "fonte dalle belle acque", sia un draghessa. La Ninfa cercò di allontanare Apollo perché aveva capito che intendeva prendersi il suo oracolo. Apollo uccise la draghessa e capì che era stata la stessa Ninfa ad ingannarlo così ritornò in quel luogo e "umiliò" le belle acque costruendoci sopra impossessandosi dell'antico sapere fluido della Ninfa

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie, no non lo conoscevo,quindi si può dire che da Pitone avessero origine le belle acque...sarà per questo che molte fontane hanno serpenti che gettano acqua?

      Elimina
    2. Può darsi. So che in Giappone c'è un dio dell'acqua che è un drago e si chiama Ryujin.
      Dal libro di Calasso:
      "Che cos'è un drago?" E (Norman Douglas) aveva risposto: "Un animale che guarda o osserva." Di fatto, "drakon" deriva da "dérkomai" che significa "avere vista acutissima". Ma qual è l'occhio del drago? Douglas risponde: la sorgente. Più che connessi, drago e sorgente sono parti di uno stesso corpo.


      E poi ci sono tantissime altre cose.

      Elimina
  2. Un post davvero interessantissimo che mostra il cambiare della concezione della donna in epoche lontane.

    P.S. Esula un po' dal tema, però per quanto riguarda i legami tra donne e serpenti, a me viene subito in mente la Genesi della Bibbia e l'inimicizia che Dio pone tra la stirpe del serpente e quella di Eva. Il serpente come incarnazione del male viene spesso raffigurato anche insieme a Maria, madre di Gesù, posto sotto i suoi piedi, come segno di vittoria della Vergine sul Male.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sì il serpente, come abitante che si nasconde nella terra, è associato al diavolo e con il suo modo di strisciare è ritenuto subdolo e tentatore: Eva si lascia tentare, Maria lo sconfigge. Grazie Romina!

      Elimina