215 anni fa nasceva Giacomo Leopardi

La paura era stata grande. Le doglie, che duravano da molte ore, erano diventate insopportabili. Qualcuno aveva temuto il peggio, voleva chiamare il sacerdote. Ma, mentre le prime ombre di una sera estiva e ventosa calavano sul piccolo borgo rannicchiato sopra la collina, davanti all’infinita distesa dell’Adriatico, alle paranze da pesca colorate, quel vagito si era fatto precocemente sentire.

Era il 29 giugno 1798. Venerdì. Giorno di magra, di penitenza, che la chiesa riserva al ricordo della passione e della morte del Cristo. La gioia esplose. E fu incontenibile. Raccolto intorno alla giovanissima partoriente, tutto il parentado poté trarre un sospiro i sollievo. Adelaide aveva sofferto l’indicibile, “quarantotto ore di pena per le lunghe doglie”. Alla fine, duramente segnato dal “dramma” della nascita, Giacomo Leopardi era venuto al mondo e piangeva sonoramente, in una bella culla color crema ed oro.

Così racconta la nascita di Giacomo Leopardi, il giornalista Renato Minore nella biografia romanzata Leopardi, l’infanzia, le città, gli amori ed da Bompiani. Oggi il Poeta compie 215 anni.
Casa natale di Giacomo Leopardi, 1800 ca.


E dal memoriale scritto da Monaldo nel luglio 1837 (un mese dopo la morte del Poeta)


Il mio amatissimo Giacomo nacque alli 29 di giugno del 1798 trè ore dopo il mezzo dì. Fu battezzato nel giorno appresso. Padrini il Marchese Filippo Antici padre di mia moglie, e la Marchesa Virginia Mosca di Pesaro mia madre. Gli diedi i nomi di Giacomo Taldegardo, rinnovando col primo il nome di mio Padre, con l’altro quello di un antichissimo di famiglia. 
Da bambino fu docilissimo, amabilissimo, ma sempre di una fantasia tanto calda apprensiva e vivace, che molte volte ebbi gravi timori di vederlo trascendere fuori di mente. Mentre aveva 3 o quattro anni si diedero qui le missioni; e i missionarii nei fervorini notturni erano accompagnati da alcuni confrati vestiti col sacco nero e col cappuccio sopra la testa. Li vidde e ne restò così spaventato che per più settimane non poteva dormire, e diceva sempre di temere i bruttacci. Noi tememmo allora molto per la sua salute, e per la sua mente.
Nella quadragesima del 1804 ebbe una forte ammalatia infiammatoria di petto, da cui però dopo il corso ordinario guarì. Successivamente, ancorché non mostrasse mai robustezza, in casa non è stato mai un giorno in letto. Era sommamente inclinato alla divozione; e pochissimo dato ai solazzi puerili, si divertiva solo molto impegnatamene con l’altarino. Voleva sempre ascoltare molte messe, e chiamava felice quel giorno in cui aveva potuto udirne di più.
Una volta all’età di circa 14 anni soggiacque al travaglio degli scrupoli, e tanto esageratamente che temeva di camminare per non mettere il piede sopra la croce nella congiunzione dei mattoni.
Un’altra volta dandosi a pensare sul modo di respirare, avvertiva che non poteva farlo liberamente, e anche questa fù una grande tribolazione per noi.
Gli fu detto che giovava alla salute prendere un poco di sole nel capo, e voleva passare le ore intiere al giardino, col capo scoperto, sotto i più gravi ardori del sole. Gli fù insegnato di gettarsi un poco di acqua fresca negli occhj per fortificarli. Si scamiciava; prendeva due catini, uno alla destra, un altro alla sinistra, e durava un’ora a gettarsi negli occhj due torrenti. Recedeva però da queste pratiche quando io lo distoglievo perché con me era docile, e si arrendeva alle mie ragioni, e alle miei preghiere. Intorno alli suoi pasti le ho di già scritto.
Datosi a studiare del tutto solo, imparò la lingua greca senza nessun soccorso di voce umana, e coi soli libri che io gli provedevo a sua richiesta, oltre quelli che già avevo nella mia biblioteca. Così imparò la lingua ebraica, nella quale scriveva correntemente, e credo la sapesse assai bene. Una volta vennero a parlare con lui di lingua e di libri alcuni Ebrei di Ancona i quali si davano per dotti, e quantunque io non intendessi il linguaggio, mi accorsi bene che egli ne sapeva assai più di loro. Così pure senza nessun ajuto imparò la lingua francese, la spagnuola e l’inglese.
Trovandosi qua lontano quasi affatto da ogni uomo di sapere e di ingegno si sentiva involontariamente scontento, e nel suo isolamento lo affligevano assai più del solito la sua malinconia abituale e le sue apprensioni sulla salute. Una sera di Luglio 1825 (credo alli 14) mentre prendevamo il caffè, mi disse che aveva senza dubbio un qualche vizio organico e gli restavano pochi mesi o giorni da vivere. Lo confortai convenientemente, lo assicurai sopra i suoi allarmi, e sopratutto lo consigliai ad uscire di casa e passeggiare, cosa che non faceva da più mesi. Immediatamente prese il cappello, uscì, e passeggiò due ore. Tornato a casa, mi disse che stava meglio e mi chiese licenza di andare a Bologna e a Milano, dove il tipografo Stella, ed altri lo desideravano per certe imprese letterarie. Due giorni dopo partì, e parmi fosse alli 16. di Luglio. Da Bologna mi scrisse più volte che stava benissimo di salute, e mangiava come un Lupo. Partì di Bologna alli 27 di Luglio, e viaggiò direttamente a Milano. Alla sua dimora in Bologna si riferisce la lettera del Cardinale della Somaglia, Segretario di Stato, di cui le annetto copia.
Ho dimenticato di dire che mentre stette in Roma corse voce che il Governo, overo il Cardinale Consalvi allora Segretario di Stato, gli offrissero alcune prelature ed egli le ricusasse. Io non credo però che gli venisse fatta nessuna offerta speciale, ma non dubito che entrando in prelatura a spesa della famiglia avrebbe di poi ottenuto per parte del Governo la meritata considerazione. Allora però egli non pensava a quello stato, ancorché nudrisse il pensiero di considerarlo ad età più inoltrata, come forse accennerò successivamente.
Quando era in casa si levava di buon’ora e studiava tutta la mattina, poi buona parte del giorno. Poi passeggiava due o trè ore di seguito, su e giù dentro una sala, e per qualche ora all’oscuro. Io lo chiamavo Malco ed egli ne rideva. Finito il passeggio all’un’ora dopo l’Ave Maria, si metteva a sedere circondato dai suoi Fratelli , e con essi conversava amichevolmente un pajo di ore; indi si ritirava, e quando poteva tornava allo studio.
Levate quelle due ore era ordinariamente silenzioso; mai però burbero e scortese, e quando se gli dirigeva il discorso o rispondeva con brevi e cortesi parole, o pur sorrideva.
Alla mensa siedeva vicino a me, ed aspettava che se gli mettesse la vivanda nel piatto, non volendo incomodarsi a prenderla; e neppure voleva il fastidio di tagliarla col coltello. Toccava a me il tagliare a minuto le sue vivande, altrimenti le stracciava con la sola forchetta, overo impazientito le ripudiava. Non sò dire quante forchette rompesse per quella sua avversione all’uso del cortello . Nell’ultima sua dimora qui mangiò sempre divisamente come già ho scritto in altra lettera. Amava molto il dolce e con una libbra di zucchero condiva solamente sei tazze di caffè.

3 commenti:

  1. Che bello questo post! Fa un certo effetto leggere le parole di chi era così vicino al "nostro" Giacomo!

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    1. Già! e soprattutto la parte tratta dal testo di Renato Minore, secondo me ci fa sentire lì presenti. Se non lo hai letto e hai un po' di tempo (bella battuta eh?)ti consiglio di leggerlo, credo che ti potrebbe piacere.

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    2. Ora è estate... magari un po' di tempo ci sarà!

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