Esodo

Tra poco ci siamo, sentiremo di nuovo parlare di esodo, quello del primo fine settimana di luglio e quello di ferragosto cui seguirà il contro - esodo. Si sa che i TG ci inviano parole estreme: esodo, maledetto, tragedia, crollo, allarme…

Storia dell'Esodo (composto da 24 litografie) di Marc Chagall realizzato nel 1966





"La Bibbia è la fonte cui hanno attinto, 
come in un alfabeto colorato, 
gli artisti di tutti i tempi" 
Marc Chagall

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215 anni fa nasceva Giacomo Leopardi

La paura era stata grande. Le doglie, che duravano da molte ore, erano diventate insopportabili. Qualcuno aveva temuto il peggio, voleva chiamare il sacerdote. Ma, mentre le prime ombre di una sera estiva e ventosa calavano sul piccolo borgo rannicchiato sopra la collina, davanti all’infinita distesa dell’Adriatico, alle paranze da pesca colorate, quel vagito si era fatto precocemente sentire.

Era il 29 giugno 1798. Venerdì. Giorno di magra, di penitenza, che la chiesa riserva al ricordo della passione e della morte del Cristo. La gioia esplose. E fu incontenibile. Raccolto intorno alla giovanissima partoriente, tutto il parentado poté trarre un sospiro i sollievo. Adelaide aveva sofferto l’indicibile, “quarantotto ore di pena per le lunghe doglie”. Alla fine, duramente segnato dal “dramma” della nascita, Giacomo Leopardi era venuto al mondo e piangeva sonoramente, in una bella culla color crema ed oro.

Così racconta la nascita di Giacomo Leopardi, il giornalista Renato Minore nella biografia romanzata Leopardi, l’infanzia, le città, gli amori ed da Bompiani. Oggi il Poeta compie 215 anni.
Casa natale di Giacomo Leopardi, 1800 ca.


E dal memoriale scritto da Monaldo nel luglio 1837 (un mese dopo la morte del Poeta)

Dalla Grande Madre, alle Fate e alla Vecchia Strega

In tutte le favole per bambini, nelle leggende e nei miti si parla spesso di Fate, di streghe, di creature particolari che ci fanno entrare nei punti più nascosti dei boschi, tra le montagne o in fondo al mare. 
Ma come si sono generate le immagini delle fate buone e cattive, da dove provengono?
Bene, bisogna risalire molto indietro nel tempo, tanto, molto lontano; bisogna tornare al Neolitico. 
Il Neolitico è un’età della preistoria dell’uomo, l’ultimo dei tre che costituiscono l’età della pietra. Esso significa “età della nuova pietra” e porta con sé tante innovazioni nella litotecnica, tra cui la levigatura della pietra; ma anche la scoperta dell’allevamento e dell’agricoltura. E’ anche l’età in cui avviene per la prima volta l’eredità dei beni all’interno dei clan ed è il periodo in cui si può parlare di una religione ben organizzata nelle sue credenze e contenuti. Una religione o filosofia; era la religione della Dea.
La fonte della vita era rappresentata proprio dalla Dea; essa era la Natura stessa, che aveva la facoltà di dare e di togliere la vita. Nell’immagine delle Parche si può ben vedere un legame con la Dea. Tutti i simboli più antichi incisi su roccia ed anche i più antichi manufatti di osso e corno comunicano una profonda credenza in una dea generatrice di vita e che veniva rappresentata in una molteplicità di forme. La forma più comune era una statuetta di argilla che rappresentava in genere una donna seduta (ovvero nell’atto del partorire); le sue forme erano esagerate ( le mammelle, i fianchi, la vulva) la qual cosa stava ad indicare i centri di emanazione del suo potere di procreare. In quell’epoca alla femmina e non al maschio era attribuito il potere divino della creazione. 
La dea era una e molte, quindi la religione ad essa collegata era sia monoteista sia politeista; essa personificava sia le forze generatrici della natura, dunque tutto ciò che è fonte di vita, come l’acqua, l’aria, la terra, sia le forze distruttrici, che la collegavano alla morte e a tutto ciò che produce morte. In questo caso la dea veniva raffigurata con un corpo nudo ma rigido oppure sotto forma di serpente velenoso o di uccello rapace. Infine, c’era la dea della rinascita, ovvero colei che presiede a tutti i cicli vitali di tutto il mondo della natura.

Buona Fortuna!

Tiche, dea greca della fortuna e del destino; ha una
cornucopia ed in 
braccio il piccolo Pluto dio della
 ricchezza che da principio distribuiva 
ricchezze ai più
meritevoli, poi reso cieco da Zeus, invidioso degli uomini 
saggi ed onesti, iniziò a distribuirle a caso.
Tiche, dea della fortuna e del caso e in epoca ellenistica protettrice dello Stato. I romani la identificarono con la dea Fortuna, raffigurata con una corona turrita e una cornucopia o il Dio Pluto in braccio. Durante il Medioevo è rappresenta con la cornucopia, il corno che distribuisce abbondanza e con un timone poiché: "è lei che pilota la vita degli uomini" a volte è bendata. Severino Boezio, nel De Consolazione philosophiae paragona la Fortuna ad una ruota – forse per la somiglianza con il timone - che fa girare la vita degli uomini, sostenendo che il trovarsi in una situazione favorevole oppure sfavorevole dipende dal fatto che la Fortuna, filosoficamente, rimanda alla casualità, a quel qualcosa contro cui la volontà umana nulla può fare.
Ancora oggi nei detti popolari si dice che la Fortuna è una ruota che gira. Il simbolo venne poi cristianizzato e nel Medioevo la sua rappresentazione fu presente in miniature e in architettura nei rosoni delle chiese. La Ruota della Fortuna costituisce uno dei ventidue Arcani Maggiori dei Tarocchi, contrassegnato dal numero romano X.

Luci ed Ombre nella Tempesta

Tra i tanti artisti che hanno lasciato un segno indelebile nel Rinascimento italiano, vale a dire il periodo storico a cavallo del XV secolo, troviamo una figura che ho sempre ritenuto essere particolarmente affascinante. Di lui non sappiamo molto, se non ciò che ci è stato tramandato da quei pochi scritti che sono giunti fino a noi e che ne testimoniano la presenza nello scenario veneziano di quegli anni. Il suo nome era Giorgio Gasparini, ma forse è meglio chiamarlo qui con lo pseudonimo con il quale è meglio conosciuto, vale a dire Giorgione.
Giorgione, La Tempesta, 1506 ca.
Nonostante l’ enorme popolarità, la sua è una delle figure più enigmatiche della storia della pittura: non se ne conoscono le origini, non si hanno notizie sugli anni della sua giovinezza e non se ne conosce l’educazione. È come si fosse materializzato improvvisamente su questa terra, come fosse giunto dal nulla e, nel giro di pochi anni, sia riuscito a dipingere alcuni tra i capolavori più ricercati, capolavori che tuttora occupano un posto d’onore nei più importanti musei del mondo. Dopodiché egli scompare, poco più che trentenne, si dice a causa dell’epidemia di peste che infuriò a Venezia nel 1510. In realtà, le opere a lui attribuite sono solo frutto della deduzione degli studiosi, visto che Giorgione non firmò nessuno dei suoi quadri, il che aggiunge un pizzico di mistero ad una figura di per sé già profondamente misteriosa. Ma non è tutto: i soggetti rappresentati sui dipinti a lui attribuiti sono tra i più criptici dell’epoca e, per secoli, sono stati oggetto di innumerevoli tentativi di interpretazione. Tra le tante, l’opera più enigmatica è senza dubbio un olio su tela, di datazione incerta, conservato nelle Gallerie dell'Accademia a Venezia: la celeberrima “Tempesta”.
Lo scopo di questo articolo è cercare di leggerne il significato nascosto e per fare questo ho chiesto aiuto al mio collega blogger Obsidian Mirror, che già in passato mi ha seguito con entusiasmo in un altro progetto simile a questo.