I suicidi della Divina Commedia tra Inferno e Purgatorio

E’ nel XIII canto dell’Inferno che Dante pone coloro che hanno “in sé mano violenta/e ne’ suoi beni”, ossia i suicidi e dissipatori dei loro beni. Anche Aristotele aveva già assimilato i dissipatori ai suicidi. Tra i dissipatori troviamo Giacomo di S. Andrea che avrebbe gettato in acqua monete solo per passare il tempo. Ma torniamo ai veri suicidi, i violenti contro se stessi.
I lamenti delle Arpie fanno da colonna sonora, spettrale, funesta. Dante si sente smarrito, catapultato in un luogo dove non vede anime dannate o sembianze umane ed è allora che Virgilio lo esorta a rompere un ramo da un cespuglio “e ‘l tronco suo gridò: ‘Perché mi schiante’?” e dal ramo esce sangue. È l’anima di Pier della Vigna: “L’animo mio, per disdegnoso gusto, credendo col morir fuggir disdegno, ingiusto fece me contra me giusto.”
Questi non hanno nel girone un posto ben preciso, ma, dopo il giudizio di Minosse, precipitano a caso nel girone e, dove cade la loro anima, germoglia e prende vita una “pianta silvestra” e spinosa. I dissipatori corrono tra questi arbusti, provocandosi dei graffi e ferite e spezzando i rami dei suicidi. Per la legge del contrappasso i dissipatori sono distrutti a brandelli, così come distrussero i loro averi; i suicidi, avendo ucciso il corpo e lasciato l’anima priva del corpo, sono stati trasformati in vegetali, privi del corpo umano, con un corpo di natura inferiore a quella umana. Dante saprà da Piero della Vigna, che i suicidi non potranno rivestirsi con i loro corpi dopo il Giudizio Universale, potranno solo riprendere i loro corpi e appenderli all’albero che sono diventati.
Dante e Virgilio nel bosco dei suicidi.
 Illustrazione di Giovanni Stradano (1587)
L’anima dei suicidi è diventata un pruno, non è inserita in un pruno; sono immobili e dai loro rami rotti dalle arpie che si nutrono delle loro foglie e nidificano su di loro, esce sangue, ma, immobili, soffrono senza avere modo di lottare contro il dolore subito.
“Uomini fummo, e or siam fatti sterpi” dirà il suicida Pier della Vigna presentandosi ai due viaggiatori, non vedendoli, essendo un arbusto non ha occhi, e non capendo se si tratti di due anime o di due corpi. 
Il canto dei suicidi si conclude con un verso che poco ci dice sulla biografia del secondo suicida (sappiamo che è fiorentino) incontrato da Dante: "Io fei gibetto a me de le mie case", cioè "io feci la mia forca (gibetto è un francesismo da gibet) nelle mie case", ovvero "mi impiccai in casa mia". 
Questa scena dell'appeso, riporta l’immagine descritta da Pier della Vigna dei corpi dei suicidi appesi all’arbusto che sono diventati; oltre all’immagine stilistica c’è da sottolineare che il fiorentino anonimo, è un po’ il simbolo dei tanti fiorentini che in quegli anni di boom economico non stavano al passo e si toglievano la vita.
Esiste un altro suicida nella Divina Commedia ma non si trova nell’Inferno, Dante lo colloca nel Purgatorioè Catone l’Uticense. I motivi di questa diversa scelta sono ideologici.
“Niente “disse” hai ottenuto, o Fortuna, ostacolando tutti i miei tentativi. Io ho combattuto fino ad adesso non per la mia ma per la libertà della patria, né agivo con tanta forza d'animo per vivere libero ma per vivere tra uomini liberi; ora poiché le sorti degli umani sono senza speranza, Catone sia portato in luogo sicuro” (Morte di Catone Uticense, di Seneca). Il suicidio di Catone è in nome della Libertà, come ideologia, non della libertà personale, né per un’ingiustizia subita.
Egli scelse il suicidio piuttosto che rinunciare alla libertà. E’ proprio nel Purgatorio che le anime si purificano e trovano la libertà dal peccato. La ricerca della Libertà in Catone si identifica con il percorso di purificazione, simile a quello dell’anima che si trova nel Purgatorio. Catone diventa quindi il simbolo positivo del Purgatorio e la sua scelta di libertà diventa un esempio per tutte le anime che seguono il cammino della purificazione.
Lo stesso Virgilio, guida di Dante attraverso l’Inferno e il Purgatorio, pone Catone come custode dei Campi Elisi, luogo in cui dimorano le anime di coloro che sono cari agli dei.

E questi eran color che combattendo

non fur di sangue a la lor patria avari; 
e quei che sacerdoti erano in vita 
castamente vissuti, e quei veraci 
e quei pii c'han di qua parlato o scritto 
cose degne di Febo, e gl'inventori 
de l'arti, ond'e' gentile il mondo e bello; 
e quei che ben oprando han tra' mortali 
fatto di fama e di memoria acquisto; 
cui tutti, in segno di celeste onore, 
candida benda il fronte orna e colora. 
 (Eneide, dal libro VI: i Campi Elisi )
Catone appare a Dante e Virgilio con la fronte illuminata dalle quattro stelle, identificabili con  le quattro virtù cardinali: Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza.
Il Purgatorio di Dante è il luogo della speranza, con le anime di coloro che sperano di poter essere migliori, in questo caso anche la Libertà, nel nome della quale Catone si è ucciso, diviene una speranza possibile.

11 commenti:

  1. un po' per divertirsi ecco un video comico: la Divina Commedia in 40 secondi
    http://www.youtube.com/watch?v=CXx2ZmlZkLw

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    1. L'ho visto, divertente! E...sintetico :)

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  2. L'anno scorso ho seguito un semestre molto interessante sul Purgatorio.
    Dante è senz'altro uno dei miei autori preferiti, quindi sono sempre contenta di leggere qualcosa dedicato alla sua opera :)

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    1. Credo che la cantica del Purgatorio sia un po' trascurato a vantaggio dell'Inferno, anche a me piace molto, credo che ritornerò sull'argomento.

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  3. Mah!
    Parla parla, ma alla fine Catone era un pompeiano...

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  4. Ho sempre adorato L'Inferno. Credo sia un capolavoro. Mille volte più interessante del Purgatorio o del Paradiso. Adoro leggerlo e che altri come te, lo raccontino.
    Grazie.
    Raffaella

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    1. Grazie a te Raffaella, adoratrice dell'Inferno!! :)

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  5. Peccato che le serate di Benigni sulla Commedia stiano avendo un riscontro basso (tranne le prime puntate). Secondo te la gente non apprezza le cose che valgono o non le capisce?

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    1. E' un bel dilemma! Credo che ci sia la tendenza a non apprezzare le cose che valgono perchè manca la base per capirle; nella cultura c'è un po' il meccanismo "fast-food", ossia si mangia in fretta senza gustare il cibo, e per la cultura è un po' lo stesso: si prendono informazioni veloci e raramente si approfondisce.Un libro, un film, una mostra richiedono tempo, soprattutto il tempo per riflettere e porsi altre domande. E le domande sono dubbi,in molti li evitano e li temono. Grazie mille per il commento.

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  6. Bellissimo post, Marcella! Hai affrontato il tema in modo davvero interessante (come al solito!) e con un taglio originale. Leggerti è sempre un piacere!

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    1. Eh sì, Luciferina non poteva rimanere indifferente a questo post :)

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