Poveri poeti

Povero poeta, Carl Spitzweg, 1839
Desolazione di un povero poeta sentimentale, Sergio Corazzini 

I
Perché tu mi dici: poeta? 
Io non sono un poeta. 
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange. 
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio. 
Perché tu mi dici: poeta? 
II 
Le mie tristezze sono povere tristezze comuni. 
Le mie gioie furono semplici, 
semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei. 
Oggi io penso a morire. 
III 
Io voglio morire, solamente, perché sono stanco; 
solamente perché i grandi angioli 
su le vetrate delle cattedrali 
mi fanno tramare d’amore e d’angoscia; 
solamente perché, io sono, oramai, 
rassegnato come uno specchio, 
come un povero specchio melanconico. 
Vedi che io non sono un poeta: 
sono un fanciullo triste che ha voglia di morire. 
IV 
Oh, non maravigliarti della mia tristezza! 
E non domandarmi; 
io non saprei dirti che parole così vane, 
Dio mio, così vane, 
che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire. 
Le mie lagrime avrebbero l’aria 
di sgranare un rosario di tristezza 
davanti alla mia anima sette volte dolente, 
ma io non sarei un poeta; 
sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo 
cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme. 
Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù. 
E i sacerdoti del silenzio sono i romori, 
poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio. 
VI
Questa notte ho dormito con le mani in croce. 
Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo 
dimenticato da tutti gli umani, 
povera tenera preda del primo venuto; 
e desiderai di essere venduto, 
di essere battuto 
di essere costretto a digiunare 
per potermi mettere a piangere tutto solo, 
disperatamente triste, 
in un angolo oscuro. 
VII 
Io amo la vita semplice delle cose. 
Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco, 
per ogni cosa che se ne andava! 
Ma tu non mi comprendi e sorridi. 
E pensi che io sia malato. 
VIII 
Oh, io sono, veramente malato! 
E muoio, un poco, ogni giorno. 
Vedi: come le cose. 
Non sono, dunque, un poeta: 
io so che per essere detto: poeta, conviene 
viver ben altra vita! 
Io non so, Dio mio, che morire. 
Amen.

In un periodo in cui la poesia era dominata dalla figura di D’Annunzio, irrompe con le sue lagrime da offrire al Silenzio un poeta che non somiglia al poeta per antonomasia ma è solo un piccolo fanciullo che piange; da notare l’aggettivo piccolo che rafforza il termine fanciullo. Afflitto da gioie e tristezze comuni che in confronto al futuro che sarà celebrato a breve dai futuristi pensa alla negazione del futuro: la morte. Troppo spesso le poesie vengono interpretate in base alla biografia del poeta, ma quando una poesia raggiunge condivisioni universali, come poter dire che l’umanità ha la stessa biografia dell’autore? Sergio Corazzini, morto a 21 anni di tubercolosi, scrive questa poesia; l’avrebbe scritta ugualmente anche se fosse stato sano? Secondo me sì. La malattia del Corazzini è simile alla malattia di milioni di persone, non è un’esclusiva. Vero è che i malati “toccano” più da vicino il crepuscolo della vita. 
Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;
solamente perché i grandi angioli
su le vetrate delle cattedrali
mi fanno tramare d’amore e d’angoscia;
solamente perché, io sono, oramai,
rassegnato come uno specchio,
come un povero specchio melanconico.
Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia di morire
.
I grandi angioli sulle vetrate sono un’immagine struggente che attira non solo chi è malato, destinato a morire, ma chi è malato dentro, di quella malattia che può, a volte, anche essere chiamata poesia o dare origine alla poesia. Un poeta malato di tubercolosi e malato di poesia in un tempo in cui la poesia era materia di D’Annunzio, terribilmente sano!

1 commento:

  1. Bellissimo post, Marcella. Non ho mai simpatizzato troppo con la superbia e la forza ostentate da D'Annunzio. Non conosco Corazzini, ma dal poco che ho letto qui il suo modo di fare poesia mi convince molto di più.

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