Podio 2013

Non voglio mettere in competizione i miei post tra di loro (sono destinati a convivere a lungo, quindi meglio non suscitare in loro dell'arido antagonismo); è solo una statistica tanto per fare un sunto dell'anno.
Ecco, quindi, i post che hanno conquistato il podio in questo 2013:
1. Primo Viaggio sulla Luna (Luciano di Samosata), con 402 visite.
2. Il Volto di Cristo, con 369 visite.

Rama e il vischio

Aveva l’abitudine di sedere a terra in una radura, sotto una quercia, a meditare. Una sera, dopo aver riflettuto a lungo sui mali della sua gente, si assopì ai piedi dell’albero. Nel sonno gli sembrò di sentirsi chiamare per nome ad alta voce e credette di ridestarsi. Vide allora, di fronte a sé, un uomo di imponente statura, come lui paludato nella bianca tunica druida. L’uomo recava in mano una bacchetta intorno alla quale si avvolgeva un serpente. Ram, sbigottito, stava per chiedere allo sconosciuto cosa significasse tutto ciò. Ma quello, prendendolo per mano, lo fece alzare e gli mostrò un bellissimo ramo di vischio che stava proprio su quell’albero ai cui piedi si era disteso. “Oh Ram!”, gli disse. “Ecco il rimedio che stai cercando.” Poi, tirando fuori dal petto un minuscolo roncola d’oro, tagliò il ramo e glielo porse. Mormorò ancora qualcosa circa il modo di preparare il vischio e scomparve.
A quel punto, Ram si ridestò completamente, sentendosi immensamente riconfortato. Una voce dentro di lui gli diceva che aveva trovato la salvezza per il suo popolo. Preparò la pozione di vischio secondo le istruzioni del suo divino amico dalla falce d’oro; mescolandola in un liquore fermentato, la fece bere ad un malato e il malato guarì. E così, per le guarigioni miracolose che operava, Ram divenne famoso in tutta la Scizia. Lo chiamavano ovunque al capezzale dei malati. Consultato dai druidi e dalla sua gente, Ram li mise a parte della sua scoperta, aggiungendo che essa doveva rimanere un segreto noto solo alla casta Sacerdotale per garantirne l’autorità. I discepoli di Ram viaggiarono per tutto il paese recando con sé rami di vischio, vennero ritenuti messaggeri divini e il loro maestro fu considerato un semidio. Da quell’evento nacque un culto nuovo e il vischio divenne una pianta sacra. Ram ne consacrò il ricordo istituendo la festa del Natale o della nuova salvezza, fissandola al principio dell’anno e dandole il nome di Notte-Madre (del nuovo Sole) e Grande Rinnovamento […].
Da I Grandi Iniziati, di Edouard Shurè pp.50-51 ed Newton
"II sacerdote, vestito di bianco, sale sull'albero,
taglia il vischio con un falcetto d'oro
e lo raccoglie in un panno bianco."

da Plinio il vecchio

Solstizio d'inverno

All’alba di questo giorno, alba corrispondente alla latitudine di Newgrange nella magica terra di Irlanda, i raggi del sole saranno penetrati fino al cuore del grande cumulo circolare costruito con enormi massi murati a secco e ricoperti dalla terra, resa verde dall’erba; penetrati dall’apertura posta al di sopra della porta circondata da pietre incise con misteriose volute, percorrono le decine di metri del buio corridoio che dà accesso alle due camerette sepolcrali poste di lato, e colpiscono il piatto votivo posto tra due piccole camere funerarie senza luce; rompendo, e questa è l’unica occasione nel corso dell’anno intero, il buio profondo che domina quell’antico, sacro, sepolcro costruito con grande arte e sapienza più di 3000 anni fa.
Tomba a corridoio di Newgrange
All’alba del solstizio d’inverno il sole riprende così il sopravvento sull’oscurità; il dominio del buio viene interrotto e la luce ritrova la strada del sacro, rappresentato dal piatto votivo posto fra le due celle funerarie.
Colui che illumina il buio e rischiara il cielo,che in alto e in basso annienta il male (…)Tutti i principi si rallegrano nel contemplarti,tutti gli dei ti acclamano. (definizione del Sole da un antico testo babilonese)
Le celebrazioni della magia, della forza misterica di “colui che illumina il buio e rischiara il cielo” che riprende forza, hanno una datazione assai antica. Se ne hanno notizie fin dai tempi più remoti e gli stessi Sumeri celebravano il solstizio invernale, cantando un inno che narrava la nascita del mondo, la vittoria del Sole sulle Tenebre. Gli egizi celebravano Horus, mentre Mithra, nell’impero Mesopotamico dei Mitanni (siamo nella fase terminale dell’Età del Bronzo) era identificato colo Sole 1400 anni avanti Cristo e veniva festeggiato proprio in questi giorni di dicembre quando l’astro fulgente, dopo il massimo declino, aveva da poco ripreso la sua ascesa celeste. Il sacro giorno della rinascita del Dio Sole aveva valore magico, propiziatorio e simbolico, poiché la Stella Invitta rappresentava la luce da contrapporre alle tenebre. I Germani celebravano con la festa di Yule, la loro festa principale legata al culto di Odino la rinascita del Sole. Per i Celti il Solstizio d’inverno cadeva tra la lunazione di Dumannios (Tempo delle profonde tenebre) e Riuros (Tempo del Freddo) e le forze legate al ghiaccio e al gelo venivano considerate come generatrici di vita. La morte aveva la funzione di equilibratrice naturale, equilibratrice indispendabile per il ritorno alla vita. Il solstizio d’inverno era celebrato nell’antica Cina, a quanto abbiamo notizia, almeno dall’anno 2700 a.C. in quel giorno, che in lingua cinese si chiamava “zhi” di “dongzhi” (solstizio d’inverno) il Tempio del Cielo di Pechino era il luogo dove gli imperatori tenevano sacrifici al Cielo, dopo che sapienti che conoscevano l’astronomia avevano verificato l’evento.
Foto di Anthony Murphy

Più vicino a noi, nel tempo e nello spazio, gli antichi Romani celebravano questo momento simbolico del ciclo annuale con grandi festeggiamenti, i Saturnalia, dedicati al Sol Invictus, al Sole che non può essere vinto, così come il ciclo delle stagioni ribadisce, anno dopo anno; i Cristiani trasformarono questi giorni di magia e di mistero nei giorni della nascita di Gesù, colui che porta la Luce nel mondo, nascendo simbolicamente proprio al solstizio e aprendo per gli uomini – come si legge in un’antica invocazione egiziana – le porte del Cielo e quelle della Terra.

4) Intervista a Giacomo Leopardi: tempo di feste.

Ben ritrovato Conte Leopardi. Come sta?

Ora che volge l’anno?
Eh, già, siamo nel periodo delle feste di fine anno. Sa…riflettendoci, nelle sue liriche, nei suoi scritti, appare spesso la parola “festa”…o è una mia impressione?
Guardi, lei mi ha già fatto passare per una persona ironica, se ora mi fa passare anche per un festaiolo finirà col rovinarmi del tutto la mia reputazione classica!
Non lo vorrei mai. Allora ci dica lei che idea ha delle feste…

Bellissima istituzione è quella del Cristianesimo di consacrare ciascun giorno alla memoria di qualcuno de’ suoi Eroi, o di qualcuno de’ suoi fasti, celebrando con solennità, o universalmente quei giorni che appartengono alla memoria de’ fasti più importanti alla Chiesa universale, o particolarmente quei giorni che spettano ad un Eroe la cui memoria interessa questo o quel luogo in particolare. Dal che risultano le uniche feste popolari che questo tempo conservi. E l’influenza delle feste popolari sulle nazioni è somma, degnissima di calcolo per li politici, utilissima quando risveglia gli animi alla gloria, colla rimembranza, e la pubblica e solenne celebrazione e quasi proposizione de’ grandi esempi.

Trasmettono il calore della festa…
[…] le feste che si chiamano onomastiche de’ principi ec. o quelle d’incoronazioni, o anniversarie di dette incoronazioni ec. ec. non sono nè popolari, nè nazionali, nè utili a nulla. Non sono materialmente popolari, perchè per lo più non si stendono fuor delle corti, o almeno fuor delle capitali, si limitano a cerimonie di etichetta, non hanno niente di vivo, di entusiastico ec. Non sono spiritualmente popolari, cioè nazionali, perchè la festa di un principe vivo, non è festa della nazione, la quale o non si cura di lui, o probabilmente l’odia o l’invidia, o lo biasima in cento mila cose; o per lo meno è del tutto indifferente sul conto suo, e quasi estranea al suo principe, o a’ suoi subalterni. 

Nessuna celebrazione per i vivi quindi…
… intorno ad un principe vivente, non è mai festa nazionale quella ch’è, se non altro, sospetta di adulazione a quegli stessi che la celebrano. Questo solo sospetto, inseparabile dagli onori resi a un potente vivo, spegne qualunque sentimento magnanimo, è incompatibile coll’entusiasmo, e con quel senso di libertà che forma la più necessaria parte di una festa nazionale, la quale deve racchiudere l’idea di premio conceduto alla virtù, al merito, ai beneficj, ma conceduto spontaneamente e gratuitamente, cioè per pura gratitudine, ammirazione, amore, senza sperar nulla da colui al quale si concede.

Il mio presepe

Erano anni che non facevo un presepe ma quest'anno mi è presa la voglia di costruire...ed ecco qua!

L'ho realizzato con  una cassettiera o porta spezie.
Ad ogni fila di cassetti ho allestito un piano.

Piano terra e primo piano

Laghetto con i cigni

Laghetto con i pesci

Piano alto della cassettiera


E te sei in crisi?

Il mondo del lavoro è in crisi, i pensionati in crisi, i giovani sono in crisi; così come è in crisi l’Europa ed altrettanto l’America, le destre e le sinistre sono in crisi ma, soprattutto NOI BLOGGER siamo in crisi.
Abbiamo aperto blog sapendo che non avremmo avuto da questi un ritorno economico, quindi è certo che non siamo delusi dal fattore economico; non speravamo nemmeno di avere dei lettori, siamo partiti da un numero di lettori pari a 0 e quindi possiamo dire di essere cresciuti tutti da questo punto di vista.
E allora perché siamo in crisi?
Siamo circondati da negozi che abbassano le saracinesche per non alzarle più; da imprese che chiudono, disoccupati che aumentano, disoccupati che non cercano nemmeno più il lavoro.
Tutto chiude e allora chiudiamo anche noi, è un’influenza, un’epidemia o forse un meccanismo di imitazione, un tarlo che ci entra dentro ci dice “così fan tutti”.
Dicembre poi è il mese dei conti e di conseguenza, delle chiusure, ne sanno qualcosa i commercialisti: mai intaccare il nuovo anno fiscale (solare andava bene nella cultura bucolica!).
Diminuiscono le entrate e i blogger hanno la conferma dell’entrata di meno commenti, meno contatti. Aumentano però i social network; mi ricordo che fino a un 10 anni fa la domanda che ricorreva tra i giovani (anche non giovanissimi) era: “quale locale frequenti?”, “il giovedì sera è meglio l’altro locale?”; ora sento chiedere: “sei su pinterest?, il tuo profilo Fb? E Google+? e su Instagram ti ci trovo?" No, non mi ci trovi, mi trovi qui, sempre in modo precario, come dovunque.

...e intanto il mondo gira, il mondo gira come un pazzo...


Il vento di Elora
è così forte questa notte
che ho quasi paura
che rovesci la roulotte


Ha spento la stufa
e fa un freddo da impazzire
ma le stelle sulla neve
sembrano così vicine



E intanto il mondo gira
il mondo gira come un pazzo
che vuoi che gliene importi
della vita di un ragazzo
e intanto il mondo gira
il mondo gira a vuoto
e vanno avanti quelli
che non si tirano indietro



Oggi è ritornato
il minibus della contea
ha caricato Ken
e se lo son portato via



È il vento di Elora
che non mi lascia dormire
o forse è solo che ho paura
chissà se anche tu mi ami ancora



E intanto il mondo gira
il mondo gira come un pazzo
che vuoi che gliene importi
della vita di un ragazzo
e intanto il mondo gira
il mondo gira a vuoto
e vanno avanti quelli
che non si voltano indietro



C'è qualcosa di storto
sulla faccia della terra
troppa gente che nasce
troppa gente che cresce
C'è qualcosa di storto
sulla faccia della terra
troppa gente che nasce
troppa gente che non riesce



Il Vento di Elora di Eugenio Finardi, 1989

3) Intervista a Giacomo Leopardi: i miei amori

Giacomo Leopardi si confessa e ci parla, per la prima volta, dei suoi amori, veri o presunti.
Si è parlato molto del suo amore per Silvia o della più reale Fanny Targioni Tozzetti; ma il primo amore se lo ricorda ancora?
[…] la sera dell’ultimo Giovedì, arrivò in casa nostra, aspettata con piacere da me, né conosciuta mai, ma creduta capace di dare qualche sfogo al mio antico desiderio, una Signora Pesarese nostra parente più tosto lontana, di ventisei anni, col marito di oltre a cinquanta, grosso e pacifico, alta e membruta quanto nessuna donna ch’io m’abbia veduta mai, di volto però tutt’altro che grossolano, lineamenti tra il forte e il delicato, bel colore, occhi nerissimi, capelli castagni, maniere benigne, e, secondo me, graziose, lontanissime dalle affettate, molto meno lontane dalle primitive, tutte proprie delle Signore di Romagna e particolarmente delle Pesaresi, diversissime, ma per una certa qualità inesprimibile, delle nostre Marchegiane. 
E cosa accadde?
Quella sera la vidi, e non mi dispiacque; ma le ebbi a dire pochissime parole, e non mi ci fermai col pensiero. […] La sera del Venerdì, i miei fratelli giuocarono alle carte con lei: io invidiandoli molto, fui costretto a giuocare agli scacchi con un altro: mi ci misi per vincere, a fine di ottenere le lodi della Signora (e della Signora sola, quantunque avessi dintorno molti altri) la quale senza conoscerlo, facea stima di quel giuoco. […] Intanto l’aver veduto e osservato il suo giuocare coi fratelli, m’avea suscitato gran voglia di giuocare io stesso con lei, e così ottenere quel desiderato parlare e conversare con donna avvenente: per la qual cosa con vivo piacere sentii che sarebbe rimasa fino alla sera dopo.
Riuscì a giocarci anche lei?
Sì, Venuta l’ora, giuocai. N’uscii scontentissimo e inquieto. Avea giuocato senza molto piacere, ma lasciai anche con dispiacere, pressato da mia madre. La Signora m’avea trattato benignamente, ed io per la prima volta avea fatto ridere colle mie burlette una dama di bello aspetto, e parlatole, e ottenutone per me molte parole e sorrisi. Laonde cercando fra me perché fossi scontento, non lo sapea trovare. Non sentia quel rimorso che spesso, passato qualche diletto, ci avvelena il cuore, di non esserci ben serviti dell’occasione. Mi parea d’aver fatto e ottenuto quanto si poteva e quanto io mi era potuto aspettare. Conosceva però benissimo che quel piacere era stato più torbido e incerto, ch’io non me l’era immaginato, ma non vedeva di poterne incolpare nessuna cosa. E ad ogni modo io mi sentiva il cuore molto molle e tenero, e alla cena osservando gli atti e i discorsi della Signora, mi piacquero assai, e mi ammollirono sempre più; e insomma la Signora mi premeva molto: la quale nell’uscire capii che sarebbe partita l’indomani, né io l’avrei riveduta. Mi posi in letto considerando i sentimenti del mio cuore, che in sostanza erano inquietudine istintiva, scontento, malinconia, qualche dolcezza, molto affetto, e desiderio non sapeva né so di che, né anche fra le cose possibili vedo niente che mi possa appagare. 
Di Silvia abbiamo una bellissima poesia e per questo primo amore? Ha sentito il bisogno di trasformalo in poesia?
Certo…l’Elegia Prima…vuole che gliela reciti?
Sarebbe un onore…
Allora la onoro:

Tornami a mente il dì che la battaglia
D'amor sentii la prima volta, e dissi:
Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia! 

Che gli occhi al suol tuttora intenti e fissi,
Io mirava colei ch'a questo core
Primiera il varco ed innocente aprissi. 

La Sacra Famiglia. Il Silenzio



Qual è il rumore della sabbia che scende nella clessidra? Quella clessidra che sta in basso a destra nel dipinto non ha un suono, ossia lo ha, ma è impossibile sentirlo perché la sabbia è sottile e perché è chiusa nell'ampolla. Deve essere vista scendere, non si deve sentire o ascoltare. Il  silenzio è nel titolo di questo quadro: La Sacra Famiglia, il Silenzio opera di Marcello Venusti per molti anni ritenuta opera di Michelangelo di cui Venusti fu allievo e collaboratore. Silenzio che viene dal respiro di Gesù addormentato, un respiro innocente, tranquillo e inconsapevole; il silenzio di Giuseppe che sembra voler bloccare il rumore del suo respiro mettendosi una mano sulla bocca; l'angioletto che con l'indice sembra invitare al silenzio. E poi c'è Maria. Maria, supponiamo, ha finito di leggere ad alta voce ed ora anche lei è in silenzio, sembra una normalissima mamma che ha appena terminato di leggere una fiaba al figlioletto e adesso i suoi gesti diventano aerei: il libro viene portato sulla panca con gesto ampio, forse con il libro ha sorvolato il corpo del figlio, in quel libro Sacro c'è la vita narrata dell'Uomo di Dio, sorvolandolo lascia un'impronta sul piccolo come per ricordare il motivo della sua esistenza, del disegno di Dio. Il lenzuolo piegato sotto le gambe del bambino sembra essere lì per essere steso e diventare la futura sindone. E il quadro somiglia sempre di più ad una Pietà, dove il figlio di 33 anni, terminata la sabbia nella clessidra, giace senza vita tra le braccia di Maria, nel silenzio della morte, senza più nemmeno quel respiro impercettibile.

Emile Cioran e il libro


Io credo che un libro debba essere davvero una ferita, che debba cambiare in qualche modo la vita del lettore. Il mio intento, quando scrivo un libro, è di svegliare qualcuno, di fustigarlo. Poiché i libri che ho scritto sono nati dai miei malesseri, per non dire dalle mie sofferenze, è proprio questo che devono trasmettere in qualche maniera al lettore. No, non mi piacciono i libri che si leggono come si legge un giornale: un libro deve sconvolgere tutto, rimettere tutto in discussione.  
Guai al libro che si può leggere senza interrogarsi per tutto il tempo sull'autore! Squartamento, 1979 

Pubblicare un libro comporta lo stesso genere di noie di un matrimonio o di un funerale.  Confessioni e anatemi, 1987

Un libro deve avere un peso e presentarsi come una fatalità; quando lo leggiamo deve darci l'impressione che non avrebbe potuto non essere scritto.
Quaderni, 1957-1972, (postumo, 1997)

2) Intervista a Giacomo Leopardi: editoria e scrittori oggi

A grande richiesta la seconda intervista a Giacomo Leopardi.

Conte Leopardi ben ritrovato, non ci crederà ma la sua intervista ha avuto molto seguito tra i lettori…
Non è che io non creda a niente come si pensa, ad una mia sottile simpatia ci credo (sorride ammiccante); quali curiosità hanno i suoi lettori nei miei confronti?

Molti dei miei lettori si occupano di scrittura, alcuni sono aspiranti scrittori…come vede Lei l’editoria attuale?

La sapienza economica di questo secolo si può misurare dal corso che hanno le edizioni che chiamano compatte, dove è poco il consumo della carta, e infinito quello della vista. Sebbene in difesa del risparmio della carta nei libri, si può allegare che l’usanza del secolo è che si stampi molto e che nulla si legga. 

E’ questa, però, un'opinione abbastanza comune (il Conte sembra raccogliere la sfida).

Alla quale usanza appartiene anche l’avere abbandonati i caratteri tondi, che si adoperarono comunemente in Europa ai secoli addietro, e sostituiti in loro vece i caratteri lunghi, aggiuntovi il lustro della carta; cose quanto belle a vederle, tanto e più dannose agli occhi nella lettura; ma ben ragionevoli in un tempo nel quale i libri si stampano per vedere e non per leggere.

Ma lei sta parlando degli e-book?

Eh?! Io sto parlando di ora e di poi.

Che rapporto ha Lei con i suoi colleghi?

Se avessi l’ingegno del Cervantes, io farei un libro per purgare, come egli la Spagna dall’imitazione de’ cavalieri erranti, così io l’Italia, anzi il mondo incivilito, da un vizio che, avendo rispetto alla mansuetudine dei costumi presenti, e forse anche in ogni altro modo, non è meno crudele né meno barbaro di qualunque avanzo della ferocia de’ tempi medii castigato dal Cervantes. Parlo del vizio di leggere o di recitare ad altri i componimenti propri: il quale, essendo antichissimo, pure nei secoli addietro fu una miseria tollerabile, perché rara; ma oggi, che il comporre è di tutti, e che la cosa più difficile è trovare uno che non sia autore, è divenuto un flagello, una calamità pubblica, e una nuova tribolazione della vita umana.

Le è capitato spesso di sottostare a questa “tribolazione”?

[…] non v’è ora né luogo dove qualunque innocente non abbia a temere di essere assaltato, e sottoposto quivi medesimo, o strascinato altrove, al supplizio di udire prose senza fine o versi a migliaia, non più sotto scusa di volersene intendere il suo giudizio, scusa che già lungamente fu costume di assegnare per motivo di tali recitazioni, ma solo ed espressamente per dar piacere all’autore udendo, oltre alle lodi necessarie alla fine. 

L'uomo meditabondo

L’uomo meditabondo (di Nicolae Scurtescu 1844-1879)

Sotto il raggio di una lampada che luccica pallidamente,
in modo che appena si scorge lo scritto di un libro,
in mezzo al silenzio,
sta l’uomo pensieroso,
ed ascoso allo sguardo di tutti,
nel seno della notte,
investiga l’essere universale e lascia senza margini libero volo al pensiero.


Cit. in R. Lovera Grammatica della lingua romena.
Giovane che legge a lume di candela, 1600-1650,Mathias Stohomer

1) Intervista a Giacomo Leopardi: buoni e cattivi

Conte Leopardi, lei è ritenuto un pessimista, un misantropo, un asociale – mi scusi, sto solo riferendo quello che si dice di lei – eppure la sua poesia tocca gli animi umani. Che visione ha dell’uomo, natura malvagia o divina?
Dico che il mondo è una lega di birbanti contro gli uomini da bene, e di vili contro i generosi. Quando due o più birbanti si trovano insieme la prima volta, facilmente e come per segni si conoscono tra loro per quello che sono; e subito si accordano; o se i loro interessi non patiscono questo, certamente provano inclinazione l’uno per l’altro, e si hanno gran rispetto. Se un birbante ha contrattazioni e negozi con altri birbanti, spessissimo accade che si porta con lealtà e che non gl’inganna, se con genti onorate, è impossibile che non manchi loro di fede, e dovunque gli torna comodo, non cerchi di rovinarle; ancorché sieno persone animose, e capaci di vendicarsi, perché ha speranza, come quasi sempre gli riesce, di vincere colle sue frodi la loro bravura. 

Non sembra la visione di chi vive isolato, ma anzi, di chi frequenta molto gli altri.

Io ho veduto più volte uomini paurosissimi, trovandosi fra un birbante più pauroso di loro, e una persona da bene piena di coraggio, abbracciare per paura le parti del birbante: anzi questa cosa accade sempre che le genti ordinarie si trovano in occasioni simili: perché le vie dell’uomo coraggioso e da bene sono conosciute e semplici, quelle del ribaldo sono occulte e infinitamente varie. Ora, come ognuno sa, le cose ignote fanno più paura che le conosciute; e facilmente uno si guarda dalle vendette del generosi, dalle quali la stessa viltà e la paura ti salvano; ma nessuna paura e nessuna viltà è bastante a scamparti dalle persecuzioni segrete, dalle insidie, né dai colpi anche palesi che ti vengono dai nemici vili. Generalmente nella vita quotidiana il vero coraggio è temuto pochissimo; anche perché, essendo scompagnato da ogni impostura, è privo di quell’apparato che rende le cose spaventevoli; e spesso non gli e creduto; e i birbanti sono temuti anche come coraggiosi perché, per virtù d’impostura, molte volte sono tenuti tali. 

Malinconia

“Gli altri” mi diceva un vagabondo “trovano piacere nell’avanzare, io nell’indietreggiare”. Beato vagabondo! Io non indietreggio nemmeno, sto… E la realtà stessa sta ferma, immobilizzata dai miei dubbi. Più nutro dubbi nei miei confronti, più ne proietto nelle cose e su di esse mi vendico delle mie incertezze. Che tutto si fermi, dal momento che non riesco a concepire né  a fare un passo di più verso un orizzonte qualsiasi. Una pigrizia più vecchia del mondo mi inchioda a questo istante… E quando per scuoterla metto in guardia i miei istinti, precipito in un’altra che ha nome melanconia. (Relitti di Tristezza, II in La Tentazione di Esistere di E.M. Cioran).

Il quadro Malinconia di Munch (o meglio, una delle Malinconie) pone il "malinconico" in contrasto con il paesaggio; la sua figura è circondata e imprigionata dalle pietre tondeggianti che gli ostacolano l'accesso allo stresso sentiero che porta alla casa o al pontile che si protende verso il mare, quest'ultimo simbolo di libertà, movimento. Le pietre contrastano anche con il cielo chiaro e striato mentre gli scogli sono massi pesanti. L'uomo dà le spalle a ciò che di bello vi è in natura, dà le spalle alla luce del cielo e del mare; sul pontile vediamo una donna vestita di bianco come fosse in procinto di partire, la malinconia dell'uomo è legata a questa partenza o l'autore ci dice che il malinconico è fermo mentre gli altri proseguono, vivono come nella Malinconia descritta da Cioran?
Leopardi ne L'ultimo canto di Saffo, pone l'accento sul sentimento di chi si sente e sa di essere estraneo alla bellezza della Natura.

Terra Madre

Sprofondare nella terra, nella Terra Madre. Fare finta di dormire per ascoltare con una parte del corpo il respiro della Terra viva, che vive da sempre e che per un po' di tempo ospita noi, suoi figli mortali. Gentile, accogliente Terra Madre. E continuare a sprofondarci dentro per tornare a quel misterioso "prima della nascita". Ritornare alla terra, ritornare alla Madre, per concimarla come fanno le foglie morte, gli alberi abbattuti...Siamo uomini plasmati da Prometeo con il fango della terra; per Ippocrate la terra rappresenta la bile nera e quando ne abbiamo in eccesso siamo colpiti dalla malinconia...siamo un frutto della terra.
Foto: The Lost Gardens of Heligan

Dall'uva al torchio mistico

Mangiare e bere sono abitudini vitali, l’uva permette di soddisfare entrambe queste necessità. Il suo succo, tra l’altro, non è un semplice succo ma, fermentato, diventa vino, venerato da dio Dioniso, è una vera e propria bevanda importante nella vita liturgica quanto in quella profana. Da Dioniso fino all’altare cristiano dove il vino è il sangue di Cristo. Sangue di Cristo che troviamo nel sacro calice del Graal.
Dipinto bavarese fine XV
Sant’Agostino riprende l’immagine di Cristo simile a un grappolo d’uva della Terra promessa messo sotto il torchio da vino, prendendolo da una frase del Libro di Isaia: “ Nel tino ho pigiato da solo e del mio popolo nessuno era con me. Li ho pigiati con sdegno. Il loro sangue è sprizzato sulle mie vesti e mi sono macchiato tutti gli abiti.”;  e da dal libro dei Numeri “Tagliarono un tralcio con un grappolo d'uva, che portarono in due con una stanga; nelle Esposizioni sui salmi di Sant'Agostino, il commento rivolto al salmo 55, 3-4 Mi calpestano sempre i miei nemici, molti sono quelli che mi combattono. / Nell'ora della paura io in te confido leggiamo: "... Perché è tenuto nel torchio il suo corpo, cioè la sua chiesa. Che significa " nel torchio" ? Nelle angustie. Ma ben fecondo è questo essere spremuti nel torchio. Finché è sulla vite, l'uva non subisce pressioni: appare intera, ma niente da essa scaturisce. La si mette nel torchio, la si calpesta e schiaccia; sembra subire un danno, invece questo danno la rende feconda, mentre al contrario, se le si volesse risparmiare ogni danno rimarrebbe sterile. Orbene tutti i santi che soffrono persecuzioni da parte di coloro che si sono allontanati dai santi, stiano attenti a questo salmo e vi riconoscano sé stessi ... Il primo grappolo d'uva schiacciato nel torchio è Cristo. Quando tale grappolo venne spremuto nella passione, ne è scaturito quel vino il cui calice inebriante quanto è eccellente!” 

Ecco Silvia (?) di Giacomo Leopardi

Sarà Gloria Ghergo, 21enne di Recanati, che interpreterà Silvia ne "Il giovane favoloso", film sulla vita di Giacomo Leopardi di cui ho parlato nel post "Giacomo Leopardi, un film!"
Le caratteristiche fisiche che sottolinea il Leopardi sono "occhi ridenti e fuggitivi" e dall'espressione "lieta e pensosa", in realtà sono più caratteristiche interiori che emergono nel volto e nell'espressione degli occhi, chissà! Aspettiamo il film e vediamo la Silvia cinematografica; io personalmente l'ho sempre immaginata scarna e ricurva e anche un po' bruttina, una sorta di Leopardi al femminile.
Gloria Ghergo, la 21 anni recanatese, 
sarà Silvia ne "Il giovane favoloso", film
sulla vita di Giacomo Leopardi
Silvia è stata spesso identificata in Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, nata nel 1797 e morta all’età di 21 anni nel 1818. Su di lei il Leopardi annota nel giovanile abbozzo autobiografico Ricordi d'infanzia e di adolescenza, scritto tra maggio e marzo del 1819: 
“storia di Teresa da me poco conosciuta e interesse ch'io ne prendeva come di tutti i morti giovani in quello aspettar la morte per me” 
Sottolineando lo strazio dei suoi ultimi istanti:
"non ebbe neppure il bene di morire tranquilla, ma straziata da fieri dolori la poverina.” 
Silvia è il simbolo della morte delle speranze e della giovinezza, del sopravvento della crudele verità che condanna l’essere umano, soprattutto innocente o, comunque, indifeso di fronte alla potenza della natura.
Muor giovane colui ch’al cielo è caro, questa frase di Menandro che Leopardi usa come epigrafe alla poesia “Amore e Morte” è un’amara consolazione di fronte al tema del giovane e della natura matrigna che inganna i propri figli sostituendo il loro futuro con la morte:

Alla tristezza, di Pablo Neruda

“Comincerò col dire, dei giorni e degli anni della mia infanzia, che il mio unico personaggio indimenticabile fu la pioggia. La gran pioggia australe che cade come una cateratta dal polo, dai cieli di Capo de Hornos fino alla frontiera. In questa frontiera o Far West della mia patria nacqui alla vita, alla terra e alla pioggia” (Pablo Neruda).

Alla tristezza

Tristezza, ho bisogno
della tua ala nera,
c'è troppo sole, troppo miele nel topazio,
ogni raggio sorride
sui prati
e tutto è luce rotonda intorno a me
e tutto, in alto, è come un'ape elettrica.
Perciò
la tua ala nera
dammi,
sorella tristezza:
ho bisogno che si estingua qualche volta
lo zaffiro e che cada
l'obliquo rampicante della pioggia,
il pianto della terra:
voglio
quel tronco spezzato nell'estuario,
la vasta casa buia
e mia madre
che cerca
paraffina
per riempire il lume
finché la luce
non esalava l'ultimo respiro.
La notte era lenta a venire.
Il giorno scivolava
verso il suo cimitero provinciale
e fra il pane e l'ombra
ricordo
me stesso
alla finestra che guardavo ciò che non era,
ciò che non succedeva,
e un'ala nera d'acqua che calava
su quel cuore che lì forse
ho scordato per sempre, alla finestra.
Ora, rimpiango
quella luce nera.
Dammi il tuo lento sangue,
pioggia
fredda,
dammi il tuo volo attonito!
Al mio petto
rendi la chiave
della porta chiusa,
distrutta.
Per un minuto, per
una breve vita,
toglimi luce e lascia
che mi senta sperduto e miserabile,
che tremi tra le fibre
del crepuscolo,
che riceva nell'anima
le mani
tremebonde
della
pioggia.

Pozzo di San Patrizio e Purgatorio

San Patrizio (vescovo del V secolo) è il santo dell'Irlanda di cui fu instancabile evangelizzatore, è a lui che è legata l'espressione "Pozzo di san Patrizio" simbolo di ricchezza senza fine, di un luogo senza fine. 
Una leggenda racconta che, in seguito ad una visione, il santo decise di scavare un pozzo miracoloso: chiunque vi fosse entrato sarebbe stato sottoposto ad una serie di indicibili prove al termine delle quali, però, se non si fosse arreso, avrebbe ricevuto il perdono di tutti i peccati. Secondo altre versioni, il peccatore giunto in fondo al pozzo, si sarebbe imbattuto in una vallata colma di delizie e angoli verdeggianti e, proseguendo ulteriormente il cammino, sarebbe arrivato dinanzi ad un castello stupendo, rivestito di marmi e pietre preziose; a questo punto le porte del castello si spalancano e appaiono degli angeli che cantano in coro mentre una schiera di Santi e di Beati avanzano verso il nuovo arrivato. Fra questi vi è san Patrizio che accoglie l'intrepido pellegrino invitandolo ad entrare.
Il Purgatorio di San Patrizio si trova a Station Island, un'isoletta che sorge in mezzo al 
lago Lough Derg, nel Donegal. Si chiama così perchè a quanto pare San Patrizio vi 
avrebbe trascorso 40 giorni di digiuno assoluto e preghiera: il luogo è adesso 
meta di pellegrinaggio. (fonte Viaggi nanopress)

L’opera di conversione e predicazione di San Patrizio in Irlanda è testimoniata da due opere principali: la prima è un testo agiografico databile alla fine del 1100 composta da Jocelyn de Furness, la seconda è il Tractatus Sancti Patricii composta all’inizio del 1200 da un certo H. di Satry monaco cistercense.
Entrambe riportano la leggenda della caverna conosciuta con il nome di Purgatorio di San Patrizio, alla prima si deve principalmente la spiegazione dell’origine della caverna, mentre il Tractatus riporta episodi e vicende che hanno alimentato il mito della caverna.

Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo, di Durer

Albrecht Dürer (Norimberga, 21 maggio 1471 – Norimberga, 6 aprile 1528) celebre e apprezzato al suo tempo come misterioso e ammirato è oggi. Secondo Erasmo da Rotterdam, Dürer era da ritenere superiore al mitico pittore greco Apelle.
L’apice della maestria di Dürer è  ritenuta quella raggiunta con tre incisioni (tra il 1513 e il 1514) denominate le “incisioni maestre”, Meisterstiche. Queste sono abitualmente considerate un trittico, anche se questa non sembra fosse l’intenzione di Dürer , Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo, Melencolia I e San Gerolamo nello studio, tutte incisioni a bulino realizzate su lastra metallica. Il trittico è stato spesso interpretato (in particolare da F. Lippmann, 1893) come la rappresentazione delle virtù morali, intellettuali e teologiche. Certo è che questa di Lippmann è solo una delle tante possibili interpretazioni che si possono trovare nelle 3 opere. Per alcuni rappresenterebbero le tre forme di vita contemplate dalla Teologia: la Vita Attiva (che troviamo rappresentante Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo), la Vita Contemplativa (San Girolamo nello studio) e la Vita Spirituale (da La Melancholia I). 

Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo
Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo
L’opera è un’ incisione a bulino su lastra di rame. In basso a sinistra leggiamo il monogramma A.D. (Albrecht Dürer) con la data (1513).
Protagonista è la figura del cavaliere armato a cavallo in primo piano, segue la Morte, con una clessidra in mano, che cavalca un ronzino, e il Diavolo, dalle sembianze animalesche, armato di picca. 
Il Cavaliere prosegue, sapendo di avere come compagni la Morte e il Diavolo ma anche il cane fedele che, nel quadro, rappresenterebbe la fede religiosa che guida il cavaliere. Dove è diretto questo Cavaliere che procede senza indecisione, sicuro di sé (o della sua fede)? Sembra diretto nella cittadella che vediamo in alto al centro dell’opera.

Mondo animale

Tipico abbiocco di questi giorni!
"E quella criniera vedi di sventolarla nel muso dei tuoi leo-amici, chiaro?!"


"Hai visto Bau quando sono salito sulle tende, la faccia della nostra tata?"
"Sì Miu, e quando tato mi ha lanciato il legno e ha centrato la finestra?"
"Ah, ah  che belle queste serate a spettegolare dei nostri amici umani!"

Foto della pagina facebook Pensiero micioso

La Calunnia di Apelle, di Botticelli

Ne il trattato di Luciano Non bisogna prestar fede alla Calunnia, il sofista greco descrive il quadro di Apelle (IV secolo a.C.), ispirato a una vicenda autobiografica e avente come tema la denuncia delle false accuse. In base alla tecnica ecfrastica (procedimento retorico per cui lo scrittore si cimenta nella descrizione di un'opera fino a renderla quasi visibile) molti artisti hanno rappresentato la Calunnia di Apelle, opera che in originale è andata perduta. Verso la metà del Cinquecento il trattatello di Luciano faceva parte del bagaglio culturale dei letterati che potevano accedere anche al testo in versione originale, disponibile in diverse edizioni a stampa a partire dal 1496. Leon Battista Alberti ebbe un ruolo particolarmente importante nell'adozione da parte degli artisti rinascimentali del testo che descrive la Calunnia di Apelle, citandolo nel De pictura (1435) come modello da tenere in considerazione al momento di inventare una composizione.

La narrazione di Luciano procede alla descrizione dell'opera di Apelle cominciando dalla figura di destra e continuando a rappresentare, uno di seguito all'altro, tutte le personificazioni che si susseguono nel corteo: un uomo seduto con le orecchie d'asino e affiancato da Ignoranza e Sospetto; nel gruppo formato da Calunnia, Calunniato, Invidia, Insidia e Frode; e dal gruppo che chiude lo strano corteo, composto da Pentimento e Verità, che si attardano in coda alla processione; esplicite sono le azioni, i temperamenti, gli attributi e le espressioni delle personificazioni. Durante tutto il Rinascimento la fortuna critica del testo e poi delle opere del De Calumnia di Luciano è legata al topos, assai diffuso, che la calunnia e la lusinga siano pratiche particolarmente comuni all'interno delle corti e dei palazzi, così, nell’Italia delle Signorie e dei Ducati, il tema della calunnia, come allegoria morale e didattica, e specialmente come monito per principi, signori e cortigiani, affinché non prestassero fede alle false accuse venne usata anche come argomento figurato di condanna di lusingatori e detrattori. In questo contesto furono molti i principi e i signori che a vario titolo commissionarono e furono i destinatari di una allegoria della Calunnia di Apelle: Ercole d'Este e Lorenzo de' Medici; nel 1539 Antonio Toto della Nuziata offrì una Calunnia a Enrico VIII; un dipinto di Franciabigio appartenne, prima del 1588, alla collezione di Francesco I de' Medici, così come proprietario di una Calunnia fu prima del 1531 il Principe Alberto Pio da Carpi. Inoltre, nel 1572 Cesare d'Este commissionò a Gaspare Venturini una raffigurazione della Calunnia di Apelle per decorare il soffitto del suo studiolo in Palazzo dei Diamanti.

7 anni di studio matto e disperatissimo...

“7 anni di studio matto e disperatissimo” così il Leopardi descriveva il periodo tra l'adolescenza e la giovinezza trascorso completamente nell'isolamento della biblioteca paterna e dedicato esclusivamente allo studio. E, oggi, questo sembra sia stato il lasso di tempo che hanno impiegato traduttori professionisti inglesi ed americani che hanno lavorato alla prima traduzione in inglese dello Zibaldone di Leopardi. La squadra è stata coordinata da Michael Caesar (University of Birmingham) e Franco D’Intino (Università di Roma La Sapienza), sotto gli auspici del Centro Nazionale di Studi Leopardiani (Cnsl) di Recanati, del Leopardi Centre di Birmingham e dell’Arts and Humanities Research Council. Ma qual'è la storia editoriale dello Zibaldone?
Uno degli indici scritti da Giacomo Leopardi
Dopo la morte del poeta (nel 1837) il manoscritto era rimasto all’amico Antonio Ranieri il quale lo tenne per oltre cinquant'anni, lasciandolo in un baule a sua volta finito in eredità a due donne di servizio. Dopo la morte di Ranieri e un processo per stabilirne la proprietà, gli studiosi poterono finalmente avere accesso all'autografo che è oggi conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, si presenta in quaderni cuciti insieme di 4526 pagine in 6 volumi. Nel 1898 ebbe inizio la stampa dello Zibaldone a cura di una commissione presieduta da Giosuè Carducci; fu pubblicata in 7 volumi con il titolo di Pensieri di varia filosofia e dei bella letteratura di G. Leopardi che è uno dei vari titoli che Leopardi utilizzò per uno dei suoi indici. Sarà nell’edizione Flora che il titolo sarà Zibaldone. Leopardi in tutti i suoi scritti, riferendosi a questa opera, parlerà sempre di “I miei pensieri” e userà il titolo di Zibaldone solo nel 1827 quando ne compilerà l’indice, e probabilmente per evitare di confondere questa opera con i Pensieri (i centoundici pensieri) che già erano concepiti in questo periodo.
Nelle intenzioni del Leopardi, comunque, lo Zibaldone non era destinato alla pubblicazione, il carteggio veniva scherzosamente chiamato dal suo autore “immenso scartafaccio” scritto “a penna corrente”.

Continuare a viaggiare ...

Vagabondi lo siamo tutti, tutti senza eccezione. Da quando l’uomo esiste, è sempre stato così, e così sarà sempre. Dal più antico popolo nomade agli odierni turisti, dalle scorrerie dei predoni fino ai più recenti viaggi d’esplorazione, i motivi variano, ma il vagabondare rimane. A piedi o a cavallo, con le ruote, il vapore, l’elettricità, la benzina e che altro s’inventerà ancora, il mezzo è indifferente, è sempre un eterno vagare. (…) E con me sono in cammino tutti gli animali, ora qua, ora là. Il grande esempio ce lo dà la nostra vecchia terra. E’ un istinto, una legge di natura. Puoi essere stanco quanto vuoi, devi seguirla, seguirla sempre…la vera pace si trova solo quando si è finito di vagare. Ed è questo che tutti attendono con gioia segreta: solo che non se lo confessano. Tanti non lo sanno neppure. Ci sono alcuni che hanno girato il mondo in lungo e largo e ora nono hanno più voglia di continuare a viaggiare, o che sono a letto ammalati, o che non possono più muoversi per altre ragioni, e allora viaggiano in se stessi, con la mente, con l’immaginazione, anch’essi arrivano spesso lontano, lontano… ma star fermi no, non è possibile! (tratto da L’altra parte, di Alfred Kubin) 

Esodo

Tra poco ci siamo, sentiremo di nuovo parlare di esodo, quello del primo fine settimana di luglio e quello di ferragosto cui seguirà il contro - esodo. Si sa che i TG ci inviano parole estreme: esodo, maledetto, tragedia, crollo, allarme…

Storia dell'Esodo (composto da 24 litografie) di Marc Chagall realizzato nel 1966





"La Bibbia è la fonte cui hanno attinto, 
come in un alfabeto colorato, 
gli artisti di tutti i tempi" 
Marc Chagall

Link al post: TG dell'estate

215 anni fa nasceva Giacomo Leopardi

La paura era stata grande. Le doglie, che duravano da molte ore, erano diventate insopportabili. Qualcuno aveva temuto il peggio, voleva chiamare il sacerdote. Ma, mentre le prime ombre di una sera estiva e ventosa calavano sul piccolo borgo rannicchiato sopra la collina, davanti all’infinita distesa dell’Adriatico, alle paranze da pesca colorate, quel vagito si era fatto precocemente sentire.

Era il 29 giugno 1798. Venerdì. Giorno di magra, di penitenza, che la chiesa riserva al ricordo della passione e della morte del Cristo. La gioia esplose. E fu incontenibile. Raccolto intorno alla giovanissima partoriente, tutto il parentado poté trarre un sospiro i sollievo. Adelaide aveva sofferto l’indicibile, “quarantotto ore di pena per le lunghe doglie”. Alla fine, duramente segnato dal “dramma” della nascita, Giacomo Leopardi era venuto al mondo e piangeva sonoramente, in una bella culla color crema ed oro.

Così racconta la nascita di Giacomo Leopardi, il giornalista Renato Minore nella biografia romanzata Leopardi, l’infanzia, le città, gli amori ed da Bompiani. Oggi il Poeta compie 215 anni.
Casa natale di Giacomo Leopardi, 1800 ca.


E dal memoriale scritto da Monaldo nel luglio 1837 (un mese dopo la morte del Poeta)

Dalla Grande Madre, alle Fate e alla Vecchia Strega

In tutte le favole per bambini, nelle leggende e nei miti si parla spesso di Fate, di streghe, di creature particolari che ci fanno entrare nei punti più nascosti dei boschi, tra le montagne o in fondo al mare. 
Ma come si sono generate le immagini delle fate buone e cattive, da dove provengono?
Bene, bisogna risalire molto indietro nel tempo, tanto, molto lontano; bisogna tornare al Neolitico. 
Il Neolitico è un’età della preistoria dell’uomo, l’ultimo dei tre che costituiscono l’età della pietra. Esso significa “età della nuova pietra” e porta con sé tante innovazioni nella litotecnica, tra cui la levigatura della pietra; ma anche la scoperta dell’allevamento e dell’agricoltura. E’ anche l’età in cui avviene per la prima volta l’eredità dei beni all’interno dei clan ed è il periodo in cui si può parlare di una religione ben organizzata nelle sue credenze e contenuti. Una religione o filosofia; era la religione della Dea.
La fonte della vita era rappresentata proprio dalla Dea; essa era la Natura stessa, che aveva la facoltà di dare e di togliere la vita. Nell’immagine delle Parche si può ben vedere un legame con la Dea. Tutti i simboli più antichi incisi su roccia ed anche i più antichi manufatti di osso e corno comunicano una profonda credenza in una dea generatrice di vita e che veniva rappresentata in una molteplicità di forme. La forma più comune era una statuetta di argilla che rappresentava in genere una donna seduta (ovvero nell’atto del partorire); le sue forme erano esagerate ( le mammelle, i fianchi, la vulva) la qual cosa stava ad indicare i centri di emanazione del suo potere di procreare. In quell’epoca alla femmina e non al maschio era attribuito il potere divino della creazione. 
La dea era una e molte, quindi la religione ad essa collegata era sia monoteista sia politeista; essa personificava sia le forze generatrici della natura, dunque tutto ciò che è fonte di vita, come l’acqua, l’aria, la terra, sia le forze distruttrici, che la collegavano alla morte e a tutto ciò che produce morte. In questo caso la dea veniva raffigurata con un corpo nudo ma rigido oppure sotto forma di serpente velenoso o di uccello rapace. Infine, c’era la dea della rinascita, ovvero colei che presiede a tutti i cicli vitali di tutto il mondo della natura.

Buona Fortuna!

Tiche, dea greca della fortuna e del destino; ha una
cornucopia ed in 
braccio il piccolo Pluto dio della
 ricchezza che da principio distribuiva 
ricchezze ai più
meritevoli, poi reso cieco da Zeus, invidioso degli uomini 
saggi ed onesti, iniziò a distribuirle a caso.
Tiche, dea della fortuna e del caso e in epoca ellenistica protettrice dello Stato. I romani la identificarono con la dea Fortuna, raffigurata con una corona turrita e una cornucopia o il Dio Pluto in braccio. Durante il Medioevo è rappresenta con la cornucopia, il corno che distribuisce abbondanza e con un timone poiché: "è lei che pilota la vita degli uomini" a volte è bendata. Severino Boezio, nel De Consolazione philosophiae paragona la Fortuna ad una ruota – forse per la somiglianza con il timone - che fa girare la vita degli uomini, sostenendo che il trovarsi in una situazione favorevole oppure sfavorevole dipende dal fatto che la Fortuna, filosoficamente, rimanda alla casualità, a quel qualcosa contro cui la volontà umana nulla può fare.
Ancora oggi nei detti popolari si dice che la Fortuna è una ruota che gira. Il simbolo venne poi cristianizzato e nel Medioevo la sua rappresentazione fu presente in miniature e in architettura nei rosoni delle chiese. La Ruota della Fortuna costituisce uno dei ventidue Arcani Maggiori dei Tarocchi, contrassegnato dal numero romano X.

Luci ed Ombre nella Tempesta

Tra i tanti artisti che hanno lasciato un segno indelebile nel Rinascimento italiano, vale a dire il periodo storico a cavallo del XV secolo, troviamo una figura che ho sempre ritenuto essere particolarmente affascinante. Di lui non sappiamo molto, se non ciò che ci è stato tramandato da quei pochi scritti che sono giunti fino a noi e che ne testimoniano la presenza nello scenario veneziano di quegli anni. Il suo nome era Giorgio Gasparini, ma forse è meglio chiamarlo qui con lo pseudonimo con il quale è meglio conosciuto, vale a dire Giorgione.
Giorgione, La Tempesta, 1506 ca.
Nonostante l’ enorme popolarità, la sua è una delle figure più enigmatiche della storia della pittura: non se ne conoscono le origini, non si hanno notizie sugli anni della sua giovinezza e non se ne conosce l’educazione. È come si fosse materializzato improvvisamente su questa terra, come fosse giunto dal nulla e, nel giro di pochi anni, sia riuscito a dipingere alcuni tra i capolavori più ricercati, capolavori che tuttora occupano un posto d’onore nei più importanti musei del mondo. Dopodiché egli scompare, poco più che trentenne, si dice a causa dell’epidemia di peste che infuriò a Venezia nel 1510. In realtà, le opere a lui attribuite sono solo frutto della deduzione degli studiosi, visto che Giorgione non firmò nessuno dei suoi quadri, il che aggiunge un pizzico di mistero ad una figura di per sé già profondamente misteriosa. Ma non è tutto: i soggetti rappresentati sui dipinti a lui attribuiti sono tra i più criptici dell’epoca e, per secoli, sono stati oggetto di innumerevoli tentativi di interpretazione. Tra le tante, l’opera più enigmatica è senza dubbio un olio su tela, di datazione incerta, conservato nelle Gallerie dell'Accademia a Venezia: la celeberrima “Tempesta”.
Lo scopo di questo articolo è cercare di leggerne il significato nascosto e per fare questo ho chiesto aiuto al mio collega blogger Obsidian Mirror, che già in passato mi ha seguito con entusiasmo in un altro progetto simile a questo.

Notte che porti consiglio

Notte che porti consiglio
e che con la tua oscurità illumini tutto ciò che dentro di me
è ancora sconosciuto
e che rendi comprensibile e chiaro
il film del giorno passato

Fammi sapere saggia notte
come finirà questa salita
e non importa sapere quanta strada ci sarà
ma se ci sarà una vetta
e allora notte che questa non sia una buona notte
ma una vera notte dove il consiglio
sia fatto di buon senso
il buon senso della notte

E allora saggia notte fammi sapere
che cosa devo fare per fermare questo mare
dentro di me
notte parla alla luna
e alle sue maree
e se non ti ascolta oscurala

Buonanotte vera notte senza la luna
che mi inonda e poi mi lascia in secca
notte che porti consiglio
raro se fatto di buon senso
raro come la pace della notte
senza sognare di desiderare
un altro giorno passato a resistere
fino a sentire che tu vera notte
sei risorta.