Auguri a voi delfini!


Un saluto all'anno che se ne va, secondo i Maya avrebbe dovuto essere l'ultimo. Pazienza, evidentemente le previsioni dei Maya sono come quelle dei meteorologi. Ci impegneremo a "coltivare" sensazioni, emozioni, visioni anche nel prossimo anno.

L'anno vecchio
(di Massimo Grillandi)

Ebbe la primavera coi bei fiori.
Ebbe l'estate con i suoi colori.
Ebbe l'autunno coi grappoli d'oro
ebbe l'inverno con il suo lavoro
di trine e di merletti: erano i bianchi
ghiaccioli e neve a fiocchi lenti e stanchi.
Fu un anno come gli altri coi suoi mesi,
con le stagioni e con le settimane:
una fila di giorni che rimane
nel ricordo di chi li ha bene spesi.

E come cantava e canta Lucio Dalla…l’anno che sta arrivando, tra un anno passerà, io mi sto preparando è questa la novità…e senza tanti disturbi qualcuno sparirà: saranno forse i troppo furbi e i cretini di ogni età. Speriamo, ma nel caso, mi viene in mente un'altra canzone di Domenico Modugno: "Delfini (Sai che c'è)". Auguri  a tutti i delfini!




Tanto tempo fa 
un grande filosofo indiano 
scrisse " Nel mare della vita 
i fortunati 
vanno in crociera 
gli altri nuotano 
qualcuno annega " 
Ehi capitano mio 
vado giu' 
non e' blu questo mare 
non e' blu 
tra rifiuti pescecani ed SOS 
vado alla deriva sto affogando 
Che cacchio stai dicendo 
affoghi in un bicchiere 
sai nuotare come me piu' di me 
ce la fai se lo vuoi si che puoi 
prendi fiato e vai 
vai che ce la fai 
Sai che c'e' 
non ce ne frega niente 
dei pescecani 
e di tanta brutta gente 
siamo delfini 
e' un gioco da bambini il mare 
Ehi capitano mio 
c'e' una sirena 
dice che mi ama 
forse crede non lo so 
lo saprai se anche tu l'amerai 
non ci si nega mai 
a chi dice si' 
dille di si' si' si' si' 
Sai che c'e' 
non ce ne frega niente 
sirene o no 
noi ci innamoriamo sempre 
siamo delfini 
giochiamo con le donne belle 
Sai che c'e' 
non ce ne frega niente 
il mare e' un letto grande grande 
siamo delfini 
e' un gioco da bambini il mare 
Mare facci sognare tu 
nei tuoi fondali verdi e blu 
quanti tesori immersi 
sommersi 
Ehi capitano mio 
siamo accerchiati 
da cento barche 
arpioni ami e cento reti 
fuggi via tu che sei piu' veloce 
mi hanno solo ferito 
ma sopravvivero' 
Sai che c'e' 
non ce ne frega niente 
la vita e', e' morire cento volte 
siamo delfini 
giochiamo con la sorte 
Sai che c'e' 
non ce ne frega niente 
vivremo sempre 
noi sorrideremo sempre 
siamo delfini 
e' un gioco da bambini il mare 

The day after...


E così, che dire… ieri il mondo non è finito. Stamani sentivo gli auguri da “crisi”:
-       -  Meno male che è finito!-
-      -   Ma come, siamo ancora qua!? –
-       -  Ma sì, l’anno …è quasi finito –
-        - Ah, l’anno! -
Non sappiamo fare altro che aspettare la fine. Esseri umani mi mettete tristezza; evitatemi, vi prego evitatemi.  Io oggi preferisco cantare La Filanda. Fine.


Tutti giù per terra!


Accogliamo la fine del mondo con spirito allegro da bambini e, se siete in casa o in ufficio e siete almeno in 3 fate un bel girotondo chè casca il mondo, casca la terra...



Giro giro tondo,
casca il mondo,
casca la terra;
tutti giù per terra. 
Giro giro in tondo,
cavallo imperatondo,
cavallo d'argento,
che costa cinquecento.
Centocinquanta,
1a gallina canta,
lasciatela cantare,
si vuole maritare.
Le voglio dar cipolla:
Cipolla è troppo dura,
le voglio dar la luna;
la luna è troppo bella,
c'è dentro mia sorella,
che fa i biscottini
per darli ai bambini.
Ma i bambini stanno male:
vanno tutti all'ospedale.
L'Ospedale sta lassù,
dagli un calcio e buttalo giù.

Narciso moderno (ossia, si specchia in una vetrina e non in uno stagno)




Lo guardo e lo riguardo
quell’uomo così umiliato
sicuramente è sposato.
Deviato, mancato, sperduto, scordato.
Infilo le mani nelle tasche dei suoi pantaloni
e tiro fuori le chiavi della mia auto.
Deviato, mancato, sperduto, scordato.
Sicuramente sposato, per come cammina umiliato.
Ha una faccia poco raccomandabile,
non mi fido lo devo superare;
ci guardiamo ci minacciamo
in fondo, lo sento, ci piacciamo.
Mi avvolgo a vampiro nel mio impermeabile
alzo il bavero e mi nascondo
e solo ora me ne accorgo:
mi sono fermato di nuovo
davanti ad una vetrina,
paralizzato da questa luce giallo citrosodina
di questa nebbiosa cittadina.
Deviato, mancato, sperduto, scordato.
Giro la chiave nella mia auto,
riparto e me lo porto dietro quell’uomo umiliato.
Poi ci fermeremo
sì ci fermeremo
e sì, lo sento, nonostante tutto ancora ci ameremo.

Dialogo di un venditore di almanacchi e un passeggere, di Giacomo Leopardi (ovvero, Leopardi e le festività)

Alla fine del post ho riportato la versione del Dialogo.
Protagonisti dell'Operetta Dialogo di un Venditore di Almanacchi e un Passeggere sono un pensatore (il passeggere), che persuade l'interlocutore (il Venditore di almanacchi) di una verità amara, della quale, quest'ultimo, inizialmente non era consapevole. Ritroviamo il pensiero espresso nel Dialogo, nello Zibaldone, datato 1° luglio 1827:


Almanacco del 1832, anno in cui fu scritta l'Operetta 
Dialogo di un Venditore
di Almancchi e un Passeggere.Tratto dal volume dedicato 

alla collezione Coradeschi. Fonte
Che la vita nostra, per sentimento di ciascuno, sia composta di più assai dolore che piacere, male che bene, si dimostra per questa esperienza. Io ho dimandato a parecchi se sarebbero stati contenti di tornare a rifare la vita passata, con patto di rifarla nè più nè meno quale la prima volta. L'ho dimandato anco sovente a me stesso. [4284].Quanto al tornare indietro a vivere, ed io e tutti gli altri sarebbero stati contentissimi; ma con questo patto, nessuno; e piuttosto che accettarlo, tutti (e così, io a me stesso) mi hanno risposto che avrebbero rinunziato a quel ritorno alla prima età, che per se medesimo, sarebbe pur tanto gradito a tutti gli uomini. Per tornare alla fanciullezza, avrebbero voluto rimettersi ciecamente alla fortuna circa la lor vita da rifarsi, e ignorarne il modo, come s'ignora quel della vita che ci resta da fare. Che vuol dir questo? Vuol dire che nella vita che abbiamo sperimentata e che conosciamo con certezza, tutti abbiam provato più male che bene; e che se noi ci contentiamo, ed anche desideriamo di vivere ancora, ciò non è che per l'ignoranza del futuro, e per una illusione della speranza, senza la quale illusione e ignoranza non vorremmo più vivere, come noi non vorremmo rivivere nel modo che siamo vissuti. (Firenze. 1. Luglio. 1827.)
Scuola francese
Le colporteur, XVII secolo
Nessuno vorrebbe rivivere la propria vita così come è stata. Di fronte a tale negativa verità cosa rimane da fare? Continuare a vendere e comprare almanacchi, sopra i quali il futuro, la prossima vita è raccontata come portatrice di maggiore positività. L’anno vecchio non è gravato solo dai dolori materiali ma è gravato soprattutto dalle delusioni, da tutte quelle illusioni che il nuovo anno porta e che, giunti al 365° giorno, sono crollate. Ma all’uomo si presenta ancora una nuova occasione di speranza e diciamo anche, di illusione: il nuovo anno. Il Venditore annuncia il nuovo anno e conferma così il passare del tempo e il Passeggere, appunto, “passa” come il tempo, sono entrambi simbolo della ciclicità del tempo, degli accadimenti umani. Il ritmo incalzante, rapido, non prevede riflessioni, pause descrittive; è un rispondere immediato, spesso con nuove domande. Le parole anno e vita sono il motore del Dialogo, basti pensare che anno appare 14 volte, mentre vita 10 volte. L'alternarsi di domande -risposte negative, nuove domande - nuove risposte negative, dà al Dialogo un ritmo circolare e veloce che rimanda alla ciclicità dell'esistenza umana e, forse, anche al veloce corso della vita. Una domanda fa nascere la domanda nell’interlocutore, estraendo da questi la verità comune ai due protagonisti. 
E’ stata notato per la prima volta nelle Operette l’uso della parola dittongata nuovi (invece che novi) è utilizzata come aggettivo della parola almanacchi, una parola che al tempo di Leopardi era uso non essere dittongata (almanacchi nuovi e non almanacchi novi), stratagemma voluto, forse, per rendere ancora più colloquiale il dialogo? O forse per rafforzare la qualità nuova dell’almanacco che porta con sé nuove informazioni, nuovi giorni e nuove speranze di nuove vite?
Un più giovane Leopardi (21 anni) così vede gli anniversari che ritornano ogni anno. Anniversari in cui l'animo rivive gli attimi di gioia che appartengono al passato, gustandone, leopardianamente, la dolcezza e la consolazione che danno le illusioni.
È pure una bella illusione quella degli anniversari per cui quantunque quel giorno non abbia niente più che fare col passato che qualunque altro, noi diciamo, come oggi accadde il tal fatto, come oggi ebbi la tal contentezza, fui tanto sconsolato ec. e ci par veramente che quelle tali cose che son morte per sempre nè possono più tornare, tuttavia rivivano e sieno presenti come in ombra, cosa che ci consola infinitamente allontanandoci l’idea della distruzione e annullamento che tanto ci ripugna e illudendoci sulla presenza di quelle cose che vorremmo presenti effettivamente o di cui pur ci piace di ricordarci con qualche speciale circostanza, come [chi] va sul luogo ove sia accaduto qualche fatto memorabile, e dice qui è successo, gli pare in certo modo di vederne qualche cosa di più che altrove non ostante che il luogo sia p.e. mutato affatto da quel ch’era allora ec. Così negli anniversari. Ed io mi ricordo di aver con indicibile affetto aspettato e notato e scorso come sacro il giorno della settimana e poi del mese e poi dell’anno rispondente a quello dov’io provai per la prima volta un tocco di una carissima passione. Ragionevolezza benchè illusoria ma dolce delle istituzioni feste ec. civili ed ecclesiastiche in questo riguardo. (Zibaldone, 1819)
Alla fine dello stesso anno (1819) anche il ricordare il dolore passato, legato alla speranza giovanile,è un ricordare ancora "grato".
Alla Luna (l8l9)
 O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l’anno, sovra questo colle
io venia pien d’angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, che travagliosa
era mia vita: ed è, né cangia stile,
o mia diletta luna. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l’etate
del mio dolore. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso,
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l’affanno duri!

Il piccolo Leopardi, al tempo in cui i parenti lo chiamavano "Giacomo il prepotentino", nella sua visione di fanciullo affascinato dal Natale, scrisse all'età di 11-12 anni, questa canzonetta:

Emilia è uscita da Volevo solo essere adorata

La nostra vita è un Caos Calmo, racconto di Baglu ed Emilia.

Che poi è strano, ti svegli la mattina con il freddo, molto freddo perché è dicembre (ma potrebbe essere anche novembre o gennaio, oppure persino febbraio) e decidi di uscire di casa. Lo fai non per vizio, ma perché senti che devi farlo. Sono venti mesi circa che lo faccio. Da quando Lei mi ha lasciato. No, dicevo che è strano, perché in venti mesi non ho mai trovato la panchina sulla quale mi siedo ogni giorno, occupata.
C'è una donna, seduta, che sta leggendo un libro. La saluto, accennando un sorriso, anche se non ne avrei voglia. Fa freddo, sono ancora molto assonnato e non avrei voglia di salutare nessuno. Lei risponde al saluto, con una certa diffidenza. Vorrei aprire il giornale che porto sotto al braccio, per leggere notizie che non mi riguardano, che non mi interessano e così finisce che mi presento. Anzi, ci presentiamo. Lei è Emilia e mi dice che sta leggendo "Volevo solo essere adorata". "Di Marcella Andreini", mi dice annuendo. Poi Emilia prosegue: "E' la mia storia, racconta del mio suicidio". "Allora è anche la mia", le rispondo, sorridendo, ma in realtà sento che mi viene da piangere. “Vuoi sapere quando muoio ?", mi chiede lei e poi prosegue: "Da pagina 61, perché a pagina 60 era maggio, l’inizio dell’odiata estate". Io sorrido, imbarazzato. In realtà fingo imbarazzo perché la capisco. Capisco Emilia e non so nemmeno perché mi stia venendo un nodo alla gola, ma non voglio piangere, almeno non in pubblico, perché non è il caso e, anche se lo fosse, non vorrei piangere.“Vedo però, che non sei morto…a meno che non siamo morti tutti e due e questa sia una panchina di sosta al Purgatorio. Non mi dire che alla fine siamo riusciti ad ucciderci ?”
Accenniamo ad un sorriso; la tragedia di un possibile suicidio appare quasi comica se la si racconta ad un altro, su una panchina fredda per la temperatura ma calda per come sa accoglierti.
"Sai cos'è, Emilia ? E' che io vorrei anche chiamarLa, ma ho paura di star male. E poi nemmeno Lei mi chiama. Lo so, è finita, e allora ? Mi dicono che le cose finiscono, ma nessuno dice mai se questo è giusto. O, meglio, se questo è accettabile. In generale non mi è mai piaciuto piangere, ma non perché, si diceva "non è da uomo", perché non è vero. E' che poi ti senti così svuotato dentro...”
Emilia interviene: “Lo so, svuotato come un palloncino volato via, che ha volato da solo, ha visto il mondo dall’alto da solo, forse ha anche sorriso da solo, poi è caduto svuotato con nessuno intorno. Vale la pena volare ? O è meglio rimanere legati e fermi ? Non lo so. Anche a me dicono che le cose finiscono, ma la gente è cinica, non guarda il mondo come lo guardano i palloncini”. Tra tutte le visioni filosofiche, preferisco quelle dei palloncini.”
Mi chiedo se sia possibile che sia la mia panchina ad attirare persone così strampalate (che poi Alessandra, la ragazza che passava di qui ogni tanto, sino a qualche mese fa...era strampalata ? No, non credo). Mi piace l'espressione che Emilia usa. La “visione filosofica dei palloncini”. Sembra dare un senso di leggerezza. Proseguo, poi, il mio discorso:
“Sai cos'è ? Che al suicidio ci ho pensato anch'io. Anzi, potrei dire che uno dei motivi per i quali vengo qui, tutti i giorni, ha a che vedere anche con questo. Temo che, se rimanessi a casa, prima o poi finirei per fare quella domanda a Dignitas, quella clinica svizzera, molto civile. In Svizzera sono civili. Forse per stare un po' meglio basta solo pensare, solo pensare, dico, al fatto che in Svizzera sono civili e ti permettono di morire quando e come vuoi, senza soffrire, senza pena, senza doverti per forza gettare dalla finestra, oppure fare come Roberta Tatafiore - te la ricordi ? - che ha ingurgitato un miscuglio di alcol e barbiturici".
Emilia mi ascolta, poi interviene:
“Ricordo, li ricordo tutti i suicidati dalla vita. Ma qui non ti aiutano da vivo, non aiutano i malati mentali, non aiutano i malati inchiodati ad un letto e poi hanno l’ipocrisia della morale cattolica che ti vuole tenere in vita e non ti aiuta nemmeno a morire, anzi se ti uccidi ti giudica. Eppure deve essere bello essere aiutati a morire. Scegliere come morire o come essere sepolti corrisponde alla nostra visione della vita e vedere che alcuni accettano la tua scelta di morte significa che in quel momento accettano tutta la tua vita, i tuoi pensieri, il tuo modo d essere…ehm…di essere stato. Ti senti accettato per come sei, finalmente rispettato. Ma qui non succede…”
Io mi limito a proseguire il mio discorso, che sembra quasi il solito monologo: “…Anche queste cose mi fanno star male. In Italia non siamo civili. Siamo cretini. Anzi, sono cretini quei politici che permettono che le cose rimangano così. E il mio non è il solito discorso qualunquista, credimi. Un tempo la politica l'ho fatta anch'io. Un tempo...".
Un tempo…venti mesi…dicembre…era maggio, l’inizio dell’odiata estate. Emilia si allontana, il libro rimane sulla panchina.
Che strano, penso, non ci siamo nemmeno salutati. Non l'ho nemmeno salutata. Forse è da troppo tempo che non frequento anime vive (tranne qualche telefonata, telefonata appunto, a Francesco, quel mio amico di Buffalora, che ha in comune con me la passione per il modellismo. Per natale dovrei spedirgli un modellino di galeone spagnolo del XVIII secolo della Revell...).
Dicevo, sì, è da parecchio che non frequento esseri umani. Forse non ci sono nemmeno più abituato e così...così chissà che avrà pensato questa Emilia...Ho fatto un soliloquio. Però mi ha fatto bene parlare con lei. E questo libro ? "Volevo solo essere adorata, di Marcella Andreini"...
"15.40". Una buona ora per iniziare a leggere, direi.
Pubblicato per gentile concessione di Luca Bagatin

I love your blog. Risveglio n°1.


"Ho interrotto il mio pisolino felino solo perché Romina Tamerici mi ha dato un regalo e per questo vale la pena svegliarsi…scron, scron, che ci sarà...scron..."


"Ehy, attento fratello, mettilo giù, potrebbe essere un meme!"

"E vaiiii! Sì è proprio un nuovo meme! Adesso rispondo a Romina per ringraziarla e nomino per dispetto Alma Cattleya con tutte le sue farfalle e l’Ape di Arcobalandia, dai, muoviti mouse!"

1. Qual è la tua rivista preferita?
Compro "Donna Moderna" per vedere come dovrei essere per essere moderna. In realtà mi fermo alla vignetta di Silvia Ziche “Secondo Lucrezia”. Ho un centinaio di numeri della rivista Medioevo, tra l’altro, non so se esce ancora.
di Silvia Ziche tratto da Donna Moderna n°46


L'equilibrista




Di questo circo io sono l’equilibrista.
Lavoro sempre senza la rete
perché so che non perderei la vita se perdessi l’equilibrio:
la mia vera vita è questo percorso sulla fune

Sono un equilibrista,
tengo sospesi i vostri fiati e i vostri sguardi;
io, invece, sono senza fiato solo quando mi inchino sulla pista
Ma, la mia vita la percorro sulla corda
e la respiro, la respiro perché un giorno volerò
fino ad atterrare nel centro della pista;

e già lo so che non sembrerà sia valsa la pena
fare l’equilibrista,
forse ero un esibizionista o forse solo un mancato trapezista

Ho percorso ogni sera la mia vita da equilibrista
sopra le vostre vite di spettatori da pista;

ho respirato ogni attimo di ogni sera
per quella sera in cui sarei volato;

ho camminato e respirato sui vostri respiri sospesi,
felice sui vostri cuori timorosi.

Ma sappiate che nemmeno io conosco la libertà:
quest' asta a cui mi aggrappo mi costringe
a non saltare, a non cambiare mai rotta,
la mia meta è l’altro capo della corda
e mi illudo che quel capo sia la libertà.

Di questo circo io sono l’equilibrista
pagate ogni sera un biglietto anche, lo so,
per vedermi cadere nella pista;

ma quello che per voi è cadere,
per me è volare
quello che per voi è un applauso alla fine del mio numero,
per me è un ritorno a morire;
e quando sentirete lo schianto della morte sulla pista,
per me sarà il trionfo
della mia vita di equilibrista.

Di questo circo io ero l’equilibrista,
lavoravo senza la rete,
una sera gettai l’asta
per non vivere da morto nella pista

Curriculum vitae, storia di Lucio Lieto (quinta ed ultima parte)

Oggi mi sento bene. Che sarà ? 

Sì ...oggi, forse, va meglio. La giornata è una giornata estiva, ieri era freddo e oggi si suda, sono a terra, l’ansia mi impedisce di prendere qualsiasi iniziativa, non mi va di leggere, non mi va di uscire ma nemmeno di stare in casa; potrei pulire ma non mi va, so già che stasera quando diminuirà la luce e la temperatura sarò assalito dalla voglia di fare, mi riattiverò, ma adesso no, adesso non ce la faccio. Sono ciclotimico? boh! Forse sono solamente un geco. 

<<Allora, come è andata ? >>
<<Sembra bene. >>
<<Come, sembra ?>> 
<<Sì, mi chiameranno per dirmi se mi prendono.>> (non dico più “se vado bene” perché ormai ho capito che vogliono qualcuno da prendere e non che vada bene); mia madre intanto mi guarda perplessa (è la sua espressione dal giorno in cui mi sono laureato); sì è vero che questa conversazione la sto immaginando ma so che la conversazione sarà esattamente questa, identica alle altre centocinquanta e identica alle prossime eterne. Vorrei inventarmi una nuova conversazione, ma anche nell’immaginazione mi detto ormai quella che non vorrei mai sentire e, così, mi condanno a sentirla due volte, la fantasia non è più un appiglio. 

Lavorare stanca. È un libro che dovrò leggere. 

La favola degli anni sessanta, i mitici anni sessanta, il rock ‘a Billie e il rock and roll, ora c’è il rap, l’opposto del ritmo e dell’allegria, una monotonia, sermoni banali di luoghi e messaggi comuni parlati, parlati e ancora parlati da chi non ha niente da dire a chi non sa ascoltare, morissero tutti. Film banali e sdolcinati o i grandi temi che il mondo per provincialismo giudica degni di un Oscar o di un Nobel. 
Ho letto I figli della mezzanotte di Salman Rushdie, lì c’è musica e mitologia, la scrittura che profana l’astratto. 

Mi potrei fidanzare. Anche se poi mi fidanzassi, quanto durerebbe? Due, tre mesi frequentandosi poco, tre settimane vedendosi tutti i giorni; d’altronde che si raccontano due che non hanno una vita, non hanno problemi pratici ma solo di esistenza? Ci si annoia presto, si dovrebbero sopportare problemi mentali, troppo, troppo faticoso, meglio lasciarci prima di incontrarci. Addio mio Amore. 

Quello che preferisco nei telegiornali sono gli spazi che dedicano ai morti: erano tutte persone di carattere, talento, umani, sensibili, liberi. Verrebbe la voglia di morire in modo eclatante per avere un commento degno di una vita indegna. Uomini di cultura messi da una parte, isolati dal mondo, abbandonati dal mondo dei media e che, da morti, diventano liberi e irripetibili, diventano persone che rifiutavano tessere politiche e quindi, ora, liberi, ma che da vivi nessuno voleva nei talk show, nelle redazioni, tra i piedi e a cui nessuno dedicava uno spazio sui cosiddetti giornali di informazione. Con la morte acquistiamo carattere ed un posto nel mondo. Il mondo ... lo vedo, lo osservo e il mondo sospetta di me perché lo guardo troppo. Il mondo comunque non è dentro di me.

E qui si conclude La storia di Lucio Lieto e del suo curriculum vitae, condannati a viaggiare insieme per molti anni. Lucio Lieto ringrazia di averlo letto, ringrazia perché, dopo decenni trascorsi nascosto in un PC, è uscito nel mondo senza sentirsi datato, ma piuttosto attuale. E nemmeno solo; sono milioni i Lucio Lieto, tenendosi per mano formerebbero una catena da strangolare il mondo, ma qualcosa di potente li schiaccia, non li vede, li deride e li uccide.


Etichetta Lucio Lieto per le parti precedenti