30 novembre 2012

Un'alternativa per chi usa il navigatore




<<No, no umano e miao no…perché hai preferito il Tom-Tom a me?!!
Ti miagolo tanto, riprendimi con te; io ti riporterò sempre a casa…riprendi me…guarda sono semplice: punto la coda a destra e si svolta a destra; occhi impauriti: rallenta! Un orecchio indietro e uno avanti: chi diavolo di umano sta strombazzando?! Se ci sorpassa lo graffio! Riprendimi miuuuuu…e non frenare così!>>

Curriculum vitae, storia di Lucio Lieto (quarta parte)

Rientro a casa e nel volto di mia madre vedo aria di grande evento: 
<<Ti hanno risposto al curriculum>> 
<<Quale ?>> 
<<Quello che hai mandato.>> 
Sapesse.
Lei vorrebbe che rispondessi subito io le dico che per essere sfruttati c’è sempre tempo, lei aggiunge che non è detto sia sempre così io, vedrai, e lei che bisogna essere ottimisti e che da cosa nasce cosa io che ho ormai una visione sterile della vita, telefono. 
Al termine della telefonata ho deciso che accetterò il colloquio come dire che tra essere disoccupato o sfruttato ho scelto la seconda prospettiva, così per variare. Mi suona come avariare. 
Così, mentre io mi sento sempre più avariare, mia madre mi dice che il blu dà sicurezza, il rever del cappotto tirato su è segno di aggressività, le scarpe devono essere pulite e i piedi in vista perché i piedi comunicano la nostra interiorità. Ok, ho capito tutto. L’esito del colloquio è tutto riposto nel mio piede numero 41. 
Ogni volta mi invento, se è un lavoro creativo mi dimostro estroso, se è un lavoro di responsabilità mi faccio vedere attento, se è un lavoro in cui è richiesta la presenza è un macello. Alla fine di un colloquio anch’io non ho capito bene chi sono. Alla fine di un colloquio però mi rendo spesso conto che non era me che stavano cercando ma una persona normale, senza ambizioni e possibilmente ventenne. Sono più plasmabili. (volgarmente, sfruttabili). 

<<Ha portato un curriculum ? >> 
Eccomi. Eccomi di nuovo. 
<<Scusi, ha portato un curriculum ?>> 
Eccomi sono io, ma so che non mi vede!

Ho anche una teoria sulla possibilità di trovare o no un lavoro, è la teoria dei “soliti nomi”. A chi poco più che ventenne mi dice: io lavoro sono tanto impegnata, sì mi pagano bene, se vuoi un lavoro lo trovi, a queste persone chiedo il cognome e guarda caso è sempre un nome già noto: la giornalista è la figlia del giornalista, il regista è il figlio del regista, il presentatore è il figlio incapace del ricco o dell’aristocratico. Mia madre fa la casalinga e non è un mestiere, mio padre, tutto di un pezzo, rifiuta le raccomandazioni. Ma non importa, è solo una teoria. 

Stasera vado ad una festa. Mi devo distrarre. Da qualcosa, non so bene da cosa, ma mi devo distrarre. 
Bella festa. A parte le luci che mi disturbano, a parte le persone allegre che mi disturbano, a parte la musica che mi disturba, a parte i vestiti degli invitati che mi disturbano, a parte tutto questo è una bella festa e mi sto forse svagando. Sì lo so che quando si pensa di fare qualcosa per divertirsi è scontato che non ci si diverta lo so, tutto ciò che rientra nel comportamento umano, negli istinti e nella psicologia lo conosco, forse dovrei comprarmi una abilitazione per fare lo psicologo e inventarmi questo mestiere e invece di chiamarlo studio lo chiamo impresa individuale, potrei. 
Questi ospiti, tutti vestiti di nero e le scarpe sono come vanno di moda adesso, le fibbie i tacchi larghi, le piante stile barca in alto mare, non c’è un particolare che sia originale che sveli nella persona che lo indossa la spinta o la voglia di essere distinguibile, di voler dire sono un’altra persona io. Tutti uguali, tutti conformi, tutti che pensano che il mal comune è un mezzo gaudio. Non voglio gaudire a metà. Esco. 
Non posso tornare a casa, è troppo presto il miei genitori penserebbero che non mi sono divertito o peggio non mi sono integrato. Quello che per loro è una maledizione per me è una benedizione. Ci deve essere stato un momento in cui le nostre vite si sono distaccate e poi contrapposte. Io, l’adolescente non ribelle, il primo della classe, la laurea con quasi il massimo della votazione, io che ho vegetato sulle decisioni che mi riguardavano perché le alternative non le conoscevo. E tutto quello che oggi ho è esattamente ciò che quel percorso intrapreso avrebbe dovuto evitare.
(Domani la quinta e ultima parte)
Curriculum vitae, storia di Lucio Lieto. Prima parte

29 novembre 2012

Curriculum vitae, storia di Lucio Lieto (terza parte)

Sabato pomeriggio. 
Alla radio stanno trasmettendo musica da discoteca, lo speaker si finge disc jockey, tutti hanno un tono di voce che incita ad andare in discoteca. E’ tutto così omologato, scontato. Tutto questo mi toglie la vita. 
E’ il sabato pomeriggio la mia strage del sabato sera. Durante la settimana sono affaticato dal coma che mi trascina in questa ernia di vita, il sabato la parte di me in coma muore e si stacca. Per me la domenica è una tana. I miei genitori escono, vanno fuori città, io mi alzo tardi, esco con la tuta e vado a comprare giornali e cibo e, come fosse della refurtiva, la porto in camera e la divoro. Cibo e giornali. Se non fosse per la paura di un blocco intestinale mi nutrirei di giornali. La domenica sera esco, così quando i miei genitori rientrano, non mi trovano e sono contenti di poter pensare che mi sto svagando. Non vorrei mai essere un genitore con queste speranze. E io non ce la faccio più ad alimentare le loro mediocri contentezze: essere un po’ tranquillo, svagarmi un po’, distrarmi un po’, un pezzettino di pane ...di tutto quanto il possibile, solo un po’ è quello che gli altri sperano per me. 
Fonte foto
Non so se è una moda legata ai tempi o alle mie scarne frequentazioni, ma sempre più persone usano il verbo vomitare nei loro discorsi,<<per poco non vomitavo>>, <<se continuo così vomito>>,<<fa venire il vomito>> ecc.ecc. Ormai il vomito è l’unica interiorità che riusciamo a tirare fuori. Ci guardiamo sui tram, negli ascensori, sui marciapiedi e le nostre grida rimangono incatenate e quando escono sono vomito.

Lucio Lieto, mi dico il mio nome come scritto sull’ultimo curriculum che ho inviato e così mi penso: sulla carta non sono un perdente e durante quei cinque - sei mesi in cui ho lavorato tutti erano soddisfatti di me, io non lo ero molto di loro, datori di lavoro e colleghi, ma loro sì. Se camminassi per la strada come fossi il mio curriculum, camminerei a testa alta, guarderei le persone nel volto e alcuni, forse, li saluterei “buongiorno, bella signora” mica che poi lo sia, ma in quel momento lo penserei. Se fossi il mio curriculum sarei sintetico ma efficace e risoluto. Ma se esco dal curriculum mi vedo: cammino a testa bassa, non saluto nessuno, a volte non riconosco i conoscenti, in qualunque direzione vada ho sempre la sensazione di avere il sole contro gli occhi, quando vivo in comunità con gli altri non sono affatto risoluto e per dire un concetto che richiederebbe dieci parole ne impiego trenta e non è detto che ciò che dico venga compreso. 
Per ogni lavoro in cui mi propongo mando un curriculum diverso, come faceva la mia ex ragazza quando abbinava lo smalto delle unghie al vestito, un giorno poi si è tagliata le unghie cortissime e ha iniziato a portarle senza smalto e anche i vestiti cominciarono ad essere colore pastello: poi ci siamo lasciati, disse che ero  io che le toglievo lo smalto. Aveva delle unghie da strega, mi ricordo, e anche la risata era un susseguirsi di iih! Le potrei telefonare. Ma poi che le dico? Non mi è successo niente, durante questi otto mesi, che sia da raccontare. 
Mia mamma sarebbe contenta di avere una nuora, mio padre un nipotino, io una vita. Forse intorno ai quaranta anni. Io stesso sono stanco di questo pessimismo, ma posso solo sperare che il pessimismo si stanchi di me e mi abbandoni perché io non ce la faccio a lasciarlo. 
Le potrei telefonare... e se poi non mi riconosce? se devo dire: <<Io, Lucio… stavamo insieme otto mesi fa>>, io mi ricordo persone incontrate anni ed anni fa, ma non so quali siano le capacità di memoria delle persone, non so quanto io mi imprima negli altri. 
Di nuovo mercoledi e di nuovo cinema. 
<<Dicono che è bello.>> 
<<Chi lo dice ?>> 
<<La critica.>>
<<E il pubblico ?>>
<<Ci va.>>
<<Pubblico provinciale. >>
E così ci andremo anche noi.

Curriculum vitae, storia di Lucio Lieto (prima parte)

Essere come cane e gatto...?!

Baci, baci e coccole e poi coccole e baci, fino a quando ...

...decisero di diventare una vera famiglia allargata

E fu così che nei secoli, l'espressione "essere come cane e gatto" cadde in disuso. Ai nostri tempi, alcuni umani, nostalgici del "bel parlare", continuano ad utilizzarla, ma, a tutt'oggi, ignorano quale possa essere l'origine di tale espressione. 
Foto tratte dalla pagina facebook di Pensiero Micioso


28 novembre 2012

Natale di Giuseppe Ungaretti, intervistato da Pasolini

Ungaretti saluta studenti manifestanti

Natale
di Giuseppe Ungaretti

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare


Napoli, il 26 dicembre 1916

Un momento di tregua dalla guerra, per Ungaretti soldato, che coincide con il Natale. La Guerra ... e il Natale che appare come una tregua. E' il periodo dei festeggiamenti, delle risa e degli auguri obbligati. Parole dal contenuto apparentemente vuoto (così; una cosa; Qui); se uno studente in un tema scrivesse “come una cosa” nel giudizio dell’insegnante potremmo, forse, leggere: “povertà di linguaggio”. Ma quel “come una cosa” è collegato al “non ho voglia” iniziale, ossia non ho sensazioni, stimoli, desideri, sono come una cosa.
Il “posata in un angolo e dimenticata” si può collegare a “ho tanta stanchezza sulle spalle” e così, in un angolo, al riparo dal mondo e le sue atrocità che pesano sulle spalle di un soldato quanto di un poeta, c'è il desiderio di essere dimenticati, ossia lontani anche dall’essere pensati. La vera pace, quella priva di essere umano.
La più grande vivacità è l’immagine del focolare, ma ci sono capriole di fumo, non fiamme scoppiettanti; lo scoppiare del fuoco sarebbe un rumore troppo riconducibile al terreno di guerra. Tanto più gentili  sono le capriole di fumo, forse suscitano nel poeta anche un mesto sorriso. Sanno - le capriole di fumo - come muoversi mentre tutto è immobile e quello che non è immobile è senza pace, come il poeta e l’Uomo. 
Non gridate più
Cessate d’uccidere i morti,
Non gridate più, non gridate
Se li volete ancora udire,
Se sperate di non perire.
Hanno l’impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell’erba,
Lieta dove non passa l’uomo.


Video: Pasolini intervista Ungaretti (Pasolini domanda se esiste la normalità sessuale, domanda oggi banale e scontata. Ma al di là del tempo quello che contano sono le risposte)

Curriculum vitae, storia di Lucio Lieto (seconda parte)

Giovedì 
Non ce la farò mai ad alzarmi, il materasso mi si è incollato addosso, mi pesa la parte destra, deve essere il fegato. Tasto con la mano la parte dolente per sentire se c’è un bozzo che possa sembrare un tumore: tutto liscio. L’intestino però, appena sotto lo stomaco, è rigido, è la colite spastica. Mi dico quello che mi direbbero gli altri: non è possibile che abbia malattie psicosomatiche con la vita tranquilla che hai: niente lavoro, niente datori di lavoro che ti sfruttano, niente moglie che ti assilla, niente figli da mantenere, niente mutuo da pagare, niente bollette, niente rate dell’auto, niente assicurazioni o contributi, niente suocere, niente cognati...chissà che avrò. Poi mi ricordo che siccome è giovedì dovrei essere contento e però non mi ricordo perché. 
Passo più di un’ora a decidere come vestirmi poi mi vesto come sempre. Faccio colazione, lentamente. Per le dieci e trenta sono pronto e scendo a comprare il giornale con gli annunci di lavoro: ai quindici curricula (cioè ai quindici me stesso) che ho inviato due settimane fa non ha risposto nessuno, ormai credo che gli annunci sui giornali siano tutti falsi, servono solo per fare pubblicità a basso prezzo ad alcune piccole aziende e commercianti. 
Scendo le scale già pulite: da disoccupato ho perso anche il profumo del detersivo da atrio. 
Compro il giornale: ha lo stesso prezzo del gratta e vinci e le stesse probabilità di trovare un lavoro o il jolly da un milione di euro. Salto le colonne degli Speedy boys, salto la colonna degli agenti, salto le belle presenze, gli età minima 18, 21, 25, 27, salto il volantinaggio per gli studenti che hanno tempo libero, salto anche...dalla prossima settimana compro un gratta e vinci. 
Ho ancora un paio di numeri da chiamare: li chiamo, mi risponde al primo una segretaria che non sa niente, se cercano personale, a chi potrei rivolgermi, quando richiamare. Ringrazio e riattacco: potrei fare il segretario. 
Al secondo continuano a pregarmi di attendere, che stanno inoltrando la chiamata, che se non rimango in linea perdo il diritto di chiamata, dio che ansia. Riattacco. 
Un mare di?
Non so che fare, non so che dire e per oggi non ho niente da fare: è mezzogiorno e quaranta e la mia giornata è conclusa, giorni di ventiquattro ore che si riducono a due ore di ricerche. Peccato la laurea, peccato la creatività, l’intelligenza, l’iniziativa, tutte caratteristiche che come cadaveri non ancora del tutto sepolti mi navigano nel cervello, le ho avute queste caratteristiche? o forse me le sono immaginate o, peggio ancora, qualcun altro mi ha detto che le ho. Non lo so, non so che fare, non so che dire e soprattutto non so che dire a me stesso. Ci vivo troppo insieme a me stesso che ormai mi annoio solo a raccontarmi i pensieri di cui non seguo più il percorso: non so come inizia un mio pensiero e come si conclude, mi annoia ripetermi gli stessi progetti. E non mi va neanche di sperare in, in... in che ? boh, non lo so. Peccato anche l’ottimismo che avevo imparato. 
Oggi però è giovedì e non ho colpe. Domani è venerdì e girano le streghe. Sabato escono tutti. Domenica è sacra per molti. Lunedì è tutto chiuso. Martedì e mercoledì stanno in mezzo a tutto questo. 
Mi manca una bella canzone, mi manca un bel film, mi manca una vittoria o una soddisfazione, mi manca un sorriso disinteressato, una risata stonata, una pacca sulla spalla che non sia data per consolazione, mi manca salire le scale di corsa, una voce al telefono che annunci un evento che mi riguardi, mi manca la consapevolezza di esserci.

Rientro in casa, mi tolgo il giubbotto di jeans e accendo la televisione: programma dedicato ai trentenni. No, vi prego no!
<<Che cosa succede ?>>
<<Niente mamma, niente.>>
<<Mi sembrava di aver sentito gridare.>>
<<La televisione.>>
<<Che cosa c’è ?>>
<<Niente mamma, niente.>>
<<Perché non vai a comprare il pane, giusto un pezzettino.>>.
Spengo la televisione, mi rimetto il giubbotto e vado a comprare il pane, un pezzettino.
Mia mamma mi manda a comprare il pane perché mi senta utile come si fa con il nonno malato. Siamo una famiglia in cui non manca niente, solo quel pezzettino di pane per sentirmi utile e che, fra un quarto d'ora, porterò a casa prima che il programma sui trentenni sia terminato.
<<Metà ?>>
<<No un po’ meno grazie.>>
<<Così ?>>
<<Ecco sì, giusto un pezzettino>>.
Mi sento osservato, le donne casalinghe mi guardano saccenti: hanno capito sono disoccupato e mia mamma mi usa così, anche loro hanno dei figli o dei nipoti trentenni.
<<Nient’altro?>>
Stronze.
<<Due etti di prosciutto, un etto di olive nere e ...sì, mezzo chilo di spaghetti.>> tié.

27 novembre 2012

Curriculum vitae, storia di Lucio Lieto (prima parte)


CURRICULUM VITAE di Lucio Lieto

Istruzione

2004 Maturità classica.
2010 Laurea in Lettere all’Università degli Studi di Roma.
Votazione: 108/110.
Lingue conosciute: francese, inglese, russo.

Soggiorni a: Londra (tre mesi);
                              Parigi (tre mesi);
                              Mosca (otto mesi).

Febbraio - Ottobre 2011: corso di Comunicazione scritta (800 ore).

Conoscenze informatiche: Photoshop; word;  excel

Esperienze professionali

Esperienza come ghostwriter e correttore di bozze.
Da ottobre ‘10 a gennaio ’11 impiegato presso un’azienda comunale
- Collaborazione nella realizzazione di dispense didattiche, di formazione e articoli vari (interviste, comunicati stampa, rewriting di testi e articoli vari);
  ______________________________________________________________________________
Sono un curriculum. Colloquio dopo colloquio ho finito col presentarmi sempre e comunque come da curriculum: incontro i genitori dei miei amici e recito il mio curriculum vitae, vado ad una festa e piacere, studi fatti: "classico e poi laurea in lettere, no, non il massimo dei voti, quasi, soggiorno a Mosca" "ah interessante, almeno un anno?" "no, no ma quasi, otto mesi". 
Mi chiamo Lucio Lieto, i miei genitori erano evidentemente degli ottimisti: una casa con un po’ di sacrifici e poi anche la seconda; un figlio, o anche due, che poi avrebbe studiato, non come loro che avevano avuto genitori che non se lo erano potuto permettere, loro potevano e io sono andato all’Università. Per avere un buon lavoro, mi dicevano, una posizione migliore della nostra. Studiare, crearsi una posizione e poi formarsi una famiglia. 

Infatti. Desolazione di un infatti. 

Stasera andrò al cinema: è serata di cinema da 4 euro, vecchi film degli anni ’90. Non m'interessa il cinema ma da quando sono disoccupato ci vado spesso, solo il mercoledì. Ho visto film che non mi sarebbero mai interessati se avessi avuto di meglio da fare o più soldi da spendere. Vado sempre all’ultimo spettacolo, non per un motivo legato ad atmosfere o incontri particolari ma solo perché se la mattina dopo mi alzo tardi non mi sento in colpa. Il giovedì lo sopporto meglio degli altri giorni perché il giovedì non ho colpe. 
Sto vedendo film di cui se ricordo il regista non ricordo gli attori, se ricordo il titolo non ricordo il regista e così via, nessun titolo di coda è completo nella mia testa, tutto sommato niente è completo in me: Woody Allen, La mia vita in rosa, Genio ribelle, Aprile, Daniele Lieti e Mastandrea, ehy baby (la colonna sonora, se non sbaglio) e il marchio della casa produttrice. 
Le poltroncine di velluto le detesto. Non ci scivoli. Chiacchiericcio che diminuisce con l’abbassarsi delle luci, alcune frasi si fanno più veloci per concludersi prima dell’arrivo del logo della casa distributrice. 

Immagine tratta da Harry a pezzi,1997 di e con Woody Allen
E inizia il film. 

Spero che mi dia qualcosa, una nuova sensazione, un’idea da scrivere sull’agenda, sto lì, lo guardo e aspetto. Niente. La gente ride e mi chiedo perché. Il bambino nato maschio vuole mettersi la gonna e la gente ride; il genio ribelle si conforma alla vita e il pubblico è soddisfatto, mentre io mi chiedo perché diavolo lo abbia fatto; aprile: sto ancora aspettando che succeda qualcosa che arriva il titolo di coda, oddio niente; Harry è a pezzi, proprio come me, perché non riesce più a scrivere, proprio come me, parla con i personaggi dei suoi racconti, proprio come me, e la gente ride, mi guardo: non come me. E intanto penso che i film non hanno mai contribuito a cambiarmi la vita. Non c’è un film, un attore o un personaggio che abbiamo significato qualcosa per me. Ma ci sono scrittori e libri. Le immagini le vedo scritte nelle parole, in un film non vedo immagini ma sento dialoghi e discorsi che mi annoiano. I film che preferisco sono quelli dove il dialogo è ridotto al minimo, mi piacciono le voci fuori campo: film biografici che una voce ti racconta.
Il film è finito, voglio andar via finché sono in tempo ma già si accendono le luci della sala, le persone si voltano verso di me, verificano le loro pupille aguzzando il loro sguardo su di me, voglio andare via, ma c’è un'ultima prova che dovrò affrontare: la tenda pesante una tonnellata in cui rimarrò affogato, già lo so, già lo sappiamo Harry. 

Esco dal cinema. E tanti altri si radunano a gruppetti di tre, quattro, cinque. 
Le coppie si allontanano più in fretta. 
Non sappiamo cosa fare e cosa dirci, il commento al film non richiede più di trenta secondi in fin dei conti siamo stati al cinema per lo stesso motivo: incontrarci il meno possibile. 

Sono le quattro e mezza del mattino, i gabbiani stanno litigando con i piccioni: nel dormiveglia tifo per i gabbiani. Arrivano anche i corvi, non so da che parte stiano i corvi, non mi sono mai alzato per verificare, ma mi prometto che un giorno lo farò, sì un giorno parteciperò completamente desto a questa guerra celeste. Cerco di addormentarmi, mi elettrizza il pensiero che domani è giovedì, il giorno più leggero in cui non ho colpe da espiare.
(seconda parte)

10° malessere della Sposa del Diavolo


Sono arrivata sulla terra con l’Anticiclone Caronte e sono ancora qua; comincia a fare freddo per me abituata alle fiamme roventi dell’Inferno. Oh Diavolo, quanto mi mancano le ustioni dell’inferno! Ho nostalgia anche di quel Diavolo di mio marito e del nostro pargolo demoniaco. Sì, avete capito, sono qui per salutarvi. Anche se rimanessi, comunque sia, il nostro addio sarebbe inevitabile tra meno di un mese, perché voi state per morire tutti quanti; morirete tra meno di un mese. Il famoso brivido della morte, il momento in cui vi passerà di fronte tutta la vostra vita come in un film. Il 21-12-2012: fine del mondo. Che cosa vedrete in quel momento? Potrete dire di essere stati davvero voi i registi di quel film o siete stati diretti da registi inesperti e sciagurati? E voi? Voi che vi siete fatti dirigere? Avvolgere il nastro, contestare il regista non si può. Attori, siete stati attori diretti da qualcuno, non siete state persone. Questo ho notato da quando sono arrivata sulla terra con Caronte: recitate una parte, la meno difficile, quella accettata dalla maggioranza perché maggiori saranno gli applausi. Parlate con frasi fatte, leggete libri insulsi, parlate di malanni e vi lamentate (o all’Inferno avrete davvero motivo di lamentarvi!). Ma questo mondo finirà.

Michelangelo
Giudizio universale (particolare)
In realtà non è proprio così, è solo la fine della vostra Terra perché l’Inferno ci sarà ancora, anzi da quel giorno sarà più affollato; arriverete a ondate, vi ammasserete alla porta dell’Inferno con la ferocia di entrare a tutti i costi perché tra stare all’Inferno e fuori dalla sua porta ma non più sulla Terra, credetemi, preferirete entrare. Cosa lasciate alle spalle? Niente, solo fuoco e acqua. E tante mosche. Mi devo affrettare mi aspettano giorni di grande lavoro. Stivarvi tutti non sarà semplice. Il mondo si capovolgerà: l’Inferno sarà abitato, la Terra deserta; l’Inferno sarà vivo, la Terra sarà morta.

25 novembre 2012

Se non credete alle previsioni dei Maya provate con Giacomo Leopardi


E alla fine arrivò la Fine. Non si può dire che questa affermazione manchi di logica. Secondo i Maya, secondo il loro calendario, ci rimane un mesetto ancora da vivere; certo considerando la crisi che ci attanaglia è proprio un “mesetto”, neanche a pensarci a sperperare tutto quello che ci rimane. Che ci rimane? Come sempre i Grandi scrittori, poeti, filosofi e che, nella maggior parte sono già morti. Non pensiate che questo sia un post triste e, comunque, non sono io che ho inventato la morte. Nemmeno l’Apocalisse. Il Leopardi non ha mai parlato esplicitamente dell’Apocalisse, come se non avesse dovuto descriverla palesemente ma ce l’ha “raccontata” passo per passo, canto per canto, operetta morale dopo operetta morale. In quest’ultime, Le operette Morali, c’è nella struttura, come nella Bibbia, una sorta di Genesi (la prima operetta è L’Origine del genere umano) e una sorta di Apocalisse (l’ultima operetta è Il canto del Gallo Silvestre, dove si prevede la fine del cosmo). Non ho mai creduto ai professori scolastici che da un paio di secoli continuano a ripetere, e quindi tramandare, che il Leopardi è pessimista; io credo non lo sia affatto ma sia piuttosto apocalittico; sono un paio di secoli che ci spacciano il coraggio della Verità come pessimismo.
Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l’una di non saper nulla, l’altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte. (Zibaldone)
Bisogna notare che il Leopardi, come premesso nel Cantico del gallo silvestre (vedi post precedente), arriva attraverso la sua ricerca a dichiarare la fine imminente del Cosmo e non tanto dell’Uomo; l’uomo in quanto essere “accidentale” del Cosmo non fa parte di una prospettiva apocalittica (anche se una ipotesi di fine del genere umano la troviamo nell’operetta Dialogo di un folletto e di uno gnomo).
Nel  Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco il Leopardi immagina la fine del cosmo descrivendocela:
[…] Sappiamo che la terra, a cagione del suo perpetuo rivolgersi intorno al proprio asse, fuggendo dal centro le parti dintorno all'equatore, e però spingendosi verso il centro quelle dintorno ai poli, è cangiata di figura e continuamente cangiasi, divenendo intorno all'equatore ogni dì più ricolma, e per lo contrario intorno ai poli sempre più deprimendosi. Or dunque da ciò debbe avvenire che in capo di certo tempo, la quantità del quale, avvengaché sia misurabile in sé, non può essere conosciuta dagli uomini, la terra si appiani di qua e di là dall'equatore per modo, che perduta al tutto la figura globosa, si riduca in forma di una tavola sottile ritonda.
Per Leopardi la Terra si appiattirà

22 novembre 2012

Colloquio di lavoro


"Che cosa sai fare?"
"So uccidere".
Non capì, per un momento pensò ad una battuta spiritosa, così per vincere la tensione, ma l’espressione del potenziale omicida era seria, estremamente fissa su di lui. No, non era una battuta. E lui che stava per abbozzare un sorriso, si ritrovò a dover rimediare a quel ghigno con un: che intende dire, scusi?
"Intendo dire che so uccidere e mi propongo per questo; forse nella vostra azienda non avete bisogno di un killer, uno scagnozzo o un normale e qualificato omicida ?"
"Queste sono domande a cui non si può rispondere così su due piedi". Era evidente che stava cercando il modo di rispondere qualcosa, le domande dirette le aveva sempre poste lui durante i colloqui di assunzione, ma rispondere a domande dirette non era altrettanto facile.
"Quindi …lei vuole fare il killer ?"
"Sempre che ce ne sia bisogno, s’intende."
"E lo chiede …cooosì ?"
"Sì lo so che i killer si assoldano attraverso trattative private e tramite persone fidate, magari politici, ma io sono molto fidato e una persona di grande fiducia, per questo credo che il killer e anche la spia siano le professioni più adatte alla mia personalità, ne sono convinto."
"E che studi ha fatto?"
"Il classico, lettere, un corso di perfezionamento in giornalismo e un corso di tiro a segno. Quest’ultimo è quello che più mi ha affascinato, per questo voglio dedicargli la mia vita e, scusi il cinismo, quella degli altri."
"Il cinismo...fosse solo questione di cinismo...assoldare così...io non credo si possa."
"Quindi non esclude che nella vostra azienda ci sia bisogno di una figura professionale come la mia?"
"Non mi faccia dire cose che non ho mai detto...la prego. È sicuro che non la mandi qualcuno?"
"Pensi che buffo se fossi un killer già assunto da qualcun altro e fossi qui per svolgere il mio compito."
"Mi sta minacciando?"
"No, le minacce le fa un’altra figura professionale, io arrivo dopo."

19 novembre 2012

Premio UNIA

Ringrazio Romina Tamerici che mi ha nominato tra i 7 vincitori del premio UNIA.
Il premio UNIA comporta 7 domande legate al mondo della lettura e dall’assegnazione del premio ad altri 7 blog.
1. Qual è il primo libro che hai letto in assoluto? 
A 12 anni, di nascosto perché pensavo fosse un libro da “grandi”, Tre Croci di Federigo Tozzi
2. Hai mai fatto un sogno ispirato a un libro che hai letto? Se sì, racconta.
No, in realtà non mi ricordo. Ho sognato spesso i cartoni animati.
3. Qual è la prima cosa che ti colpisce in un libro? La copertina, la trama o il titolo?
Il titolo. Di solito quelli con una sola parola. Non mi piacciono quelli con parole “antipatiche” e “ruffiane” tipo: cuore, segreto, mistero, anima
4. Ti è mai capitato di piangere per la morte di un personaggio?
La fine della protagonista (che nella vita non era mai stata protagonista) de L’eleganza del riccio è terribile.
5. Qual è il tuo genere preferito? 
Per esempio, Pessoa, Il libro dell’inquietudine, il tipo diario intimistico che poi è un diario dell’umanità quindi sfocia nel sociale e nello psicologico e anche nel poetico e nell’esistenziale e decadente e volendo anche nella pittura di Van Gogh! 
6. Hai mai incontrato uno scrittore? 
Sì, Aldo Busi, quel giorno avevo la revisione della tesi da parte del contro-relatore, m’inventai una scusa (aspettavo il tecnico per la lavatrice che mi aveva inondato la casa, mica vero!) e andai da Busi. Il giorno della discussione della tesi fu una noia mortale, il tempo con Busi fu indimenticabile. 
7. Posta un'immagine che rappresenta cosa significa per te la lettura.
Eccola!

I miei 7 blog nominati:
mammamimmononsolo (Due anime, un cuore, una provetta e una cicogna tecnica, ma molto tecnica.)
artekreativa (Arte contemporanea, scrittura, teatro, narrazione, video art)
Arcobalandia (Un po' di sogno, un po' di pioggia, un po' di me...)
La fata centenaria (roberta borsani poesia, mitologia, vita dello spirito)
mariamanzari.blogspot.it (Versi del cuore)
silviart.altervista.org  (L'arte come terapia)
La capanna in paradiso (archetipi, simboli, segni, iconografie, tipologie, metafore, allegorie, iconologie, nel campo dell'architettura e delle arti)

17 novembre 2012

Una Capelvenere

Questa è la mia Capelvenere nel mio bagno.

Comprare una pianta, a volte equivale a comprare un libro. Un libro che spazia dalla mitologia alla letteratura alla storia e alla medicina. Foglie che come fogli raccontano. Oggi ho comprato una piccola Capelvenere (appartiene alle felci) era tanto tempo che la cercavo ma nei negozi è difficile trovarla perché troppo delicata (vuole la penombra, l’umidità molto elevata e odia le correnti d’aria, insomma mi somiglia). Le sue foglie, sottilissime, soffrono con troppa luce e ingialliscono o impallidiscono mentre nella penombra diventano di un bel verde scuro.
Cesare Pavese ricorda spesso nei suoi libri il Capelvenere perché è molto diffusa nelle grotte delle Langhe. Invece Gabriele d’Annunzio la nomina quattro volte nella poesia Il Fanciullo.

15 novembre 2012

Amare Filosofando di Rita Gherghi


"In questo sito trovate tutto ciò che riguarda la Filosofia, non certo come scienza astratta (cosa che per altro non è mai stata, diversamente da quello che molti erroneamente pensano), ma come scienza pratica e di vita, collegata ai vissuti e alla realtà quotidiana, con tutti i problemi che quest’ultima porta con sé. E’ questo un concetto che oggi l’uomo, ovvero ogni individuo deve riscoprire se vuole gestire in modo più consono ed umano la propria vita. Concetto sostenuto non dai  soli filosofi, ma oggi portato avanti anche da numerosi uomini di scienza. Scienza e Filosofia non sono più su due piani opposti, ma marciano in parallelo al comune scopo della crescita umana."

Quella che avete appena letto è l’introduzione del sito www.r-ipazia.it di Rita Gherghi (docente di Filosofia, counselor relazionale e consulente filosofico) ve lo segnalo, non solo perché Rita è una mia amica, ma anche perché leggendo il sito ho trovato un linguaggio raramente così chiaro nell’esporre temi legati alla psicologia e alla filosofia. Nel sito anche alcune sue poesie:
Cerco
Cerco in un deserto
un sorso d’acqua,
ma trovo intorno
solo sabbia,
cespugli secchi e inariditi
che un vento caldo,
… afoso …
si diverte a torturare.

Cerco una rosa rossa,
fresca di gocce di rugiada.
Ma qui …
Le rose sono solo pietra,
fredda e dura, lavorata dal vento
caldo e afoso del deserto.

Il deserto della mia vita:
assetato d’acqua,
spoglio di rose rosse,
fresche di gocce di rugiada.
Il giardino che tu cerchi
vive da sempre
della linfa di parole
che tu stesso vai scrivendo.
(Rita Gherghi)

Rita ha curato anche la versione in prosa della Divina Commedia di Demetrio Bianchi, non come atto sacrilego contro Dante - come afferma nella prefazione - ma per preparare, con un maggior bagaglio di informazioni, chi vuole avvicinarsi alla lettura della versione originale della Commedia.
di Rita Gherghi, Fiaba, mito e filosofia su Fiabe in analisi

13 novembre 2012

La mia colonna sonora

Un trapianto di cervello è il tema dello sceneggiato RAI, Gamma, del 1975: un pilota dopo un incidente stradale subisce un trapianto di cervello e il suo futuro comportamento cambierà. Bellissima la colonna sonora di Enrico Simonetti, composta tra anni prima della sua morte.Mi ricordo che questo sceneggiato mi colpì tantissimo, la musica ho continuato a canticchiarla per anni, anche se per un certo periodo non ricordavo che fosse la colonna sonora di Gamma; la trama ricordo che mi affascinava come da sempre mi affascina qualcosa che mette angoscia; avevo 8 anni forse non era un tema adatto ad un pubblico così giovane!


La coppia Raimondo Vianello e Sandra Mondaini propose questa parodia, Trapianto di cervello, sempre nel 1975.

11 novembre 2012

Gingko biloba di Goethe



Un tempo, immense foreste di Ginkgo coprivano i territori abitati da dinosauri e altri animali preistorici, poi tutto scomparve. Tutto, tranne il Gingko Biloba; fu ritenuto scomparso e lo si poteva osservare soltanto attraverso i molti fossili rimasti ma, nel 1754, furono scoperte in Cina delle piante di Ginkgo biloba  sopravvissute a tutte le ere geologiche. Da allora venne ritenuto e denominato “fossile vivente”. Molti orti botanici richiesero uno di questi esemplari, in Italia fu l’orto botanico di Padova ad acquistarne uno che è tuttora in vita. Sarà per questo suo lungo passato, quasi eterno, che a questa pianta vengono attribuite tante qualità, poteri e segreti? Ha vissuto con i dinosauri, ne ha vista la loro scomparsa, e poi incendi, glaciazioni, inondazioni, non ultimo l’inquinamento e il peggiorare della situazione ambientale. Una pianta ricca di vita interiore, si potrebbe pensare. Forse un vecchio saggio, uno sciamano potrebbe essere la sua controparte umana, ma no, troppo poco. Forse è più simile alle piramidi egizie con il loro mistero.
Il nome di Gingko si deve ad Engelbert Kaempfer, un chirurgo tedesco al servizio della botanica, fu il primo occidentale a vedere, tre secoli fa, in Giappone questa pianta così speciale. Il nome "ginkgo" pare derivi dalla parola cinese che significa “piedi di papera”, con riferimento alla forma delle foglie. Linneo, per le caratteristiche della foglia, completò poi con “biloba” ossia “con due lobi”.
Gingko biloba nel Tempio di Zempuku-ji
Oggi non si trova più allo stato spontaneo ma in orti botanici, nei giardini dei templi religiosi della Cina e del Giappone, l’albero più grande e forse il più vecchio si trova appunto in Giappone, nel giardino del tempio buddista di Zempukuji; la circonferenza del tronco è di 9 metri per 20 di altezza, un cartello afferma che risale al 1232. 
Il Tempio di Hosen-ji in Giappone
Nel tempio Hosen-ji, vicino l'osservatorio, un Ginkgo Biloba è sopravvissuto all'esplosione di Hiroshima riprendendo a germogliare con vigore. Il tempio fu distrutto, poi ricostruito con lo scalone di accesso diviso in due per consentire alla Ginkgo Biloba di crescere. 

Gingko Biloba
La foglia di quest'albero dall'oriente 

affidato al mio giardino,
sensi segreti fa gustare
al sapiente, e lo conforta.
E' forse una creatura vivente
che si è divisa?
son due che hanno deciso
di manifestarsi in uno?
Per dare alla domanda una risposta,
il senso giusto trovo:
non senti, nei miei canti,
che sono uno e insieme sono doppio?

(Goethe)

Goethe scrisse questa poesia per Marianne von Willemer, la scrisse su un foglio di carta dove incollò due foglie di gingko biloba incrociate. Era il 1815 questo “fossile vivente” affascinava per la sua forma, scissa ma unica, esistente in natura, concetto cardine negli interessi naturalistici, botanici ed esistenziali del poeta. Il bilobato Ginko rivela una divisione o ha scelto di apparire duplice? Una domanda questa che il poeta può rivolgere anche a se stesso, perché egli è come la foglia del Ginko, è uno e doppio.

9 novembre 2012

Indifferenza


L'indifferenza della gente, tangibile; assenti i loro saluti, a volte solo un rumore da infarto attesta la loro presenza, tanto da rimpiangere la vita in manicomio.
Sono una donna anziana, di 76 anni, malconcia, che ha subìto diversi interventi di cui l’ultimo all’anca e quindi faccio fatica a muovermi. Mi piacerebbe uscire, scendere le scale (non ho l’ascensore) e fare una passeggiata per le vie della città, bere un caffè al bar, sorretta dal mio bastone. Ma ho paura. Paura del mondo attorno perché è così spaventosamente cambiato. Io sono stata in manicomio per tanti anni, ma dopo la legge Basaglia (legge 180 che ha fatto chiudere i manicomi) i matti sono in giro e hanno ragione di essere matti: c’è troppo odio in questa società. Un odio che ha devastato l’Italia e che rende le persone ignoranti, aride e cattive. Non c’è più amore per nessuno.
Alda Merini (21 marzo 1931- 1° novembre 2009)
E per assurdo affermo che mi sentivo più sicura in manicomio, anche se so che con questa mia affermazione urterò la sensibilità di molti: io vorrei che riaprissero i manicomi. Dico di più, vorrei ritornarci. Tra le mie quattro mura non mi sento sicura, ho dei vicini terribili, persone inqualificabili. Mi disturbano con il silenzio, se facessero rumore mi farebbe piacere, vorrei sentire le grida dei loro bambini, invece niente, silenzio tombale che mi porta a domandare “sarà in casa?”. Poi improvvisamente questo silenzio viene rotto da un rumore violento che ti fa sobbalzare perché non te l’aspettavi e se sei fragile di cuore può anche farti male. È una tortura morale. Madre Teresa di Calcutta diceva che c’è qualcosa di più grave dell’omicidio colposo: l’indifferenza, che può arrivare a uccidere un uomo. Ecco, i miei vicini mi trattano con indifferenza. Non parlano, non si rivelano, fanno comunella tra loro, continuano a vedermi come la donna che è stata in manicomio, una sorta di stigma impresso addosso, che mina la mia identità personale, per loro io sono ancora matta, E anche mia figlia lo è, per il solo fatto di essere nata da me. Ma i veri disturbati di mente sono loro. La gente odia la malattia mentale perché ha paura di essere uguale al malato di mente, molti non lo sanno che sono già uguali ai pazzi. E così li emarginano credendosi sani. I miei vicini di casa ricostruiscono la mia pazzia. Sparlano alle mie spalle perché la mia casa è disordinata, per loro vivo nella sporcizia, loro invece hanno case asettiche, perfette e impersonali ma non si rendono conto che vivono nella sporcizia morale. Il fatto che non mi rivolgano la parola è drammatico.(Alda Merini, testimonianza pubblicata su D - la Repubblica delle Donne, 2007)
Un mio racconto: Il manicomio ha chiuso 

8 novembre 2012

And the winner is...io!

Ebbene sì, ho vinto la prima edizione del premio Aulonia, indetto da AlmaCattleya di Farfalle Eterne; a questo link trovate il risultato del concorso e il testo con cui ho partecipato. Per entrare, invece, direttamente nel mondo di Aulonia, il link è questo: http://aulonia.blogspot.it/

Una delle prime immagini di Aulonia


7 novembre 2012

Storia della donna, dalla preistoria ad oggi, in 25 righe!

E così, una mattina, le donne se ne andarono. 
Lasciarono le loro caverne con le ossa del pranzo della sera precedente e via, seguendo il tragitto mentale del loro sogno di libertà. Dove portava? Dove sarebbero arrivate? Non è poi così importante sapere dove si arriverà – pensavano – piuttosto, il vero viaggio di libertà è capire quale strada stiamo percorrendo. Ecco! la libertà è capire. Ma capire, a volte incatena. Che strano, una stessa Madre che dà origine a due opposti: la libertà e la prigionia. Così cammina, cammina, avendo come bussola la loro mente, attraversarono regni, incontrarono ragni e affrontarono rogne, cambiando spesso d’abito e aggiornando il sorriso; dopo qualche millennio arrivarono al 2012, l’ultimo anno secondo il calendario Maya, ma nemmeno il millenium bug, tra la notte del 1999 e il 2000 si era avverato, quindi cosa ne possono sapere i Maya? 
Le donne che hanno abbandonato la caverna però, chissà perché, credono più ai Maya che alle ipotesi catastrofiche degli informatici che hanno abbandonato la bussola. Si noti, e si tenga a mente, che le donne quando parlano dei Maya, parlano al presente; sarà per quella caverna abbandonata in fretta una mattina all’alba, dopo che la tribù degli uomini era sparita tra le piante a seguire le tracce del dinosauro; lo cercarono a lungo, lo trovarono degli operai nel 1800 circa, vicino Maastricht, dove nel 1992 fu firmato il trattato che univa gran parte delle caverne di quelle terre; un grande condominio, un enorme quartiere, premiato nel 2012 con il Nobel per la pace. Pace e Libertà, Libertà e Pace e con tutta questa libertà a disposizione le donne non sapevano più da cosa fuggire, la possibilità di fuga, di ricerca era stata soppressa. E quando volevano fuggire, capitava che venissero ritrovate riverse a terra con 30-40 o più coltellate, erano le ferite destinate al dinosauro che la tribù degli uomini non aveva catturato; l’uomo non tollera di non catturare, l’uomo è cacciatore.

4 novembre 2012

Un assaggio di Aldo Busi!


Sì lo so, ho letto in qua e là che ad alcuni di voi non piace Aldo Busi, io invece per Busi stravedo; lo leggo da circa 25 anni, nei primi libri sottolineavo ciò che condividevo (ah, la presunzione di riconoscersi!) o che mi piaceva come era stata espressa, poi ho smesso perché avrei dovuto sottolineare quasi tutto. E poi non si può sottolineare il ritmo di romanzi come Vita standard di un venditore provvisorio di collant (libro che vi consiglio se non conoscete Busi). Ho ripreso alcuni libri di Busi e l’ho sfogliati alla ricerca delle frasi sottolineate, eccole qua:
  1. “Nei fiordi lontani è rimasta la musica spettrale che incanta gli abeti e le balene bianche e la testa affiorata sull’acqua chiude negli occhi la malinconia dei ghiacciai che non hanno mai incontrato una corrente d’acqua calda. Di notte esco e metto nel mio flauto tutto il pianto che i giorni hanno imprigionato. Tasto cortecce incise di cuori trafitti per ritrovare il cammino che porta alla tana dell’orso bianco…” (Seminario sulla Gioventù, Aldo Busi, Oscar Mondadori)
  2. L’infanzia dello scrittore. “Gli altri bambini non pensano così, te ne accorgi subito: non sono scrittori. E pensi anche due cose immediate: che peccato, non sarò mai come loro, chissà che leggerezza la vita; la seconda: che peccato per loro, non saranno mai come me, che peso la vita.” (Sodomie in corpo 11, Oscar Mondadori, pag.144).
  3. “So da sempre che uno scrittore vero è un uomo senza qualità. La forza di un faro in un porto sta nell’avere un raggio solo; se pensa di essere un luna-park viene meno alla sua funzione. Il raggio è spesso grezzo, monomaniacale, ma indaga, scandaglia nelle bufere e indica con la forza immane dell’inerzia e della perseveranza.” (Sodomie in corpo 11, Oscar Mondadori, pag.187)
  4. “E’ vero, nessuna parola ci salverà, ma se ce n’è una degna di poterlo fare, è quella di un idiota che non promette miracoli e, pertanto, non verrà mai creduto. Questa parola è la proprietà prima e ultima dello Scrittore, l’idiota per eccellenza, il poeta della stupidità umana, la propria inclusa.” (Nudo di Madre. Manuale del Perfetto Scrittore, Bompiani, pag.69) 
  5. “Quando tu cresci e gli altri no, chi è costretto alla più totale immobilità sei tu, non loro” (Nudo di Madre. Manuale del Perfetto Scrittore, Bompiani, pag.82)
Il nuovo romanzo di Aldo Busi, El especialista de Barcelona,
in uscita il 13 novembre per Dalai editore.
L’immagine è una riproduzione (ritoccata) del Capricho 51 di Goya.
Fonte: www.altriabusi.it



4 Novembre



Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere 

di gente infame, che non sa cos'è il pudore, 
si credono potenti e gli va bene quello che fanno; 
e tutto gli appartiene. 
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni! 
Questo paese è devastato dal dolore... 
ma non vi danno un po' di dispiacere 
quei corpi in terra senza più calore? 
Non cambierà, non cambierà 
no cambierà, forse cambierà. 
Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali? 
Nel fango affonda lo stivale dei maiali. 
Me ne vergogno un poco, e mi fa male 
vedere un uomo come un animale. 
Non cambierà, non cambierà 
si che cambierà, vedrai che cambierà. 
Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali 
che possa contemplare il cielo e i fiori, 
che non si parli più di dittature 
se avremo ancora un po' da vivere... 
La primavera intanto tarda ad arrivare. 
(testo di Franco Battiato)



2 novembre 2012

Guardate chi ho trovato!


Oltre alle piante morenti, ultimamente mi è capitato questo gattino vivente, anzi vivace come una volpe. Qui, nella foto, mi sta aspettando alla porta di casa. I suoi ex proprietari lo hanno abbandonato alla fine dell'estate. E' simpatico, allegro, prepotente, ruffiano, sterilizzato, nero lucido come un visone. Sa a che ora mi alzo e a quale ora io e l'altro mio gatto, bianco, facciamo colazione e così...colazione e croccantini per tutti, possibilmente al salmone! Sul pianerottolo c'è anche il trasportino provvisto di coperta in pile. Si accettano suggerimenti per un nome.

Vi ricordate la mia crassula grassa ma secca?


Qualche post  fa (qui il post) vi ho informati del mio vizio di comprare al supermercato delle piante quasi morte, moribonde, disidratate, afflitte! Allora avevo comprato una crassula falcata, questa:


Oggi vi comunico la Vittoria della vita sulla morte! Ecco la piccola, un tempo afflitta, come oggi è rigogliosa. In realtà sono due, la poverella comprata in coma è quella più bassa, in primo piano; non si vede bene ma ha dato vita ad un'altra piantina.


Così, qualche settimana fa, di nuovo al supermercato, ho adocchiato un'altra pianta grassa; era in tali condizioni che il responsabile del reparto "piante moribonde" me l'ha regalata.
Oggi è così:

Non so come si chiama, comunque né cresce né muore, quindi vuol dire che è concentrata a rimanere in vita, anche se, come tutte le piante grasse, sta andando in sonno vegetativo, quindi vedremo a marzo cosa succederà. Se si sveglia.