31 marzo 2012

Il Volto di Cristo (la Veronica) e la Sindone

Veronica e il volto di Gesù 
Hans Memling, 1433
Secondo la tradizione cristiana, la Veronica è il telo con cui una donna, dal nome Veronica, asciugò il volto di Gesù durante la salita al Calvario, sul telo sarebbe rimasta impressa l’immagine del volto di Cristo. Certezze, supposizioni e ipotesi sulla figura storica e religiosa di Gesù, da sempre, affascinano indistintamente il sentimento e la ragione. Conseguentemente alla mancanza di fonti biografiche certe, si ha uno straordinario numero di leggende, aneddoti e opere artistiche che tentano di riprodurre e dare suggerimenti su quale potesse essere l'aspetto fisico di Cristo; in tempi più moderni, si è tentato, con l'aiuto della storiografia e di indagini scientifiche, di ipotizzare particolari fisici del corpo di Cristo: notevoli i risultati della "lettura" attraverso la Sacra Sindone, il lenzuolo dove è rimasta impressa l'impronta del corpo di un uomo che alcuni hanno voluto identificare con Gesù, per la caratteristica di aver subito lo stesso tipo di morte: la crocifissione. Il volto di Gesù è sicuramente l'aspetto che più è stato studiato attraverso la Sindone e le riproduzioni iconografiche; già nel Medioevo, esisteva il culto della Veronica, un velo con impresso il volto di Cristo: era adorato da migliaia di fedeli che raggiungevano Roma in occasioni dell’anno santo per pregare di fronte al velo. Alcuni ritengono che sia la stessa Veronica che oggi si trova nel comune di Manoppello (Pescara), dopo aver peregrinato attraverso Roma, Costantinopoli ed Edessa. Storicamente non esiste una testimonianza di un telo "Veronica" come quello di Roma fino al 1011. Deve essere assai probabile, perciò, che la Veronica fosse una copia d’artista della Santa Sindone che era recentemente giunta a Costantinopoli nelle sembianze dell'Immagine di Edessa, e che la Veronica (come “vera icona” delle “vere sembianze" di Gesù) sia stata inviata a Roma come regalo dell'imperatore di Bisanzio in un qualche momento verso la fine del X secolo o all'inizio dell'XI. 
Imago Pietatis del Maestro della Madonna Strauss, 1400
La tradizione, comunque, distingue un Mandylion di Edessa dalla Veronica che oggi si conserva al Vaticano. Le fonti iconografiche che riportano il volto di Gesù sono anch'esse da secoli oggetto di studio: opere pittoriche, libri di preghiera e codici miniati. Tra queste esistono le cosiddette opere acheropite, che secondo la tradizione sono considerate non opera dell'uomo ma il risultato di miracoli o dell'intervento di angeli. Fu soprattutto nel XV secolo che si diffuse presso gli artisti il bisogno di rappresentare il volto di Cristo, così come descritto nelle immagini acheropite o come alcuni avevano visto nella Veronica che, in occasione del Giubileo del 1300, fu per la prima volta, esposta ai fedeli; si sa inoltre che nel XIII secolo, l'Europa venne a conoscenza della Sacra Sindone e questo contribuì alla diffusione iconografica del volto di Cristo rappresentato su un telo. Significativo a questo proposito è il dipinto Imago pietatis con Maria e Maria Maddalena del Maestro della Madonna Strauss che, datato intorno al 1400, rappresenta Gesù Cristo accolto dal pianto e dalle cure di Maria e Maria Maddalena, appena deposto dalla croce e, al cui corpo, è legato il telo in cui era stato avvolto dove è impressa l'immagine del suo volto, mentre sullo sfondo sono raffigurate le vicende della passione di Cristo a partire dal tradimento di Giuda. 
Altro Post: La Salita al Calvario di Bosch
Per Approfondimenti: Una interpretazione scientifica

30 marzo 2012

Tarzan, Orzowei e il mito del buon selvaggio

Tarzan, l'uomo delle scimmie fu
pubblicato nell'ottobre
1912 da Edgar Rice Burroughs.
Compie 100 anni.

Il mito del buon selvaggio ritiene che l’uomo sia buono per nascita ma che poi la civiltà lo incattivisca. Il primo a parlare della bontà naturale, ossia “di nascita”, dell’uomo fu Anthony Shaftesbury (Londra 1671 - Napoli 1713) che nel suo trattato “Consigli ad un Autore” lo invitava ad adottare la semplicità dei modi e di sentimenti noti ai selvaggi prima che questi fossero corrotti “dai nostri commerci”. Forse Saftesbury si riferiva in modo selettivo alla scrittura e non ad un vero e proprio modo di vivere, mentre, la corruzione dovuta “ai nostri commerci” era probabilmente un critica alle conseguenze delle colonizzazioni europee. Fin dal  XV secolo, infatti, alcuni Paesi  europei  partirono per all’esplorazione dei continenti Africa, Asia e America, in cerca di oro, argento e terreni per la coltivazione a sostentamento della comunità mineraria che ivi veniva installata.  Gli abitanti furono spesso uccisi o resi schiavi, considerati inferiori, non solo dal punto di vista di evoluzione sociale ma anche inferiori a livello intellettivo, ciò per “giustificare” la sottomissione forzata. Queste stesse caratteristiche verranno riprese dall’idea romantica che, capovolgendole,  darà vita all’idea del “buon selvaggio” come uomo dotato della capacità di vivere in armonia con la Natura, di avere forza fisica, coraggio morale e innocenza, mentre a livello intellettivo, il selvaggio avrà intelligenza e saggezza innata e spontanea. Uno dei più celebri “buon selvaggi” moderni è Venerdì di Robinson Crusoe; Venerdì però non rimane se stesso, ma viene convertito alla fede cristiana, legge la Bibbia e impara la lingua inglese; una sorta di “dominazione”, una sottile violenza per sottolineare “un miglioramento” verso la civiltà europea, ritenuta quindi migliore. Nel XX secolo il buon selvaggio è stato inserito in figure come Tarzan o Orzowei; questi si rifanno a una serie di leggende su presunti bambini adottati e allevati da animali, i primi: Romolo e Remo. 

25 marzo 2012

Hieronymus Bosch e un po' di Follia

La Nave dei Folli di Hieronymus Bosch
Nel 1494 esce il poema satirico La nave dei folli di Sebastian Brant (Strasburgo 1457-1521) dove è raccontato il viaggio che un  gruppo di pazzi intraprende per raggiungere Narragonien la terra promessa dei matti, luogo che non riusciranno a raggiungere a causa della stupidità che li porterà ad assecondare i vizi, l’imprudenza e la malvagità. Contemporaneamente, tra il 1490 e il 1550, esce La nave dei folli del pittore olandese Hieronymus Bosch ('s-Hertogenbosch 1450 ca. - 1516). Il dipinto descrive una nave carica di passeggeri diretti per un viaggio senza meta, l’acqua su cui l’imbarcazione procede è scura, simbolo del peccato che rende impuri gli uomini; l’albero, da sempre simbolo della conoscenza del bene e del male, esclusiva di Dio, è presente in due varianti: è l’albero della nave trasformato in un albero della cuccagna alla cui sommità domina una civetta, simbolo dell’eresia; compare inoltre un albero sradicato, quindi privo di vita a cui è appeso un pesce, simbolo di Gesù, ad indicare la morte della purezza a causa degli uomini che con i loro peccati hanno ucciso il messaggio di Dio. Il simbolo della conoscenza è quindi distrutto, non esiste, secondo Bosch la distinzione tra bene e male si è trasformato nell’albero della Cuccagna. Bosch in questo quadro sembra condividere il pensiero del tempo che vede nel folle il corpo e l’anima del peccatore che si è allontanato da Dio. Nel quadro è insita anche una critica alla stessa Chiesa (la nave nell’arte paleocristiana indica la Chiesa) che naviga in acque peccaminose guidata da uomini viziosi. Dobbiamo infatti pensare che Bosch è contemporaneo e concittadino di Erasmo da Rotterdam (1466 ca. - 1536) ed entrambi membri della Confraternita di Nostra Signora che chiedeva ai propri appartenenti di combattere, anche attraverso i loro lavori, la corruzione e la licenziosità del tempo, è molto probabile quindi che Bosch conoscesse sia l’autore che il suo Elogio della Follia (1511), dove tra i “folli” rientrano i corrotti della Chiesa: << Ma ci sono nemici della Chiesa più dannosi degli empi pontefici? Son essi a lasciare sparire nel silenzio Cristo, a incatenarlo trafficando con le loro leggi, a corromperlo con interpretazioni sforzate, a sgozzarlo con la loro vita pestifera.>>  

22 marzo 2012

Peter Pan, storia tragica di bambini perduti

Non so se avete mai visto la mappa della mente di una persona. Talvolta i dottori disegnano mappe…ma provate a sorprenderli mentre cercano di disegnare la mappa della mente di un bambino, che non solo è confusa, ma continua a girare intorno per tutto il tempo! “Non ho una madre” disse Peter. Non solo non aveva una madre, ma non aveva il minimo desiderio di averne una. Pensava che fossero persone sopravvalutate. Wendy, tuttavia, sentì subito odore di tragedia.
J. Barrie, Peter e Wendy

Statua di Peter Pan
realizzata da 
George Frampton

Quando, il 1° maggio del 1912, fu presentata la statua di Peter Pan nei Giardini di Kensington, come omaggio al personaggio fiabesco, il suo autore James Matthew Barrie commentò: "Non vi traspare il demone che è in Peter". E chi, meglio di lui, poteva conoscere il carattere e le dinamiche della sua creatura? Eppure il vero Peter Pan è fuggito dalle intenzioni del suo autore ed è stato interpretato in modo opposto: gioioso, gentile, difensore dei bambini condizionati dagli adulti. Aiuta i bambini scomparsi (morti) a passare nell’aldilà. Bellissimo l’episodio, dove all’interno dei giardini di Kensington trova una bambina, Maimie Mannering, l’unico essere umano oltre a lui, ma la bambina è morta e lui vuole portarla con sé. La bambina desidera vedere la madre, ma sa che se seguirà Peter Pan non potrà più vederla, Peter Pan la lascia andare e la bambina torna alla vita, dopo essere rimasta, forse per una notte, nei giardini di Kensington. Manderà in dono a Peter una capra.

Segue, aggiornato, su Fiabe in Analisi

18 marzo 2012

Anni'70. L'hai preparata la cartella?


Album da disegno "Giotto" sul retro di copertina
c'era una breve biografia di 
Giotto

Questo serviva per imparare a disegnare, bastava contare i quadretti:
4 per il braccio, 5 per le gambe, ecc.

immagine tratta dal testo"In vacanza" di Franco Facciaroni ed. Janus Bergamo.

Questo era un mio disegno: gli abissi con piovre e relitti, 
credo che quella barca sia il "Surprise" di Ambrogio Fogar
O forse volevo disegnare il Triangolo delle Bermuda? 
Di certo, quel sub sono io!


"So Leggere", se sapevi leggere le scritte "RISO", "BAR", "OLIO",
"POMODORI", "FINE" allora si poteva passare alla lettura
dei libri elencati nella pagina a fianco.


Quaderno a quadretti e quaderno a righe

Diario scolastico "Vitt" di Jacovitti













  ORA NON MI RESTA CHE RITROVARE L'ASTUCCIO 
 (ANCORA OGGI DEVO SEMPRE ANDARE A CERCARE QUALCOSA!)

Altri post: Nella calza della Befana dei bambini anni 70
               Giochi degli anni 70. Elogio della lentezza

17 marzo 2012

L'uovo dipinto e l'uovo di cioccolato.

Madonna con Bambino Angeli
e  Santi, o Sacra Conversazione
Piero della Francesca, 1472 
Madonna di Lligat 
Salvador Dalì
Dolce la forma dell’uovo, dolce il sapore della cioccolata e così, questo connubio, ha creato l'uovo di cioccolata, perfetto nell’appagare il tatto, la vista, il gusto, l’olfatto. Non poteva tanta felicità per i sensi limitarsi ad un solo periodo dell’anno, quello della Pasqua. Lo ha ben capito la kinder con i suoi ovetti di cioccolato con dentro la sorpresa: i Puffi, Barbapapà, Ranoplà, i Coccodritti, i Fantasmini, le Tartallegre e tanti altri. E le aziende producono anche ovetti di cioccolata più piccoli che, non potendo contenere una sorpresa-giocattolo, date le dimensioni, hanno altre sorprese: una nocciola, un cuore di crema più morbido o un ripieno di cioccolato bianco. Qualunque uovo apri qualcosa trovi. Infatti da sempre l’uovo, al suo interno, nasconde un segreto: la nascita di una nuova vita, davvero sorprendente; siccome nasconde è stato anche associato al simbolo dell’occulto e del non visibile che esiste ed agisce non essendo visto. Forma perfetta e statica all’esterno (il guscio non aumenta di volume via via che il pulcino cresce) quanto mutevole all’interno.

16 marzo 2012

Quando finisce un attore. 10 anni dalla morte di Carmelo Bene

Quando muore un attore di teatro muore l'atto teatrale in sé, muore la scena, perché nessuna registrazione, nessun documentario televisivo può trasmettere la scena e la recita, la voce e l'espressione diverse ogni volta che l'attore entra in scena. Morto l'attore, muore l'occasione di vederlo recitare. Il teatro, in quanto sperimentale e immediato è vita, anche se sta morendo, e qualcuno sostiene che sia già morto da tempo, ma proprio questa sua agonia ne certifica la vita. Quando muore uno scrittore, muoiono le forme possibili della sua parola scritta; rimangono tuttavia le opere già pubblicate, a volte un'opera non conclusa, e quella è la sua arte immutabile e certa. Carmelo Bene è entrambi. Ripeteva spesso che non si fanno capolavori ma si è capolavori. Carmelo Bene, fu spesso messo da parte e dopo la sua morte quasi mai ricordato, perché spesso chi rompe le regole - quelle formali dell'arte - infastidisce, come se fosse possibile rompere senza un boato, un grido, un frantumarsi; l'innovazione porta contro di sé anche orde di conservatori (culturali) che, liberi di interpretare a piacere "chi rompe paga" mettono l’artista in isolamento. Amato e odiato, la notizia della sua morte non ricevette lo spazio adeguato nei tg e sui giornali; sarebbe stato uno stillicidio il ricordare la morte di qualche intellettuale italiano, magari titolare di una cattedra universitaria e onnipresente in tv; attori di poco spessore innalzati a santoni e salvatori; la morte di un bravo, ma non eccezionale, attore avrebbe capovolto i palinsesti televisivi con la messa in onda dei suoi film; per lui di parole ce ne furono poche, per chi, come lui, ne ha sputate molte, per chi il santone lo ha fatto, senza falsi buonismi, ipocrisie e il compiacimento di esserci. Questo, ovviamente, non per mettere in gara i morti, tanto i morti probabilmente non vivrebbero come noi, e poi come diceva Carmelo Bene: "sono un classico, non faccio letteratura". Vita eterna quindi. I commenti più attinenti a Carmelo Bene furono proprio dal mondo del teatro:''Un uomo narciso, meraviglioso, cattivo. Come lo sono tutti i grandi. Ci lascia un testimone scomodo. Portare avanti la lotta contro chi gestisce i teatri italiani. A favore dell'intelligenza e della libertà dello spirito'' (Luca Barbareschi). Insofferente come ogni artista ai riti, ai rituali, agli omaggi, a tutto ciò che è scontato e fisso, chiese di non avere (e forse di non subire) funerali pubblici, così rimane per il pubblico ancora sul palcoscenico, perché il capolavoro, per chi è capolavoro, non si esibisce fuori dal suo contesto.

11 marzo 2012

Sogno causato dal volo di un'ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio, di Salvador Dalì

Salvador Dalì, 1944
"Sogno causato dal volo di un'ape intorno a
una melagrana un attimo prima del risveglio"
Salvador Dalì fu grande ammiratore e sostenitore della teoria dei sogni di Sigmund Freud e, come molti suoi colleghi surrealisti, dipinse il sogno e le immagini legate all’inconscio che affiorano nel sogno. Ma Saldvador Dalì era affascinato anche dal simbolismo e dall’esoterismo, passioni non discordanti in quanto, probabilmente, l’inconscio ha inglobato tanti simboli primitivi. L’idea dell’opera "Sogno causato dal volo di un'ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio" (1944), prende spunto dalla teoria dei sogni di Freud secondo la quale un elemento percepito dall'esterno, durante il sonno, viene inserito coerentemente all'interno del sogno. Lo stimolo esterno che suscita il sogno nella donna dipinta (Gala, moglie di Dalì) è l’ape che ronza intorno ad una melagrana (nel quadro, in basso verso destra).  Sia la melagrana che l’ape sono simboli di regalità: la melagrana ha una corona e per questo è stata spesso rappresentata nell’arte cristiana insieme alla Madonna o a Gesù Bambino, per sottolinearne la regalità. L’ape, se non è l’ape regina, è l’ape operosa che ha lo scopo di far vivere l’Ape Regina, quindi è simbolo di devozione regale. Alcuni, e questo è anche la mia visione, hanno visto nelle due  tigri l’Ape stessa. La tigre che esce dal pesce sarebbe l’addome dell’ape, la seconda tigre identifica il tronco, mentre la baionetta (con “pungiglione”) corrisponde alla testa dell’ape. D’altronde le tigri e le api hanno la caratteristica di avere un colore simile (da giallo a rossiccio) con striature nere. Le due tigri (quindi le due parti del corpo dell’ape) sono unite da un filo sottile (la coda della seconda tigre) come sottile è il legame delle due parti del corpo dell’ape. Nell’arte della Grecia antica l’ape era ripresa in diverse rappresentazioni artistiche, ma tale era la sua importanza economica (dall’ape si ricava il miele, la cera…) che compare anche in molte monete artisticamente molto particolareggiate. 

Gian Lorenzo Bernini
Obelisco della Minerva
Roma
dal Bestiario manoscritto Bodley
 metà del XIII sec.
Gli antichi Babilonesi rappresentavano il dio Mithra come un leone che teneva nelle sue fauci un’ape che, nella lingua locale, si pronunciava Dabar, termine che indicava la Parola divina. Simbolo divino è il pesce con cui viene indicato Cristo, che nel quadro esce dalla melagrana. In questo caso la melagrana fa pensare a chi ha identificato in questo frutto la Chiesa mentre i chicchi che da essa fuoriescono sono i credenti (figli della chiesa). Tuttavia il pesce sembrerebbe un pesce mostruoso e vorace che più che a Cristo farebbe pensare ad un Lucifero, un capovolgimento, quindi,  del simbolo positivo in negativo. Una probabile critica alla chiesa da parte di Dalì?
L' idea dell' elefante in secondo piano, è probabile che sia legata alla scultura di Gian Lorenzo Bernini nella piazza di Santa Maria sopra Minerva a Roma, dove l’elefante trasporta un obelisco. (Anche l’ape è un simbolo molto utilizzato dal Bernini). L'elefante, in base alla simbologia, rappresenta la castità e la temperanza. Animale saggio e casto, legato alla figura di Maria. Ma anche simbolo di forza, pensiamolo nelle iconografie che lo ritraggono come "torre eburnea" in quanto sul dorso dell'animale veniva posta una torre di legno nella quale si nascondevano i soldati persiani e indiani, come in un bastione, per combattere. "L'elefante rappresenta la distorsione dello spazio" ha spiegato una volta Dalí, "le zampe lunghe ed esili contrastano l'idea dell'assenza di peso con la struttura”; così lunghe da tenere il corpo dell'elefante distaccato dalla terra e farlo apparire come se camminasse nel cielo. La tigre è simbolo esoterico della stessa coscienza. Secondo la visione esoterica di William Blake (XVII secolo) la tigre è l’archetipo allegorico dell’immagine originaria, in quanto creata da un potente demiurgo, che ha proiettato in essa un complesso di forze “titaniche” e terrificanti, e la stessa capacità creatrice. Nel suo aspetto positivo è il simbolo della forza, nel suo aspetto negativo rappresenta le potenze infernali e distruttrici. E la donna, Gala, è la sognatrice e, quindi, la creatrice dei simboli o forse è la vittima ignara e indifesa, in quanto addormentata, su cui si getta la Tigre-Ape?

10 marzo 2012

La Nonna Eleonora: siamo di pieni di niente e il cielo è immenso

La sua finestra. Adorava la sua finestra, era l'unica cosa che possedesse lì in quel luogo. Appena sveglia si volgeva verso la finestra, dormiva, infatti dandole le spalle perché la luce della mattina, colpendole gli occhi, la svegliava. Si sgomitolava dalle coperte e guardava quel tratto di cielo che si insinuava fra la fessura in alto lasciata dalle tende che non chiudevano bene. Non sbadigliava mai appena sveglia. Aveva una giornata intera per farlo. Prima di tirare le tende si lavava il viso e si vestiva: voleva che il giorno la trovasse presentabile. Non era vanità, era una forma di autorispetto in quel mondo dove il rispetto era stato dimenticato. Sono piena di niente, scriveva nel suo diario e poi precisava: Siamo tutti pieni di niente qui dentro.
Oscar Ghiglia, Donna che scrive, 1908
Era mezz'ora che si era vestita che arrivava la colazione portata da Luigi, l'unico che la chiamava Eleonora, il suo nome. Altri la chiamavano Zi' Nina, Nora, La Vecchia, l'Isolata ma non erano i suoi nomi, il suo nome era solo Eleonora.
<<Buongiorno Eleonora, dormito bene?>>
<<Dor...mito, ssì.>>
 Faceva colazione seduta sul bordo del letto, rivolta verso la finestra; si sollevava: a passi lenti si apprestava a gustare gli ultimi sorsi del caffellatte, più latte che caffè, in piedi, appoggiata alla soglia del suo unico possesso.
 Quell'inferriata. All'inizio era una vera e propria gabbia; col tempo, i sedici quadrati da cui era formata, divennero sedici possibilità di evasione.
Sfogliò fino alla pagina bianca del giorno appena iniziato - non un vero e proprio diario ma un quaderno a righe, bordato in rosso, copertina nera, damascata con le impronte di Eleonora - avrebbe potuto rimanere così, deserta e bianca o forse no, forse l'avrebbe riempita di ghirigori  e fiorellini o qualche pensiero sparso, comunque fosse, l'immagine della pagina bianca che l'aspettava l'accompagnava passo, passo.
Aveva settant’anni e il suo primo diario. Glielo aveva regalato Marco il nipotino di otto anni: voleva che Eleonora vi scrivesse la sua vita, così quando sei morta la leggo, le aveva candidamente spiegato. E lei ogni tanto vi scriveva qualche riga.
Seduta al tavolo poteva vedere attraverso il quadrato numero 6 dell'inferriata, quello centrale, le cime degli alberi, le loro foglie a due colori nelle giornate di vento.
Non era facile scrivere la sua vita per il nipotino osservando le cime degli alberi attraverso i quadrati inferiori, e la sua vita passata la ricordava a fatica e con dolore altrimenti non sarebbe mai finita lì in quel luogo, ma questo Marco non lo avrebbe mai capito o forse solo da adulto, col tempo, ma dipende.
Le urla, le liti, le bestemmie, le rincorse per i corridoi spostavano l'attenzione di Eleonora ai quadrati superiori pieni di cielo: che fosse grigio, limpido, azzurro o bianco saturava quegli spazi ferrei da sembrare perfetto alla vista e all'udito.
Sì il cielo riempiva la sua vita, le vite passate e quelle future e anche Marco avrebbe visto tanti di quei cieli.
Ritornò con lo sguardo sul foglio, concentrata come raramente le accadeva:
                                    Siamo pieni di niente.
                                   E il cielo è immenso.
 firmato: la nonna Eleonora.




Approfondimenti: La Nonna di Hans Christian Andersen

8 marzo 2012

A tavola con Yoghi & C.

Anche nelle animazioni più recenti il cibo ha dato origine a personaggi singolari, basti pensare a Braccio di Ferro che con una scatola di spinaci ritrova una forza invincibile che fa colpo soprattutto su Olivia. Nella stessa saga troviamo Poldo Sbaffini, fanatico di hamburger, il vero motore della sua vita: per un panino farcito farebbe qualsiasi cosa perfino vincere la sua innata pigrizia e, anche se questa non è una favola, è comunque magia. Il padre di Braccio di Ferro, Trinchetto, si affida più al bere che al mangiare. Cip e Ciop raccolgono ghiande, scorta per l’inverno che all’occasione diventano armi da guerra da lanciare al nemico di turno. A Paperopoli troviamo Nonna Papera sempre pronta ad offrire una torta fumante. Più stravaganti Superman ed Eta Beta, il primo mangia la kriptonite la seconda la naftalina. E poi ci sono quelli che vorrebbero mangiare ma non mangiano mai: Silvestro con i suoi continui agguati al canarino Titti, per lo più riceve qualche borsettata dalla sveglia nonnina; Willy il Coyote nella sua infinita magrezza e della serie “la necessità aguzza l’ingegno” non afferra neanche una piuma di quel Beep Beep. Tom e Jerry, il gatto e il topo, dove il topo è sicuramente il più astuto, se non lo fosse diventerebbe cibo. 
Così, mentre Poldo Sbaffini vive per mangiare, Willy il Coyote deve cercare di mangiare per vivere.  
Ma il più disperato e affranto è sicuramente lui: l’orso Yoghi che accompagnato dal piccolo Bubu, vive in attesa che il parco di Jellystone (Yellowstone) sia invaso da visitatori forniti di altrettanto forniti cestini; e i picnic? tanti miraggi, tante piccole oasi da cui, maldestramente, lo sveglia il Ranger!
Altro post: Tutti a tavola: il cibo nelle favole

6 marzo 2012

Festa delle donne: le donne nelle favole

Opera di Nadia Magnabosco

Ho fatto un giro su internet alla ricerca del tema “le donne nelle favole”, così, tanto per ricordare l’8 marzo, ho trovato per lo più analisi pessimistiche: chi ritiene che le donne siano descritte come delle stupide (Biancaneve) delle ingenue (Cappuccetto Rosso) delle recluse e sottomesse (Cenerentola) e via dicendo. Non sono d’accordo. Mi capita sempre più spesso di non essere d’accordo; da piccola non ero mai d’accordo, poi ho un po’ cambiato atteggiamento (sapete nel periodo della scuola tocca adattarsi o far finta di adattarsi) e mi sono leggermente adeguata, adesso, finalmente, con gli anni torno a non essere mai d’accordo. Chiusa la parentesi autobiografica e continuiamo il discorso "donne nelle fiabe". La fiaba è il territorio per eccellenza della donna. E’ utilizzata da quando l’essere umano ha cominciato a raccontare, per la donna; la fiaba è nata tra le donne che raccontavano al focolare alle altre donne o meglio: alle bambine. Non è vero che la donna della favola aspetta il cacciatore che la liberi o il principe che le garantisca un futuro. Cosa facevano il cacciatore e il principe prima di incontrare la donna? Niente.  Non hanno storia, un passato, spuntano nella favola all’improvviso, a volte sappiamo che arrivano da un regno vicino, già ma vicino a cosa o a chi? Vicino al luogo dove si trova la donna. Il punto di riferimento anche logistico è la donna. Ciò risale probabilmente al culto della Grande Madre, alle antiche culture matriarcali che tutte le caccie alle streghe, degli ultimi millenni, non sono riuscite a sradicare. Il culto della donna, almeno nel profondo inconscio collettivo della fiaba, esiste ancora. La donna della fiaba indossa stracci all’inizio e vestiti meravigliosi di seta e ricami alla fine della fiaba, perché spesso è l’interno femminile (ricco di sfumature, leggerezza) che emerge all’esterno. Io in Cenerentola vedo dolcezza, in Biancaneve ricerca di affetto e in Cappuccetto Rosso curiosità. Nelle fiabe questi sentimenti alla fine si trovano o si realizzano, nella realtà è più frequente non trovarli, ma perché definire stupide o sottomesse quelle che invece ci sono riuscite? Perché le donne (in internet sono molte le interpretazioni negative delle figure femminili delle fiabe scritte proprio da donne) analizzano, spesso, dal punto di vista di donne-vittime? Buona festa della donna!

1 marzo 2012

Lucio Dalla ... E se non ci sarà più gente come me voglio morire in Piazza Grande...

A Sanremo è stato un po' criticato per non essersi concesso, io invece, mentre lo guardavo accompagnare il giovane Pierdavide Carone da lontano, ne ho apprezzato la discrezione e quando alla fine dell'esibizione è sgattaiolato dietro le quinte senza farsi notare per non attirare applausi su di sè, ma lasciando l'intera scena all'altro, l'ho apprezzato ancora di più; ho pensato che se nella nostra vecchia Italia i "grandi" accompagnassero in questo modo i più giovani oggi vivremmo forse in un momento migliore, se come ha fatto Lucio Dalla venisse lasciata la scena ai giovani e non le briciole. Io ho visto questo: il concedere più che il non-concedersi. E poi la mia canzone preferita l'ha scritta lui, se avessi avuto una figlia l'avrei chiamata Futura.
Foto tratta da rockol.it

Chissà, chissà domani
su che cosa metteremo le mani
se si potrà contare ancora le onde del mare
e alzare la testa
non esser così seria, rimani
i russi, i russi gli americani
no lacrime non fermarti fino a domani
sarà stato forse un tuono
non mi meraviglio
è una notte di fuoco
dove sono le tue mani
nascerà e non avrà paura nostro figlio
e chissà come sarà lui domani
su quali strade camminerà
cosa avrà nelle sue mani.. le sue mani
si muoverà e potrà volare
nuoterà su una stella
come sei bella
e se è una femmina si chiamerà futura.
Il suo nome detto questa notte
mette già paura
sarà diversa bella come una stella
sarai tu in miniatura
ma non fermarti voglio ancora baciarti
chiudi i tuoi occhi non voltarti indietro
qui tutto il mondo sembra fatto di vetro
e sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio.
Di più, muoviti più fretta di più, benedetta
più su, nel silenzio tra le nuvole, più su
che si arriva alla luna, si la luna
ma non è bella come te questa luna
è una sottana americana
Allora su mettendoci di fianco, più su
guida tu che sono stanco, più su
in mezzo ai razzi e a un batticuore, più su
son sicuro che c'è il sole
ma che sole è un cappello di ghiaccio
questo sole è una catena di ferro
senza amore, amore, amore, amore.
Lento lento adesso batte più lento
ciao, come stai
il tuo cuore lo sento
i tuoi occhi così belli non li ho visti mai
ma adesso non voltarti
voglio ancora guardarti
non girare la testa
dove sono le tue mani
aspettiamo che ritorni la luce
di sentire una voce
aspettiamo senza avere paura, domani.

Un anno di blog


Oggi Kokoro compie un anno, ancora non parla bene ma si sta allenando. Orlando, che lo ha partorito, oggi fa festa.