25 novembre 2012

Se non credete alle previsioni dei Maya provate con Giacomo Leopardi


E alla fine arrivò la Fine. Non si può dire che questa affermazione manchi di logica. Secondo i Maya, secondo il loro calendario, ci rimane un mesetto ancora da vivere; certo considerando la crisi che ci attanaglia è proprio un “mesetto”, neanche a pensarci a sperperare tutto quello che ci rimane. Che ci rimane? Come sempre i Grandi scrittori, poeti, filosofi e che, nella maggior parte sono già morti. Non pensiate che questo sia un post triste e, comunque, non sono io che ho inventato la morte. Nemmeno l’Apocalisse. Il Leopardi non ha mai parlato esplicitamente dell’Apocalisse, come se non avesse dovuto descriverla palesemente ma ce l’ha “raccontata” passo per passo, canto per canto, operetta morale dopo operetta morale. In quest’ultime, Le operette Morali, c’è nella struttura, come nella Bibbia, una sorta di Genesi (la prima operetta è L’Origine del genere umano) e una sorta di Apocalisse (l’ultima operetta è Il canto del Gallo Silvestre, dove si prevede la fine del cosmo). Non ho mai creduto ai professori scolastici che da un paio di secoli continuano a ripetere, e quindi tramandare, che il Leopardi è pessimista; io credo non lo sia affatto ma sia piuttosto apocalittico; sono un paio di secoli che ci spacciano il coraggio della Verità come pessimismo.
Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l’una di non saper nulla, l’altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte. (Zibaldone)
Bisogna notare che il Leopardi, come premesso nel Cantico del gallo silvestre (vedi post precedente), arriva attraverso la sua ricerca a dichiarare la fine imminente del Cosmo e non tanto dell’Uomo; l’uomo in quanto essere “accidentale” del Cosmo non fa parte di una prospettiva apocalittica (anche se una ipotesi di fine del genere umano la troviamo nell’operetta Dialogo di un folletto e di uno gnomo).
Nel  Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco il Leopardi immagina la fine del cosmo descrivendocela:
[…] Sappiamo che la terra, a cagione del suo perpetuo rivolgersi intorno al proprio asse, fuggendo dal centro le parti dintorno all'equatore, e però spingendosi verso il centro quelle dintorno ai poli, è cangiata di figura e continuamente cangiasi, divenendo intorno all'equatore ogni dì più ricolma, e per lo contrario intorno ai poli sempre più deprimendosi. Or dunque da ciò debbe avvenire che in capo di certo tempo, la quantità del quale, avvengaché sia misurabile in sé, non può essere conosciuta dagli uomini, la terra si appiani di qua e di là dall'equatore per modo, che perduta al tutto la figura globosa, si riduca in forma di una tavola sottile ritonda.
Per Leopardi la Terra si appiattirà
Questa ruota aggirandosi pur di continuo dattorno al suo centro, attenuata tuttavia più e dilatata, a lungo andare, fuggendo dal centro tutte le sue parti, riuscirà traforata nel mezzo.
Al centro del suo asse si formerà un buco, la Terra diventerà un anello come quello di Satrurno.
Il qual foro ampliandosi a cerchio di giorno in giorno, la terra ridotta per cotal modo a figura di uno anello, ultimamente andrà in pezzi; i quali usciti della presente orbita della terra, e perduto il movimento circolare, precipiteranno nel sole o forse in qualche pianeta. Potrebbesi per avventura in confermazione di questo discorso addurre un esempio, io voglio dire dell'anello di Saturno, della natura del quale non si accordano tra loro i fisici. E quantunque nuova e inaudita, forse non sarebbe perciò inverisimile congettura il presumere che il detto anello fosse da principio uno dei pianeti minori destinati alla sequela di Saturno; indi appianato e poscia traforato nel mezzo per cagioni conformi a quelle che abbiamo dette della terra, ma più presto assai, per essere di materia forse più rara e più molle, cadesse dalla sua orbita nel pianeta di Saturno, dal quale colla virtù attrattiva della sua massa e del suo centro, sia ritenuto, siccome lo veggiamo essere veramente, dintorno a esso centro. […]
Lo stesso accadrà agli altri pianeti, al sole e alle stelle.
Per tanto in quel modo che si è divisato della terra tutti i pianeti in capo di certo tempo, ridotti per se medesimi in pezzi, hanno a precipitare gli uni nel sole, gli altri nelle stelle loro. Nelle quali fiamme manifesto è che non pure alquanti o molti individui, ma universalmente quei generi e quelle specie che ora si contengono nella terra e nei pianeti, saranno distrutte insino, per dir così, dalla stirpe. E questo per avventura, o alcuna cosa a ciò somigliante, ebbero nell'animo quei filosofi, così greci come barbari, i quali affermarono dovere alla fine questo presente mondo perire di fuoco. Ma perciocché noi veggiamo che anco il sole si ruota dintorno al proprio asse, e quindi il medesimo si dee credere delle stelle, segue che l'uno e le altre in corso di tempo debbano non meno che i pianeti venire in dissoluzione, e le loro fiamme dispergersi nello spazio. […] Venuti meno i pianeti, la terra, il sole e le stelle, ma non la materia loro, si formeranno di questa nuove creature, distinte in nuovi generi e nuove specie, e nasceranno per le forze eterne della materia nuovi ordini delle cose ed un nuovo mondo. Ma le qualità di questo e di quelli, siccome eziandio degl'innumerabili che già furono e degli altri infiniti che poi saranno, non possiamo noi né pur solamente congetturare.
Il frammento attribuito a Stratone dimostra come l’universo sia sì eterno, ma soltanto nel suo movimento di continua distruzione: le genesi e le apocalissi si moltiplicano nell’indifferenza della natura verso il dolore delle sue creature.
Ma qualcosa, in tutto questo scenario apocalittico, qualcosa che sa di luce e di giallo come il sole resiste: è la ginestra a cui Leopardi dedica la poesia La Ginestra (scritta nel 1836 un anno prima della sua morte).
Le aride pendici del Vesuvio non vedono tracce di esseri umani  ma solamente, a rallegrare il paesaggio, ci sono fiori di ginestra. Nei dintorni campi coperti di cenere e “dell’impietrata lava” dove un tempo pascoli rigogliosi padroneggiavano; lo “sterminator Vesevo” ha cancellato tutto questo. Quella della Ginestra in effetti è la morte di chi ha preferito le tenebre alla luce della Verità come premesso nell’epigrafe "E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce" (Giovanni, III, 19).
Parafrasando il Leopardi: Nobile creatura è quella che ha il coraggio di guardare (a sollevar s'ardisce gli occhi mortali) in faccia il destino umano (comun fato) e apertamente,   ammette il male che ci è stato dato in sorte e la nostra insignificante e fragile condizione. La natura non nutre più attenzione, nè maggiore considerazione per la specie umana (seme dell'uom) che per la formica, e se avviene che le stragi sono meno frequenti tra gli uomini che tra le formiche, ciò dipende solo dal fatto che la stirpe degli uomini è meno numerosa. 
L’uomo, la stirpe umana non fa parte di una possibile fine del mondo, poiché nello scegliere le tenebre ha già dimostrato di essere un morto.

5 commenti:

  1. Sono davvero d'accordo sul fatto che Leopardi non è affatto pessimista come lo vogliono sempre dipingere.
    Chissà se alla fine andrà proprio così... di certo per tutto questo processo non basterà un mesetto!

    P.S. Bella la nuova grafica! Minimale ed elegante. Dove ci sono un gatto e Leopardi, allora ci sono anch'io!

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    1. Dici che sarà una morte lenta? Hai visto? era tanto che non cambiavo la grafica, se con questa ho la garanzia che ci sarai, insieme ai gatti, allora la lascerò.

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    2. Dico solo che sarà un processo lungo. Dubito che tutto possa avvenire in un solo mese. Oggi ho sentito che, se ci salviamo dai Maya, a febbraio dei meteoriti ci colpiranno...e poi dovremmo essere ottimisti?! Ma tutti gli studiosi non possono occuparsi di cose più importanti che traumatizzare noi? Uff...

      La grafica mi piace, ma vengo qui per i tuoi post, anche se metterai uno sfondo viola a pois gialli (e io odio i pois gialli) verrò comunque!

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  2. Eehhh, Leopadi è sempre Leopardi. Rimango sempre ammaliato e sorpreso dal suo italiano preciso come un compasso, potente, determinato e così sottilmente ironico. Se anche nella letteratura italiana avessimo soltanto lui ne avremmo già da vantarcene.
    Bella la nuova veste del sito. Più netta e precisa.

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    1. Ho sempre pensato che la vera lingua italiana fosse quella del Leopardi. Grazie, credo che questa grafica resisterà a lungo, al limite cambierò il gatto!

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