Curriculum vitae, storia di Lucio Lieto (quarta parte)

Rientro a casa e nel volto di mia madre vedo aria di grande evento: 
<<Ti hanno risposto al curriculum>> 
<<Quale ?>> 
<<Quello che hai mandato.>> 
Sapesse.
Lei vorrebbe che rispondessi subito io le dico che per essere sfruttati c’è sempre tempo, lei aggiunge che non è detto sia sempre così io, vedrai, e lei che bisogna essere ottimisti e che da cosa nasce cosa io che ho ormai una visione sterile della vita, telefono. 
Al termine della telefonata ho deciso che accetterò il colloquio come dire che tra essere disoccupato o sfruttato ho scelto la seconda prospettiva, così per variare. Mi suona come avariare. 
Così, mentre io mi sento sempre più avariare, mia madre mi dice che il blu dà sicurezza, il rever del cappotto tirato su è segno di aggressività, le scarpe devono essere pulite e i piedi in vista perché i piedi comunicano la nostra interiorità. Ok, ho capito tutto. L’esito del colloquio è tutto riposto nel mio piede numero 41. 
Ogni volta mi invento, se è un lavoro creativo mi dimostro estroso, se è un lavoro di responsabilità mi faccio vedere attento, se è un lavoro in cui è richiesta la presenza è un macello. Alla fine di un colloquio anch’io non ho capito bene chi sono. Alla fine di un colloquio però mi rendo spesso conto che non era me che stavano cercando ma una persona normale, senza ambizioni e possibilmente ventenne. Sono più plasmabili. (volgarmente, sfruttabili). 

<<Ha portato un curriculum ? >> 
Eccomi. Eccomi di nuovo. 
<<Scusi, ha portato un curriculum ?>> 
Eccomi sono io, ma so che non mi vede!

Ho anche una teoria sulla possibilità di trovare o no un lavoro, è la teoria dei “soliti nomi”. A chi poco più che ventenne mi dice: io lavoro sono tanto impegnata, sì mi pagano bene, se vuoi un lavoro lo trovi, a queste persone chiedo il cognome e guarda caso è sempre un nome già noto: la giornalista è la figlia del giornalista, il regista è il figlio del regista, il presentatore è il figlio incapace del ricco o dell’aristocratico. Mia madre fa la casalinga e non è un mestiere, mio padre, tutto di un pezzo, rifiuta le raccomandazioni. Ma non importa, è solo una teoria. 

Stasera vado ad una festa. Mi devo distrarre. Da qualcosa, non so bene da cosa, ma mi devo distrarre. 
Bella festa. A parte le luci che mi disturbano, a parte le persone allegre che mi disturbano, a parte la musica che mi disturba, a parte i vestiti degli invitati che mi disturbano, a parte tutto questo è una bella festa e mi sto forse svagando. Sì lo so che quando si pensa di fare qualcosa per divertirsi è scontato che non ci si diverta lo so, tutto ciò che rientra nel comportamento umano, negli istinti e nella psicologia lo conosco, forse dovrei comprarmi una abilitazione per fare lo psicologo e inventarmi questo mestiere e invece di chiamarlo studio lo chiamo impresa individuale, potrei. 
Questi ospiti, tutti vestiti di nero e le scarpe sono come vanno di moda adesso, le fibbie i tacchi larghi, le piante stile barca in alto mare, non c’è un particolare che sia originale che sveli nella persona che lo indossa la spinta o la voglia di essere distinguibile, di voler dire sono un’altra persona io. Tutti uguali, tutti conformi, tutti che pensano che il mal comune è un mezzo gaudio. Non voglio gaudire a metà. Esco. 
Non posso tornare a casa, è troppo presto il miei genitori penserebbero che non mi sono divertito o peggio non mi sono integrato. Quello che per loro è una maledizione per me è una benedizione. Ci deve essere stato un momento in cui le nostre vite si sono distaccate e poi contrapposte. Io, l’adolescente non ribelle, il primo della classe, la laurea con quasi il massimo della votazione, io che ho vegetato sulle decisioni che mi riguardavano perché le alternative non le conoscevo. E tutto quello che oggi ho è esattamente ciò che quel percorso intrapreso avrebbe dovuto evitare.
(Domani la quinta e ultima parte)
Curriculum vitae, storia di Lucio Lieto. Prima parte

5 commenti:

  1. «Se è un lavoro creativo mi mostro estroso». Dio mio, ma come cazzo è nata la fissazione del lavoro creativo? La convinzione che un lavoro possa essere divertente, formativo, allegro e stimolante... ma quando mai. I lavori sono, come scrive Lucio Lieto, un modo per sfruttarti, né più né meno. L'unica alternativa, probabilmente, è quella di essere tu a sfruttare. La dabbenaggine altrui, per esempio. In questo racconto si respira un'aria pesante, guasta, malata. Molto, molto simile al mondo reale.

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    1. Ma domani il racconto finisce, la realtà continua. Frase lapidaria, lo riconosco, ma ormai scrivo per epigrafi, potrei fare un libro dal titolo "Le mie lapidi". A domani.

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  2. "Non posso tornare a casa, è troppo presto il miei genitori penserebbero che non mi sono divertito o peggio non mi sono integrato."
    Ogni tanto lo penso anch'io.

    Spero che la tua storia abbia un lieto fine, Lucio.

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  3. Si direbbe che il più grosso problema di Lucio sia la madre....

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