Curriculum vitae, storia di Lucio Lieto (terza parte)

Sabato pomeriggio. 
Alla radio stanno trasmettendo musica da discoteca, lo speaker si finge disc jockey, tutti hanno un tono di voce che incita ad andare in discoteca. E’ tutto così omologato, scontato. Tutto questo mi toglie la vita. 
E’ il sabato pomeriggio la mia strage del sabato sera. Durante la settimana sono affaticato dal coma che mi trascina in questa ernia di vita, il sabato la parte di me in coma muore e si stacca. Per me la domenica è una tana. I miei genitori escono, vanno fuori città, io mi alzo tardi, esco con la tuta e vado a comprare giornali e cibo e, come fosse della refurtiva, la porto in camera e la divoro. Cibo e giornali. Se non fosse per la paura di un blocco intestinale mi nutrirei di giornali. La domenica sera esco, così quando i miei genitori rientrano, non mi trovano e sono contenti di poter pensare che mi sto svagando. Non vorrei mai essere un genitore con queste speranze. E io non ce la faccio più ad alimentare le loro mediocri contentezze: essere un po’ tranquillo, svagarmi un po’, distrarmi un po’, un pezzettino di pane ...di tutto quanto il possibile, solo un po’ è quello che gli altri sperano per me. 
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Non so se è una moda legata ai tempi o alle mie scarne frequentazioni, ma sempre più persone usano il verbo vomitare nei loro discorsi,<<per poco non vomitavo>>, <<se continuo così vomito>>,<<fa venire il vomito>> ecc.ecc. Ormai il vomito è l’unica interiorità che riusciamo a tirare fuori. Ci guardiamo sui tram, negli ascensori, sui marciapiedi e le nostre grida rimangono incatenate e quando escono sono vomito.

Lucio Lieto, mi dico il mio nome come scritto sull’ultimo curriculum che ho inviato e così mi penso: sulla carta non sono un perdente e durante quei cinque - sei mesi in cui ho lavorato tutti erano soddisfatti di me, io non lo ero molto di loro, datori di lavoro e colleghi, ma loro sì. Se camminassi per la strada come fossi il mio curriculum, camminerei a testa alta, guarderei le persone nel volto e alcuni, forse, li saluterei “buongiorno, bella signora” mica che poi lo sia, ma in quel momento lo penserei. Se fossi il mio curriculum sarei sintetico ma efficace e risoluto. Ma se esco dal curriculum mi vedo: cammino a testa bassa, non saluto nessuno, a volte non riconosco i conoscenti, in qualunque direzione vada ho sempre la sensazione di avere il sole contro gli occhi, quando vivo in comunità con gli altri non sono affatto risoluto e per dire un concetto che richiederebbe dieci parole ne impiego trenta e non è detto che ciò che dico venga compreso. 
Per ogni lavoro in cui mi propongo mando un curriculum diverso, come faceva la mia ex ragazza quando abbinava lo smalto delle unghie al vestito, un giorno poi si è tagliata le unghie cortissime e ha iniziato a portarle senza smalto e anche i vestiti cominciarono ad essere colore pastello: poi ci siamo lasciati, disse che ero  io che le toglievo lo smalto. Aveva delle unghie da strega, mi ricordo, e anche la risata era un susseguirsi di iih! Le potrei telefonare. Ma poi che le dico? Non mi è successo niente, durante questi otto mesi, che sia da raccontare. 
Mia mamma sarebbe contenta di avere una nuora, mio padre un nipotino, io una vita. Forse intorno ai quaranta anni. Io stesso sono stanco di questo pessimismo, ma posso solo sperare che il pessimismo si stanchi di me e mi abbandoni perché io non ce la faccio a lasciarlo. 
Le potrei telefonare... e se poi non mi riconosce? se devo dire: <<Io, Lucio… stavamo insieme otto mesi fa>>, io mi ricordo persone incontrate anni ed anni fa, ma non so quali siano le capacità di memoria delle persone, non so quanto io mi imprima negli altri. 
Di nuovo mercoledi e di nuovo cinema. 
<<Dicono che è bello.>> 
<<Chi lo dice ?>> 
<<La critica.>>
<<E il pubblico ?>>
<<Ci va.>>
<<Pubblico provinciale. >>
E così ci andremo anche noi.

Curriculum vitae, storia di Lucio Lieto (prima parte)

7 commenti:

  1. Continua la settimana del giovane disoccupato. Un'Odissea tascabile a raccontare una vicenda che ne contiene mille. Esistono storie che raccontano un momento del presente perché il futuro se ne giovi e il passato ne rifugga: «Mia mamma sarebbe contenta di avere una nuora, mio padre un nipotino, io una vita». Nulla da aggiungere

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    1. In un certo senso, la disoccupazione è un'odissea da fermi, Ulisse come fosse il gemello diverso del disoccupato. Grazie, mi hai dato uno spunto su cui riflettere.

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  2. Il sabato pomeriggio per me, ragazzo alla ricerca della prima occupazione, era una grande festa. Finalmente mi sentivo uguale a gli altri. Potevo andare in giro per le strade a testa alta. Era in settimana la vera tragedia: in casa con le tapparelle abbassate per non vedere che fuori c'era il sole....

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    1. E' vero, in un certo senso era un "far niente" approvato; e il sole poi, ci sono periodi della vita in cui sembra ce ne sia troppo.

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  3. Immagino che Lucio sarebeb triste anche con un lavoro. La mediocrità della vita in cui si trova e nella quale si crogiola è deprimente e lo involve in un'aspirale di sopravvivenza. Mi da i brividi un'esistenza così grigia e il modo grigio con cui guardare. Se l'intento era questo sei stata bravissima.
    Questo è quello che ha evocato in me. SEi sempre bravissima.
    Raffaella

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  4. "Durante la settimana sono affaticato dal coma che mi trascina in questa ernia di vita, il sabato la parte di me in coma muore e si stacca."
    Oh, Lucio... nelle tue parole la sofferenza della vita moderna delle persone perse nella cupa quotidianità senza speranza.

    Marcella, sei bravissima!

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    1. Già, e pensare che il mondo è così vasto e invece la quotidianità così cupa, sembra assurdo! Grazie.

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