28 novembre 2012

Curriculum vitae, storia di Lucio Lieto (seconda parte)

Giovedì 
Non ce la farò mai ad alzarmi, il materasso mi si è incollato addosso, mi pesa la parte destra, deve essere il fegato. Tasto con la mano la parte dolente per sentire se c’è un bozzo che possa sembrare un tumore: tutto liscio. L’intestino però, appena sotto lo stomaco, è rigido, è la colite spastica. Mi dico quello che mi direbbero gli altri: non è possibile che abbia malattie psicosomatiche con la vita tranquilla che hai: niente lavoro, niente datori di lavoro che ti sfruttano, niente moglie che ti assilla, niente figli da mantenere, niente mutuo da pagare, niente bollette, niente rate dell’auto, niente assicurazioni o contributi, niente suocere, niente cognati...chissà che avrò. Poi mi ricordo che siccome è giovedì dovrei essere contento e però non mi ricordo perché. 
Passo più di un’ora a decidere come vestirmi poi mi vesto come sempre. Faccio colazione, lentamente. Per le dieci e trenta sono pronto e scendo a comprare il giornale con gli annunci di lavoro: ai quindici curricula (cioè ai quindici me stesso) che ho inviato due settimane fa non ha risposto nessuno, ormai credo che gli annunci sui giornali siano tutti falsi, servono solo per fare pubblicità a basso prezzo ad alcune piccole aziende e commercianti. 
Scendo le scale già pulite: da disoccupato ho perso anche il profumo del detersivo da atrio. 
Compro il giornale: ha lo stesso prezzo del gratta e vinci e le stesse probabilità di trovare un lavoro o il jolly da un milione di euro. Salto le colonne degli Speedy boys, salto la colonna degli agenti, salto le belle presenze, gli età minima 18, 21, 25, 27, salto il volantinaggio per gli studenti che hanno tempo libero, salto anche...dalla prossima settimana compro un gratta e vinci. 
Ho ancora un paio di numeri da chiamare: li chiamo, mi risponde al primo una segretaria che non sa niente, se cercano personale, a chi potrei rivolgermi, quando richiamare. Ringrazio e riattacco: potrei fare il segretario. 
Al secondo continuano a pregarmi di attendere, che stanno inoltrando la chiamata, che se non rimango in linea perdo il diritto di chiamata, dio che ansia. Riattacco. 
Un mare di?
Non so che fare, non so che dire e per oggi non ho niente da fare: è mezzogiorno e quaranta e la mia giornata è conclusa, giorni di ventiquattro ore che si riducono a due ore di ricerche. Peccato la laurea, peccato la creatività, l’intelligenza, l’iniziativa, tutte caratteristiche che come cadaveri non ancora del tutto sepolti mi navigano nel cervello, le ho avute queste caratteristiche? o forse me le sono immaginate o, peggio ancora, qualcun altro mi ha detto che le ho. Non lo so, non so che fare, non so che dire e soprattutto non so che dire a me stesso. Ci vivo troppo insieme a me stesso che ormai mi annoio solo a raccontarmi i pensieri di cui non seguo più il percorso: non so come inizia un mio pensiero e come si conclude, mi annoia ripetermi gli stessi progetti. E non mi va neanche di sperare in, in... in che ? boh, non lo so. Peccato anche l’ottimismo che avevo imparato. 
Oggi però è giovedì e non ho colpe. Domani è venerdì e girano le streghe. Sabato escono tutti. Domenica è sacra per molti. Lunedì è tutto chiuso. Martedì e mercoledì stanno in mezzo a tutto questo. 
Mi manca una bella canzone, mi manca un bel film, mi manca una vittoria o una soddisfazione, mi manca un sorriso disinteressato, una risata stonata, una pacca sulla spalla che non sia data per consolazione, mi manca salire le scale di corsa, una voce al telefono che annunci un evento che mi riguardi, mi manca la consapevolezza di esserci.

Rientro in casa, mi tolgo il giubbotto di jeans e accendo la televisione: programma dedicato ai trentenni. No, vi prego no!
<<Che cosa succede ?>>
<<Niente mamma, niente.>>
<<Mi sembrava di aver sentito gridare.>>
<<La televisione.>>
<<Che cosa c’è ?>>
<<Niente mamma, niente.>>
<<Perché non vai a comprare il pane, giusto un pezzettino.>>.
Spengo la televisione, mi rimetto il giubbotto e vado a comprare il pane, un pezzettino.
Mia mamma mi manda a comprare il pane perché mi senta utile come si fa con il nonno malato. Siamo una famiglia in cui non manca niente, solo quel pezzettino di pane per sentirmi utile e che, fra un quarto d'ora, porterò a casa prima che il programma sui trentenni sia terminato.
<<Metà ?>>
<<No un po’ meno grazie.>>
<<Così ?>>
<<Ecco sì, giusto un pezzettino>>.
Mi sento osservato, le donne casalinghe mi guardano saccenti: hanno capito sono disoccupato e mia mamma mi usa così, anche loro hanno dei figli o dei nipoti trentenni.
<<Nient’altro?>>
Stronze.
<<Due etti di prosciutto, un etto di olive nere e ...sì, mezzo chilo di spaghetti.>> tié.

9 commenti:

  1. Il racconto mi ricorda molte, troppe cose che io e tanti altri abbiamo vissuto sul serio.
    E' vero anche il fatto che spedire curricula non serve a niente, come è vero che nelle aziende ti fanno perdere sempre e solo tempo.
    Angosciante il particolare dei programmi sui trentenni (in cui magari chiamano esperti ottantenni come Roberto Gervaso che spiegano ai giovani quanto belli e fighi erano loro da ragazzi).
    Insomma, tutto drammaticamente reale.

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    1. Ma, infatti, questo è un racconto sulla realtà e ti dico di più: l'ho scritto all'inizio degli anni '90 e l'ho tenuto lì, nel PC, fino ad oggi, anzi, ieri:).
      Riguardo ai programmi, a me è capitato di sentire Liguori che, rivolto a dei giovanissimi, ha detto di stare zitti che poi avranno tempo in futuro per parlare. Come se il diritto di parola si acquisisse da adulti (in Italia, verso i 50 anni quando, una volta ora non più, una persona aveva raggiunto anche una certa posizione sociale ed economica). I tempi di Gervaso erano fecondi perchè nel dopoguerra, ovviamente con sacrificio, ma c'era tutto da ricostruire; qualsiasi persona era utile, ma oggi?

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  2. In fondo una storia non troppo diversa dalla mia. In fondo anch'io guardo la vita dall'angolo del disoccupato, sia pure avendo alle spalle un'intera vita. Brrr, grazie Orlando, in fondo trenta e passa anni di vita non cambiano il modo di vedere il mondo né cambiano il giudizio verso le azienda. Anch'io ho ricevuto centinaia di richieste di lavoro, così tante da deprimermi o da mettermi di cattivo umore. E non scherzo, giuro. Adesso non mando in giro il mio curriculum vitae, ho una certa età e voglio evitare di comprare il giornale solo per leggere che cercano soltanto max trentenni con esperienza ventennale.

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    1. E nè troppo diversa dalla mia. E' vero, a volte le proposte di lavoro sono più offensive di un sincero insulto, ti fanno sentire una nullità più che il non avere un lavoro. Ci sono ancora 3 puntate spero di non deprimervi a tutti!

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  3. Ci siamo passati tutti. Con la differenza che una volta la situazione era meno tragica di adesso. Ai miei tempi l'appuntamento fisso era il Corriere della Sera del venerdì (non so se lo è ancora per i ventenni di oggi).
    Oltre al Corriere, dove bene o male si faceva sul serio, c'era "Secondamano", dove potevi trovare solo offerte di volantinaggio e di vendite porta a porta. Nulla che ti poteva dare un qualche barlume di speranza... ci ho anche provato... mesi e mesi ad infilare volantini nella caselle di tutta la Lombardia.... alla fine del periodo le spese erano state superiori ai guadagni... e meno male che c'erano papà e mamma.

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    1. Tramite l'inserto "Corriere lavoro" ho trovato il mio primo lavoro a Roma, campo pubblicitario. Come direbbe una vecchia: "bei tempi!"

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    2. Beh, in un certo senso anche la mia attività di volantinaggio si potrebbe definire "campo pubblicitario"

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    3. Be' infatti, distribuivi quello che io inventavo :)

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  4. Che realistica tristezza ispira questa storia!

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