Io e il mio vestito

Un ponte è un guado che ti hanno impedito di fare, una piroga che non è stata necessaria. Se il ponte è carrabile puoi soffocare per lo smog e i rumori, se è pedonale puoi essere aggredito da chi ne ha fatto la sua dimora. Di solito scelgo i secondi forse per vivere l’avventura di quel guado che ci è stato impedito. Camminando su un ponte pedonale mi immagino vestita come una donna dell’800, un ponte è anche questo: un collegamento con il passato, non solo tra due vie. Giurerei che sono stata donna di fine 800: il corpetto, il décolleté bianco libero da collane, un vestito azzurro polvere di taffettà, stivaletti stringati; pioverebbe e non avrei un ombrello perché lo riterrei un oggetto da uomo, sarei così sempre raffreddata e il mio pallore indurrebbe la gentilezza dei bruti e la perversione degli animi nobili. Le braccia sarebbero spesso nude, lunghe e pallide percorse dalle vene turchesi. Sono caratteristiche che ho, ma sono in netto ritardo per l’800. 
Edward Munch, Donna sul ponte
Alla fine di un ponte si arriva su una strada: ci si trova sputati lì, come il fiume che vomita la sua acqua nel mare (rimanendo fiume) senza cambiare identità. Una guerra distruggerà il ponte che sarà poi ricostruito, ci sarà la siccità ma la pioggia tornerà e con essa tornerà il fiume. 
Ah felicità su quale treno della notte viaggerà, canzone di Lucio Dalla, me la canto un po’ ma finisce quasi subito perché non la so, mi dico che se avessi avuto una figlia l’avrei chiamata Futura, questa la so tutta e me la canto. 
“e come potevamo noi cantare ... dagli atri muscosi dai fori cadenti dall’arse fucine stridenti...” 
Cantare per crearsi un’oasi, scrivere per inventarsi un mondo, ballare per non toccare il terreno, dipingere per colorarsi l’esistenza, sono tutte droghe naturali e di una di queste ho dovuto abusarne. Ma si basano sulla forma forse non sono così naturali. 
E’ un gregge di nuvole il cielo oggi. In cielo, se uno prende gli aerei che prendo io, non c’è niente: né televisione, né telefono, gente che suona il campanello, odori. Nessuna notizia buona o cattiva ti può raggiungere, l’unica buona notizia è l’avvenuto atterraggio, l’unica negativa l’esplosione dell’aereo ma le vivi direttamente, nessuno le comunica. Lassù non esiste l’umanità. 
- Mi dai un po’ di spiccioli ?- 
Faccio un gesto come dire non ho un cent sorridendo: 
- Madò, ci ha sorriso !- 
Certo che ti sorrido forse domani saremo vicini di scatolone sotto il ponte. Tutti i limiti sono così sottili: dalla gioia alla depressione, dalla vita alla morte, la vita si può rivoltare da un momento all’altro. Come il mare, l’alto mare. Il mare profondo che nel suo profondo pensa di rivoltarsi a tutto ciò che lo naviga, che senza chiedergli il permesso lo percorre, lo vive. Solo chi possiede una profondità può esplodere in un terremoto, in un maremoto, in un’eruzione e nella follia. L’esplosione ha radici profonde. 
Alla fine del ponte, un uomo sta rovistando in un cassonetto, c’è chi si nutre dei miei rifiuti, rovista e non trova niente. Richiude il cassonetto come io richiudo il frigorifero la domenica sera. Indossa i pantaloni di un pigiama, ha la magrezza solitaria dei malati di AIDS, la bocca socchiusa per un grido incatenato alla bocca dello stomaco, io lo osservo e non faccio niente, lo osservo e non gli do nessun aiuto. Ci guardiamo sui tram, negli ascensori, sui marciapiedi e le nostre voci rimangono incatenate. 
Attraverso la strada e sono al capolinea. 
- I figli dei filippini sono eschimesi.- 
Anche oggi sul tram c’è un matto. 
- Guarda, guarda sono tutti eschimesi. Sai bella perché io prendo il tram?- si rivolge ad una signora che sta lavorando a maglia. 
- No, eh? Te dico io il perché: il tram è un altro mondo.- 
E’ vero, sul tram si oblitera, sul tram non si parla al conducente, sul tram in caso di emergenza bisogna munirsi dell’apposito dispositivo collocato a fianco dello sportelletto, sul tram non c’è aria condizionata, a volte sul tram non c’è aria; sul tram i posti sono riservati a mutilati o deambulanti per motivi civili, mica come i posti a teatro. Sul tram si spera di non incontrare il matto che davanti a tutti ti insulterà, perché la scelta vittima di un matto una qualche colpa la deve pur avere. 
Ma è la fermata del tram che mi uccide. Sei felice? me lo chiedo in seconda persona ogni volta che cammino per la strada; mi rispondo quando ho più tempo, alla fermata, mi rispondo che mi pare di no ma non me ne preoccupo, cammino, ci vedo, ci sento, qualche impegno ce l’ho. Certo non sono lo spaventapasseri che sento di essere: le braccia aperte in mezzo a un campo, un cappellaccio, ecco sì un cappellaccio sarebbe stato importante averlo, anche bucato, sfondato ma con una grande tesa. Potrei indossare anche per me spaventapasseri il vestito stile 800 che indosso sul ponte, più malandato, di qualche centinaio di anni più vecchio. E' importante che sia un po' strappato, per sventolare di più.
Nei secoli a venire mi adatterei quello stesso vestito; quando mi affeziono ad un vestito, può diventare me stessa. La mia vita sarebbe la storia di un vestito. Forse è per questo che mi tengo lontana dai negozi che vendono abbigliamento usato: sono altre vite, altre storie di cui non posso appropriarmi.
Il ponte visto come "entrata" nel post La magia del giardino

6 commenti:

  1. Un racconto come una serie di immagini, di pensieri, di interrogativi. Più simile a un testo dedicato a se stessi che a un racconto, ma penetrante, con uno stile personale.
    È vero, comunque, i tram sono luoghi perduti, dove valgono altre leggi. Le si coglie meglio quando capita di prendere uno degli ultimi tram, a tarda notte.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Volevo descrivere una sorta di passeggiata attraverso le immagini o i pensieri che capita di avere mentre si cammina da soli. Sul tram, la mente e l'immaginazione, secondo me possono avere molti stimoli. Grazie.

      Elimina
  2. Bello, Orlando! Mi sembrava di essere lì, sul ponte, sul tram, a pensare... pensare è bellissimo e tristissimo a volte. In parte condivido il tuo destino: "Sono caratteristiche che ho, ma sono in netto ritardo per l’800". Eh, già... ci adatteremo mai a questo mondo "nuovo"?

    RispondiElimina
  3. Mi rimbalza nella testa la parola "taffetà". Non la sentivo usare da almeno 30... anche 40 anni. Non ho mai capito cosa fosse, ma credo che un tendone nella casa dove abitavo da bambino fosse fatto di taffetà...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mica era azzurro come il vestito, il tendone? Anche a me ha sempre colpito la parola taffetà (ricorda il suono di qualcosa che rimbalza) e la stoffa è croccante: taffetà..taffetà...

      Elimina