12 maggio 2012

Treni e fischi di capistazione

Sul treno si sedeva sempre accanto al finestrino, in senso opposto alla direzione: la svagava vedere il mondo sfuggirle dallo sguardo, osservare oltre il suo profilo riflesso nel finestrino il mondo che si allontanava: alberi, monti, paesetti sembrava che, dalla sua immagine riflessa, venisse espulso ciò che i passeggeri seduti di fronte a lei invece ingoiavano. Giocava a nascondino con i lineamenti oscurati nel riflesso, li cercava: le piaceva la bocca che ritrovava sul finestrino, nello specchio era decisamente pallida ma l'ombra sembrava donarle il suo rossetto ideale. Per questa ragione aveva sempre lo sguardo basso quando era in treno, non per timidezza, ma per la meraviglia di scoprire in un volto, altrimenti insignificante, la traccia di un possibile ideale in ombra.
Foto www.sxc.hu
Se talvolta si rivolgeva agli altri si incantava a guardare i volti delle donne, gli uomini erano impegnati dai discorsi con il vicino di posto, chi leggeva il giornale e chi si dirigeva a lavoro, ma dove andavano quelle donne dai volti intensi, con gli occhi oltre la meta del loro viaggio, donne meste, alcune con gli occhiali scuri per raggiungere indisturbate la conclusione dei loro pensieri.
“E' difficile, guardando il volto di una donna, capire dove sta andando o cosa sta lasciando, una donna non è mai dove la vedi.”
Il viaggio dentro se stesse arriva al capolinea, ci si appresta a scendere, ci si aggiusta il vestito e così facendo ci si conforma agli altri. Ci si conforma e si muore.
Fischi di freni e di capistazione.

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