Il simbolo dell'Albero e gli Uomini Verdi scolpiti nella pietra

"Non meno della effigie degli Dei, non meno dei simulacri d'oro e d'argento, 
si adoravano gli alberi maestosi delle foreste." (Plinio il Vecchio)

Foto: Kaolina V Firenze
L’albero collega la terra al cielo e come tale è considerato un simbolo assiale. Le sue radici lo tengono saldato alla terra e possono arrivare a grandi profondità, le sue foglie sono sempre rivolte al cielo in cerca della luce. Fin dalle più antiche civiltà l’uomo è rimasto colpito da questo legame, tanto che l’albero è stato protagonista nella mitologia di tutti i popoli e nella spiegazione cosmica di molti avvenimenti; l’albero “sa” cosa accade in alto e “sa”, allo stesso tempo, cosa accade negli inferi. Per la tradizione giudaico-cristiana gli alberi sono una rappresentazione dello spirito, nel paradiso terrestre vi era infatti l'albero della Vita e della Conoscenza. 
Nell’epopea di Gilgamesch, l'albero della vita dava i frutti per ottenere l'immortalità e quel frutto era chiamato "Il vecchio diventa di nuovo giovane" ciò, oltre a sottolineare il continuo nascere e morire della vita, sottolinea  una caratteristica della pianta che, anche se tagliata o apparentemente secca, spesso è capace di mettere nuovi germogli, tanto che certificare la morte di una pianta non è una constatazione immediata. Zeus era identificato con la quercia per cui molti riti e celebrazioni e, in seguito leggende, erano dedicate a questa pianta; spesso attorno ad un albero consacrato a Zeus (ma molti altri dei avevano il proprio albero) veniva innalzato un recinto sacro, un  tempio che al centro aveva l'albero. Esiodo ed Omero, con l’espressione <<discorrere della quercia e della roccia>> intendevano <<parlare dell’uomo che nasce dalla quercia e dalla roccia>>:   l'uomo discende dalla  pietra sacra (simbolo della vita statica, la Terra) e dall'albero primordiale (soggetto a cicli di vita e di morte, ma anche dotato del potere di perpetua rigenerazione; aspetto dinamico della vita).  Abbiamo molti miti in cui la Dea Madre partorisce un figlio senza padre, un figlio che è posto sulla terra per aiutare l'umanità nei suoi bisogni, per alcuni miti questo figlio è proprio l’albero.   

Orlando di Virginia Woolf e di Sally Potter

Lord Orlando (Tilda Swinton)
Lady Orlando
Orlando nasce il 17 marzo del 1928 all’una esatta: <<Ho scritto questo libro più velocemente degli altri: ed è tutto uno scherzo; allegro e di rapida lettura, credo; una vacanza per lo scrittore>>. Il tono di Virginia Woolf sembra distaccato rispetto all’entusiasmo che la stessa ha manifestato, sempre nel suo diario, nelle prime fasi del concepimento del libro:  <<…non faccio niente, niente, niente altro da una quindicina di giorni; mi sono slanciata un po’ furtivamente ma con grande passione su Orlando: una biografia. Sarà un libro piccolo, finito per Natale […] cammino facendo frasi; mi seggo, inventando scene; in breve mi trovo al centro della più grande infatuazione mai capitata…>>. E’ un sintomo che gli scrittori conoscono bene, quello di mettere una distanza dalla loro opera una volta che questa si è conclusa; lo scrittore si prepara all’abbandono, a dare in pasto ad un pubblico la sua creatura. Virginia, dopo pochi giorni, arriverà perfino a definirlo <<rozzo e nauseante>>: sì, lo ama e lo deve lasciare. Fortunatamente non lo può incendiare, come vorrebbe, le stampe se ne sono già impossessate e si preannuncia come un successo. Fino ad oggi.
Entusiasta di questo libro sarà invece Vita Sackeville-West, l’amata di Virginia e protagonista di Orlando: <<…come hai potuto appendere una veste così splendida ad un attaccapanni così povero […]. Inoltre, hai inventato una nuova forma di narcisismo – confesso – sono innamorata di Orlando – questa è una complicazione che non avevo previsto>>. Potenza della scrittura vera che dipinge l’animo vero ma d’allora Vita adatterà a se stessa sempre più un’immagine androgina, anche indossando abiti maschili.
Vita, moglie, madre, corteggiata da uomini e da donne, adesso ha nei suoi pensieri anche Orlando mentre Virginia sposata senza entusiasmo, senza figli e in guerra eterna con la sua parte femminile, svuotata andrà sempre più alla deriva.

Una tassa sugli animali domestici? No, però...

Un tempo, amici delle donne
anziane che vivevano sole, vennero
 associati alle streghe e al diavolo.

Tassare l’unica compagnia di migliaia di anziani; tassarlo come se fosse un “oggetto” di lusso. Ci tasseranno anche gli amici? Ci tasseranno ogni volta che faremo un sorriso? Allora dobbiamo davvero liberarci dei cani, dei gatti, veri amici che ci fanno ridere solo a starli a guardare! Sembra che accarezzare un gatto tenga a distanza l’infarto. Gli animali domestici dovrebbero avere un assegno di accompagnamento per quanto sono capaci di aiutare i loro “proprietari” a combattere la solitudine, la depressione, i lutti. Potrebbero tassarci i pensieri, quelli inespressi, quelli che non riveliamo a nessuno. Potrebbero tassarci i metri di strada che percorriamo in un giorno, ma non mi riferisco ai pedaggi autostradali e alla benzina, no mi riferisco alla strada percorsa a piedi: << Scusi lei quanti passi ha fatto da quando è uscito di casa?>> << Mah, saranno 300!>>  <<Bene, 30 euro.>> <<E se torno indietro subito?>> <<Sempre 300 passi, quindi altri 30 euro>>. E così rimarremo lì, senza soldi per andare avanti e senza soldi per ritornare indietro. 

Mi sento un Kappa

Si sta purtroppo avvicinando l’estate, a colpi di gradi centigradi comincia a colpirmi ed infierire sulla mia pelle, sulla testa, contro gli occhi e così ogni anno, in questo periodo, mi vengono in mente i Kappa. Ne ho una vaga reminiscenza come figure della mitologia giapponese che vanno in giro con in testa una ciotola d’acqua e, se l’acqua evapora, il Kappa muore. Io mi sento così e, così sentendomi, sono andata sul web per vedere cosa si racconta di questi miei fratelli Kappa. Kappa, detto anche Kawataro ossia ragazzo-fiume appartiene alla categoria più ampia degli Yokai, spiriti che possono essere malvagi o, talvolta anche ben predisposti verso gli uomini. Vivono, come dice il nome (kawa vuol dire fiume), nei pressi dei fiumi, laghi e stagni. Non so se in base al maggiore o minore movimento dell’acqua sia legato anche il temperamento del Kappa: acqua stagnante=Kappa inoffensivo; acqua agitata=Kappa malefico. 
Non essendo mai stati avvistati (!!) il loro aspetto è basato su di un mix di animali conosciuti: spesso con un corpo simile a quello della rana, o delle scimmie; a volte descritti con facce scimmiesche, più spesso con visi forniti di lunghi becchi simili a tartarughe. Abili nuotatori, hanno mani e piedi palmati. E, a questo punto, arriviamo a ciò che mi ricordavo io: hanno una depressione piena d’acqua in cima alla testa! Tale depressione è circondata da irti capelli, per questo l’aspetto fa pensare ad una ciotola. Da questa depressione sulla testa deriva la forza incredibile del Kappa che, per essere sconfitto è necessario fargli rovesciare l’acqua. Ma come fare per far sì che il Kappa rovesci il suo contenuto vitale? Semplice: indurlo ad un inchino di saluto che in Giappone non si può assolutamente rifiutare. Altri racconti dicono che quest'acqua permette ai Kappa di muoversi sulla terra ed una volta svuotata, la creatura è immobilizzata; se un essere umano ridona la vita al Kappa riempendogli la fessura sulla testa, il Kappa sarà il suo servitore in eterno. Oltre al rispetto per l’inchino sono contrari a rompere un giuramento per cui la parola di un Kappa che ha stretto amicizia o sottomissione con un uomo è sacra, per questo alcuni santuari shintoisti sono dedicati all’adorazione di un Kappa. 
Tra i motivi per cui a questi kami sono dedicati dei templi c’è la loro capacità di curare le ferite e la conoscenza dell’arte ortopedica. Il loro cibo preferito sono i bambini e i cetrioli: una tradizione vuole che i genitori incidano il nome dei loro figli su dei cetrioli e poi li gettino nell’acqua in modo che i Kappa che la infestano si plachino e non assalgano i bambini.

Dove va il Sole a mezzanotte?

A zig - zag tra i fiordi mi dirigevo a Capo Nord, “devo vedere il sole a mezzanotte, circondarmi di acqua.”
L'unico essere vivente, a parte i pochi turisti che erano con me, fu un'orca che passò sgusciando agilmente sotto il rompighiaccio.
Faceva freddo e dalle vicine cascate arrivavano spilli ghiacciati a bucarmi il viso.  Ciononostante rimasi appoggiata alla balaustra della nave e continuai ad inebriarmi di freddo, di acqua e di blu.
Cercavo di sentire se quel mare racchiuso tra i fiordi avesse un rumore che mi riportasse alla mente il suono dell’unico mare che avevo conosciuto, quello più libero e salato.
Ascolta, diceva a me stessa: questo non fa lo stesso rumore, non ti ottura le orecchie senza permettermi di identificare ogni singola eco da collegare al proprio movimento d'origine. Il mare del Nord grazie all'altitudine che sembra acuire l'udito, ti permette di percepire ogni suo movimento a cui appartiene il rispettivo suono.
Senti come il fragore della cascata, altissima, rimbomba nell'incavo del fiordo e il frastuono dello scroscio dell'acqua si confonde con la sua stessa eco che in quei fiordi prende forma. Anche l'onda che batte sulla sponda ghiacciata non è la stessa onda del mare che si riversa su se stessa ma, più lenta, più sinuosa, aderisce alle pareti da lei levigate e ondulate poi, si ritrae donando un rinnovato strato di luce. Ma il suono più bello è quello del ghiacciaio che si sta spaccando.
Pensavo ai miei quadri: l'effetto dell'acqua che ondulava il colore come si rendeva? e le cascate formate da una miriade di stalattiti in fuga ?
Destinata a sentire più fortemente di altri l'ansia della monotonia, ho sempre amato e forse invidiato l'incostanza dell'acqua.
Tramonto norvegese, courtesy by Hokki 
Salii sul ponte e così lo vidi: lì davanti fermo e tremolante come un mollusco sul buio fondale del mare circondato da alghe flessuose.
Sembrava lo avessimo scovato di nascosto, sorpreso alle spalle. Guardavo il sole e mi sembrava come di averlo scovato nell'intimità della sua casa, della sua tuta slavata, intento a cuocersi un uovo al tegamino da mandare giù senza compagnia seduto ad una tavola senza tovaglia. I flashes si accanirono su di lui come su una vecchia attrice violata nella sua privacy di ex - bella. Basta andiamo via, è sufficiente quello che abbiamo visto, lasciamolo in pace, stavamo uccidendo la sua meritata solitudine.
Avevo scoperto dove stava di casa il sole e questo mi rendeva  triste.
E' sufficiente trovarsi a Capo Nord per vedere umiliata la grandezza del sole. Non mi è mai piaciuto il sole, per non dire che lo detesto, ma in quel momento quel mollusco cangiante mi fece compassione.
- Su ora dormi ché è buio.-
- E il sole dove dorme?-
- Lui non dorme mai, poverino.-
- E che fa?-
- Va a svegliare altri bambini per mandarli all'asilo.-
- Vanno all'asilo quando io dormo?-
- Certo, perché quando qui è buio da loro c'è il sole, quando tu vai a letto loro si alzano e quando vanno a letto loro ti alzi te.-
Vivevamo a turni quindi.
Pensai che fosse stato tutto un inganno e che in verità, dopo una giornata di lavoro, il sole si rifugiasse quassù a casa sua, umile come nessun altro.

Tutti i diritti riservati 

Treni e fischi di capistazione

Sul treno si sedeva sempre accanto al finestrino, in senso opposto alla direzione: la svagava vedere il mondo sfuggirle dallo sguardo, osservare oltre il suo profilo riflesso nel finestrino il mondo che si allontanava: alberi, monti, paesetti sembrava che, dalla sua immagine riflessa, venisse espulso ciò che i passeggeri seduti di fronte a lei invece ingoiavano. Giocava a nascondino con i lineamenti oscurati nel riflesso, li cercava: le piaceva la bocca che ritrovava sul finestrino, nello specchio era decisamente pallida ma l'ombra sembrava donarle il suo rossetto ideale. Per questa ragione aveva sempre lo sguardo basso quando era in treno, non per timidezza, ma per la meraviglia di scoprire in un volto, altrimenti insignificante, la traccia di un possibile ideale in ombra.
Foto www.sxc.hu
Se talvolta si rivolgeva agli altri si incantava a guardare i volti delle donne, gli uomini erano impegnati dai discorsi con il vicino di posto, chi leggeva il giornale e chi si dirigeva a lavoro, ma dove andavano quelle donne dai volti intensi, con gli occhi oltre la meta del loro viaggio, donne meste, alcune con gli occhiali scuri per raggiungere indisturbate la conclusione dei loro pensieri.
“E' difficile, guardando il volto di una donna, capire dove sta andando o cosa sta lasciando, una donna non è mai dove la vedi.”
Il viaggio dentro se stesse arriva al capolinea, ci si appresta a scendere, ci si aggiusta il vestito e così facendo ci si conforma agli altri. Ci si conforma e si muore.
Fischi di freni e di capistazione.

La Piccola Fiammiferaia

Bambina che accende il faro
Stampa di fine 800
Come può uno scoglio arginare il mare…questo stava pensando la Piccola Fiammiferaia mentre dalla finestrella del suo faro osservava il mare che la circondava; perché la Piccola Fiammiferaia, a differenza di ciò che ci hanno voluto far credere, non accendeva fiammiferi, no lei accendeva i fari.





La magia del giardino: Il Giardino delle Delizie di Bosch

Trittico Il Giardino delle Delizie, Hieronymous Bosch
Il trittico somiglia più ad un libro che ad un quadro, lo si può aprire e osservare: prima la parte sinistra, poi la centrale e infine la parte di destra. Di solito è un percorso, un racconto; c’è un’evoluzione: il trittico è chiuso e c’è quella determinata situazione dipinta sulla “copertina”, lo si apre ed ecco lo svolgimento, la trama. La “copertina” è stabile il “libro” è dinamico. Nel Giardino delle Delizie di Bosch quando le ali laterali del trittico sono chiuse sulla parte centrale, è visibile il disegno sui pannelli esterni. Si tratta di una rappresentazione del mondo sferico, forse il mondo nel terzo giorno della Genesi, realizzato con la tecnica della grisaglia, cioè sfumature a monocromo di bianco e grigio, tecnica ideale per rappresentare la creazione prima e dopo la Luce, ossia prima della creazione del Sole e della Luna. Aperto il trittico ci troviamo davanti ad un’esplosione di colori vivaci, da un paesaggio morto e desolato ad un brulicare di una infinità di creature tra il mito e la realtà (elefanti, unicorni, uccelli e pesci in gran quantità). Sulla sinistra abbiamo la raffigurazione del Paradiso terrestre. In primo piano, Adamo ed Eva, quest’ultima tenuta per mano non da un Dio, ma da un Cristo terreno. Nel centro del pannello di sinistra e in quello centrale si ergono due fontane? 
Il Trittico chiuso
O forse sono due alambicchi, sorta di crogiuolo da cui escono, dal primo degli animali e, dall’alambicco del secondo pannello, degli uomini. Forse anche nel terzo pannello, immagine dell’Inferno, l’alambicco è presente, potrebbe essere l’uovo rotto e la faccia dell’uomo che sorregge sulla testa una cornamusa, un alambicco che getta dannati nell’acqua dell’Inferno? Il colore del primo alambicco è rosa come le vesti di Cristo, come se avesse creato gli animali ed Adamo ed Eva nello stesso momento e con le stesse intenzioni; animali e uomo potrebbe essere simili. Gli uomini, nel pannello centrale, fuoriescono non solo dall’alambicco ma anche da uova, da pesci e, nella maggior parte, da ampolle di vetro o da provette. E se volessimo andare oltre il tempo di Bosch e pensare che fosse un veggente? Se in quegli animali che da pesci escono dall’acqua e si trasformano in anfibi e rettili; se quegli uomini misti a rettili (alcuni hanno la coda, l’uomo e la donna nel lago centrale hanno la coda delle sirene; in basso in primo piano un uomo sta uscendo da un uovo ed un uccello gli dà con il becco del cibo, come lo considerasse un suo pulcino) se fosse un’idea di evoluzione della specie? Come se l’uomo di Bosch nascesse, o meglio, avesse origine da tutte le altre specie. Una risposta alla domanda “da dove veniamo”? Dagli uccelli, dai pesci, dai molluschi delle cozze e creati da un Cristo terreno che tiene Eva per mano e non da un Dio invisibile. In alto è il trionfo della più pura visionarietà di Bosch, che si concretizza in una fontana di pietra dalle guglie più fantasiose, dove si svolgono acrobazie amorose, posta al centro di uno specchio d’acqua in cui i quattro versanti fluviali sono forse i 4 fiumi dell’Eden: il Tigri, l'Eufrate, il Pison che circondava la terra di Avila, e il Ghihon che circondava la terra di Etiopia. La presenza di strumenti musicali, che sembrano sostituire la presenza degli animali, ha indotto gli studiosi ad intitolare il pannello di destra del trittico con Inferno musicale, vi si riconoscono arpa, liuto, cornamusa, flauto e tamburo, non di rado impiegati per seviziare le anime dannate. Centrale è la figura dell’enorme uovo rotto con gambe-albero poggiate su due barche, sembrerebbe che il volto sia un autoritratto di Bosch. Più in basso una specie di uccello seduto su un seggio mentre sta ingoiando un uomo, che verrà espulso all’interno di bolle; al momento della morte ritorna l’immagine dell’involucro sotto forma di bolla, uova o ampolla.

Un'altra poesia dei doni


Ringraziare voglio il divino
labirinto degli effetti e delle cause
per la diversità delle creature
che compongono questo universo singolare,
per la ragione, che non cesserà di sognare
una mappa del labirinto,
per il volto di Elena e la perseveranza di Ulisse,
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità,
per il duro diamante e l’acqua libera,
per l’algebra, palazzo di perfetti cristalli,
per le mistiche monete di Angelo Silesio,
per Schopenhauer,
che forse decifrò l’universo,
per il fulgore del fuoco
che nessun uomo può guardare senza uno stupore antico,
per il mogano, il cedro e il sandalo,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede,
per certe vigilie e giorni del 1955,
per i rozzi mandriani che nella pianura
spronano le bestie e l’alba,
per il mattino a Montevideo,
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultimo giorno di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo si dissero
da una croce all’altra croce,

La magia del giardino: l'entrata

Quanti di noi "coltivano" il sogno di avere un piccolo giardino, un terrazzo che sembri una piccola oasi nelle nostre città, un pezzetto di paradiso. Questo collegamento tra giardino e paradiso non è un banale modo di dire che esprime un' esigenza psicologia degli ultimi anni, se riflettiamo il primo e più famoso giardino è quello del paradiso classico, il Giardino dell’Eden. Simbolo di innocenza, di innocenza perduta “grazie” a un frutto di quello stesso giardino. Scacciati dall’Eden, Adamo ed Eva, trasmetteranno ai loro discendenti la nostalgia per quel giardino. E così coltiviamo il nostro piccolo paradiso. Il giardino paradisiaco, intesto come luogo ameno, è stato spesso associato per contrasto al labirinto: il nostro percorso di vita per raggiungere una parvenza di conoscenza è un caotico labirinto. Ma il labirinto può essere inteso anche come soglia d’entrata o di passaggio; a questo proposito  vi riporto un estratto de La soglia, dal simbolo alla società, di Lidia Zitara. In questo testo, che potrete leggere interamente sul suo sito,  l’autrice spiega i vari tipi di soglia di un giardino: labirinti, tunnel, ponti, scale ed archi. Il giardino, benché visibile a tutti alla luce del sole, è in realtà ricco di magia e mistero non meno dell'oscuro bosco (vd. post: Il bosco e la mente, ovvero il bosco nelle favole) a cominciare dalla soglia d'entrata:

Giardino di Bagnaia foto
(…) La variante più elaborata della soglia è il labirinto. Il labirinto non è una creazione esclusivamente occidentale, ma si ritrova in tutte le culture del mondo, dalle tavolette di Babilonia, ai muri di Pompei, ai circoli spiraliformi dei Celti (i cui disegni ornamentali ispirarono una sorta di variazione giardinesca del labirinto: il knot garden di epoca Tudor). In alcune culture il labirinto è considerato un sistema per allontanare e sviare gli spiriti maligni, in altre come un viaggio iniziatico. Esistono due tipi di labirinto: quello che gli inglesi chiamano “maze” e i tedeschi “irrgarten”, che è pieno di false aperture e vicoli ciechi, e il labirinto vero e proprio, che ha una sola strada tortuosa. Il labirinto più famoso della storia è quello di Cnosso a Creta, in cui Teseo uccise il Minotauro e si salvò con il filo di Arianna. Attualmente tra i più famosi c’è il labirinto di Hampton Court, datato 1690, in cui peraltro si perdono i protagonisti di “Tre uomini in barca” di Jerome K. Jerome. Il labirinto medievale spesso si modifica e diventa circolare, secondo il modello dell’Isola di Citera dell’Hypnerotomachia Poliphyli, il volume presumibilmente scritto da un tal Francesco Colonna (non si sa se un frate domenicano o il Principe romano, signore di Palestrina), che influenzò enormemente il gusto dell’epoca. Il labirinto diventa l’isola al centro di un lago, anche piccolo, e le curve del labirinto si stilizzano e si geometrizzano sempre di più, fino a diventare dei semplici viali d’accesso, come ad esempio nel giardino di Boboli o a Bagnaia. I labirinti furono poi soppiantati nel Settecento dai Parnasi, che erano dei rilievi, naturali o artificiali, da cui cogliere una vista d’insieme, come per raccogliere in un solo sguardo tutto il mondo, tutti gli oggetti di conoscenza. 
Orlando (interprete Tilda Swinton, film di Sally Potter) a sinistra mentre entra nel
labirinto del giardino; a destra  mentre esce dallo stesso labirinto trasformata nell'abito, nell'epoca e nella personalità.
 In un tipo particolare di soglia, il ponte, la caratteristica del passaggio e della transizione sono più evidenziate. Il ponte, per la sua natura spaziale di strumento di attraversamento e transizione, è ancor di più “no Man’s land”, “terra di nessuno”, è un luogo in cui solitamente si transita velocemente (anche per paura dell’altezza) come per timore di rimanere intrappolati in un mondo senza tempo. Sul ponte infatti il tempo sembra sospendersi e annullarsi, probabilmente per il fatto che è una struttura sospesa anche nello spazio. Non è un caso che nei racconti popolari di fate è più frequente che avvengano eventi insoliti e misteriosi su ponti. (…)  
Giardino in stile giapponese con l'immancabile ponte
Foto www.sxc.hu
Un altro tipo di soglia simile al ponte è la scala, che però anziché condurre da un luogo all’altro in orizzontale, lo fa in verticale. La scala è un luogo che come il ponte, viene percorso rapidamente, anche se meno rispetto a quest’ultimo, anzi non è raro fermarvisi, soprattutto ai pianerottoli, per osservare il panorama o per riprendere fiato se la si fa in salita, o per chiacchierare. 
Un altro tipo di soglia dilatata, simile al ponte, è il tunnel, che a differenza del primo, invece di essere sospeso, passa sotto terra. Il tunnel e le grotte sotterranee sono state usate sin dall’antichità come luoghi magici, in cui compiere riti propiziatori o iniziatici. I misteri Eleusini o Mitrei, connessi con la rappresentazione simbolica del ciclo stagionale e quindi della morte e della resurrezione, si svolgevano infatti in antri naturali. Il Parco di Pratolino è ricchissimo di grotte e antri dove si svolgevano riti filosofici e misterici. Le grotte e i tunnel furono poi ripresi in epoca illuminista per rappresentare un viaggio iniziatico dalle tenebre dell’ignoranza alla luce della conoscenza.

Parzialmente tratto da giardinaggioirregolare.com di Lidia Zitara. Della stessa autrice vi consiglio "Fiori e paesaggi in "Alice nel Paese delle Meraviglie" di Walt Disney

Barbie dalle stelle alle stalle.

Barbie "versione anni '70"

Barbie "versione Riforma Monti"

Le foto sono Copyright Mattel

Pianta grassa un po' secca.

Crassula Falcata sul mio terrazzo
Sono andata al supermercato, esclusivamente a comprare le uova e, come al solito, ho portato a casa non solo le uova. Tra l’altro non c’era nemmeno la confezione da 2 e ne ho dovute comprare 4, sicuramente non farò in tempo a mangiarle prima della scadenza. Comunque, uova a parte, all’entrata c’erano le piante e ho dovuto comprare quella nella foto, una crassula falcata. Perché l’ho comprata? Perché stava morendo. Ha sete, è evidente. L’ho inzuppata d’acqua e credo che domani starà già meglio e capirà di essere finita in buone mani. Mani dal pollice verde. Non sopporto vedere le piante che muoiono al supermercato, non resisto e le compro e non ho neanche il coraggio di chiedere lo sconto, di andare alla cassa e dire “E’ quasi morta o la vendete o la buttate, metà prezzo?”. Con questo mio vizio ho comprato, tra gennaio e febbraio, decine di piante di agrifoglio, piccole conifere che nessuno aveva comprato per Natale. Una piccola stella di Natale mi è morta 15 giorni fa, ho fatto quello che ho potuto, credetemi. Con questa andrà meglio. Tirando le somme: ho comprato il doppio delle uova necessarie (€ 1,55) e una pianta quasi morta, a prezzo pieno (€ 2,99). Le piante non le difende nessuno, se seccano vengono buttate, eppure la pianta ha delle radici, come per dire che “vuole” stare attaccata alla terra ma possiede anche un fusto e delle foglie che cercano la luce, sono un inno al sole e al cielo; la pianta è un simbolo assiale, dalla Terra al Cielo; una pianta è molto riconoscente, se la curi fiorirà. Con le persone non ho più questa devozione e accortezza, forse non mi sono mai fiorite? 

PS: quando andate al supermercato comprate la piantina più sofferente, grazie.

Il Mare e il suo mistero

Il mare, sopra o sotto che lo si veda, ha da sempre fatto parte della vita immaginaria dell’essere umano. Sopra ci sono le onde mosse da entità soprannaturali che dimorano nelle profondità degli abissi; sopra c’è la grande possibilità di navigare per raggiungere, forse, nuove terre. Partire per un viaggio in mare, nel periodo delle grandi esplorazioni, significava lasciare la terra ferma e sicura, sede della propria casa e sicurezze e partire per l’ignoto, attraverso una vastità di acqua, elemento instabile ma che nella sua mobilità e instabilità conduce da qualche parte. Chi va per mare conosce la precarietà della vita: l’acqua che ti fa galleggiare e ti sostiene ma che, in un istante, ti tradisce e ti sommerge. Sopra il mare gli uomini, sotto il mare il mistero. 

Le sculture si modificano nel tempo perché
colonizzate da coralli, spugne ed alghe
E’ un po’ quello che accade con il cielo: nel cielo c’è l’ignoto e lo stesso mistero è nel mare. E nel cielo c’è la luna che influenza le maree, che tiene questo filo sottile tra i due regni dell' ignoto. Sotto il mare dove, solo in parte vi filtra la luce, ma esistono comunque animali, piante e minerali. Esistono montagne che si sono inabissate o vere civiltà inabissate, come Atlantide. C’è la fantasia dello scrittore che lì colloca i suoi personaggi di 20.000 leghe sotto il mare; la Sirenetta; Nemo; mostri marini che poi un giorno, gli studiosi cercheranno di dimostrare che sono realmente esistiti: piovre, meduse e calamari sono tra i più celebri. Il sogno dell’uomo: catturare Moby Dick che, di tanto in tanto, affiora e porta alla luce i misteri profondi ma non te li svela, semmai ti porta con sé negli abissi.

Io e Lolita Pulido. Zorro o Don Diego?


Guy Willims (Don Diego de La Vega)
e Gene Sheldon (Bernardo)
La vera identità di Zorro è Don Diego de La Vega, uomo nobile che combatte contro i soprusi dei prepotenti della sua città, Los Angeles, così astuto da non farsi catturare, così astuto da chiamarsi, appunto, Zorro ossia Volpe. Pensa di giorno e agisce di notte in sella al suo cavallo, Tornado. Vestito di nero con maschera e mantello firma le sue opere con la spada, che destreggia con grande maestria, tracciando una Z formata da tre tratti. Diviso in due entità: il nobile e il ribelle. Così Lolita Pulido, giovane nobildonna, stravede per Zorro e prova antipatia per Don Diego; (io, invece, scusate l’intromissione, preferivo di gran lunga Don Diego, anche più del moderno Banderas, chiusa parentesi); e che dire del Sergente Garcia, amico di Don Diego e con l’ambizione di catturare Zorro per ottenere fama e consensi tra i potenti. Non ci riusciva e compensava la frustrazione, abbuffandosi o maltrattando il caporale Reyes; Bernardo, il servo sordomuto, che conosce l’identità di Zorro. Muto e segreto. Certo sarebbe fedele anche se parlasse, mica possiamo giustificare una scelta morale con una limitazione fisica? Eh no, esiste la scelta morale. 
Henry Calvin (Sergente Garcia)  e
Don Diamond (Caporale Reyes)
Saltava da un tetto ad un altro, il nostro Zorro, da una finestra alla cima di un albero, dall’albero alla sella di Tornado che a stento riusciva ad assecondare il suo padrone. Andava, giustiziava e a Lolita Pulido batteva il cuore e io che aspettavo tornasse a casa e si rivestisse da Don Diego. E se uccidevano Zorro? Io e Lolita Pulido, due vedove di uno stesso uomo che erano due. Perché preferivo Don Diego? Forse preferisco il tipo tranquillo da quello iper attivo? No, non proprio. Non mi piacciono i giustizieri? No. Mi piaceva Don Diego perché era ambiguo, perché rigirava – a fin di bene - le persone che lo conoscevano; perché lui sapeva e non diceva; sapeva che il nemico di Zorro poteva essere l’amico di Don Diego e viceversa. Questo doppio mi piaceva. Anche Zorro conosceva questo doppio ma Don Diego l’aveva creato. Il manipolatore mi è sempre piaciuto. Mica come Lolita Pulido che stravede per l’eroe! 

San Giuseppe artigiano

San Giuseppe e Gesù
Guido Reni
Il 1° maggio la Chiesa Cattolica celebra San Giuseppe artigiano, patrono dei padri, lavoratori, falegnami, carpentieri, moribondi, economi e procuratori legali. 
Nel Vangelo di Matteo, la professione di Giuseppe è definita con il termine téktón, che può essere interpretato in vari modi, infatti indica figure professionali legate all’edilizia (carpentieri, scalpellini, falegnami). Padre putativo di Gesù (dal latino puto, “credo”), cioè colui “che era creduto” suo padre. Quando Gesù iniziò la sua vita pubblica, molto probabilmente Giuseppe era già morto, in quanto non è mai più menzionato dai Vangeli. La presenza di Giuseppe nei vangeli emerge come figura umile e discreta, che ben presto sparisce, mentre nel Vangelo apocrifo, Storia di Giuseppe il Falegname, raggiunge l’età di 111 anni e così viene descritto: Nei suoi affari ebbe sempre un vigore giovanile, come quello d'un fanciullo, le sue membra furono sempre integre e libere da ogni dolore. Tutta la sua vita di cento e undici anni: una vecchiaia quindi avanzatissima.
Alla figura di Giuseppe ho dedicato questi 3 post tratti dal racconto Tarli senza Cornici.