10 marzo 2012

La Nonna Eleonora: siamo di pieni di niente e il cielo è immenso

La sua finestra. Adorava la sua finestra, era l'unica cosa che possedesse lì in quel luogo. Appena sveglia si volgeva verso la finestra, dormiva, infatti dandole le spalle perché la luce della mattina, colpendole gli occhi, la svegliava. Si sgomitolava dalle coperte e guardava quel tratto di cielo che si insinuava fra la fessura in alto lasciata dalle tende che non chiudevano bene. Non sbadigliava mai appena sveglia. Aveva una giornata intera per farlo. Prima di tirare le tende si lavava il viso e si vestiva: voleva che il giorno la trovasse presentabile. Non era vanità, era una forma di autorispetto in quel mondo dove il rispetto era stato dimenticato. Sono piena di niente, scriveva nel suo diario e poi precisava: Siamo tutti pieni di niente qui dentro.
Oscar Ghiglia, Donna che scrive, 1908
Era mezz'ora che si era vestita che arrivava la colazione portata da Luigi, l'unico che la chiamava Eleonora, il suo nome. Altri la chiamavano Zi' Nina, Nora, La Vecchia, l'Isolata ma non erano i suoi nomi, il suo nome era solo Eleonora.
<<Buongiorno Eleonora, dormito bene?>>
<<Dor...mito, ssì.>>
 Faceva colazione seduta sul bordo del letto, rivolta verso la finestra; si sollevava: a passi lenti si apprestava a gustare gli ultimi sorsi del caffellatte, più latte che caffè, in piedi, appoggiata alla soglia del suo unico possesso.
 Quell'inferriata. All'inizio era una vera e propria gabbia; col tempo, i sedici quadrati da cui era formata, divennero sedici possibilità di evasione.
Sfogliò fino alla pagina bianca del giorno appena iniziato - non un vero e proprio diario ma un quaderno a righe, bordato in rosso, copertina nera, damascata con le impronte di Eleonora - avrebbe potuto rimanere così, deserta e bianca o forse no, forse l'avrebbe riempita di ghirigori  e fiorellini o qualche pensiero sparso, comunque fosse, l'immagine della pagina bianca che l'aspettava l'accompagnava passo, passo.
Aveva settant’anni e il suo primo diario. Glielo aveva regalato Marco il nipotino di otto anni: voleva che Eleonora vi scrivesse la sua vita, così quando sei morta la leggo, le aveva candidamente spiegato. E lei ogni tanto vi scriveva qualche riga.
Seduta al tavolo poteva vedere attraverso il quadrato numero 6 dell'inferriata, quello centrale, le cime degli alberi, le loro foglie a due colori nelle giornate di vento.
Non era facile scrivere la sua vita per il nipotino osservando le cime degli alberi attraverso i quadrati inferiori, e la sua vita passata la ricordava a fatica e con dolore altrimenti non sarebbe mai finita lì in quel luogo, ma questo Marco non lo avrebbe mai capito o forse solo da adulto, col tempo, ma dipende.
Le urla, le liti, le bestemmie, le rincorse per i corridoi spostavano l'attenzione di Eleonora ai quadrati superiori pieni di cielo: che fosse grigio, limpido, azzurro o bianco saturava quegli spazi ferrei da sembrare perfetto alla vista e all'udito.
Sì il cielo riempiva la sua vita, le vite passate e quelle future e anche Marco avrebbe visto tanti di quei cieli.
Ritornò con lo sguardo sul foglio, concentrata come raramente le accadeva:
                                    Siamo pieni di niente.
                                   E il cielo è immenso.
 firmato: la nonna Eleonora.




Approfondimenti: La Nonna di Hans Christian Andersen

3 commenti:

  1. Bellissimo! Pieno di poesia e sentimenti profondi... non c'è altro da aggiungere!

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    1. Grazie Romina, anche questo fa parte di una serie di racconti scritti alcuni anni fa e che ho rispolverato (ossia, abbreviato); chissà che tra qualche anno non riesca a sintetizzarlo in tre righe!!

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    2. Io invece più vado avanti e più allungo i miei testi. Se ti avanza un po' di dote della sintesi, me ne invii un po' via mail? Grazie. A presto!
      Hemingway ha scritto un romanzo in sei parole, quindi tutto è possibile!

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