15 gennaio 2012

Aspettando il Carnevale con Stanlio e Ollio, Charlot e Fantozzi

Nella mitologia e nella letteratura greca Momo (scherzo, burla) era il dio del riso, della maldicenza e del sarcasmo; figlio del Sonno e della Notte e fratello della Follia. Spesso raffigurato con una maschera in mano e nell'atteggiamento di giudicare una marmotta, simbolo della follia. Fu scacciato dall'Olimpo poiché il suo sarcasmo colpiva gli stessi dei, tra questi Orfeo ed Euridice di cui Momo ironizzava la reciproca fedeltà. Fu così che, a causa del suo eccessivo sarcasmo, spinse la comunità dell'Olimpo ad allontanarlo.
E' da notare, tuttavia, che Momo come figlio della Notte e del Sonno, era portato ad un umorismo nero o come lo stesso Freud definisce nel suo Motto di spirito e la sua relazione con l'inconscio (1905) un umore "da forca" (Galgenhumour). Ma assai più importante è che Momo, come figlio del Sonno è, per la psicanalisi, legato al mondo inconscio. Secondo Freud, infatti, il motto di spirito, così come il sogno, ha origine nell'inconscio. La risata e l'allegria che nasce dal sentire una barzelletta o una battuta umoristica sono una delle forme che l'inconscio ha per poter esprimere i conflitti presenti; come i nostri conflitti o pensieri censurati dal Super Io riescono a passare attraverso il sogno, nel momento in cui cioè la censura del Super Io è più tenue, così attraverso il travestimento del motto di spirito escono le nostre tensioni.
La domanda sul perché ridiamo se la pose, primo fra tutti Platone, osservando il pubblico che partecipava alle rappresentazioni delle commedie di Aristofane. Egli criticava negativamente il riso e il ridere in pubblico; il riso secondo il filosofo greco era esattamente l’opposto di quella armonia a cui l’uomo saggio deve aspirare, il riso invece che creare armonia provoca uno sconvolgimento nell’animo. Platone non condannava solamente il riso suscitato dalla commedia ma aveva anche attaccato la commozione dolorosa provocata dalla poesia tragica. Sarà Aristotele a sostenere l’innocuità del riso principalmente nel secondo libro scomparso della Poetica, secondo Aristotele il riso dà sollievo e piacere all’animo e il partecipare coralmente ad un evento comico può essere una forza di coesione tra gli uomini i soli, tra tutti gli esseri viventi, a saper ridere.
Vediamo allora tre esempi di comici che hanno basato la loro comicità principalmente sul contrasto e sull’apologia dell’insuccesso.
Stan Laurel e Oliver Hardy
Laurel e Hardy, ovvero Stanlio e Ollio, una comicità basata in gran parte sui contrasti, come lo sono come coppia,  due contrasti per eccellenza: uno magro e l’altro grasso, Ollio dai gesti che vorrebbero essere garbati e ossequiosi, soprattutto con le rappresentanti del genere femminile, e Stanlio più maldestro e istintivo;  un Ollio che si ritiene colto e intelligente ed uno Stanlio sempre apostrofato come “stupìììdo!” e costretto a scusarsi continuamente. La stoltezza di Stanlio fa da compagna alle sventure lavorative e matrimoniali di Ollio il quale non può far altro che prendersela con l’innocuo Stanlio.
Torte in faccia, risse, case distrutte sono le caratteristiche ricorrenti nella comicità di Stanlio e Ollio, come l’atteggiamento irriverente verso il poliziotto di turno che viene spesso provocato e beffeggiato dai due dando ad una caccia al ladro in cui, spesso, vengono coinvolte persone estranee alla vicenda scatenante, da creare una tale baraonda che rimane difficile capire chi insegue chi.
Paolo Villaggio 
Il perdente grottesco (Il Ragionier Fantozzi)
Personaggio comico inventato e interpretato da Paolo Villaggio nel 1968, è diventato una vera e propria maschera popolare italiana, entrando a far parte del costume italiano come rappresentante della classe piccolo borghese.  Lo stesso Fantozzi è un impiegato (ragioniere) privo di qualsiasi talento, privo di rapporti sociali positivi, schiacciato dai colleghi e, ovviamente, con un amore non corrisposto per la signorina Silvani collega di ufficio; costretto a partecipare per ipocrisia e incapacità di dire no, alle gite organizzate dal Geometra Filini collega dall’azienda. L’imbranato o forse, meglio, il perdente eterno; complessato, vittima dei suoi colleghi e terrorizzato dai suoi superiori; rappresenta anche quell’Italia vittima del consumismo e schiava del telecomando che trova la sua oasi nel guardare la televisione dopo le 8 ore lavorative. Vittima sul lavoro e assente in casa dove ogni sera lo aspettano la rassegnata moglie Pina e la figlia-bertuccia Mariangela.
Personaggio che potrebbe suscitare compassione, come un piccolo Calimero, se alle vicende subite non facesse da contrasto il suo aspetto “irreale” con i pantaloni e i mutandoni ascellari; l’auto sempre a pezzi come una vecchia carcassa. Potrebbe essere un personaggio commovente se le vicende quotidiane non subissero l’interpretazione dell’iperbole, se non fosse cioè accentuato quell’aspetto tragico che porta al comico; pensiamo alla stessa voce di Fantozzi, dai toni minacciosi e profondi, usata fuori campo per raccontare in terza persona i pensieri e le azioni del ragionier Fantozzi. Difficile definirlo un vinto, in quanto Fantozzi non prende nemmeno in considerazione l’idea di lottare, è nato perdente e lo sa, quando agisce è di solito trascinato da altri.
Charlie Chaplin nelle vesti di Charlot
Il perdente malinconico (Il clown-pierrot Charlot)
La comicità di Charlot è una comicità che ha le radici nel malinconico; un misto tra il pierrot pallido e solitario, come il vagabondo Charlot si presenta, e il clown che usa il linguaggio della pantomima che Chaplin aveva a lungo studiato; il tutto legato dal mutismo che, anche con l’avvento del sonoro, sarà la caratteristica principale del vagabondo, fino al 1936 quando in Tempi moderni, Charlot farà sentire la sua voce ma non per parlare ma per cantare. Il canto di Charlot fa da contrasto con i rumori delle macchine industriali e con la voce da megafono con cui il direttore dei lavori comunica con gli operai. E’ probabilmente in questo suo essere “cantante” in un mondo di “macchine” che il malinconico Charlot suscita simpatia, in questo suo non poter stare nel mondo di cui non capisce i meccanismi e, proprio per questo, è considerato un personaggio fuori dalla storia sociale, che non ha l’intento di cambiare gli avvenimenti ma si limita a subirli rimanendo nel suo sentimentalismo di vagabondo. Continuerà a “lottare” con malviventi e poliziotti, ricchi e prepotenti dopodiché la scena si concluderà con uno Charlot inquadrato di spalle che da solo percorre una strada deserta, unica possibilità di esistenza per chi non riesce ad entrare negli ingranaggi sociali.

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