Auguri a voi delfini!


Un saluto all'anno che se ne va, secondo i Maya avrebbe dovuto essere l'ultimo. Pazienza, evidentemente le previsioni dei Maya sono come quelle dei meteorologi. Ci impegneremo a "coltivare" sensazioni, emozioni, visioni anche nel prossimo anno.

L'anno vecchio
(di Massimo Grillandi)

Ebbe la primavera coi bei fiori.
Ebbe l'estate con i suoi colori.
Ebbe l'autunno coi grappoli d'oro
ebbe l'inverno con il suo lavoro
di trine e di merletti: erano i bianchi
ghiaccioli e neve a fiocchi lenti e stanchi.
Fu un anno come gli altri coi suoi mesi,
con le stagioni e con le settimane:
una fila di giorni che rimane
nel ricordo di chi li ha bene spesi.

E come cantava e canta Lucio Dalla…l’anno che sta arrivando, tra un anno passerà, io mi sto preparando è questa la novità…e senza tanti disturbi qualcuno sparirà: saranno forse i troppo furbi e i cretini di ogni età. Speriamo, ma nel caso, mi viene in mente un'altra canzone di Domenico Modugno: "Delfini (Sai che c'è)". Auguri  a tutti i delfini!




Tanto tempo fa 
un grande filosofo indiano 
scrisse " Nel mare della vita 
i fortunati 
vanno in crociera 
gli altri nuotano 
qualcuno annega " 
Ehi capitano mio 
vado giu' 
non e' blu questo mare 
non e' blu 
tra rifiuti pescecani ed SOS 
vado alla deriva sto affogando 
Che cacchio stai dicendo 
affoghi in un bicchiere 
sai nuotare come me piu' di me 
ce la fai se lo vuoi si che puoi 
prendi fiato e vai 
vai che ce la fai 
Sai che c'e' 
non ce ne frega niente 
dei pescecani 
e di tanta brutta gente 
siamo delfini 
e' un gioco da bambini il mare 
Ehi capitano mio 
c'e' una sirena 
dice che mi ama 
forse crede non lo so 
lo saprai se anche tu l'amerai 
non ci si nega mai 
a chi dice si' 
dille di si' si' si' si' 
Sai che c'e' 
non ce ne frega niente 
sirene o no 
noi ci innamoriamo sempre 
siamo delfini 
giochiamo con le donne belle 
Sai che c'e' 
non ce ne frega niente 
il mare e' un letto grande grande 
siamo delfini 
e' un gioco da bambini il mare 
Mare facci sognare tu 
nei tuoi fondali verdi e blu 
quanti tesori immersi 
sommersi 
Ehi capitano mio 
siamo accerchiati 
da cento barche 
arpioni ami e cento reti 
fuggi via tu che sei piu' veloce 
mi hanno solo ferito 
ma sopravvivero' 
Sai che c'e' 
non ce ne frega niente 
la vita e', e' morire cento volte 
siamo delfini 
giochiamo con la sorte 
Sai che c'e' 
non ce ne frega niente 
vivremo sempre 
noi sorrideremo sempre 
siamo delfini 
e' un gioco da bambini il mare 

The day after...


E così, che dire… ieri il mondo non è finito. Stamani sentivo gli auguri da “crisi”:
-       -  Meno male che è finito!-
-      -   Ma come, siamo ancora qua!? –
-       -  Ma sì, l’anno …è quasi finito –
-        - Ah, l’anno! -
Non sappiamo fare altro che aspettare la fine. Esseri umani mi mettete tristezza; evitatemi, vi prego evitatemi.  Io oggi preferisco cantare La Filanda. Fine.


Tutti giù per terra!


Accogliamo la fine del mondo con spirito allegro da bambini e, se siete in casa o in ufficio e siete almeno in 3 fate un bel girotondo chè casca il mondo, casca la terra...



Giro giro tondo,
casca il mondo,
casca la terra;
tutti giù per terra. 
Giro giro in tondo,
cavallo imperatondo,
cavallo d'argento,
che costa cinquecento.
Centocinquanta,
1a gallina canta,
lasciatela cantare,
si vuole maritare.
Le voglio dar cipolla:
Cipolla è troppo dura,
le voglio dar la luna;
la luna è troppo bella,
c'è dentro mia sorella,
che fa i biscottini
per darli ai bambini.
Ma i bambini stanno male:
vanno tutti all'ospedale.
L'Ospedale sta lassù,
dagli un calcio e buttalo giù.

Narciso moderno (ossia, si specchia in una vetrina e non in uno stagno)




Lo guardo e lo riguardo
quell’uomo così umiliato
sicuramente è sposato.
Deviato, mancato, sperduto, scordato.
Infilo le mani nelle tasche dei suoi pantaloni
e tiro fuori le chiavi della mia auto.
Deviato, mancato, sperduto, scordato.
Sicuramente sposato, per come cammina umiliato.
Ha una faccia poco raccomandabile,
non mi fido lo devo superare;
ci guardiamo ci minacciamo
in fondo, lo sento, ci piacciamo.
Mi avvolgo a vampiro nel mio impermeabile
alzo il bavero e mi nascondo
e solo ora me ne accorgo:
mi sono fermato di nuovo
davanti ad una vetrina,
paralizzato da questa luce giallo citrosodina
di questa nebbiosa cittadina.
Deviato, mancato, sperduto, scordato.
Giro la chiave nella mia auto,
riparto e me lo porto dietro quell’uomo umiliato.
Poi ci fermeremo
sì ci fermeremo
e sì, lo sento, nonostante tutto ancora ci ameremo.

Dialogo di un venditore di almanacchi e un passeggere, di Giacomo Leopardi (ovvero, Leopardi e le festività)

Alla fine del post ho riportato la versione del Dialogo.
Protagonisti dell'Operetta Dialogo di un Venditore di Almanacchi e un Passeggere sono un pensatore (il passeggere), che persuade l'interlocutore (il Venditore di almanacchi) di una verità amara, della quale, quest'ultimo, inizialmente non era consapevole. Ritroviamo il pensiero espresso nel Dialogo, nello Zibaldone, datato 1° luglio 1827:


Almanacco del 1832, anno in cui fu scritta l'Operetta 
Dialogo di un Venditore
di Almancchi e un Passeggere.Tratto dal volume dedicato 

alla collezione Coradeschi. Fonte
Che la vita nostra, per sentimento di ciascuno, sia composta di più assai dolore che piacere, male che bene, si dimostra per questa esperienza. Io ho dimandato a parecchi se sarebbero stati contenti di tornare a rifare la vita passata, con patto di rifarla nè più nè meno quale la prima volta. L'ho dimandato anco sovente a me stesso. [4284].Quanto al tornare indietro a vivere, ed io e tutti gli altri sarebbero stati contentissimi; ma con questo patto, nessuno; e piuttosto che accettarlo, tutti (e così, io a me stesso) mi hanno risposto che avrebbero rinunziato a quel ritorno alla prima età, che per se medesimo, sarebbe pur tanto gradito a tutti gli uomini. Per tornare alla fanciullezza, avrebbero voluto rimettersi ciecamente alla fortuna circa la lor vita da rifarsi, e ignorarne il modo, come s'ignora quel della vita che ci resta da fare. Che vuol dir questo? Vuol dire che nella vita che abbiamo sperimentata e che conosciamo con certezza, tutti abbiam provato più male che bene; e che se noi ci contentiamo, ed anche desideriamo di vivere ancora, ciò non è che per l'ignoranza del futuro, e per una illusione della speranza, senza la quale illusione e ignoranza non vorremmo più vivere, come noi non vorremmo rivivere nel modo che siamo vissuti. (Firenze. 1. Luglio. 1827.)
Scuola francese
Le colporteur, XVII secolo
Nessuno vorrebbe rivivere la propria vita così come è stata. Di fronte a tale negativa verità cosa rimane da fare? Continuare a vendere e comprare almanacchi, sopra i quali il futuro, la prossima vita è raccontata come portatrice di maggiore positività. L’anno vecchio non è gravato solo dai dolori materiali ma è gravato soprattutto dalle delusioni, da tutte quelle illusioni che il nuovo anno porta e che, giunti al 365° giorno, sono crollate. Ma all’uomo si presenta ancora una nuova occasione di speranza e diciamo anche, di illusione: il nuovo anno. Il Venditore annuncia il nuovo anno e conferma così il passare del tempo e il Passeggere, appunto, “passa” come il tempo, sono entrambi simbolo della ciclicità del tempo, degli accadimenti umani. Il ritmo incalzante, rapido, non prevede riflessioni, pause descrittive; è un rispondere immediato, spesso con nuove domande. Le parole anno e vita sono il motore del Dialogo, basti pensare che anno appare 14 volte, mentre vita 10 volte. L'alternarsi di domande -risposte negative, nuove domande - nuove risposte negative, dà al Dialogo un ritmo circolare e veloce che rimanda alla ciclicità dell'esistenza umana e, forse, anche al veloce corso della vita. Una domanda fa nascere la domanda nell’interlocutore, estraendo da questi la verità comune ai due protagonisti. 
E’ stata notato per la prima volta nelle Operette l’uso della parola dittongata nuovi (invece che novi) è utilizzata come aggettivo della parola almanacchi, una parola che al tempo di Leopardi era uso non essere dittongata (almanacchi nuovi e non almanacchi novi), stratagemma voluto, forse, per rendere ancora più colloquiale il dialogo? O forse per rafforzare la qualità nuova dell’almanacco che porta con sé nuove informazioni, nuovi giorni e nuove speranze di nuove vite?
Un più giovane Leopardi (21 anni) così vede gli anniversari che ritornano ogni anno. Anniversari in cui l'animo rivive gli attimi di gioia che appartengono al passato, gustandone, leopardianamente, la dolcezza e la consolazione che danno le illusioni.
È pure una bella illusione quella degli anniversari per cui quantunque quel giorno non abbia niente più che fare col passato che qualunque altro, noi diciamo, come oggi accadde il tal fatto, come oggi ebbi la tal contentezza, fui tanto sconsolato ec. e ci par veramente che quelle tali cose che son morte per sempre nè possono più tornare, tuttavia rivivano e sieno presenti come in ombra, cosa che ci consola infinitamente allontanandoci l’idea della distruzione e annullamento che tanto ci ripugna e illudendoci sulla presenza di quelle cose che vorremmo presenti effettivamente o di cui pur ci piace di ricordarci con qualche speciale circostanza, come [chi] va sul luogo ove sia accaduto qualche fatto memorabile, e dice qui è successo, gli pare in certo modo di vederne qualche cosa di più che altrove non ostante che il luogo sia p.e. mutato affatto da quel ch’era allora ec. Così negli anniversari. Ed io mi ricordo di aver con indicibile affetto aspettato e notato e scorso come sacro il giorno della settimana e poi del mese e poi dell’anno rispondente a quello dov’io provai per la prima volta un tocco di una carissima passione. Ragionevolezza benchè illusoria ma dolce delle istituzioni feste ec. civili ed ecclesiastiche in questo riguardo. (Zibaldone, 1819)
Alla fine dello stesso anno (1819) anche il ricordare il dolore passato, legato alla speranza giovanile,è un ricordare ancora "grato".
Alla Luna (l8l9)
 O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l’anno, sovra questo colle
io venia pien d’angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, che travagliosa
era mia vita: ed è, né cangia stile,
o mia diletta luna. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l’etate
del mio dolore. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso,
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l’affanno duri!

Il piccolo Leopardi, al tempo in cui i parenti lo chiamavano "Giacomo il prepotentino", nella sua visione di fanciullo affascinato dal Natale, scrisse all'età di 11-12 anni, questa canzonetta:

Emilia è uscita da Volevo solo essere adorata

La nostra vita è un Caos Calmo, racconto di Baglu ed Emilia.

Che poi è strano, ti svegli la mattina con il freddo, molto freddo perché è dicembre (ma potrebbe essere anche novembre o gennaio, oppure persino febbraio) e decidi di uscire di casa. Lo fai non per vizio, ma perché senti che devi farlo. Sono venti mesi circa che lo faccio. Da quando Lei mi ha lasciato. No, dicevo che è strano, perché in venti mesi non ho mai trovato la panchina sulla quale mi siedo ogni giorno, occupata.
C'è una donna, seduta, che sta leggendo un libro. La saluto, accennando un sorriso, anche se non ne avrei voglia. Fa freddo, sono ancora molto assonnato e non avrei voglia di salutare nessuno. Lei risponde al saluto, con una certa diffidenza. Vorrei aprire il giornale che porto sotto al braccio, per leggere notizie che non mi riguardano, che non mi interessano e così finisce che mi presento. Anzi, ci presentiamo. Lei è Emilia e mi dice che sta leggendo "Volevo solo essere adorata". "Di Marcella Andreini", mi dice annuendo. Poi Emilia prosegue: "E' la mia storia, racconta del mio suicidio". "Allora è anche la mia", le rispondo, sorridendo, ma in realtà sento che mi viene da piangere. “Vuoi sapere quando muoio ?", mi chiede lei e poi prosegue: "Da pagina 61, perché a pagina 60 era maggio, l’inizio dell’odiata estate". Io sorrido, imbarazzato. In realtà fingo imbarazzo perché la capisco. Capisco Emilia e non so nemmeno perché mi stia venendo un nodo alla gola, ma non voglio piangere, almeno non in pubblico, perché non è il caso e, anche se lo fosse, non vorrei piangere.“Vedo però, che non sei morto…a meno che non siamo morti tutti e due e questa sia una panchina di sosta al Purgatorio. Non mi dire che alla fine siamo riusciti ad ucciderci ?”
Accenniamo ad un sorriso; la tragedia di un possibile suicidio appare quasi comica se la si racconta ad un altro, su una panchina fredda per la temperatura ma calda per come sa accoglierti.
"Sai cos'è, Emilia ? E' che io vorrei anche chiamarLa, ma ho paura di star male. E poi nemmeno Lei mi chiama. Lo so, è finita, e allora ? Mi dicono che le cose finiscono, ma nessuno dice mai se questo è giusto. O, meglio, se questo è accettabile. In generale non mi è mai piaciuto piangere, ma non perché, si diceva "non è da uomo", perché non è vero. E' che poi ti senti così svuotato dentro...”
Emilia interviene: “Lo so, svuotato come un palloncino volato via, che ha volato da solo, ha visto il mondo dall’alto da solo, forse ha anche sorriso da solo, poi è caduto svuotato con nessuno intorno. Vale la pena volare ? O è meglio rimanere legati e fermi ? Non lo so. Anche a me dicono che le cose finiscono, ma la gente è cinica, non guarda il mondo come lo guardano i palloncini”. Tra tutte le visioni filosofiche, preferisco quelle dei palloncini.”
Mi chiedo se sia possibile che sia la mia panchina ad attirare persone così strampalate (che poi Alessandra, la ragazza che passava di qui ogni tanto, sino a qualche mese fa...era strampalata ? No, non credo). Mi piace l'espressione che Emilia usa. La “visione filosofica dei palloncini”. Sembra dare un senso di leggerezza. Proseguo, poi, il mio discorso:
“Sai cos'è ? Che al suicidio ci ho pensato anch'io. Anzi, potrei dire che uno dei motivi per i quali vengo qui, tutti i giorni, ha a che vedere anche con questo. Temo che, se rimanessi a casa, prima o poi finirei per fare quella domanda a Dignitas, quella clinica svizzera, molto civile. In Svizzera sono civili. Forse per stare un po' meglio basta solo pensare, solo pensare, dico, al fatto che in Svizzera sono civili e ti permettono di morire quando e come vuoi, senza soffrire, senza pena, senza doverti per forza gettare dalla finestra, oppure fare come Roberta Tatafiore - te la ricordi ? - che ha ingurgitato un miscuglio di alcol e barbiturici".
Emilia mi ascolta, poi interviene:
“Ricordo, li ricordo tutti i suicidati dalla vita. Ma qui non ti aiutano da vivo, non aiutano i malati mentali, non aiutano i malati inchiodati ad un letto e poi hanno l’ipocrisia della morale cattolica che ti vuole tenere in vita e non ti aiuta nemmeno a morire, anzi se ti uccidi ti giudica. Eppure deve essere bello essere aiutati a morire. Scegliere come morire o come essere sepolti corrisponde alla nostra visione della vita e vedere che alcuni accettano la tua scelta di morte significa che in quel momento accettano tutta la tua vita, i tuoi pensieri, il tuo modo d essere…ehm…di essere stato. Ti senti accettato per come sei, finalmente rispettato. Ma qui non succede…”
Io mi limito a proseguire il mio discorso, che sembra quasi il solito monologo: “…Anche queste cose mi fanno star male. In Italia non siamo civili. Siamo cretini. Anzi, sono cretini quei politici che permettono che le cose rimangano così. E il mio non è il solito discorso qualunquista, credimi. Un tempo la politica l'ho fatta anch'io. Un tempo...".
Un tempo…venti mesi…dicembre…era maggio, l’inizio dell’odiata estate. Emilia si allontana, il libro rimane sulla panchina.
Che strano, penso, non ci siamo nemmeno salutati. Non l'ho nemmeno salutata. Forse è da troppo tempo che non frequento anime vive (tranne qualche telefonata, telefonata appunto, a Francesco, quel mio amico di Buffalora, che ha in comune con me la passione per il modellismo. Per natale dovrei spedirgli un modellino di galeone spagnolo del XVIII secolo della Revell...).
Dicevo, sì, è da parecchio che non frequento esseri umani. Forse non ci sono nemmeno più abituato e così...così chissà che avrà pensato questa Emilia...Ho fatto un soliloquio. Però mi ha fatto bene parlare con lei. E questo libro ? "Volevo solo essere adorata, di Marcella Andreini"...
"15.40". Una buona ora per iniziare a leggere, direi.
Pubblicato per gentile concessione di Luca Bagatin

I love your blog. Risveglio n°1.


"Ho interrotto il mio pisolino felino solo perché Romina Tamerici mi ha dato un regalo e per questo vale la pena svegliarsi…scron, scron, che ci sarà...scron..."


"Ehy, attento fratello, mettilo giù, potrebbe essere un meme!"

"E vaiiii! Sì è proprio un nuovo meme! Adesso rispondo a Romina per ringraziarla e nomino per dispetto Alma Cattleya con tutte le sue farfalle e l’Ape di Arcobalandia, dai, muoviti mouse!"

1. Qual è la tua rivista preferita?
Compro "Donna Moderna" per vedere come dovrei essere per essere moderna. In realtà mi fermo alla vignetta di Silvia Ziche “Secondo Lucrezia”. Ho un centinaio di numeri della rivista Medioevo, tra l’altro, non so se esce ancora.
di Silvia Ziche tratto da Donna Moderna n°46


L'equilibrista




Di questo circo io sono l’equilibrista.
Lavoro sempre senza la rete
perché so che non perderei la vita se perdessi l’equilibrio:
la mia vera vita è questo percorso sulla fune

Sono un equilibrista,
tengo sospesi i vostri fiati e i vostri sguardi;
io, invece, sono senza fiato solo quando mi inchino sulla pista
Ma, la mia vita la percorro sulla corda
e la respiro, la respiro perché un giorno volerò
fino ad atterrare nel centro della pista;

e già lo so che non sembrerà sia valsa la pena
fare l’equilibrista,
forse ero un esibizionista o forse solo un mancato trapezista

Ho percorso ogni sera la mia vita da equilibrista
sopra le vostre vite di spettatori da pista;

ho respirato ogni attimo di ogni sera
per quella sera in cui sarei volato;

ho camminato e respirato sui vostri respiri sospesi,
felice sui vostri cuori timorosi.

Ma sappiate che nemmeno io conosco la libertà:
quest' asta a cui mi aggrappo mi costringe
a non saltare, a non cambiare mai rotta,
la mia meta è l’altro capo della corda
e mi illudo che quel capo sia la libertà.

Di questo circo io sono l’equilibrista
pagate ogni sera un biglietto anche, lo so,
per vedermi cadere nella pista;

ma quello che per voi è cadere,
per me è volare
quello che per voi è un applauso alla fine del mio numero,
per me è un ritorno a morire;
e quando sentirete lo schianto della morte sulla pista,
per me sarà il trionfo
della mia vita di equilibrista.

Di questo circo io ero l’equilibrista,
lavoravo senza la rete,
una sera gettai l’asta
per non vivere da morto nella pista

Curriculum vitae, storia di Lucio Lieto (quinta ed ultima parte)

Oggi mi sento bene. Che sarà ? 

Sì ...oggi, forse, va meglio. La giornata è una giornata estiva, ieri era freddo e oggi si suda, sono a terra, l’ansia mi impedisce di prendere qualsiasi iniziativa, non mi va di leggere, non mi va di uscire ma nemmeno di stare in casa; potrei pulire ma non mi va, so già che stasera quando diminuirà la luce e la temperatura sarò assalito dalla voglia di fare, mi riattiverò, ma adesso no, adesso non ce la faccio. Sono ciclotimico? boh! Forse sono solamente un geco. 

<<Allora, come è andata ? >>
<<Sembra bene. >>
<<Come, sembra ?>> 
<<Sì, mi chiameranno per dirmi se mi prendono.>> (non dico più “se vado bene” perché ormai ho capito che vogliono qualcuno da prendere e non che vada bene); mia madre intanto mi guarda perplessa (è la sua espressione dal giorno in cui mi sono laureato); sì è vero che questa conversazione la sto immaginando ma so che la conversazione sarà esattamente questa, identica alle altre centocinquanta e identica alle prossime eterne. Vorrei inventarmi una nuova conversazione, ma anche nell’immaginazione mi detto ormai quella che non vorrei mai sentire e, così, mi condanno a sentirla due volte, la fantasia non è più un appiglio. 

Lavorare stanca. È un libro che dovrò leggere. 

La favola degli anni sessanta, i mitici anni sessanta, il rock ‘a Billie e il rock and roll, ora c’è il rap, l’opposto del ritmo e dell’allegria, una monotonia, sermoni banali di luoghi e messaggi comuni parlati, parlati e ancora parlati da chi non ha niente da dire a chi non sa ascoltare, morissero tutti. Film banali e sdolcinati o i grandi temi che il mondo per provincialismo giudica degni di un Oscar o di un Nobel. 
Ho letto I figli della mezzanotte di Salman Rushdie, lì c’è musica e mitologia, la scrittura che profana l’astratto. 

Mi potrei fidanzare. Anche se poi mi fidanzassi, quanto durerebbe? Due, tre mesi frequentandosi poco, tre settimane vedendosi tutti i giorni; d’altronde che si raccontano due che non hanno una vita, non hanno problemi pratici ma solo di esistenza? Ci si annoia presto, si dovrebbero sopportare problemi mentali, troppo, troppo faticoso, meglio lasciarci prima di incontrarci. Addio mio Amore. 

Quello che preferisco nei telegiornali sono gli spazi che dedicano ai morti: erano tutte persone di carattere, talento, umani, sensibili, liberi. Verrebbe la voglia di morire in modo eclatante per avere un commento degno di una vita indegna. Uomini di cultura messi da una parte, isolati dal mondo, abbandonati dal mondo dei media e che, da morti, diventano liberi e irripetibili, diventano persone che rifiutavano tessere politiche e quindi, ora, liberi, ma che da vivi nessuno voleva nei talk show, nelle redazioni, tra i piedi e a cui nessuno dedicava uno spazio sui cosiddetti giornali di informazione. Con la morte acquistiamo carattere ed un posto nel mondo. Il mondo ... lo vedo, lo osservo e il mondo sospetta di me perché lo guardo troppo. Il mondo comunque non è dentro di me.

E qui si conclude La storia di Lucio Lieto e del suo curriculum vitae, condannati a viaggiare insieme per molti anni. Lucio Lieto ringrazia di averlo letto, ringrazia perché, dopo decenni trascorsi nascosto in un PC, è uscito nel mondo senza sentirsi datato, ma piuttosto attuale. E nemmeno solo; sono milioni i Lucio Lieto, tenendosi per mano formerebbero una catena da strangolare il mondo, ma qualcosa di potente li schiaccia, non li vede, li deride e li uccide.


Etichetta Lucio Lieto per le parti precedenti

Un'alternativa per chi usa il navigatore




<<No, no umano e miao no…perché hai preferito il Tom-Tom a me?!!
Ti miagolo tanto, riprendimi con te; io ti riporterò sempre a casa…riprendi me…guarda sono semplice: punto la coda a destra e si svolta a destra; occhi impauriti: rallenta! Un orecchio indietro e uno avanti: chi diavolo di umano sta strombazzando?! Se ci sorpassa lo graffio! Riprendimi miuuuuu…e non frenare così!>>

Curriculum vitae, storia di Lucio Lieto (quarta parte)

Rientro a casa e nel volto di mia madre vedo aria di grande evento: 
<<Ti hanno risposto al curriculum>> 
<<Quale ?>> 
<<Quello che hai mandato.>> 
Sapesse.
Lei vorrebbe che rispondessi subito io le dico che per essere sfruttati c’è sempre tempo, lei aggiunge che non è detto sia sempre così io, vedrai, e lei che bisogna essere ottimisti e che da cosa nasce cosa io che ho ormai una visione sterile della vita, telefono. 
Al termine della telefonata ho deciso che accetterò il colloquio come dire che tra essere disoccupato o sfruttato ho scelto la seconda prospettiva, così per variare. Mi suona come avariare. 
Così, mentre io mi sento sempre più avariare, mia madre mi dice che il blu dà sicurezza, il rever del cappotto tirato su è segno di aggressività, le scarpe devono essere pulite e i piedi in vista perché i piedi comunicano la nostra interiorità. Ok, ho capito tutto. L’esito del colloquio è tutto riposto nel mio piede numero 41. 
Ogni volta mi invento, se è un lavoro creativo mi dimostro estroso, se è un lavoro di responsabilità mi faccio vedere attento, se è un lavoro in cui è richiesta la presenza è un macello. Alla fine di un colloquio anch’io non ho capito bene chi sono. Alla fine di un colloquio però mi rendo spesso conto che non era me che stavano cercando ma una persona normale, senza ambizioni e possibilmente ventenne. Sono più plasmabili. (volgarmente, sfruttabili). 

<<Ha portato un curriculum ? >> 
Eccomi. Eccomi di nuovo. 
<<Scusi, ha portato un curriculum ?>> 
Eccomi sono io, ma so che non mi vede!

Ho anche una teoria sulla possibilità di trovare o no un lavoro, è la teoria dei “soliti nomi”. A chi poco più che ventenne mi dice: io lavoro sono tanto impegnata, sì mi pagano bene, se vuoi un lavoro lo trovi, a queste persone chiedo il cognome e guarda caso è sempre un nome già noto: la giornalista è la figlia del giornalista, il regista è il figlio del regista, il presentatore è il figlio incapace del ricco o dell’aristocratico. Mia madre fa la casalinga e non è un mestiere, mio padre, tutto di un pezzo, rifiuta le raccomandazioni. Ma non importa, è solo una teoria. 

Stasera vado ad una festa. Mi devo distrarre. Da qualcosa, non so bene da cosa, ma mi devo distrarre. 
Bella festa. A parte le luci che mi disturbano, a parte le persone allegre che mi disturbano, a parte la musica che mi disturba, a parte i vestiti degli invitati che mi disturbano, a parte tutto questo è una bella festa e mi sto forse svagando. Sì lo so che quando si pensa di fare qualcosa per divertirsi è scontato che non ci si diverta lo so, tutto ciò che rientra nel comportamento umano, negli istinti e nella psicologia lo conosco, forse dovrei comprarmi una abilitazione per fare lo psicologo e inventarmi questo mestiere e invece di chiamarlo studio lo chiamo impresa individuale, potrei. 
Questi ospiti, tutti vestiti di nero e le scarpe sono come vanno di moda adesso, le fibbie i tacchi larghi, le piante stile barca in alto mare, non c’è un particolare che sia originale che sveli nella persona che lo indossa la spinta o la voglia di essere distinguibile, di voler dire sono un’altra persona io. Tutti uguali, tutti conformi, tutti che pensano che il mal comune è un mezzo gaudio. Non voglio gaudire a metà. Esco. 
Non posso tornare a casa, è troppo presto il miei genitori penserebbero che non mi sono divertito o peggio non mi sono integrato. Quello che per loro è una maledizione per me è una benedizione. Ci deve essere stato un momento in cui le nostre vite si sono distaccate e poi contrapposte. Io, l’adolescente non ribelle, il primo della classe, la laurea con quasi il massimo della votazione, io che ho vegetato sulle decisioni che mi riguardavano perché le alternative non le conoscevo. E tutto quello che oggi ho è esattamente ciò che quel percorso intrapreso avrebbe dovuto evitare.
(Domani la quinta e ultima parte)
Curriculum vitae, storia di Lucio Lieto. Prima parte

Curriculum vitae, storia di Lucio Lieto (terza parte)

Sabato pomeriggio. 
Alla radio stanno trasmettendo musica da discoteca, lo speaker si finge disc jockey, tutti hanno un tono di voce che incita ad andare in discoteca. E’ tutto così omologato, scontato. Tutto questo mi toglie la vita. 
E’ il sabato pomeriggio la mia strage del sabato sera. Durante la settimana sono affaticato dal coma che mi trascina in questa ernia di vita, il sabato la parte di me in coma muore e si stacca. Per me la domenica è una tana. I miei genitori escono, vanno fuori città, io mi alzo tardi, esco con la tuta e vado a comprare giornali e cibo e, come fosse della refurtiva, la porto in camera e la divoro. Cibo e giornali. Se non fosse per la paura di un blocco intestinale mi nutrirei di giornali. La domenica sera esco, così quando i miei genitori rientrano, non mi trovano e sono contenti di poter pensare che mi sto svagando. Non vorrei mai essere un genitore con queste speranze. E io non ce la faccio più ad alimentare le loro mediocri contentezze: essere un po’ tranquillo, svagarmi un po’, distrarmi un po’, un pezzettino di pane ...di tutto quanto il possibile, solo un po’ è quello che gli altri sperano per me. 
Fonte foto
Non so se è una moda legata ai tempi o alle mie scarne frequentazioni, ma sempre più persone usano il verbo vomitare nei loro discorsi,<<per poco non vomitavo>>, <<se continuo così vomito>>,<<fa venire il vomito>> ecc.ecc. Ormai il vomito è l’unica interiorità che riusciamo a tirare fuori. Ci guardiamo sui tram, negli ascensori, sui marciapiedi e le nostre grida rimangono incatenate e quando escono sono vomito.

Lucio Lieto, mi dico il mio nome come scritto sull’ultimo curriculum che ho inviato e così mi penso: sulla carta non sono un perdente e durante quei cinque - sei mesi in cui ho lavorato tutti erano soddisfatti di me, io non lo ero molto di loro, datori di lavoro e colleghi, ma loro sì. Se camminassi per la strada come fossi il mio curriculum, camminerei a testa alta, guarderei le persone nel volto e alcuni, forse, li saluterei “buongiorno, bella signora” mica che poi lo sia, ma in quel momento lo penserei. Se fossi il mio curriculum sarei sintetico ma efficace e risoluto. Ma se esco dal curriculum mi vedo: cammino a testa bassa, non saluto nessuno, a volte non riconosco i conoscenti, in qualunque direzione vada ho sempre la sensazione di avere il sole contro gli occhi, quando vivo in comunità con gli altri non sono affatto risoluto e per dire un concetto che richiederebbe dieci parole ne impiego trenta e non è detto che ciò che dico venga compreso. 
Per ogni lavoro in cui mi propongo mando un curriculum diverso, come faceva la mia ex ragazza quando abbinava lo smalto delle unghie al vestito, un giorno poi si è tagliata le unghie cortissime e ha iniziato a portarle senza smalto e anche i vestiti cominciarono ad essere colore pastello: poi ci siamo lasciati, disse che ero  io che le toglievo lo smalto. Aveva delle unghie da strega, mi ricordo, e anche la risata era un susseguirsi di iih! Le potrei telefonare. Ma poi che le dico? Non mi è successo niente, durante questi otto mesi, che sia da raccontare. 
Mia mamma sarebbe contenta di avere una nuora, mio padre un nipotino, io una vita. Forse intorno ai quaranta anni. Io stesso sono stanco di questo pessimismo, ma posso solo sperare che il pessimismo si stanchi di me e mi abbandoni perché io non ce la faccio a lasciarlo. 
Le potrei telefonare... e se poi non mi riconosce? se devo dire: <<Io, Lucio… stavamo insieme otto mesi fa>>, io mi ricordo persone incontrate anni ed anni fa, ma non so quali siano le capacità di memoria delle persone, non so quanto io mi imprima negli altri. 
Di nuovo mercoledi e di nuovo cinema. 
<<Dicono che è bello.>> 
<<Chi lo dice ?>> 
<<La critica.>>
<<E il pubblico ?>>
<<Ci va.>>
<<Pubblico provinciale. >>
E così ci andremo anche noi.

Curriculum vitae, storia di Lucio Lieto (prima parte)

Essere come cane e gatto...?!

Baci, baci e coccole e poi coccole e baci, fino a quando ...

...decisero di diventare una vera famiglia allargata

E fu così che nei secoli, l'espressione "essere come cane e gatto" cadde in disuso. Ai nostri tempi, alcuni umani, nostalgici del "bel parlare", continuano ad utilizzarla, ma, a tutt'oggi, ignorano quale possa essere l'origine di tale espressione. 
Foto tratte dalla pagina facebook di Pensiero Micioso


Natale di Giuseppe Ungaretti, intervistato da Pasolini

Ungaretti saluta studenti manifestanti

Natale
di Giuseppe Ungaretti

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare


Napoli, il 26 dicembre 1916

Un momento di tregua dalla guerra, per Ungaretti soldato, che coincide con il Natale. La Guerra ... e il Natale che appare come una tregua. E' il periodo dei festeggiamenti, delle risa e degli auguri obbligati. Parole dal contenuto apparentemente vuoto (così; una cosa; Qui); se uno studente in un tema scrivesse “come una cosa” nel giudizio dell’insegnante potremmo, forse, leggere: “povertà di linguaggio”. Ma quel “come una cosa” è collegato al “non ho voglia” iniziale, ossia non ho sensazioni, stimoli, desideri, sono come una cosa.
Il “posata in un angolo e dimenticata” si può collegare a “ho tanta stanchezza sulle spalle” e così, in un angolo, al riparo dal mondo e le sue atrocità che pesano sulle spalle di un soldato quanto di un poeta, c'è il desiderio di essere dimenticati, ossia lontani anche dall’essere pensati. La vera pace, quella priva di essere umano.
La più grande vivacità è l’immagine del focolare, ma ci sono capriole di fumo, non fiamme scoppiettanti; lo scoppiare del fuoco sarebbe un rumore troppo riconducibile al terreno di guerra. Tanto più gentili  sono le capriole di fumo, forse suscitano nel poeta anche un mesto sorriso. Sanno - le capriole di fumo - come muoversi mentre tutto è immobile e quello che non è immobile è senza pace, come il poeta e l’Uomo. 
Non gridate più
Cessate d’uccidere i morti,
Non gridate più, non gridate
Se li volete ancora udire,
Se sperate di non perire.
Hanno l’impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell’erba,
Lieta dove non passa l’uomo.


Video: Pasolini intervista Ungaretti (Pasolini domanda se esiste la normalità sessuale, domanda oggi banale e scontata. Ma al di là del tempo quello che contano sono le risposte)

Curriculum vitae, storia di Lucio Lieto (seconda parte)

Giovedì 
Non ce la farò mai ad alzarmi, il materasso mi si è incollato addosso, mi pesa la parte destra, deve essere il fegato. Tasto con la mano la parte dolente per sentire se c’è un bozzo che possa sembrare un tumore: tutto liscio. L’intestino però, appena sotto lo stomaco, è rigido, è la colite spastica. Mi dico quello che mi direbbero gli altri: non è possibile che abbia malattie psicosomatiche con la vita tranquilla che hai: niente lavoro, niente datori di lavoro che ti sfruttano, niente moglie che ti assilla, niente figli da mantenere, niente mutuo da pagare, niente bollette, niente rate dell’auto, niente assicurazioni o contributi, niente suocere, niente cognati...chissà che avrò. Poi mi ricordo che siccome è giovedì dovrei essere contento e però non mi ricordo perché. 
Passo più di un’ora a decidere come vestirmi poi mi vesto come sempre. Faccio colazione, lentamente. Per le dieci e trenta sono pronto e scendo a comprare il giornale con gli annunci di lavoro: ai quindici curricula (cioè ai quindici me stesso) che ho inviato due settimane fa non ha risposto nessuno, ormai credo che gli annunci sui giornali siano tutti falsi, servono solo per fare pubblicità a basso prezzo ad alcune piccole aziende e commercianti. 
Scendo le scale già pulite: da disoccupato ho perso anche il profumo del detersivo da atrio. 
Compro il giornale: ha lo stesso prezzo del gratta e vinci e le stesse probabilità di trovare un lavoro o il jolly da un milione di euro. Salto le colonne degli Speedy boys, salto la colonna degli agenti, salto le belle presenze, gli età minima 18, 21, 25, 27, salto il volantinaggio per gli studenti che hanno tempo libero, salto anche...dalla prossima settimana compro un gratta e vinci. 
Ho ancora un paio di numeri da chiamare: li chiamo, mi risponde al primo una segretaria che non sa niente, se cercano personale, a chi potrei rivolgermi, quando richiamare. Ringrazio e riattacco: potrei fare il segretario. 
Al secondo continuano a pregarmi di attendere, che stanno inoltrando la chiamata, che se non rimango in linea perdo il diritto di chiamata, dio che ansia. Riattacco. 
Un mare di?
Non so che fare, non so che dire e per oggi non ho niente da fare: è mezzogiorno e quaranta e la mia giornata è conclusa, giorni di ventiquattro ore che si riducono a due ore di ricerche. Peccato la laurea, peccato la creatività, l’intelligenza, l’iniziativa, tutte caratteristiche che come cadaveri non ancora del tutto sepolti mi navigano nel cervello, le ho avute queste caratteristiche? o forse me le sono immaginate o, peggio ancora, qualcun altro mi ha detto che le ho. Non lo so, non so che fare, non so che dire e soprattutto non so che dire a me stesso. Ci vivo troppo insieme a me stesso che ormai mi annoio solo a raccontarmi i pensieri di cui non seguo più il percorso: non so come inizia un mio pensiero e come si conclude, mi annoia ripetermi gli stessi progetti. E non mi va neanche di sperare in, in... in che ? boh, non lo so. Peccato anche l’ottimismo che avevo imparato. 
Oggi però è giovedì e non ho colpe. Domani è venerdì e girano le streghe. Sabato escono tutti. Domenica è sacra per molti. Lunedì è tutto chiuso. Martedì e mercoledì stanno in mezzo a tutto questo. 
Mi manca una bella canzone, mi manca un bel film, mi manca una vittoria o una soddisfazione, mi manca un sorriso disinteressato, una risata stonata, una pacca sulla spalla che non sia data per consolazione, mi manca salire le scale di corsa, una voce al telefono che annunci un evento che mi riguardi, mi manca la consapevolezza di esserci.

Rientro in casa, mi tolgo il giubbotto di jeans e accendo la televisione: programma dedicato ai trentenni. No, vi prego no!
<<Che cosa succede ?>>
<<Niente mamma, niente.>>
<<Mi sembrava di aver sentito gridare.>>
<<La televisione.>>
<<Che cosa c’è ?>>
<<Niente mamma, niente.>>
<<Perché non vai a comprare il pane, giusto un pezzettino.>>.
Spengo la televisione, mi rimetto il giubbotto e vado a comprare il pane, un pezzettino.
Mia mamma mi manda a comprare il pane perché mi senta utile come si fa con il nonno malato. Siamo una famiglia in cui non manca niente, solo quel pezzettino di pane per sentirmi utile e che, fra un quarto d'ora, porterò a casa prima che il programma sui trentenni sia terminato.
<<Metà ?>>
<<No un po’ meno grazie.>>
<<Così ?>>
<<Ecco sì, giusto un pezzettino>>.
Mi sento osservato, le donne casalinghe mi guardano saccenti: hanno capito sono disoccupato e mia mamma mi usa così, anche loro hanno dei figli o dei nipoti trentenni.
<<Nient’altro?>>
Stronze.
<<Due etti di prosciutto, un etto di olive nere e ...sì, mezzo chilo di spaghetti.>> tié.

Curriculum vitae, storia di Lucio Lieto (prima parte)


CURRICULUM VITAE di Lucio Lieto

Istruzione

2004 Maturità classica.
2010 Laurea in Lettere all’Università degli Studi di Roma.
Votazione: 108/110.
Lingue conosciute: francese, inglese, russo.

Soggiorni a: Londra (tre mesi);
                              Parigi (tre mesi);
                              Mosca (otto mesi).

Febbraio - Ottobre 2011: corso di Comunicazione scritta (800 ore).

Conoscenze informatiche: Photoshop; word;  excel

Esperienze professionali

Esperienza come ghostwriter e correttore di bozze.
Da ottobre ‘10 a gennaio ’11 impiegato presso un’azienda comunale
- Collaborazione nella realizzazione di dispense didattiche, di formazione e articoli vari (interviste, comunicati stampa, rewriting di testi e articoli vari);
  ______________________________________________________________________________
Sono un curriculum. Colloquio dopo colloquio ho finito col presentarmi sempre e comunque come da curriculum: incontro i genitori dei miei amici e recito il mio curriculum vitae, vado ad una festa e piacere, studi fatti: "classico e poi laurea in lettere, no, non il massimo dei voti, quasi, soggiorno a Mosca" "ah interessante, almeno un anno?" "no, no ma quasi, otto mesi". 
Mi chiamo Lucio Lieto, i miei genitori erano evidentemente degli ottimisti: una casa con un po’ di sacrifici e poi anche la seconda; un figlio, o anche due, che poi avrebbe studiato, non come loro che avevano avuto genitori che non se lo erano potuto permettere, loro potevano e io sono andato all’Università. Per avere un buon lavoro, mi dicevano, una posizione migliore della nostra. Studiare, crearsi una posizione e poi formarsi una famiglia. 

Infatti. Desolazione di un infatti. 

Stasera andrò al cinema: è serata di cinema da 4 euro, vecchi film degli anni ’90. Non m'interessa il cinema ma da quando sono disoccupato ci vado spesso, solo il mercoledì. Ho visto film che non mi sarebbero mai interessati se avessi avuto di meglio da fare o più soldi da spendere. Vado sempre all’ultimo spettacolo, non per un motivo legato ad atmosfere o incontri particolari ma solo perché se la mattina dopo mi alzo tardi non mi sento in colpa. Il giovedì lo sopporto meglio degli altri giorni perché il giovedì non ho colpe. 
Sto vedendo film di cui se ricordo il regista non ricordo gli attori, se ricordo il titolo non ricordo il regista e così via, nessun titolo di coda è completo nella mia testa, tutto sommato niente è completo in me: Woody Allen, La mia vita in rosa, Genio ribelle, Aprile, Daniele Lieti e Mastandrea, ehy baby (la colonna sonora, se non sbaglio) e il marchio della casa produttrice. 
Le poltroncine di velluto le detesto. Non ci scivoli. Chiacchiericcio che diminuisce con l’abbassarsi delle luci, alcune frasi si fanno più veloci per concludersi prima dell’arrivo del logo della casa distributrice. 

Immagine tratta da Harry a pezzi,1997 di e con Woody Allen
E inizia il film. 

Spero che mi dia qualcosa, una nuova sensazione, un’idea da scrivere sull’agenda, sto lì, lo guardo e aspetto. Niente. La gente ride e mi chiedo perché. Il bambino nato maschio vuole mettersi la gonna e la gente ride; il genio ribelle si conforma alla vita e il pubblico è soddisfatto, mentre io mi chiedo perché diavolo lo abbia fatto; aprile: sto ancora aspettando che succeda qualcosa che arriva il titolo di coda, oddio niente; Harry è a pezzi, proprio come me, perché non riesce più a scrivere, proprio come me, parla con i personaggi dei suoi racconti, proprio come me, e la gente ride, mi guardo: non come me. E intanto penso che i film non hanno mai contribuito a cambiarmi la vita. Non c’è un film, un attore o un personaggio che abbiamo significato qualcosa per me. Ma ci sono scrittori e libri. Le immagini le vedo scritte nelle parole, in un film non vedo immagini ma sento dialoghi e discorsi che mi annoiano. I film che preferisco sono quelli dove il dialogo è ridotto al minimo, mi piacciono le voci fuori campo: film biografici che una voce ti racconta.
Il film è finito, voglio andar via finché sono in tempo ma già si accendono le luci della sala, le persone si voltano verso di me, verificano le loro pupille aguzzando il loro sguardo su di me, voglio andare via, ma c’è un'ultima prova che dovrò affrontare: la tenda pesante una tonnellata in cui rimarrò affogato, già lo so, già lo sappiamo Harry. 

Esco dal cinema. E tanti altri si radunano a gruppetti di tre, quattro, cinque. 
Le coppie si allontanano più in fretta. 
Non sappiamo cosa fare e cosa dirci, il commento al film non richiede più di trenta secondi in fin dei conti siamo stati al cinema per lo stesso motivo: incontrarci il meno possibile. 

Sono le quattro e mezza del mattino, i gabbiani stanno litigando con i piccioni: nel dormiveglia tifo per i gabbiani. Arrivano anche i corvi, non so da che parte stiano i corvi, non mi sono mai alzato per verificare, ma mi prometto che un giorno lo farò, sì un giorno parteciperò completamente desto a questa guerra celeste. Cerco di addormentarmi, mi elettrizza il pensiero che domani è giovedì, il giorno più leggero in cui non ho colpe da espiare.
(seconda parte)

10° malessere della Sposa del Diavolo


Sono arrivata sulla terra con l’Anticiclone Caronte e sono ancora qua; comincia a fare freddo per me abituata alle fiamme roventi dell’Inferno. Oh Diavolo, quanto mi mancano le ustioni dell’inferno! Ho nostalgia anche di quel Diavolo di mio marito e del nostro pargolo demoniaco. Sì, avete capito, sono qui per salutarvi. Anche se rimanessi, comunque sia, il nostro addio sarebbe inevitabile tra meno di un mese, perché voi state per morire tutti quanti; morirete tra meno di un mese. Il famoso brivido della morte, il momento in cui vi passerà di fronte tutta la vostra vita come in un film. Il 21-12-2012: fine del mondo. Che cosa vedrete in quel momento? Potrete dire di essere stati davvero voi i registi di quel film o siete stati diretti da registi inesperti e sciagurati? E voi? Voi che vi siete fatti dirigere? Avvolgere il nastro, contestare il regista non si può. Attori, siete stati attori diretti da qualcuno, non siete state persone. Questo ho notato da quando sono arrivata sulla terra con Caronte: recitate una parte, la meno difficile, quella accettata dalla maggioranza perché maggiori saranno gli applausi. Parlate con frasi fatte, leggete libri insulsi, parlate di malanni e vi lamentate (o all’Inferno avrete davvero motivo di lamentarvi!). Ma questo mondo finirà.

Michelangelo
Giudizio universale (particolare)
In realtà non è proprio così, è solo la fine della vostra Terra perché l’Inferno ci sarà ancora, anzi da quel giorno sarà più affollato; arriverete a ondate, vi ammasserete alla porta dell’Inferno con la ferocia di entrare a tutti i costi perché tra stare all’Inferno e fuori dalla sua porta ma non più sulla Terra, credetemi, preferirete entrare. Cosa lasciate alle spalle? Niente, solo fuoco e acqua. E tante mosche. Mi devo affrettare mi aspettano giorni di grande lavoro. Stivarvi tutti non sarà semplice. Il mondo si capovolgerà: l’Inferno sarà abitato, la Terra deserta; l’Inferno sarà vivo, la Terra sarà morta.

Se non credete alle previsioni dei Maya provate con Giacomo Leopardi


E alla fine arrivò la Fine. Non si può dire che questa affermazione manchi di logica. Secondo i Maya, secondo il loro calendario, ci rimane un mesetto ancora da vivere; certo considerando la crisi che ci attanaglia è proprio un “mesetto”, neanche a pensarci a sperperare tutto quello che ci rimane. Che ci rimane? Come sempre i Grandi scrittori, poeti, filosofi e che, nella maggior parte sono già morti. Non pensiate che questo sia un post triste e, comunque, non sono io che ho inventato la morte. Nemmeno l’Apocalisse. Il Leopardi non ha mai parlato esplicitamente dell’Apocalisse, come se non avesse dovuto descriverla palesemente ma ce l’ha “raccontata” passo per passo, canto per canto, operetta morale dopo operetta morale. In quest’ultime, Le operette Morali, c’è nella struttura, come nella Bibbia, una sorta di Genesi (la prima operetta è L’Origine del genere umano) e una sorta di Apocalisse (l’ultima operetta è Il canto del Gallo Silvestre, dove si prevede la fine del cosmo). Non ho mai creduto ai professori scolastici che da un paio di secoli continuano a ripetere, e quindi tramandare, che il Leopardi è pessimista; io credo non lo sia affatto ma sia piuttosto apocalittico; sono un paio di secoli che ci spacciano il coraggio della Verità come pessimismo.
Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l’una di non saper nulla, l’altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte. (Zibaldone)
Bisogna notare che il Leopardi, come premesso nel Cantico del gallo silvestre (vedi post precedente), arriva attraverso la sua ricerca a dichiarare la fine imminente del Cosmo e non tanto dell’Uomo; l’uomo in quanto essere “accidentale” del Cosmo non fa parte di una prospettiva apocalittica (anche se una ipotesi di fine del genere umano la troviamo nell’operetta Dialogo di un folletto e di uno gnomo).
Nel  Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco il Leopardi immagina la fine del cosmo descrivendocela:
[…] Sappiamo che la terra, a cagione del suo perpetuo rivolgersi intorno al proprio asse, fuggendo dal centro le parti dintorno all'equatore, e però spingendosi verso il centro quelle dintorno ai poli, è cangiata di figura e continuamente cangiasi, divenendo intorno all'equatore ogni dì più ricolma, e per lo contrario intorno ai poli sempre più deprimendosi. Or dunque da ciò debbe avvenire che in capo di certo tempo, la quantità del quale, avvengaché sia misurabile in sé, non può essere conosciuta dagli uomini, la terra si appiani di qua e di là dall'equatore per modo, che perduta al tutto la figura globosa, si riduca in forma di una tavola sottile ritonda.
Per Leopardi la Terra si appiattirà

Colloquio di lavoro


"Che cosa sai fare?"
"So uccidere".
Non capì, per un momento pensò ad una battuta spiritosa, così per vincere la tensione, ma l’espressione del potenziale omicida era seria, estremamente fissa su di lui. No, non era una battuta. E lui che stava per abbozzare un sorriso, si ritrovò a dover rimediare a quel ghigno con un: che intende dire, scusi?
"Intendo dire che so uccidere e mi propongo per questo; forse nella vostra azienda non avete bisogno di un killer, uno scagnozzo o un normale e qualificato omicida ?"
"Queste sono domande a cui non si può rispondere così su due piedi". Era evidente che stava cercando il modo di rispondere qualcosa, le domande dirette le aveva sempre poste lui durante i colloqui di assunzione, ma rispondere a domande dirette non era altrettanto facile.
"Quindi …lei vuole fare il killer ?"
"Sempre che ce ne sia bisogno, s’intende."
"E lo chiede …cooosì ?"
"Sì lo so che i killer si assoldano attraverso trattative private e tramite persone fidate, magari politici, ma io sono molto fidato e una persona di grande fiducia, per questo credo che il killer e anche la spia siano le professioni più adatte alla mia personalità, ne sono convinto."
"E che studi ha fatto?"
"Il classico, lettere, un corso di perfezionamento in giornalismo e un corso di tiro a segno. Quest’ultimo è quello che più mi ha affascinato, per questo voglio dedicargli la mia vita e, scusi il cinismo, quella degli altri."
"Il cinismo...fosse solo questione di cinismo...assoldare così...io non credo si possa."
"Quindi non esclude che nella vostra azienda ci sia bisogno di una figura professionale come la mia?"
"Non mi faccia dire cose che non ho mai detto...la prego. È sicuro che non la mandi qualcuno?"
"Pensi che buffo se fossi un killer già assunto da qualcun altro e fossi qui per svolgere il mio compito."
"Mi sta minacciando?"
"No, le minacce le fa un’altra figura professionale, io arrivo dopo."