26 dicembre 2011

Tempo di previsioni astrologiche per noi...figli delle stelle...

In ogni parte del mondo l'uomo ha spiegato il cosmo come un insieme unico, un uovo cosmico, dove l'energia degli astri o delle fasi lunari è la stessa energia che agisce sugli uomini e sulla natura. Lo Zodiaco è forse il simbolo più universalmente diffuso, con le sue caratteristiche immutate (forma circolare, dodici segni, sette pianeti); dalla Mesopotamia ai Paesi della Scandinavia all'Africa, esso è il simbolo che esprime la sinergia tra micro e macro cosmo, il loro indissolubile legame. 
Nell'antichità, i termini astrologo e astronomo sono stati utilizzati per indicare lo stesso concetto; oggi non sarebbe più possibile usare l'uno al posto dell'altro, ma, all'epoca di maggiore splendore dell'impero babilonese, i sommi sacerdoti conoscevano sia le posizioni che gli influssi che le stelle esercitano sugli uomini, sulle cose e sugli esseri viventi. Furono gli astronomi Babilonesi (3000 a.C.) che battezzarono “anello zodiacale” quella fascia di cielo in cui vedevano muoversi i pianeti, da essi onorati come esecutori di una volontà superiore. Immaginavano questa fascia divisa in 12 segni o parti e credevano che ognuno di essi venisse percorso dal sole in 30 giorni. Qui gli dei avevano la loro reggia e vivevano con le loro corti. A ogni segno diedero successivamente il nome di una costellazione, ricavato dalle stelle fisse che facevano corona alle varie divinità. Tali divinità inviavano sulla terra, attraverso la luce e l'oscurità, i loro comandi sotto forma di influssi, positivi e negativi, che condizionavano il destino e il carattere di ogni essere vivente. A ogni segno dello zodiaco viene attribuito una natura diversa corrispondente a uno dei quattro elementi fondamentali che, secondo un'antichissima tradizione, costituiscono l'intero universo: Fuoco, Terra, Aria, Acqua. Tale distinzione divide i segni in quattro classi, che ne determinano i temperamenti sia in senso positivo sia in senso negativo. All'elemento Fuoco appartengono: Ariete, Leone, Sagittario. All'elemento Terra appartengono: Toro, Vergine, Capricorno. All'elemento Aria appartengono: Gemelli, Bilancia, Aquario. All'elemento Acqua appartengono: Cancro, Scorpione, Pesci. Questa classificazione in quattro zone in base agli elementi fondamentali corrisponde d'altra parte alle quattro stagioni: la prima zona va dall'equinozio di primavera al solstizio d'estate e comprende i tre segni primaverili Ariete, Toro, Gemelli (link con le previsioni 2012) La seconda zona va dal solstizio d'estate all'equinozio d'autunno e comprende i tre segni estivi Cancro, Leone Vergine. La terza zona va dall'equinozio d'autunno al solstizio d'inverno e comprende i tre segni autunnali Bilancia, Scorpione, Sagittario. La quarta zona va dal solstizio d'inverno all'equinozio di primavera e comprende i tre segni invernali Capricorno, Acquario, Pesci.
Per approfondimenti.

25 dicembre 2011

Il Faro, una luce nel mare.

Prometeo ruba il fuoco agli dei
Un tempo la luce, il fuoco sacro, fu dato agli uomini senza che questi si sforzassero troppo, un regalo, anzi il bottino di un furto messo a punto da Prometeo che rubò il fuoco all’Olimpo per darlo agli uomini. Prometeo ha così portato l’umanità fuori da una condizione di pura animalità, conducendola, attraverso la scoperta del fuoco, nel riconoscimento, scoperta, del proprio “io” intellettivo ed “umano”, inteso come “io” pensante e quindi capace di proporsi e porsi problemi e la capacità, attraverso ragionamenti a volte complessi, di risolvere, o almeno incamminarsi, sulla strada della loro soluzione.  Il buio, rischiarato dalla luce del fuoco, stimola domande che chiedono risposte. Con la scoperta della luce, l’esistenza, intesa come semplice sopravvivenza, non basta più a un genere umano che inizia a mettere a fuoco ciò che lo circonda. Rubare il fuoco non lascia traccia, perché per quanto se ne possa rubare il fuoco si rigenera, non è come staccare un ramo da un albero: vi rimane il punto della recisione e si vede che manca un ramo, il fuoco continuamente si rimargina e continuamente si ricrea. Lo si può intrappolare in parte in un falò, in una torcia, una lampada o cero o in un faro; queste luci illuminano, ci guidano, a volte anche all’interno di noi stessi, basti pensare alla fiamma di una candela utilizzata per la meditazione.  Secondo e il più affascinante: il faro, punto fermo dei naviganti. Circondati da acqua che non segna confini; in balia delle correnti e del tempo che all’improvviso cambia, il punto fermo dei naviganti è rappresentato dal faro. Non ne sostiene solo la meta e il percorso ma ne sostiene anche lo spirito e l’umore, l’ottimismo: vedere un faro in mezzo ad una burrasca o intravederlo dopo giorni di navigazione rincuora e dà forza. Sono ben due i fari che fanno parte delle 7 meraviglie del mondo: il Colosso di Rodi e il Faro di Alessandria. Il Colosso di Rodi era un’enorme statua antropomorfa che rappresentava Elios, il dio del sole, con un braciere acceso in una mano. 
Questa rappresentazione antropomorfa di un faro non è rimasta l’unica nella storia: la Statua della Libertà, alta 92 metri, quando fu collocata all’ingresso del porto di New York nel 1886, fu, per ordine del Congresso degli Stati Uniti, definita “Aid to navigation” (Aiuto alla navigazione), cioè un faro a tutti gli effetti, sia pure a luce fissa.  Il faro per eccellenza, un’altra delle sette meraviglie del mondo era il Faro di Alessandria, la grande città egiziana sul Mediterraneo fondata da AlessandroMagno nel 332 a.C. Questo monumento ebbe una vita lunga, ma dovette affrontare molte traversie prima di vedere la sua fine. E’ stato costruito da Sostrato di Cnido intorno al 280 a.C. sull’isolotto di Pharos, oggi un promontorio, di fronte ad Alessandria, ed è stato a partire da questo nome (Faro) che in seguito in tutte le lingue di origine greca e latina è stato definita la struttura che illumina il mare, mentre nella lingua anglosassone il faro diventa “lighthouse”, casa della luce.  Il faro di Alessandria era imponente, ricoperto di marmo bianco, alto 120 metri, costruito in tre tronchi, su cui troneggiava la lanterna cilindrico sormontata da una statua di Giove.  Si dice che la sua luce fosse visibile per più di 30 miglia, grazie anche ad un gioco di specchi progettati da Archimede. Il faro crollò definitivamente nel 1302, dopo che diversi terremoti lo avevano già distrutto in parte; lo troviamo spesso rappresentato su stampe, libri e dipinti. Nel grande atrio dell’Empire State Building di New York è situato un pannello che rappresenta il grattacielo che irradia raggi di luce dalla sua sommità, quasi una rappresentazione allegorica del primo grande faro conosciuto dall’umanità.  E che dire del Guardiano del Faro, figura che con il passare del tempo è diventata quasi mitica? I primi guardiani erano probabilmente schiavi che avevano l’incarico di raccogliere e accatastare legna per accendere, al calar del sole, i fuochi sulle colline prima ed in seguito nei bracieri in cima alle torri, continuando ad alimentarli per tutta la notte.  A partire dal Medio Evo questa funzione veniva svolta dai monaci nei monasteri. Nessuno li obbligava a farlo, ma dovevano considerare un loro preciso e sacro dovere quello di tenere acceso un fuoco sulla torre più alta per tenere lontane le navi di passaggio dai pericoli del mare. Quello del guardiano del faro è un mestiere particolare, un uomo di mare con i piedi per terra, un uomo che vive sospeso tra cielo e terra, che si identifica con il faro stesso situato spesso in cima a scogliere che sprofondano in mare per parecchi metri. Entrambi in mezzo al nulla, in mezzo al mare della vita, che si frange alla loro base con l’alta marea e le terribili ondate che lambiscono la loro luce durante una tempesta. 
Altro post: Il mare e il suo mistero 


Pagina della Marina Militare

23 dicembre 2011

La Befana sta arrivando

Oh bambini, eccomi di nuovo in viaggio, tutti gli anni la stessa storia: Babbo Natale si dimentica di consegnare quintali di regali e a me, ogni volta, tocca finire il suo lavoro. Vado di casa in casa a vedere dove ha dimenticato di lasciare i doni. Certo lui ha una slitta con tutti i comfort, trainata da agili renne. Io a cavallo di questa scopa che con il vento contro sembra sempre di andare in salita. “La befana vien di notte con le scarpe tutte rotte…”, certo, le scarpe rotte,  sono povera io mica come Babbo Natale, che lavora durante l’alta stagione con il suo vestito bordato di pelliccia; grasso per non dire obeso, e io secca sfinita e, come se non bastasse, a ridosso, ammazza che sfiga, della quaresima. Sono nata befana, che ci posso fare...brr che ventaccio quassù!

16 dicembre 2011

Pinocchio e l'albero degli zecchini

Disegno di Alessio, Tratto da
Pinocchio a Scuola
Pinocchio va nel campo dei miracoli a seminare gli zecchini d’oro. Lo hanno convinto il Gatto e la Volpe, gli hanno detto che da quelle monete nascerà un albero carico di zecchini. Pinocchio accetta entusiasta. Non è spinto dall’avidità, dalla smania di potere o dal desiderio sterile di ricchezza: lui vuole migliorare la vita del babbo Geppetto (il suo babbino, come lo chiama spesso) e nell’intento di Pinocchio è prevista una parte dei frutti d’oro da regalare al Gatto e alla Volpe. Li semina, li ricopre con attenzione e speranza, li annaffia. Ha il pollice verde (d’altronde lui è fatto di legno, sa come sono le piante) fa tutto quello che deve fare. Ma non nasce niente: il Gatto e la Volpe hanno rubato le monete appena seminate. E se le monete fossero rimaste lì? La storia ci dice che l’albero non spuntò perché gli zecchini/semi furono rubati, non ci dice che dagli zecchini non possono nascere le piante. La favola ci lascia il dubbio: e se invece…
Pinocchio, con la sua attenzione, la sua cura e la sua testardaggine da testa di legno, sarebbe riuscito a far nascere un albero; carico di zecchini d’oro, tante monete del colore del sole, come fossero tanti piccoli soli, tante piccole stelle appese alla chioma dell’albero, sullo sfondo il cielo dal colore dei capelli della fata Turchina.

12 dicembre 2011

La vecchia e la strega delle favole.

Baba Yaga fuori dalla sua
casa con le zampe di gallina
Una favola senza il personaggio della vecchietta che sia saggia o malefica, simile ad una regina o ad una strega sarebbe un favola a cui mancherebbe qualcosa. Forse la sorpresa, l’inaspettato; la parola favola che fa pensare ad un mondo magico ed etereo dove all’improvviso appare il suo contrario: il brutto che può nascondere il mostro o può forse nascondere la bella che ha subito un incantesimo e aspetta il momento di riprendere le sue sembianze originali. Vecchie che mangiano i bambini, come volessero riappropriarsi delle forze giovani che hanno ormai perduto. O vecchie vendicative verso giovani e belle principesse, contro le quali gettano maledizioni ed incantesimi che solo grandi peripezie e spesso l’intervento di un Principe riesce a sconfiggere. La vecchia, una Grande Madre, la Madre Natura invecchiata che non partorisce più ma dà la morte o si nutre della vita dei bambini. Così abbiamo la strega di Biancaneve, dove, sotto l’aspetto di una vecchia rugosa e mostruosa si nasconde la bella Regina Grimilde; come se la trasformazione avesse rovesciato la regina che diventa brutta e perfida come è in realtà interiormente; la strega di Hansel e Gretel, vive in un posto dolce e appetitoso: una casetta di marzapane. In realtà è lei ad essere golosa di bambini, è infatti un esempio di cannibalismo. 

La Disney ha creato anche Nocciola, brutta e vecchia, attrae per la sua simpatia, vola a cavallo della sua scopa Belzebù, divertendosi a spaventare gli abitanti di Paperopoli. Vestito e cappello neri da cui svolazzano capelli bianchi. Nella versione di Walt Disney, ha un grosso naso rosso ed indossa un vestito da strega viola, con mantello e cappello neri. Dalla mitologia e dalle fiabe slave abbiamo Baba Yaga (gamba d’osso), rappresentata come una brutta vecchia rugosa. Si sposta volando dentro un mortaio e utilizza il pestello come timone. La sua abitazione è una capanna tenuta sospesa da terra da due zampe di gallina, le mura esterne sono fatte di ossa (in alcune versioni anche Baba Yaga come la strega di Hansel e Gretel mangia i bambini). In alcune versioni tuttavia, è dipinta come una vecchia saggia dispensatrice di consigli.

7 dicembre 2011

Nuove assunzioni all'Inferno. Contratto per l'Eternità. 6° Malessere della Sposa del Diavolo



Fumè Draconis, padre di Grisù,
 nuovo assunto all'Inferno
C’è traffico da qualche giorno nel mio Inferno, ve lo dico io che sono la Sposa del diavolo, erano secoli che non si vedeva questo andirivieni, ma che sta succedendo sulla terra con tutti questi dannati? C’è sciopero in Paradiso? O i preti non vi danno più l’assoluzione? Meglio per me. Nonostante questo gran daffare sono riuscita comunque a ritagliarmi un po’ di tempo per continuare la lettura dell’Apocalisse. La leggo e la rileggo fin dalle prime stesure, racconta di draghi e donne prossime al parto e come se quello che leggo si stesse avverando ecco che qui all’Inferno è arrivato, come aiutante, un drago, si chiama Fumè Draconis. Per Lucifero quanto lavora! Con lui l’Inferno non avrà mai fine, le sue lingue di fuoco s’innalzano come danzassero il ballo di San Vito. Che indemoniate! Non so molto di lui, a me basta che sputi fiamme e faccia urlare i dannati, a me non interessa il curriculum per non parlare poi delle raccomandazioni, io cerco personaggi dalla fama oscura non persone di chiara fama. Non ho ancora verificato se questo Fumè è abbastanza losco, vedrò in futuro. Mi dicono che a volte nomini il figlioletto, un certo Grisù che sulla terra fa, udite udite, il pompiere! o poveretto che vergogna per un drago! Bene,il figlio è il suo tallone di Achille, il punto su cui posso infierire; ne so quanto basta per dominarlo. Parola della Sposa del Diavolo.

6 dicembre 2011

Il manicomio ha chiuso

Il manicomio aveva chiuso da molti anni e la cancellata era stata fissata con una catena lunga e grossa, ormai quasi fusa dalla ruggine con il ferro battuto del cancello. Elvira passava di lì ogni giorno, un giorno per Elvira poteva corrispondere a mezzo o a due giorni, dipendeva dalla luce del sole o dalla fame. Elvira non parlava da quattro anni. Gli occhi dei passanti quando la guardavano perdevano luce: si sentiva come la luna che per eclissi oscura il sole, ma di tanto in tanto, perché la luna potere non ha; la luna non ha luce propria si diceva Elvira, può solo passare davanti al sole ed oscurarlo per un po’; la luna si nutre della luce del sole e quando non vuole più essere sua schiava lo oscura con un' eclissi. Afferrava con le mani le sbarre del cancello e infilava il volto tra le due sbarre come aveva fatto spesso con le sbarre della sua finestra che era là, la vedeva, là proprio nell’angolo laggiù dell’edificio. 
Che bello sarebbe stato tornare a vivere ancora là. Che bello sentire ancora l’odore del cibo, misero cibo, ma caldo, consumato insieme ad altri come lei. E poi i rumori, di posate, di carrelli, di urla, di telefoni lontani, negli uffici che lei non aveva mai visto ma che sapeva esistevano, e poi i rumori delle macchine che venivano dalla strada, dove ora lei passava i giorni e le notti. E poi c’era la voce di Carlo che le recitava sempre: <<Oh Elvira, Elvira mia o lui felice…>> (1). La faceva ridere Carlo che declamava, Carlo che si inginocchiava, Carlo che si prendeva la testa fra le mani…oh lui felice. Non aveva mai capito Elvira che l’altra Elvira aveva reso felice un moribondo innamorato di lei, donandole un bacio; lui era timido e non si era mai dichiarato ma la morte lo aveva reso coraggioso e le aveva chiesto quel primo ed ultimo bacio. Elvira dentro le sbarre questo non lo sapeva. Elvira non aveva capito che Carlo voleva un bacio da lei; ora attaccata al cancello sentiva ancora quella voce e pensava a quel bacio chiesto all’altra Elvira. Perché non aveva potuto essere lei? perché se era vissuta in un manicomio non avrebbe anche potuto vivere in una pagina di un poeta disperato e vivere ancora nella voce di un matto? perché era stata condannata a vivere in solo posto, per una sola volta e per di più male, malissimo, dentro ad una solitudine afona? Aiutatemi, aiutatemi gridava Elvira dentro di sé, ma nessuno la sentiva, gridava sottovoce; era salita con i piedi sul cancello inserendoli tra le sbarre, aiutatemi, aprite la mia finestra voglio sentire la voce di Carlo, i rumori, gli odori caldi, voglio vedere spegnere le luci per la notte, voglio le urla del mattino che mi fanno da sveglia, voglio essere da qualche parte, voglio che se parlo mi si senta e se non parlo mi si reciti una poesia. Era sfinita da quella preghiera, cadde in ginocchio aggrappata alla cancellata guardando le sbarre della sua finestra, laggiù nell’angolo, sì, proprio quella laggiù.

(1) Consalvo (Giacomo Leopardi)

3 dicembre 2011

Grisù il draghetto

"Farò il pompiere! Io farò il pompiere!"
<<Sono il draghetto Grisù, io incendio tutto ciò che più desidero, perché se mi emoziono, dalla mia gola escono fiamme di fuoco. Sono nato drago, da un padre orgoglioso di essere drago, ma io voglio fare il pompiere e spegnere il fuoco. Il fuoco che i miei antenati erano così orgogliosi di appiccare. Il fuoco che ha origine proprio da me, essendo drago. Mio padre si chiama Fumé. E forse il suo nome gli fa pensare che ben presto produrrà fumo più che fiamme. Io devo riuscire a spegnere il fuoco che si genera dentro di me perché in realtà io ho un altro fuoco da alimentare: quello della passione, la passione per l’acqua che spegne il fuoco. Forse voglio inconsciamente distruggere la mia famiglia e tutto quello che la mia famiglia produce: il fuoco. Perché il fuoco distrugge e io voglio l’acqua, l’acqua che porta la vita. Giovane e con un grande sogno, mi ritrovo circondato da vecchi draghi di famiglia che mi vedono un loro proseguimento, capite? una tipica situazione italiana: giovani schiacciati dai vecchi. Io però vivo in Scozia, nella Valle Del Drago, meta turistica di cui mio padre Fumé è la principale attrazione. I turisti ci fotografano, si mettono in posa con noi e poi mi salutano, a me che sono il piccoletto, dicendo “oh carino, ricordati: tale padre, tale figlio” e a questa frase io tremo. Perché io farò il pompiere!>> In bocca al lupo a tutti i giovani Grisù.
Guarda il 1° episodio di Il draghetto Grisù