6 dicembre 2011

Il manicomio ha chiuso

Il manicomio aveva chiuso da molti anni e la cancellata era stata fissata con una catena lunga e grossa, ormai quasi fusa dalla ruggine con il ferro battuto del cancello. Elvira passava di lì ogni giorno, un giorno per Elvira poteva corrispondere a mezzo o a due giorni, dipendeva dalla luce del sole o dalla fame. Elvira non parlava da quattro anni. Gli occhi dei passanti quando la guardavano perdevano luce: si sentiva come la luna che per eclissi oscura il sole, ma di tanto in tanto, perché la luna potere non ha; la luna non ha luce propria si diceva Elvira, può solo passare davanti al sole ed oscurarlo per un po’; la luna si nutre della luce del sole e quando non vuole più essere sua schiava lo oscura con un' eclissi. Afferrava con le mani le sbarre del cancello e infilava il volto tra le due sbarre come aveva fatto spesso con le sbarre della sua finestra che era là, la vedeva, là proprio nell’angolo laggiù dell’edificio. 
Che bello sarebbe stato tornare a vivere ancora là. Che bello sentire ancora l’odore del cibo, misero cibo, ma caldo, consumato insieme ad altri come lei. E poi i rumori, di posate, di carrelli, di urla, di telefoni lontani, negli uffici che lei non aveva mai visto ma che sapeva esistevano, e poi i rumori delle macchine che venivano dalla strada, dove ora lei passava i giorni e le notti. E poi c’era la voce di Carlo che le recitava sempre: <<Oh Elvira, Elvira mia o lui felice…>> (1). La faceva ridere Carlo che declamava, Carlo che si inginocchiava, Carlo che si prendeva la testa fra le mani…oh lui felice. Non aveva mai capito Elvira che l’altra Elvira aveva reso felice un moribondo innamorato di lei, donandole un bacio; lui era timido e non si era mai dichiarato ma la morte lo aveva reso coraggioso e le aveva chiesto quel primo ed ultimo bacio. Elvira dentro le sbarre questo non lo sapeva. Elvira non aveva capito che Carlo voleva un bacio da lei; ora attaccata al cancello sentiva ancora quella voce e pensava a quel bacio chiesto all’altra Elvira. Perché non aveva potuto essere lei? perché se era vissuta in un manicomio non avrebbe anche potuto vivere in una pagina di un poeta disperato e vivere ancora nella voce di un matto? perché era stata condannata a vivere in solo posto, per una sola volta e per di più male, malissimo, dentro ad una solitudine afona? Aiutatemi, aiutatemi gridava Elvira dentro di sé, ma nessuno la sentiva, gridava sottovoce; era salita con i piedi sul cancello inserendoli tra le sbarre, aiutatemi, aprite la mia finestra voglio sentire la voce di Carlo, i rumori, gli odori caldi, voglio vedere spegnere le luci per la notte, voglio le urla del mattino che mi fanno da sveglia, voglio essere da qualche parte, voglio che se parlo mi si senta e se non parlo mi si reciti una poesia. Era sfinita da quella preghiera, cadde in ginocchio aggrappata alla cancellata guardando le sbarre della sua finestra, laggiù nell’angolo, sì, proprio quella laggiù.

(1) Consalvo (Giacomo Leopardi)

3 commenti:

  1. Wow... un testo molto forte! Brava.
    Bella anche l'idea di citare Leopardi (non conosco questa sua opera, dovrò leggerla!).

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    1. E' una poesia che ho letto tantissime volte, una delle mie preferite. Credo che faccia parte di quelle poesie che non rientrano nei programmi scolastici.

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    2. Ho letto il canto ed è davvero bellissimo, dolcissimo e tristissimo. Insomma, si vede che è del nostro amato Leopardi! Grazie per avermelo fatto scoprire!

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