Il Faro, una luce nel mare.

Prometeo ruba il fuoco agli dei
Un tempo la luce, il fuoco sacro, fu dato agli uomini senza che questi si sforzassero troppo, un regalo, anzi il bottino di un furto messo a punto da Prometeo che rubò il fuoco all’Olimpo per darlo agli uomini. Prometeo ha così portato l’umanità fuori da una condizione di pura animalità, conducendola, attraverso la scoperta del fuoco, nel riconoscimento, scoperta, del proprio “io” intellettivo ed “umano”, inteso come “io” pensante e quindi capace di proporsi e porsi problemi e la capacità, attraverso ragionamenti a volte complessi, di risolvere, o almeno incamminarsi, sulla strada della loro soluzione.  Il buio, rischiarato dalla luce del fuoco, stimola domande che chiedono risposte. Con la scoperta della luce, l’esistenza, intesa come semplice sopravvivenza, non basta più a un genere umano che inizia a mettere a fuoco ciò che lo circonda. Rubare il fuoco non lascia traccia, perché per quanto se ne possa rubare il fuoco si rigenera, non è come staccare un ramo da un albero: vi rimane il punto della recisione e si vede che manca un ramo, il fuoco continuamente si rimargina e continuamente si ricrea. Lo si può intrappolare in parte in un falò, in una torcia, una lampada o cero o in un faro; queste luci illuminano, ci guidano, a volte anche all’interno di noi stessi, basti pensare alla fiamma di una candela utilizzata per la meditazione.  Secondo e il più affascinante: il faro, punto fermo dei naviganti. Circondati da acqua che non segna confini; in balia delle correnti e del tempo che all’improvviso cambia, il punto fermo dei naviganti è rappresentato dal faro. Non ne sostiene solo la meta e il percorso ma ne sostiene anche lo spirito e l’umore, l’ottimismo: vedere un faro in mezzo ad una burrasca o intravederlo dopo giorni di navigazione rincuora e dà forza. Sono ben due i fari che fanno parte delle 7 meraviglie del mondo: il Colosso di Rodi e il Faro di Alessandria. Il Colosso di Rodi era un’enorme statua antropomorfa che rappresentava Elios, il dio del sole, con un braciere acceso in una mano. 
Questa rappresentazione antropomorfa di un faro non è rimasta l’unica nella storia: la Statua della Libertà, alta 92 metri, quando fu collocata all’ingresso del porto di New York nel 1886, fu, per ordine del Congresso degli Stati Uniti, definita “Aid to navigation” (Aiuto alla navigazione), cioè un faro a tutti gli effetti, sia pure a luce fissa.  Il faro per eccellenza, un’altra delle sette meraviglie del mondo era il Faro di Alessandria, la grande città egiziana sul Mediterraneo fondata da AlessandroMagno nel 332 a.C. Questo monumento ebbe una vita lunga, ma dovette affrontare molte traversie prima di vedere la sua fine. E’ stato costruito da Sostrato di Cnido intorno al 280 a.C. sull’isolotto di Pharos, oggi un promontorio, di fronte ad Alessandria, ed è stato a partire da questo nome (Faro) che in seguito in tutte le lingue di origine greca e latina è stato definita la struttura che illumina il mare, mentre nella lingua anglosassone il faro diventa “lighthouse”, casa della luce.  Il faro di Alessandria era imponente, ricoperto di marmo bianco, alto 120 metri, costruito in tre tronchi, su cui troneggiava la lanterna cilindrico sormontata da una statua di Giove.  Si dice che la sua luce fosse visibile per più di 30 miglia, grazie anche ad un gioco di specchi progettati da Archimede. Il faro crollò definitivamente nel 1302, dopo che diversi terremoti lo avevano già distrutto in parte; lo troviamo spesso rappresentato su stampe, libri e dipinti. Nel grande atrio dell’Empire State Building di New York è situato un pannello che rappresenta il grattacielo che irradia raggi di luce dalla sua sommità, quasi una rappresentazione allegorica del primo grande faro conosciuto dall’umanità.  E che dire del Guardiano del Faro, figura che con il passare del tempo è diventata quasi mitica? I primi guardiani erano probabilmente schiavi che avevano l’incarico di raccogliere e accatastare legna per accendere, al calar del sole, i fuochi sulle colline prima ed in seguito nei bracieri in cima alle torri, continuando ad alimentarli per tutta la notte.  A partire dal Medio Evo questa funzione veniva svolta dai monaci nei monasteri. Nessuno li obbligava a farlo, ma dovevano considerare un loro preciso e sacro dovere quello di tenere acceso un fuoco sulla torre più alta per tenere lontane le navi di passaggio dai pericoli del mare. Quello del guardiano del faro è un mestiere particolare, un uomo di mare con i piedi per terra, un uomo che vive sospeso tra cielo e terra, che si identifica con il faro stesso situato spesso in cima a scogliere che sprofondano in mare per parecchi metri. Entrambi in mezzo al nulla, in mezzo al mare della vita, che si frange alla loro base con l’alta marea e le terribili ondate che lambiscono la loro luce durante una tempesta. 
Altro post: Il mare e il suo mistero 


Pagina della Marina Militare

1 commento:

  1. Complimenti cara Orlando per il blog più caldo e colorato del pianeta... nonostante il nome Kokoro, che fa pensare a tutt'altro. A visitarlo mi rivedo come ero un tempo ormai lontano, quando amavo immergermi proprio in questo tipo di atmosfere e per questo mi piacerebbe ospitarti un giorno con un tuo post sul mio blog. Pensaci.
    Nel frattempo Auguri per un felice 2012.

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