Come Charlot su una Panchina

Charlie Chaplin in Luci della Città
C’era un tale che viveva una vita apparentemente anonima. Passava gran parte del tempo ad osservare e ad occuparsi delle vite degli altri. Spesso lo si vedeva seduto su una panchina nella zona della stazione. Un giorno un altro tale, sempre preso dalla sua vita frenetica, ricca di incontri e con i minuti sempre contati, gli chiese: Ma te sei proprio contento di questa vita?  Be', rispose, in effetti a volte ad osservarvi mi mettete addosso tanta tristezza, ma se volete continuare così io non ho niente in contrario. Accavallò la gamba destra sulla sinistra e cambiò punto di osservazione dalla sua panchina.
Oggi stare in panchina è un’anomalia sociale ... Se non si è anziani, donne incinte o con carrozzina, se si è maschi o femmine adulti, chi sta in panchina è poco raccomandabile. Nel migliore dei casi si è disoccupati, sfaccendati, vite di riserva. Eppure è l'ultimo simbolo di qualcosa che non si compra, di un modo gratuito di trascorrere il tempo e di mostrarsi in pubblico, di abitare la città. La panchina è il margine del mondo, vacanza di chi non va in vacanza, e il posto ideale per osservare quello che accade. Da lì si contempla lo spettacolo del mondo, ci si dà il tempo di perdere il tempo, come leggere un romanzo. Si guarda senza essere visti. Ecco alcuni dei non piccoli piaceri del sedersi su una panchina. Le mie preferite sono quelle verdi a onda di una volta, di legno, in via di estinzione. dal libro di Beppe Sebaste, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne.


Nessun commento:

Posta un commento