26 dicembre 2011

Tempo di previsioni astrologiche per noi...figli delle stelle...

In ogni parte del mondo l'uomo ha spiegato il cosmo come un insieme unico, un uovo cosmico, dove l'energia degli astri o delle fasi lunari è la stessa energia che agisce sugli uomini e sulla natura. Lo Zodiaco è forse il simbolo più universalmente diffuso, con le sue caratteristiche immutate (forma circolare, dodici segni, sette pianeti); dalla Mesopotamia ai Paesi della Scandinavia all'Africa, esso è il simbolo che esprime la sinergia tra micro e macro cosmo, il loro indissolubile legame. 
Nell'antichità, i termini astrologo e astronomo sono stati utilizzati per indicare lo stesso concetto; oggi non sarebbe più possibile usare l'uno al posto dell'altro, ma, all'epoca di maggiore splendore dell'impero babilonese, i sommi sacerdoti conoscevano sia le posizioni che gli influssi che le stelle esercitano sugli uomini, sulle cose e sugli esseri viventi. Furono gli astronomi Babilonesi (3000 a.C.) che battezzarono “anello zodiacale” quella fascia di cielo in cui vedevano muoversi i pianeti, da essi onorati come esecutori di una volontà superiore. Immaginavano questa fascia divisa in 12 segni o parti e credevano che ognuno di essi venisse percorso dal sole in 30 giorni. Qui gli dei avevano la loro reggia e vivevano con le loro corti. A ogni segno diedero successivamente il nome di una costellazione, ricavato dalle stelle fisse che facevano corona alle varie divinità. Tali divinità inviavano sulla terra, attraverso la luce e l'oscurità, i loro comandi sotto forma di influssi, positivi e negativi, che condizionavano il destino e il carattere di ogni essere vivente. A ogni segno dello zodiaco viene attribuito una natura diversa corrispondente a uno dei quattro elementi fondamentali che, secondo un'antichissima tradizione, costituiscono l'intero universo: Fuoco, Terra, Aria, Acqua. Tale distinzione divide i segni in quattro classi, che ne determinano i temperamenti sia in senso positivo sia in senso negativo. All'elemento Fuoco appartengono: Ariete, Leone, Sagittario. All'elemento Terra appartengono: Toro, Vergine, Capricorno. All'elemento Aria appartengono: Gemelli, Bilancia, Aquario. All'elemento Acqua appartengono: Cancro, Scorpione, Pesci. Questa classificazione in quattro zone in base agli elementi fondamentali corrisponde d'altra parte alle quattro stagioni: la prima zona va dall'equinozio di primavera al solstizio d'estate e comprende i tre segni primaverili Ariete, Toro, Gemelli (link con le previsioni 2012) La seconda zona va dal solstizio d'estate all'equinozio d'autunno e comprende i tre segni estivi Cancro, Leone Vergine. La terza zona va dall'equinozio d'autunno al solstizio d'inverno e comprende i tre segni autunnali Bilancia, Scorpione, Sagittario. La quarta zona va dal solstizio d'inverno all'equinozio di primavera e comprende i tre segni invernali Capricorno, Acquario, Pesci.
Per approfondimenti.

25 dicembre 2011

Il Faro, una luce nel mare.

Prometeo ruba il fuoco agli dei
Un tempo la luce, il fuoco sacro, fu dato agli uomini senza che questi si sforzassero troppo, un regalo, anzi il bottino di un furto messo a punto da Prometeo che rubò il fuoco all’Olimpo per darlo agli uomini. Prometeo ha così portato l’umanità fuori da una condizione di pura animalità, conducendola, attraverso la scoperta del fuoco, nel riconoscimento, scoperta, del proprio “io” intellettivo ed “umano”, inteso come “io” pensante e quindi capace di proporsi e porsi problemi e la capacità, attraverso ragionamenti a volte complessi, di risolvere, o almeno incamminarsi, sulla strada della loro soluzione.  Il buio, rischiarato dalla luce del fuoco, stimola domande che chiedono risposte. Con la scoperta della luce, l’esistenza, intesa come semplice sopravvivenza, non basta più a un genere umano che inizia a mettere a fuoco ciò che lo circonda. Rubare il fuoco non lascia traccia, perché per quanto se ne possa rubare il fuoco si rigenera, non è come staccare un ramo da un albero: vi rimane il punto della recisione e si vede che manca un ramo, il fuoco continuamente si rimargina e continuamente si ricrea. Lo si può intrappolare in parte in un falò, in una torcia, una lampada o cero o in un faro; queste luci illuminano, ci guidano, a volte anche all’interno di noi stessi, basti pensare alla fiamma di una candela utilizzata per la meditazione.  Secondo e il più affascinante: il faro, punto fermo dei naviganti. Circondati da acqua che non segna confini; in balia delle correnti e del tempo che all’improvviso cambia, il punto fermo dei naviganti è rappresentato dal faro. Non ne sostiene solo la meta e il percorso ma ne sostiene anche lo spirito e l’umore, l’ottimismo: vedere un faro in mezzo ad una burrasca o intravederlo dopo giorni di navigazione rincuora e dà forza. Sono ben due i fari che fanno parte delle 7 meraviglie del mondo: il Colosso di Rodi e il Faro di Alessandria. Il Colosso di Rodi era un’enorme statua antropomorfa che rappresentava Elios, il dio del sole, con un braciere acceso in una mano. 
Questa rappresentazione antropomorfa di un faro non è rimasta l’unica nella storia: la Statua della Libertà, alta 92 metri, quando fu collocata all’ingresso del porto di New York nel 1886, fu, per ordine del Congresso degli Stati Uniti, definita “Aid to navigation” (Aiuto alla navigazione), cioè un faro a tutti gli effetti, sia pure a luce fissa.  Il faro per eccellenza, un’altra delle sette meraviglie del mondo era il Faro di Alessandria, la grande città egiziana sul Mediterraneo fondata da AlessandroMagno nel 332 a.C. Questo monumento ebbe una vita lunga, ma dovette affrontare molte traversie prima di vedere la sua fine. E’ stato costruito da Sostrato di Cnido intorno al 280 a.C. sull’isolotto di Pharos, oggi un promontorio, di fronte ad Alessandria, ed è stato a partire da questo nome (Faro) che in seguito in tutte le lingue di origine greca e latina è stato definita la struttura che illumina il mare, mentre nella lingua anglosassone il faro diventa “lighthouse”, casa della luce.  Il faro di Alessandria era imponente, ricoperto di marmo bianco, alto 120 metri, costruito in tre tronchi, su cui troneggiava la lanterna cilindrico sormontata da una statua di Giove.  Si dice che la sua luce fosse visibile per più di 30 miglia, grazie anche ad un gioco di specchi progettati da Archimede. Il faro crollò definitivamente nel 1302, dopo che diversi terremoti lo avevano già distrutto in parte; lo troviamo spesso rappresentato su stampe, libri e dipinti. Nel grande atrio dell’Empire State Building di New York è situato un pannello che rappresenta il grattacielo che irradia raggi di luce dalla sua sommità, quasi una rappresentazione allegorica del primo grande faro conosciuto dall’umanità.  E che dire del Guardiano del Faro, figura che con il passare del tempo è diventata quasi mitica? I primi guardiani erano probabilmente schiavi che avevano l’incarico di raccogliere e accatastare legna per accendere, al calar del sole, i fuochi sulle colline prima ed in seguito nei bracieri in cima alle torri, continuando ad alimentarli per tutta la notte.  A partire dal Medio Evo questa funzione veniva svolta dai monaci nei monasteri. Nessuno li obbligava a farlo, ma dovevano considerare un loro preciso e sacro dovere quello di tenere acceso un fuoco sulla torre più alta per tenere lontane le navi di passaggio dai pericoli del mare. Quello del guardiano del faro è un mestiere particolare, un uomo di mare con i piedi per terra, un uomo che vive sospeso tra cielo e terra, che si identifica con il faro stesso situato spesso in cima a scogliere che sprofondano in mare per parecchi metri. Entrambi in mezzo al nulla, in mezzo al mare della vita, che si frange alla loro base con l’alta marea e le terribili ondate che lambiscono la loro luce durante una tempesta. 
Altro post: Il mare e il suo mistero 


Pagina della Marina Militare

23 dicembre 2011

La Befana sta arrivando

Oh bambini, eccomi di nuovo in viaggio, tutti gli anni la stessa storia: Babbo Natale si dimentica di consegnare quintali di regali e a me, ogni volta, tocca finire il suo lavoro. Vado di casa in casa a vedere dove ha dimenticato di lasciare i doni. Certo lui ha una slitta con tutti i comfort, trainata da agili renne. Io a cavallo di questa scopa che con il vento contro sembra sempre di andare in salita. “La befana vien di notte con le scarpe tutte rotte…”, certo, le scarpe rotte,  sono povera io mica come Babbo Natale, che lavora durante l’alta stagione con il suo vestito bordato di pelliccia; grasso per non dire obeso, e io secca sfinita e, come se non bastasse, a ridosso, ammazza che sfiga, della quaresima. Sono nata befana, che ci posso fare...brr che ventaccio quassù!

16 dicembre 2011

Pinocchio e l'albero degli zecchini

Disegno di Alessio, Tratto da
Pinocchio a Scuola
Pinocchio va nel campo dei miracoli a seminare gli zecchini d’oro. Lo hanno convinto il Gatto e la Volpe, gli hanno detto che da quelle monete nascerà un albero carico di zecchini. Pinocchio accetta entusiasta. Non è spinto dall’avidità, dalla smania di potere o dal desiderio sterile di ricchezza: lui vuole migliorare la vita del babbo Geppetto (il suo babbino, come lo chiama spesso) e nell’intento di Pinocchio è prevista una parte dei frutti d’oro da regalare al Gatto e alla Volpe. Li semina, li ricopre con attenzione e speranza, li annaffia. Ha il pollice verde (d’altronde lui è fatto di legno, sa come sono le piante) fa tutto quello che deve fare. Ma non nasce niente: il Gatto e la Volpe hanno rubato le monete appena seminate. E se le monete fossero rimaste lì? La storia ci dice che l’albero non spuntò perché gli zecchini/semi furono rubati, non ci dice che dagli zecchini non possono nascere le piante. La favola ci lascia il dubbio: e se invece…
Pinocchio, con la sua attenzione, la sua cura e la sua testardaggine da testa di legno, sarebbe riuscito a far nascere un albero; carico di zecchini d’oro, tante monete del colore del sole, come fossero tanti piccoli soli, tante piccole stelle appese alla chioma dell’albero, sullo sfondo il cielo dal colore dei capelli della fata Turchina.

12 dicembre 2011

La vecchia e la strega delle favole.

Baba Yaga fuori dalla sua
casa con le zampe di gallina
Una favola senza il personaggio della vecchietta che sia saggia o malefica, simile ad una regina o ad una strega sarebbe un favola a cui mancherebbe qualcosa. Forse la sorpresa, l’inaspettato; la parola favola che fa pensare ad un mondo magico ed etereo dove all’improvviso appare il suo contrario: il brutto che può nascondere il mostro o può forse nascondere la bella che ha subito un incantesimo e aspetta il momento di riprendere le sue sembianze originali. Vecchie che mangiano i bambini, come volessero riappropriarsi delle forze giovani che hanno ormai perduto. O vecchie vendicative verso giovani e belle principesse, contro le quali gettano maledizioni ed incantesimi che solo grandi peripezie e spesso l’intervento di un Principe riesce a sconfiggere. La vecchia, una Grande Madre, la Madre Natura invecchiata che non partorisce più ma dà la morte o si nutre della vita dei bambini. Così abbiamo la strega di Biancaneve, dove, sotto l’aspetto di una vecchia rugosa e mostruosa si nasconde la bella Regina Grimilde; come se la trasformazione avesse rovesciato la regina che diventa brutta e perfida come è in realtà interiormente; la strega di Hansel e Gretel, vive in un posto dolce e appetitoso: una casetta di marzapane. In realtà è lei ad essere golosa di bambini, è infatti un esempio di cannibalismo. 

La Disney ha creato anche Nocciola, brutta e vecchia, attrae per la sua simpatia, vola a cavallo della sua scopa Belzebù, divertendosi a spaventare gli abitanti di Paperopoli. Vestito e cappello neri da cui svolazzano capelli bianchi. Nella versione di Walt Disney, ha un grosso naso rosso ed indossa un vestito da strega viola, con mantello e cappello neri. Dalla mitologia e dalle fiabe slave abbiamo Baba Yaga (gamba d’osso), rappresentata come una brutta vecchia rugosa. Si sposta volando dentro un mortaio e utilizza il pestello come timone. La sua abitazione è una capanna tenuta sospesa da terra da due zampe di gallina, le mura esterne sono fatte di ossa (in alcune versioni anche Baba Yaga come la strega di Hansel e Gretel mangia i bambini). In alcune versioni tuttavia, è dipinta come una vecchia saggia dispensatrice di consigli.

7 dicembre 2011

Nuove assunzioni all'Inferno. Contratto per l'Eternità. 6° Malessere della Sposa del Diavolo



Fumè Draconis, padre di Grisù,
 nuovo assunto all'Inferno
C’è traffico da qualche giorno nel mio Inferno, ve lo dico io che sono la Sposa del diavolo, erano secoli che non si vedeva questo andirivieni, ma che sta succedendo sulla terra con tutti questi dannati? C’è sciopero in Paradiso? O i preti non vi danno più l’assoluzione? Meglio per me. Nonostante questo gran daffare sono riuscita comunque a ritagliarmi un po’ di tempo per continuare la lettura dell’Apocalisse. La leggo e la rileggo fin dalle prime stesure, racconta di draghi e donne prossime al parto e come se quello che leggo si stesse avverando ecco che qui all’Inferno è arrivato, come aiutante, un drago, si chiama Fumè Draconis. Per Lucifero quanto lavora! Con lui l’Inferno non avrà mai fine, le sue lingue di fuoco s’innalzano come danzassero il ballo di San Vito. Che indemoniate! Non so molto di lui, a me basta che sputi fiamme e faccia urlare i dannati, a me non interessa il curriculum per non parlare poi delle raccomandazioni, io cerco personaggi dalla fama oscura non persone di chiara fama. Non ho ancora verificato se questo Fumè è abbastanza losco, vedrò in futuro. Mi dicono che a volte nomini il figlioletto, un certo Grisù che sulla terra fa, udite udite, il pompiere! o poveretto che vergogna per un drago! Bene,il figlio è il suo tallone di Achille, il punto su cui posso infierire; ne so quanto basta per dominarlo. Parola della Sposa del Diavolo.

6 dicembre 2011

Il manicomio ha chiuso

Il manicomio aveva chiuso da molti anni e la cancellata era stata fissata con una catena lunga e grossa, ormai quasi fusa dalla ruggine con il ferro battuto del cancello. Elvira passava di lì ogni giorno, un giorno per Elvira poteva corrispondere a mezzo o a due giorni, dipendeva dalla luce del sole o dalla fame. Elvira non parlava da quattro anni. Gli occhi dei passanti quando la guardavano perdevano luce: si sentiva come la luna che per eclissi oscura il sole, ma di tanto in tanto, perché la luna potere non ha; la luna non ha luce propria si diceva Elvira, può solo passare davanti al sole ed oscurarlo per un po’; la luna si nutre della luce del sole e quando non vuole più essere sua schiava lo oscura con un' eclissi. Afferrava con le mani le sbarre del cancello e infilava il volto tra le due sbarre come aveva fatto spesso con le sbarre della sua finestra che era là, la vedeva, là proprio nell’angolo laggiù dell’edificio. 
Che bello sarebbe stato tornare a vivere ancora là. Che bello sentire ancora l’odore del cibo, misero cibo, ma caldo, consumato insieme ad altri come lei. E poi i rumori, di posate, di carrelli, di urla, di telefoni lontani, negli uffici che lei non aveva mai visto ma che sapeva esistevano, e poi i rumori delle macchine che venivano dalla strada, dove ora lei passava i giorni e le notti. E poi c’era la voce di Carlo che le recitava sempre: <<Oh Elvira, Elvira mia o lui felice…>> (1). La faceva ridere Carlo che declamava, Carlo che si inginocchiava, Carlo che si prendeva la testa fra le mani…oh lui felice. Non aveva mai capito Elvira che l’altra Elvira aveva reso felice un moribondo innamorato di lei, donandole un bacio; lui era timido e non si era mai dichiarato ma la morte lo aveva reso coraggioso e le aveva chiesto quel primo ed ultimo bacio. Elvira dentro le sbarre questo non lo sapeva. Elvira non aveva capito che Carlo voleva un bacio da lei; ora attaccata al cancello sentiva ancora quella voce e pensava a quel bacio chiesto all’altra Elvira. Perché non aveva potuto essere lei? perché se era vissuta in un manicomio non avrebbe anche potuto vivere in una pagina di un poeta disperato e vivere ancora nella voce di un matto? perché era stata condannata a vivere in solo posto, per una sola volta e per di più male, malissimo, dentro ad una solitudine afona? Aiutatemi, aiutatemi gridava Elvira dentro di sé, ma nessuno la sentiva, gridava sottovoce; era salita con i piedi sul cancello inserendoli tra le sbarre, aiutatemi, aprite la mia finestra voglio sentire la voce di Carlo, i rumori, gli odori caldi, voglio vedere spegnere le luci per la notte, voglio le urla del mattino che mi fanno da sveglia, voglio essere da qualche parte, voglio che se parlo mi si senta e se non parlo mi si reciti una poesia. Era sfinita da quella preghiera, cadde in ginocchio aggrappata alla cancellata guardando le sbarre della sua finestra, laggiù nell’angolo, sì, proprio quella laggiù.

(1) Consalvo (Giacomo Leopardi)

3 dicembre 2011

Grisù il draghetto

"Farò il pompiere! Io farò il pompiere!"
<<Sono il draghetto Grisù, io incendio tutto ciò che più desidero, perché se mi emoziono, dalla mia gola escono fiamme di fuoco. Sono nato drago, da un padre orgoglioso di essere drago, ma io voglio fare il pompiere e spegnere il fuoco. Il fuoco che i miei antenati erano così orgogliosi di appiccare. Il fuoco che ha origine proprio da me, essendo drago. Mio padre si chiama Fumé. E forse il suo nome gli fa pensare che ben presto produrrà fumo più che fiamme. Io devo riuscire a spegnere il fuoco che si genera dentro di me perché in realtà io ho un altro fuoco da alimentare: quello della passione, la passione per l’acqua che spegne il fuoco. Forse voglio inconsciamente distruggere la mia famiglia e tutto quello che la mia famiglia produce: il fuoco. Perché il fuoco distrugge e io voglio l’acqua, l’acqua che porta la vita. Giovane e con un grande sogno, mi ritrovo circondato da vecchi draghi di famiglia che mi vedono un loro proseguimento, capite? una tipica situazione italiana: giovani schiacciati dai vecchi. Io però vivo in Scozia, nella Valle Del Drago, meta turistica di cui mio padre Fumé è la principale attrazione. I turisti ci fotografano, si mettono in posa con noi e poi mi salutano, a me che sono il piccoletto, dicendo “oh carino, ricordati: tale padre, tale figlio” e a questa frase io tremo. Perché io farò il pompiere!>> In bocca al lupo a tutti i giovani Grisù.
Guarda il 1° episodio di Il draghetto Grisù 

28 novembre 2011

I Volti di Tutankhamon

La maschera funeraria di Tutankhamon in oro massiccio, conservata al museo del Cairo, è un vero capolavoro che testimonia l’alto grado di perfezione e di abilità nella tecnica dell’intarsio raggiunto nell'oreficeria durante il Nuovo Regno. E' stata ritrovata da Howard Carter nel 1922 nella Tomba di Tutankhamon nella Valle dei Re.  Alta 54 larga circa 39 cm per un peso di 11 kg, fu realizzata con numerosi strati d’oro battuto, intarsiato di ceramica e lapislazzuli, riproduce i lineamenti delicati del giovane faraone. Secondo l’antica tradizione, gli occhi sono in quarzo ed ossidiana mentre sopracciglia e trucco sono realizzati in lapislazzuli.  Il faraone indossa il tradizionale nemes (cuffia di stoffa, spesso in lino che avvolgeva il capo aprendosi lateralmente ad esso in due ampie ali per poi ricadere sul petto e sulle spalle; simbolo della natura divina del faraone, figlio del dio sole Ra, venuto in terra a proteggere il suo popolo e la sua terra: l'Egitto). Anche gli occhi hanno un loro simbolo: quello sinistro rappresenta la Luna, mentre quello destro il Sole. Sulla fronte della maschera del faraone, si trovano le due divinità associate al potere reale, l’Avvoltoio del Sud ed Ureo il Cobra del Nord. Il becco dell’avvoltoio è di lapislazzuli e gli occhi sono di quarzo dipinto in bianco e nero, mentre l’ureo è intarsiato di cornalina, lapislazzuli e turchesi. Le spalle di Tutankhamon sono coperte da un ampio collare, anch’esso di lapislazzuli, quarzo, feldspato verde, che termina con due teste di falco intarsiate sulle spalle.
Il retro della maschera è decorato con geroglifici del 151° capitolo del Libro dei Morti. Nella parte superiore si legge:

22 novembre 2011

L'Albero di Natale e le piante di Natale

Foto www.supernatale.com

In moltissime religioni si trova un albero sacro, depositario della vita, simbolo del legame tra Terra e Aria.  Per gli Egiziani l'albero sacro era il sicomoro che allattava il faraone garantiva la salvezza e la vita ultraterrena. La stessa dea Harthor è raffigurata come un albero che dà nutrimento e quindi vita; l'albero della Luce o Albero celeste è albero della rinascita, ogni candela o lampada è un'anima, e così pure è nell'albero buddista decorato per le feste dei morti. Efrem il Siro, nel IV secolo ricorda che il 6 gennaio ogni casa era decorata con corone, mentre nel nord d’Europa tutto il periodo solstiziale era caratterizzato dall'uso rituale e beneagurante di corone e rami. Durante le sacre rappresentazioni della Notte di Natale, si rappresentava per intero la storia della salvezza, veniva utilizzato per l'albero della tentazione, al posto di un melo, un abete, che era l'albero più comune in quei luoghi. Alla scelta dell'abete contribuì anche il fatto che si tratta di un sempreverde, facile simbolo di vita perenne la cui forma triangolare richiama l’ascesa al cielo e la perfezione trinitaria. Una delle prime decorazioni molto ricche dell'albero è documentata a Strasburgo, nel 1605: qui si allestivano alberi ai quali erano appese rose ritagliate in carta di vario colore, mele, ostie, ori vibranti: anche la rosa è un fiore simbolico del Natale, una leggenda parla della rosa di Gerico, che fiorì quando Maria la calpestò nella notte santa. 

21 novembre 2011

La Stella cometa di Giotto

Particolare dell'Adorazione dei Magi
dove in alto si può notare la stella
cometa di Halley vista da Giotto
nel 1299
Testimonianze evangeliche relative all'avvistamento di una stella che avrebbe guidato il viaggio dei Re Magi fino alla capanna di Gesù sono riportate nel Vangelo di Matteo.
In seguito, la tradizione popolare vuole come guida dei Re Magi una cometa (dal lat. Coma ossia chiomata), oggetto celeste considerato nel corso dei secoli, soprattutto nel Medioevo, come annunciatore di eventi disastrosi. Non è da stupirsi se lo stesso Giotto, vista passare la cometa di Halley nell’anno 1299, la dipingerà nel 1302 nell' Adorazione dei Magi uno degli affreschi della Cappella degli Scrovegni a Padova. Da allora l'arte e l'iconografia sacra adotterà l'astro chiomato come parte simbolica delle opere. Benché l'iconografia accetti la cometa come raffigurazione, si dovrà aspettare ancora 3 secoli prima che la parola "cometa" entri nell'uso comune.
In campo spirituale, il significato della stella perderà il suo simbolismo negativo per indicare un evento divino, in quanto ha potere di dare e diffondere luce; lo stesso Messia fu, nell'Antico Testamento, chiamato con il nome di Stella, poiché simbolo del Principio da cui tutto si diparte; allo stesso tempo, nel Vangelo, Matteo farà dire ai Re Magi <<... noi abbiamo visto la sua stella in Oriente...>> che tra le possibili interpretazioni può equivalere ad <<abbiamo visto la sua luce, quella di Cristo>> ad indicare la luce (stella) interiore che li guidava verso il Messia che di tale luce è principio primo.
Il problema principale per una spiegazione scientifica del fenomeno astrologico in questione pone il problema della data di nascita di Gesù; fonti legate allo storico Giuseppe Flavio riferiscono che Erode morì nel periodo che intercorse tra un'eclisse di Luna visibile a Gerico e la Pasqua ebraica successiva, eclisse documentata nella notte tra il 13 e il 14 Marzo dell'anno IV a.C.. Allora, essendo Erode morto nella primavera del 4 a.C. ed essendo stato visitato dai Magi quando Gesù era già nato, si presume che Gesù stesso deve essere nato come minimo 4 anni prima di quanto vuole la tradizione. D'altra parte questa data non può essere anticipata oltre il VII a.C.,anno in cui fu stabilito il censimento da parte dell'imperatore Augusto, che come sappiamo dal Vangelo di Luca, costrinse Giuseppe e Maria a tornare a Betlemme.

20 novembre 2011

Te piace o' presepe? Dal presepe di San Francesco ai presepi napoletani

Presepe di Arnolfo di Cambio. Foto

San Luca riferisce del viaggio di Maria e Giuseppe che vengono respinti dalle locande perché prive di un posto libero: San Luca usa il termine mangiatoia da cui la supposizione che il luogo della nascita sia una stalla o una grotta. Non narra l'apostolo del bue e dell'asinello, essi sarebbero stati messi in base alla profezia di Isaia: "Il bue ha riconosciuto il suo proprietario e l'asino la greppia del suo padrone". Tale profezia fu interpretata come se il bue e l’asinello scaldassero con il loro fiato Gesù. Il bue è da sempre un animale sacro in Asia orientale e in Grecia, simbolo di carattere forte ma sottomesso, per questo vuole rappresentare il popolo dei futuri cristiani, fedele al proprio mandato fino alla rinuncia perfino della vita. Per quanto riguarda l’asino, in Grecia era sacrificato nel recinto sacro di Delfi, nel Libro dei Numeri è conosciuto come l'animale che capisce Dio più di quanto riescano gli stessi uomini, lo stesso Cristo entrò in Gerusalemme cavalcando un'asina bianca (Matteo 21,2). E’ san Girolamo, che nel 404, indicò nel territorio di Betlemme una grotta con una mangiatoia scavata nella roccia e supportata da piedi di legno. Secondo la tradizione il primo vero e proprio presepe (lat. praesepe o praesepium, recinto chiuso) vivente sarebbe stato allestito da San Francesco, con l'autorizzazione di Papa Onorio III, nel Natale del 1223 a Greccio, si sarebbe diffuso poi per merito dei missionari nel resto del mondo cristiano. Il più antico presepe che ci sia giunto in parte è quello allestito nella basilica di Santa Maria Maggiore a Roma per opera di Arnolfo di Cambio (vd. link foto) durante il pontificato di Niccolò IV (1288-1292). L'opera fu portata a termine nel 1291 da uno dei canonici della basilica, Pandolfo de Postrennio. Oggi l'opera si trova collocata all'interno della cripta che si estende sotto la cappella del SS. Sacramento lungo la navata destra dove possiamo ancora ammirare le teste dell'asino e del bue, i tre magi e Giuseppe; la statua di Maria con il Bambino Gesù che vediamo oggi sono state sostituite da una riproduzione del 500 in occasione dell'opera di restauro promossa da Sisto V. In Italia furono soprattutto le città di Genova e Napoli che diedero vita ad una vera e propria tradizione artigianale ancor oggi in piena attività. 

19 novembre 2011

Babbo Natale con le renne e le strenne. Da San Nicola alla Coca Cola

Il Babbo Natale della Coca-Cola
Come spesso accade per i personaggi che fanno parte delle nostre tradizioni è assai arduo ritrovarne le origini perché spesso, tali personaggi, sono il risultato di un susseguirsi di contaminazioni di varie culture, religioni, riti popolari arricchite nel corso dei secoli da interpretazioni suggerite dal tempo. Vero è che la storia di babbo Natale è legata a San Nicola che nel IV secolo divenne vescovo di Myra in Lycia. La sua salma fu rubata, intorno al 1087, da cavalieri italiani (si narra che San Nicola fosse in possesso del Graal) e portata a Bari di cui è il Patrono. La generosità di San Nicola è riportata da Dante nel XX canto del Purgatorio della Divina Commedia: un nobiluomo era caduto in miseria e le tre giovani figlie, poverissime, erano destinate alla prostituzione. Nicola, addolorato dal pianto e commosso dalle preghiere del padre, impossibilitato a sposare le sue tre figlie, decise di intervenire lanciando per tre notti delle monete d’oro dalla finestra; così fece le prime due notti ma la terza notte, la finestra venne chiusa dalla governante. Il Santo, allora si arrampicò sul tetto e calò nel camino il sacco di denari, che andarono a finire in una delle calze appese ad asciugare proprio sul camino. Secondo altre fonti, San Nicola calava cibo nei camini delle famiglie meno abbienti. Nasce così la tradizione di lasciare di nascosto dei doni sotto l’albero nella notte di Natale dall’uomo con la barba bianca che passa dal camino. 
Illustrazione di Louis Prang
A trasportare il carico di doni non ci sono delle renne ma un asino. All’inizio era una festa esclusiva di San Nicola e veniva festeggiata il 6 dicembre poi, si protrasse fino alla notte del 24 dicembre, ancor oggi nella notte di natale è tradizione scambiarsi i regali. Dopo la Riforma protestante del XVI secolo, ogni nazione europea adottò il proprio “sostituto” di San Nicola: in Inghilterra fu un vecchio con la barba, personaggio già celebre in molti giochi per bambini (ma forse già aiutante di San Nicola), mentre in Germania rimase l’impronta cattolica fu Gesù Bambino ricoprire il ruolo di dispensatore di doni. Nel 1800, Santa Claus divenne un vecchio rubicondo, con un gran pancione e il viso avvolto dalla barba bianca, residente al Polo Nord dove, secondo la tradizione, avrebbe numerosi gnomi che lo aiutano a costruire i giocattoli da distribuire come doni durante la notte di Natale, con l'ausilio di una slitta trainata da renne volanti: fu Clement Clarke Moore che scrisse una poesia per i suoi figli in cui indicava il nome di tutte le otto renne di Babbo Natale (Blitzen, Comet, Cupid, Dancer, Dasher, Donner, Prancer e Vixen) nel 1939 si aggiunse la renna Rudolph dal tipico naso rosso.

18 novembre 2011

Chi erano i Re Magi?


"Nato Gesù in Betleem di Giuda, al tempo di Re Erode, ecco dei Magi arrivarono dall’Oriente a Gerusalemme, e chiesero: "Dov’è il Re dei Giudei nato da poco? Perché noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo... Allora Erode, accolti segretamente i Magi, si informò accuratamente da loro circa l'epoca in cui la stella era apparsa... Udito il Re, essi partirono ed ecco la stella che avevano visto al suo sorgere, apparve di fronte a loro, finché si arrestò sul luogo dove stava il Bambino." (dal Vangelo di S.Matteo, 2.1-2.2)
La storia del viaggio dei Re Magi è narrata dal Vangelo di Matteo (2, 1-12).
Adorazione dei Magi
in alto: Velasquez (1619)
al centro: Giotto (1267-1337)
in basso: Mantegna (1462)
In base a molteplici fonti, miste di leggende e tradizioni orali, si ricostruisce la vicenda dei Re Magi.
Sul monte Vaus (monte Sabalan, Azerbaigian  nella Persia nord-occidentale), nel giorno della nascita di Gesù apparve una stella dalla luminosità incredibile. Avvistatala, i tre re Magi (Melchiorre, re di Nubia e d'Arabia; Baldassare, sovrano del regno di Godolia e di Saba; Gaspare, re di Tharsis e di Egriseula) la seguirono. Essi si incontrarono nelle vicinanze di Gerusalemme, da dove continuarono il viaggio fino a Betlemme, poiché la stella che faceva loro da guida si era fermata su una spelonca. Inginocchiatisi di fronte a Gesù, gli offrirono i loro doni: oro da parte di Melchiorre; incenso da parte di Baldassare; mirra da parte di Gaspare. Consegnati i doni, i tre Re Magi intrapresero il viaggio di ritorno verso le rispettive terre, che li tenne impegnati per 2 anni (il viaggio di andata, con la guida della stella, aveva richiesto solo 13 giorni).
Sul monte Vaus, i Re Magi fecero costruire una cappella in onore del re dei Giudei e ai piedi del monde sorse Sava, città ricca e prospera dell'India e dell'Oriente. Qui, i tre re continuarono ad incontrarsi, fino a quando un giorno videro di nuovo la stella che annunciava la loro morte: nell'arco di pochi giorni morirono tutti e tre ormai centenari; furono sepolti l'uno accanto all'altro.
La storia-leggenda dei Re Magi continuerà dopo le loro morti e riguarderà le vicende legate alle loro reliquie: esse furono probabilmente portate a Milano, nella chiesa di S.Eustorgio, fondata dallo stesso Eustorgio, nobile greco vissuto verso la fine del IV secolo e acclamato vescovo di Milano. In seguito a tale acclamazione, Eustorgio si recò a Costantinopoli, sede dell'imperatore, per chiedere la sua approvazione per la nomina: l'imperatore gli avrebbe donato in segno di riconoscimento le reliquie dei tre magi, precedentemente ricevute in dono da Sant'Elena. Le reliquie rimarranno a Milano fino al giugno del 1164, quando Federico Barbarossa ordinò di trasferirle a Colonia; il corteo fu guidato dall'arcivescovo della città, Rainaldo di Dassel.
I SIMBOLI E I DONI
Melchiorre: la penitenza
Gaspare: la devozione
Baldassare: la verginità
Oro: simbolo del tributo e segno della divina maestà e regalità;
Incenso: simbolo del sacrificio e segno della divina potestà;
Mirra: simbolo della sepoltura dei morti e segno della fragilità dell'uomo.


16 novembre 2011

Come coltivare la stella di Natale.

Foto www.pdphoto.org/

Ad ogni festa o ricorrenza c’è qualcuno da sacrificare: a Pasqua gli agnelli, a Natale i capponi, a capodanno le anguille a Carnevale la…linea. Come se festeggiare equivalesse a "fare la festa" a qualcuno. E poi a Natale si aggiunge la razzia di abeti e della tipica pianta conosciuta come Stella di Natale, vero nome Euphorbia pulcherrima. Le compriamo, le teniamo in casa il periodo di Natale e poi, mosce e spogliate le rivediamo a fine gennaio nei cassonetti. Quest’anno proviamo a non buttarle, seguendo i consigli che ho ripreso in parte da:
Passato il Natale e cadute le brattee rosse (il fiore è la parte interna ed è di colore giallo), bisogna recidere gli steli fino a 10 cm dalla base e mantenere il terreno quasi asciutto tenendo la pianta in una zona della casa con una buona luce ma non al sole diretto ed una temperatura non troppo elevata.  Verso il mese di maggio, la pianta comincia a crescere e a quel punto la dobbiamo rinvasare in un vaso poco più grande del precedente, si usa una composta a base di torba, leggermente acida e soffice. Durante questo periodo tenetela in luogo luminoso ma non al sole diretto e annaffiatela solo quando il terriccio inizia ad asciugarsi evitando che si asciughi eccessivamente. A partire dal mese di maggio e fino a settembre va concimata ogni due settimane usando del fertilizzante liquido mescolato all'acqua di irrigazione con un titolo elevato di Potassio e Fosforo. Si potano i rami eccessivi in modo da lasciare 5 steli principali che formeranno un bel cespuglio. Per tutto ottobre e novembre sistemate la pianta ogni giorno o in luogo buio oppure copritela con una busta di polietilene nera per circa 15 ore al giorno (dalla 17,00 alle 8,00 del mattino del giorno dopo). Durante le ore di luce si lascia la pianta in una zona luminosa della casa, ma non al sole diretto, senza concimarla e annaffiandola poco. Per Natale si avranno in questo modo le caratteristiche brattee rosse ed i fiori gialli.
Per gli abeti vi rimando a:
Per agnelli, capponi e anguille http://www.veganitalia.com/modules/news/
Per la vostra linea invece non lo so, mi dispiace, ho perso anche la mia.

12 novembre 2011

Un sorriso è per sempre!

Foto www.sxc.hu


Mettere sul comodino, accanto al letto, un teschio vi sembra una cosa macabra? Pensate: vi svegliate, lo guardate e lui che fa? Vi sorride, sì perché il teschio sorride sempre e di questi tempi è raro trovare chi sorride.
Che bello pensare che sotto le nostre rughe, le nostre occhiaie, i nostri visi arrabbiati, che sotto tutto questo c’è il nostro teschio che sta sorridendo. Certo un medico specializzato nello studio dell’apparato muscolo-scheletrico direbbe che il teschio ha quella struttura per sostenere i muscoli, i tendini e tutto il resto; ma io non sono uno scienziato, io sono un fantasioso e le teorie aride e scientifiche non mi danno soddisfazione; per cui mi arrabbio, mi ingrugnisco, mi cedono le guance per la vecchiaia e mi piace pensare che nello stesso momento il mio carissimo teschio sta sorridendo, forse per sdrammatizzare?! Dentro di noi c’è un sorriso costante.

8 novembre 2011

Il Fungo sacro, magico, amico delle streghe e degli gnomi.


Alice incontra il Bruco

Nella favola "Alice nel paese delle meraviglie" di Lewis Caroll, Alice incontra un bruco celeste, che se ne sta in panciolle sopra il cappello di un gigantesco fungo con una pipa per fumare l'oppio (il narghilè). Con poco interesse ascolta Alice che si lamenta di essere piccola di statura ed il bruco (alto quanto lei) alla fine le dice: "Un lato ti farà diventare più alta e l'altro ti farà diventare più bassa"  Ed Alice tra sè e sè: "Un lato di che cosa? E l'altro lato di che cosa?” "Del fungo", disse il Bruco, come se Alice lo avesse chiesto ad alta voce e subito scomparve. 
L'Albero-fungo della Conoscenza
di Plaincourault
Questo può essere ricollegato al fatto che uno degli effetti allucinogeni dell'Amanita muscaria (il tipico fungo con il cappello rosso cosparso di puntini bianchi) è quello di vedere le cose di dimensioni diverse da quelle reali, o molto grandi o molto piccole. Alice mangia la parte destra del fungo e poi la sinistra e le sue dimensioni diminuiscono in modo impressionante per poi crescere improvvisamente; come se l’effetto allucinogeno del fungo (ingrandire o ridimensionare) si applicasse in modo diretto sulla piccola Alice. Questo fungo, considerato velenoso, è spesso associato ad immagini belle, soprattutto nei paesi mediterranei. Ad esempio le case degli gnomi e della fate sono sempre rappresentate con il cappello rosso ed i puntini bianchi. Il mondo sotterraneo è il mondo oscuro e magico da dove nascono funghi e dove vivono gnomi. Secondo alcune interpretazioni i funghi, che a volte vediamo crescere in cerchio, rappresenterebbero il “cerchio delle streghe” luogo cioè dove le streghe hanno, durante la notte, danzato il loro sabba. 
"il cerchio delle streghe"
Tra le decorazioni del Natale capita spesso di vedere questi funghi, probabilmente perché legato alla vita e alla resurrezione. Un affresco nella cappella medievale (XII secolo) di Plaincourault (lndre, Francia) raffigura la scena della tentazione, dove Adamo ed Eva si trovano ai lati dell'Albero della conoscenza del bene e del male, avvolto dal serpente. L’albero è un grande fungo con cappello rosso cosparso di puntini bianchi, fornito di quattro rami formati da funghi simili al tronco.  
Cesto con funghi, mosaico nella
pavimentazione
della Basilica di Aquileia
Foto
Per alcuni studiosi di discipline esoteriche e di etnomicologia sarebbe una Amanita muscaria, forse un albero velenoso per tener lontani Adamo ed Eva dalla possibilità di conoscere il Bene e il Male? Avvicinabile solo dal serpente? Nella Basilica di Aquileia compaiono molti simboli gnostici, in particolare sul pavimento è realizzato in mosaico un canestro di funghi e un piatto con le chiocciole, entrambi alludono alla Resurrezione in quanto il fungo fuoriesce dalla terra e la chiocciola si rigenera nel suo guscio. Molti studiosi riportano che questo mosaico attesti l'abitudine di ingerire funghi durante le cerimonie, i funghi sono 8 e apparterrebbero al genere Amanita. Il numero 8, farebbe riferimento all'ogdoade (secondo la mitologia egizia, l’ Ogdoade è costituito dagli otto Dei primordiali, creatori del mondo, venerati ad Ashmunein (Ermopoli), che si trovava nel XV distretto dell'Alto Egitto). Il fatto che siano raffigurati in un cesto fa supporre che venissero ingeriti durante le cerimonie.
Per Approfondimenti

5 novembre 2011

Piove di Eugenio Montale

FOTO di David Wagner

[…]
Piove
da un cielo che non ha
nuvole.
Piove
sul nulla che si fa
in queste ore di sciopero
generale.
[…]
Piove
non sulla favola bella
di lontane stagioni,
ma sulla cartella
esattoriale,
piove sugli ossi di seppia,
e sulla greppia nazionale.
 […]

Piove di Eugenio Montale



.... e io sono qui, sì proprio qui dietro la finestra.

4 novembre 2011

A me gli occhi, specchio dell'anima...azzurra!

Blu, marroni, verdi o rossi?
A voi la scelta...
Un gruppo di scienziati americani sta mettendo all’opera la possibilità di poter cambiare il proprio colore degli occhi. 20 secondi d’intervento con il laser e il pigmento che dà il colore all’iride viene distrutto. Sembra che il passaggio da un colore ad un altro preveda di cambiare un colore scuro per uno chiaro e non viceversa; dal marrone all’azzurro ma non il contrario.
Previsto un forte aumento di principi e principesse dagli occhi azzurri! Il mondo, in piena crisi, sta andando verso la follia della favola, folle quando la si vuole mettere in pratica. A rischio glaucoma.
E’ vero fin da bambini abbiamo notato (noi con gli occhi marroni) che i complimenti li facevano a quelli con gli occhi azzurri o verdi, la scenetta tipica prevedeva due bambini: il primo con gli occhi azzurri il secondo marroni, l’adulto guarda l’azzurro “oh ma che occhioni azzurri che bel bambino!” poi si volta verso quello marrone “e te?! Eh cariiino!” ma va all’inferno va’! Noi con gli occhi marroni ci siamo abituati prima degli angelici a rinunciare ai complimenti! Trattenetevi dal fare commenti sugli occhi dei bambini, gli occhi sono lo specchio dell’anima, cosa ne volete sapere dell’anima dei bambini?
... se invece siete indecisi o pensate di avere
un'anima variopinta...
Foto di Petr Kratochvil
Ma a breve, quando gli scienziati americani perfezioneranno questa tecnica di decolorazione, anche gli adulti potranno aspirare ad avere anime azzurre e chiare (un colore a volte anche un po’ glaciale, pensateci).

3 novembre 2011

Meravigliose creature. Alda Merini, Virginia Woolf ed Emily Dickinson

Alda Merini l'avrei abbracciata
Emily Dickinson l'avrei imitata

Di Alda Merini:
S'anche ti lascerò per breve tempo, solitudine mia, se mi trascina l'amore, tornerò, stanne pur certa; i sentimenti cedono, tu resti. 
Mi sveglio sempre in forma e mi deformo attraverso gli altri.
Illumino spesso gli altri ma io rimango sempre al buio.

Di Emily Dickinson:
Il cervello è più ampio del cielo.

Non è necessario essere una stanza o una casa per essere stregata, il cervello ha corridoi che vanno oltre
 gli spazi materiali.

Virginia Woolf l'avrei capita


Di Virginia Woolf:
Le persone autentiche (...) esistono con maggiore completezza in solitudine. L’illuminazione, la reduplicazione dan loro fastidio.

Non c'è cancello, nessuna serratura, nessun bullone che potete regolare sulla libertà della mia mente.

Una donna deve avere soldi e una stanza suoi propri, se vuole scrivere romanzi.

1 novembre 2011

Il 2 novembre del Milite Ignoto

Guardia d'Onore alla tomba del Milite Ignoto al Vittoriano
di Roma
Nel cimitero c’è la cultura di un popolo, c’è una forma di vita che, paradossalmente, prende motivo di esistere proprio perché esiste la morte che fa pensare ad un viaggio oltreterreno, ad un corpo che diventa anima. Cimiteri dove le lapidi e le tombe sono, in un certo modo, personalizzate da chi in vita conosceva il defunto, pensiamo a frasi come le semplici “sarai sempre con noi”; a chi incide poesie personali; a chi lascia oggetti personali, foto che riprendono colui che ora occupa una tomba, in situazioni di gioia passata; di contro a questo ci sono luoghi di culto che accolgono uno sconosciuto, un eroe, di solito giovane ma sconosciuto. I giovani sono i più sconosciuti. Nessuna foto, nessun oggetto personale e soprattutto nessun nome. Il Milite Ignoto non ha la sua sola identità, ha l’identità di tutti i giovani soldati morti in guerra i cui corpi sono stati lasciati sul campo; e nei racconti che ci sono stati tramandati, in quei campi c’era sempre la neve.

4 novembre 1921. Il Milite Ignoto viene condotto a Roma
dove sarà tumulato nel monumento a lui dedicato
Il 28 ottobre 1921, a Gorizia, la madre di un caduto in guerra e il cui corpo non fu più ritrovato, la triestina Maria Bergamas, fu incaricata di scegliere uno tra 11 soldati caduti affinché fosse tumulato nel monumento al Milite Ignoto. Al termine della cerimonia la cassa fu racchiusa in una bara fatta allestire dal Ministero della guerra ed inviata ad Aquileia. Le salme dei dieci soldati ignoti furono tumulate, in forma solenne, nel cimitero retrostante la cattedrale di Gorizia (dove oggi riposa anche Maria Bergamas). La salma del Milite Ignoto fu trasportata a Roma con un treno con in testa un carro speciale sul quale fu collocato un affusto di cannone, e su questo la bara. La cerimonia vide la partecipazione delle rappresentanze dei combattenti, delle vedove e delle madri dei caduti, alla presenza del Re; la bara con il Milite Ignoto fu portata a S. Maria degliAngeli. La salma fu collocata nel monumento il 4 novembre 1921 (ricorrono in questi giorni i 90 anni). Sull’ epigrafe si legge Ignoto militi, MCMXV e MCMXVIII, gli anni di inizio e fine del conflitto. Fu negli anni 30 che il feretro del Milite Ignoto fu poi traslato nella cripta interna del Vittoriano denominata sacello del Milite Ignoto.

Post: Ma sono mille papaveri rossi

30 ottobre 2011

Halloween come lo festeggio io. 5° Malessere della Sposa del Diavolo

E così anche quest’anno festeggerete Halloween, in onore di quel farabutto ubriacone di Jack l’irlandese che più volte si prese gioco del mio Diavolo. Quello scapestrato era in una taverna ubriaco e pronto per essere portato all’Inferno dal mio consorte, dove io già stavo preparando i tizzoni di fuoco ardente per riceverlo, quando con un inganno convinse mio marito a trasformarsi in una moneta: Jack lo afferrò e lo mise nel suo borsello accanto ad un crocifisso, cosicché – sapete quanto quaggiù temiamo i crocefissi – mio marito non fosse più capace di ritornare nelle sembianze del Diavolo; ci riuscì, certo, ma solo perché quel delinquente di Jack gli estorse la promessa che non lo avrebbe portato all’Inferno per almeno i prossimi 10 anni. Così io e mio marito ci rassegnammo ad aspettare, d’altronde nuovi arrivi qua non mancano mai, certo che Jack era conosciuto come un bravo fabbro e un buon aiutante non ci avrebbe fatto male. Alla scadenza dei 10 anni mio marito va a riprenderlo ma Jack questa volta lo esorta a salire su un melo per cogliere una mela che lui voleva come ultimo desiderio: il verme intagliò una croce sul tronco e il mio Diavolo (che, è inutile lo neghi a me stessa, a volte cade nel brutto vizio della generosità) questa volta per salvarsi gli risparmiò la dannazione eterna. Jack ne combinò di tutti i colori durante la sua vita tanto che alla sua FINE il Paradiso non lo volle: lo mandarono da noi ah, haaa vendetta! sanguinosa e perfida vendetta!
Foto www.sxc.hu
Mio marito, dentro di sé, l’avrebbe anche preso ma io, da brava sposa del Diavolo che ripete “non ti far fregare un’altra volta, coglione” riuscii a convincerlo a cacciarlo. Mio marito lo cacciò – su mia richiesta quindi, anche se la versione ufficiale della storia non mi menziona – e siccome Jack si lamentava per il freddo e il buio, il mio fin troppo generoso marito gli dette (in realtà, gli tirò) un tizzone ardente che Jack mise dentro una rapa che aveva con sé, spero che l’avesse rubata, non voglio pensare nemmeno per un istante di aver avuto a che fare con uno che aveva commesso anche una sola azione onesta. Bene se lo vedete vagare durante la notte di Halloween alla caccia di un rifugio, con la sua rapa o zucca illuminata (avrà rubato anche questa, spero) accoglietelo voi nelle vostre dimore, se amate tanto festeggiarlo.  Adesso vado a parlare un po’ con mio marito: la notte di Halloween mi piace festeggiare ricordandogli di come si è fatto fregare da quell’ubriaco di Jack, l’irlandese. Sempre a voi vicina, parola della Sposa del Diavolo.

27 ottobre 2011

La Statua della Libertà compie 125 anni

Statua della Libertà
Foto www.sunipix.com
La Statua della Libertà della Poesia di
Pio Fedi posta sulla tomba di Giovanni
Battista Niccolini
La Statua della Libertà con i suoi 93 metri si impone in tutta la sua maestosità alla foce del fiume Hudson sulla Liberty Island; fu realizzata da Frederic Auguste Bartholdi e da Gustave Eiffel (lo stesso della omonima Torre di Parigi). La Statua fu inaugurata il 28 ottobre del 1886 alla presenza dell'allora presidente americano Grover Cleveland. La “Statua della Libertà che illumina il mondo” fu una donazione della Francia agli Stati Uniti d’America per i festeggiamenti del centenario dell’indipendenza dall’impero Britannico. Ma nella storia della statua, oltre alla Francia, entra in ballo la città di Firenze che ne reclama l’ispirazione: sembra infatti che la statua della Libertà possa essere una copia della “Statua della Libertà della Poesia”, opera dello scultore Pio Fedi (1816-1892) che si trova sulla tomba di Giovanni Battista Niccolini eroe del Risorgimento italiano, nella Basilica di Santa Croce. La statua di Firenze impugna nella mano destra una catena spezzata come simbolo di schiavitù sconfitta.
Quella di New York impugna la torcia con la mano sollevata, mentre la catena si trova sotto ad un suo piede come a calpestare la schiavitù. Nella mano sinistra la statua fiorentina stringe un alloro, simbolo della poesia, mentre la statua della libertà stringe il volume della dichiarazione d'indipendenza, simbolo della libertà americana. Entrambe hanno un diadema, quella fiorentina ha 8 numero legato all’infinito, forse per l’universalità e l’eternità della poesia; quella americana ne ha 7 per simboleggiare la libertà che si irradia verso i sette mari.
AGGIORNAMENTO

Recentemente mi sono state mandate le foto di questa statua che si trova nei Paesi Bassi, dovrebbe essere opera di J.C. Casimir, scultore francese, di cui non si hanno molte notizie. Qualcuno di voi ha notizie riguardo all'autore e all'opera?


19 ottobre 2011

Il Futuro è già vecchio (documento rinvenuto nel 3400 d.C.)


Secondo censimenti effettuati intorno al 2050, gli occupati erano 1 ogni tre famiglie; i pensionati 1 ogni due famiglie; i disabili con pensione 1 ogni quattro famiglie; chi viveva di rendita 1 ogni 38 famiglie. Le famiglie senza nessun individuo con uno stipendio tendevano a cercare famiglie con almeno un pensionato o un impiegato e a fondersi; il terno al lotto di quegli anni era la famiglia benestante dove si poteva trovare il pensionato, l’impiegato. Intorno ai pensionati si reggevano enormi famiglie multiple, gli anziani tornarono ad essere i depositari della saggezza, i giovani trascorrevano ore ad ascoltare questi anziani che chiamavano il nonnino adottato. La società del tempo era quindi retta dal rincoglionimento, dall’Alzeimeher, dal tremito, dalle prostate senza orologio; il consumismo sbandierava prodotti per eliminare i capelli ingialliti, nacquero gli ostelli per l’anziano, tutti i palazzi e gli alberghi avevano ascensori, scale mobili; il verde dei semafori durava tre volte di più del rosso; le palestre erano state chiuse ai minori di 55 anni intorno al 2040, i clienti avevano una media di 76 anni, si curavano le ossa e i muscoli perché tutti potessero distinguere un rampante vecchio da un giovane flaccido e stanco. 
Il 60% delle banche erano crollate: il vecchio non garantiva l’estinzione del mutuo, ma solo di piccoli prestiti a breve scadenza. Divenne così consuetudine per i banchieri chiedere come garanzia la firma di un bambino o più, qualcuno che continuasse a pagare il debito anche dopo la morte del vecchio. Quello che successe a mia madre fu quello che accadeva abitualmente alla grande maggioranza delle ragazze. Fu chiesta in sposa da uno di questi vecchi rampanti per mettere al mondo almeno un paio di figli, mia madre, allora appena di diciotto anni, fu spinta dalla famiglia multipla dove vi era un solo stipendio per 11 persone, fu spinta appunto ad accettare il matrimonio. Io nacqui, ma nessun altro dopo di me. Quando morì mio padre io avevo 8 anni e come eredità un cavallo che correva all’ippodromo ed una casa con l’atavico mutuo appresso. In questi casi essere figli unici è davvero pesante. La legge che permetteva di rinunciare all’eredità era stata abolita su proposta di legge di un deputato che apparteneva ad una delle poche banche rimaste in piedi. Riassumendo: 8 anni, un cavallo, un mutuo; figlio unico, una mamma di 27 anni, una casa. Avevo firmato la garanzia per il mutuo a 6 anni e anche se non lo avessi fatto lo avrei ereditato. Lati positivi: la mamma era giovane e stava bene, il cavallo stava bene, la casa stava bene e anch’io godevo di ottima salute se non per quelle 4-5 allergie che comunque determinavano la norma della popolazione, tanto che nessuno le curava più. Anche il cavallo come me e la mamma era giovane. 

Frasi di Oscar Wilde

Oscar Wilde
 Avere avuto una buona educazione è un grande svantaggio. Ti esclude da tante cose.
 A tavola perdonerei chiunque. Anche i miei parenti.
 Amare sé stessi è l'inizio di un idillio che dura una vita.
 É un vero peccato che impariamo le lezioni della vita solo quando non ci servono più.
 Date alle donne occasioni adeguate ed esse possono fare tutto.
 Il poeta può sopportare tutto, tranne un errore di stampa.
 Chiunque può simpatizzare col dolore di un amico, ma solo un animo nobile riesce a simpatizzare col successo di un amico.
 Si vive in un'epoca in cui solo gli ottusi sono presi sul serio, e io vivo nel terrore di non essere frainteso.
 La società perdona spesso il delinquente, non perdona mai il sognatore.

6 ottobre 2011

Regole di bellezza per essere come spot comanda

Lui: Dio come è bella levigata sembra di plastica vera!
Lei: Che nuca liscia e delineata, dovrebbe andare in giro con 
uno specchio retrovisore sulla spalla!
Entrambi: Se solo riuscissi ancora ad aprire la bocca 
per dirle/gli qualcosa!
Foto www.sxc.hu

Levigare, stirare, appianare, rimpolpare, riempire, ristrutturare, sollevare, riformattare, stendere, assottigliare, rassodare, illuminare, tonificare, decontrarre, elasticizzare, rinvigorire, rivitalizzare, definire, attenuare, scolpire, risollevare, delineare...

...e mia nonna diceva che bastava riposare bene 8 ore; oggi le 8 ore vanno impiegate per levigare, stirare, rimpolpare, sollevare, decontrarre (decontrarre!!??) ...




Barbie, ti mollo! Ken si schiera con Greenpeace

Il manifesto ideato da Greenpeace
Ken, per voce di Greenpeace, vuole lasciare Barbie, si è accorto che la sua eterna fidanzata è insensibile ai problemi ambientali, alla salvaguardia della natura. E’ proprio vero Ken, voi uomini siete un po’tonti, lei Barbie è sempre stata una un po’ superficiale, te ne accorgi solo adesso? Vittima incosciente del consumismo: macchine, roulotte, casa a più piani, piscina, moto, cavalli, ha comprato e poi buttato via di tutto. Tutti gli sport li ha provati. Per non parlare dell’abbigliamento: nata con indosso un costume celeste ed un asciugamano da spiaggia, molto corto per la sua altezza, unico lusso un paio di enormi occhiali da sole, ha poi avuto un guardaroba di lusso, da vera star di Hollywood.
Barbie e Ken quando il loro amore
 era agli inizi e lei  si accontentava di
esibire un semplice costume intero,
 inconsapevole che sarebbe diventata
un simbolo del consumismo, della
superficialità, ed oggi,  una
"deforestatrice".
La minaccia "Ti mollo perché non esco con ragazze complici della deforestazione", è apparso su un cartellone gigante fatto calare sulla facciata della sede della Mattel a El Segundo, Los Angeles, da 6 attivisti di Greenpeace che sono stati arrestati. La Mattel è accusata di utilizzare per il packaging della Barbie e suoi accessori, carta proveniente dall'Asia Pulp and Paper, l'azienda che lavora con legnami provenienti dalla foresta pluviale indonesiana. La APP continua a radere al suolo le foreste pluviali e le torbiere dell'Indonesia, veri e propri pozzi di carbonio, con catastrofiche conseguenze per il clima, per gli animali in via di estinzione come la tigre di Sumatra, e per le comunità locali. Tra le altre aziende incriminate anche Hasbro, Disney e Lego. 
Barbie ha reagito così
alla minaccia di Ken!
Foto

Sul sito di Greenpeace c’è il video appello di Ken che annuncia di lasciare Barbie, è un Ken decisamente effemminato, con il petto depilato in bella vista; forse Ken, sarebbe il caso tu parlassi chiaramente e dicessi il vero motivo per cui vuoi lasciare quella frivola di Barbie.

Altro post: Barbie dalle stelle alle stalle